Mussolini urbanista e la genesi della città dis-urbanizzata

Mussolini urbanista e la genesi della città dis-urbanizzata

 

Non sappiamo se Virginia Raggi vincerà davvero il ballottaggio di domenica prossima. Nel caso, è incerto anche che Paolo Berdini diventi davvero il nuovo assessore all’urbanistica. Anche nel caso si avverasse questa concatenazione di eventi, siamo al contrario convinti che un assessore difficilmente avrà un potere decisivo nel cambiare le sorti dell’urbanizzazione cittadina, soprattutto se slegato da una concreta volontà di rompere i vincoli di bilancio e nel mezzo di una guerra finanziaria che il governo non tarderà a dichiarare contro l’eventuale giunta Cinque stelle. Nonostante tutte queste premesse, Paolo Berdini all’urbanistica sarebbe potenzialmente un fatto epocale per la politica cittadina. Perché il rapporto tra organizzazione urbanistica della metropoli, abusivismo e speculazione edilizia è la forma che lo sviluppo capitalista liberista ha assunto a Roma dall’Unità d’Italia ad oggi.

Una città davvero peculiare, non adatta originariamente al ruolo di capitale, caratterizzata dal dualismo di potere col Vaticano e senza industria almeno fino al secondo dopoguerra. Se nelle altre città la forma dell’urbanizzazione ha rivestito sovente un ruolo “tecnico”, al netto dell’evidente perversione speculativa che ha coinvolto le città italiane dal secondo dopoguerra in poi, a Roma questa ha assunto immediatamente le forme della politica. Anzi, della politica economica. Ecco perché a Roma l’urbanistica è uno dei terreni privilegiati dove giocare una partita politica di rottura con il modello di sviluppo attuale. Stiamo in un certo senso scoprendo l’acqua calda, vista la mole di studi urbanistici che nel corso dei decenni si sono concentrati su Roma, senza pari in Italia e forse in Europa. Ed è una cosa che andiamo dicendo da qualche tempo, ben prima della notizia della possibile nomina di Berdini. Eppure, ad ogni elezione o in ogni discussione sull’assetto urbanistico cittadino, rispunta fuori la storiella su Mussolini “grande urbanista”. Tuttavia l’origine dei mali cittadini risiede proprio nel ventennio fascista, anni in cui Roma cambia radicalmente faccia rompendo traumaticamente con il suo passato. Sconfitto il fascismo e appeso il duce, però, lo sviluppo della Roma moderna continua a seguire la traccia segnata, a quanto pare indelebilmente, da Mussolini. In fondo il fascismo è durato “solo” vent’anni, eppure la città di Roma continua a pagarne un dazio incalcolabile. I danni strutturali cittadini sono ancora determinati da quelle scelte: com’è possibile allora che ogni volta si senta il bisogno di “salvare” l’urbanistica del fascismo anche a fronte di una critica politica complessiva?

E’ bene evidenziare che Mussolini urbanista non “inventa” alcuna soluzione originale nel ridisegnare l’assetto metropolitano della città: la sua è un’opera che si situa nel solco della riorganizzazione umbertina della nuova Capitale. Ben prima del fascismo, i Savoia avevano già provveduto non tanto con i clamorosi sventramenti del centro storico, che pure come si sa ci furono in forma colossale (pensiamo solo allo sventramento di Corso Vittorio Emanuele II, oppure alla costruzione dell’Altare della Patria che porterà alla ridefinizione complessiva di Piazza Venezia, allora un piccolo slargo al termine di via del Corso e successivamente centro nodale della metropoli). I Savoia inaugurarono un metodo urbanistico, fondato sulla speculazione edilizia fuori da piani regolatori, appaltata ai privati, senza orizzonte pianificato né tantomeno pubblico. A loro volta, i Savoia non fanno che recepire passivamente una tendenza sociale, urbanistica, architettonica e politica positivista che riguarderà la forma di gran parte delle altri capitali europee. Se fino alla metà dell’Ottocento la forma delle grandi città d’Europa è ancora sostanzialmente fondata su un’impostazione medievale sommata all’affastellarsi dei nuovi quartieri del rinascimento e del barocco, da questo punto in poi il risanamento e la riorganizzazione urbana diviene l’obiettivo di tutti i governi. Il positivismo sociale sommato alle esigenze di rappresentanza imperiale “impongono” l’abbattimento dei quartieri medievali, l’apertura di grandi arterie cittadine, la liberazione dei centri dall’ammucchiamento residenziale medievale, la fornitura dei servizi essenziali quali fognature, elettricità e tram, ad una popolazione sempre più selezionata socialmente. Parigi, come è forse più di Roma, subirà nell’Ottocento una radicale trasformazione che la porterà ad assumere un volto completamente diverso dalla Parigi storica, quella sedimentata di anno in anno, secolo dopo secolo. Senza tenere in considerazione anche l’obiettivo politico, che vale per Parigi come per le altre Capitali: la riorganizzazione urbana dell’Ottocento è diretta a favorire la repressione e la gestione della plebe e del nuovo proletariato urbano, sottraendo spazi di possibile controllo territoriale.

La Roma che diventa Capitale d’Italia è in buona sostanza la stessa del ‘600: una città minuscola, con una scarsa popolazione concentrata nei malsani quartieri a ridosso dei Fori e della Suburra; una città senza industrie, pastorale, capitale di una cristianità che si rifugia nel Borgo, dentro San Pietro o negli imminenti pressi del Laterano, punteggiata da enormi pezzi di campagna dentro una chiusa di mura che però circondano una città rattrappita.

[Come si vede nell’immagine, la Roma Capitale del nuovo Regno d’Italia è concentrata nel chilometro e mezzo del cosiddetto Tridente dentro l’ansa del Tevere; le parti in verde sono pezzi di campagna dentro la città; le parti in rosso – l’Esquilino – quartieri ancora in costruzione: l’agro romano cominciava subito dopo il Colosseo]

Mancano a Roma opportune sedi di rappresentanza laiche, vie di scorrimento, servizi igienici, sedi ministeriali, abitazioni borghesi, eccetera. La città è un paesone medievale impossibilitato ad assolvere al ruolo che l’Unità le ha destinato. Nasce da queste peculiarità l’esigenza di aprire la città alla sua funzione di rappresentanza e amministrativa: cominciano così gli sventramenti del centro, alcuni dei quali, onde evitare prospettive deformate dalla futura coscienza archeologica e architettonica, necessari a riorganizzare una città coattivamente “lanciata” verso il futuro.

Nonostante lo sforzo dei Savoia, che costruiranno l’orribile quartiere dell’Esquilino destinato alla futura borghesia ministeriale, così come gli sventramenti di via Nazionale e di via Cavour, la Roma che si ritrova Mussolini negli anni Venti ricalca i problemi della città del 1870. L’afflato positivista viene però sostituito da quello futurista e imperiale, inteso qui come volontà di “pulizia” del centro storico da tutto ciò che ne oscurava la “grandiosità”; e non staremo a ripetere la volontà politica di elevare “l’Urbe” a città simbolo dell’Impero, i richiami alla Roma imperiale, e baggianate simili.

[L’immagine, che è unica nonostante la striscia bianca al centro, fotografa il quartiere dell’Ara Coeli prima dello sventramento: al posto del quartiere “risanato”, oggi c’è il nulla circondato da pini marittimi] 

Nel giro di vent’anni una città che si era sottratta per due millenni ad avere un “centro” definito (se non San Pietro, che però era, a quel tempo, “periferia” geografica), viene ridefinita in base alle esigenze mussoliniane di adattarla ai tempi e alle occorrenze necessarie. Da una parte si dà avvio alla demolizione di interi quartieri posti a ridosso dei simboli dell’antichità (gli sventramenti dell’Alessandrino, dell’Ara Coeli, del Teatro Marcello, del Rinascimento, della Spina di Borgo, del mausoleo di Augusto, eccetera), che verranno sostituiti da vie ad alto scorrimento e ad alta capacità completamente fuori scala per l’assetto urbanistico romano;

[Il quartiere Alessandrino tra Piazza Venezia e il Colosseo, uno dei più popolosi e antichi della Roma pre-fascista: oggi campeggia un autostrada cittadina a quattro corsie, via dei Fori imperiali] 

[L’Alessandrino dopo gli sventramenti]

dall’altra si procederà alla costruzione ex novo di importanti opere d’urbanizzazione (la città universitaria, l’Eur); contestualmente, si darà avvio alla costruzione delle prime periferie, le borgate storiche dove prenderanno alloggio gli abitanti dei quartieri abbattuti dal piccone risanatore. In questo passaggio si individua la genesi dei problemi urbanistici romani. Per comprenderlo, leggiamo cosa dice in proposito Italo Insolera, autore del più importante libro di analisi urbanistica sulla città di Roma, Roma moderna:

“[Piazza Venezia] era stata fino allora null’altro che la fine del Corso, modesto spiazzo dove si concentrava il movimento delle poche case tra Campitelli e la Suburra. Con le trasformazioni della Roma umbertina la piazza diventa il crocicchio in cui confluisce il traffico di tutta la Roma nuova, attraverso via Nazionale, di tutta la Roma rinascimentale, attraverso corso Vittorio Emanuele II, e di tutta la Roma barocca attraverso il Corso. Intanto i lavori per il monumento a Vittorio Emanuele II allargavano smisuratamente la piazza. Gli sventramenti fascisti vi fanno confluire altre due grandi arterie: via dell’Impero e via del Mare, che raccolgono tutto il traffico proveniente dai quartieri sud e sud-est della più recente periferia. Piazza Venezia è come un vaso raccoglitore che riceve delle quattro arterie aperte in mezzo secolo di sventramenti e versa tutto nell’antico strettissimo Corso, cui è affidata intanto sempre più la funzione di “centro” della città. Lo sbaglio colossale che si è commesso è evidente: si è creato da una parte un nodo irresolubile perché il traffico di quattro strade non potrà mai confluire in una sola, per giunta molto più stretta, e si è favorito dall’altra l’afflusso da tutti i nuovi quartieri del quadrante sud-est verso l’antico centro, soffocandolo sempre di più, esaltando, invece di correggere, la sua dimensionale incompatibilità con una città di quasi tre milioni di abitanti. La storia urbanistica di Roma era stata per secoli quella di una città priva di un centro unico, definito, localizzato, come abbiamo accennato nei primi capitoli. Nel XX secolo mentre lo sviluppo urbano di tutte le grandi città tende proprio alla decentralizzazione, a Roma sono state aperte queste grandi arterie, puntate direttamente sul vecchio nucleo storico. Si è fatto ancora una volta il contrario di quello che si doveva fare”.

[Il risultato dell’urbanistica fascista: il centro di Roma (qui via del Teatro Marcello – via Petroselli) diviene lo snodo regionale tra i monti dell’Appennino collegati dalla via Tiburtina e il mare di Ostia, determinandone l’intasamento quotidiano]

Questa impostazione urbanistica è la stessa, incredibilmente, che vige ancora oggi. La chiusura di piazza del Popolo e di via del Corso al traffico privato, la creazione di una vasta zona Ztl nel quartiere rinascimentale e barocco, nonché la parziale chiusura di via dei Fori, hanno paradossalmente peggiorato la situazione invece di alleviarla, perché in assenza di un cambio di organizzazione urbana ed economica della città la direzione dei flussi è la medesima di un secolo prima, moltiplicata dall’espansione abitativa metropolitana: tutta la città, ma dovremmo intendere con tale termine anche gran parte della provincia e parte della regione, ogni mattina si dirigono verso il centro direzionale della città, un centro che però, nonostante gli sventramenti, era inadatto già all’epoca a reggere il ruolo affibbiatogli. Questa schematizzazione è però una parte della vicenda. L’altra è legata alla costruzione delle prime periferie urbane, le dodici borgate ufficiali create dal fascismo tra il 1924 e il 1937. Questa vicenda si salda alla prima che abbiamo poc’anzi accennato, determinando l’attuale frantumazione metropolitana.

Le motivazioni sociali, igieniche, strutturali, di risanamento del centro cittadino vedevano concordi tutti gli esperti chiamati a riorganizzare la città pubblica. Mussolini però, invece che procedere al risanamento dei quartieri degradati, cioè portare quei servizi minimi essenziali da sempre negati alla popolazione dentro le mura, procede con l’abbattimento dei quartieri popolari, trasferendo coattivamente la popolazione nelle propaggini dell’Agro romano a distanza di sicurezza dalla “città imperiale”. E’ una selezione di classe quella che avviene nel ventennio, liberando il centro non tanto dei fatiscenti palazzi romani occupati da una popolazione misera perché senza lavoro, ma rimuovendo la città rappresentativa (la città “vetrina” diremmo oggi) da una plebe senza più alcun ruolo nella città. Oltretutto, invece di decentralizzare i centri direzionali, viene ingolfato il relativamente piccolo centro storico da tutti gli organismi di gestione e rappresentanza non solo cittadina, ma nazionale. A parte le considerazioni urbanistiche, archeologiche e architettoniche dello scempio devastatore senza regole, orizzonti e fuori dai piani regolatori, questioni che pure rivestono una certa importanza (pensiamo allo sbancamento della Velia, la collina a cavallo tra l’Esquilino e il colle Oppio, che racchiudeva paesaggisticamente il Colosseo), le modalità e le nuove sistemazioni della plebe romana determineranno l’origine della frattura tra centro cittadino e la sua periferia. Ancora Insolera illumina letteralmente su tale processo storico di esclusione razionale del popolo dalla sua città:

“Le condizioni di vita e di lavoro, lo stato economico e sociale di quella gente trovavano nelle nuove borgate possibilità di sviluppo e di miglioramento? La risposta non può che essere negativa. La maggior parte dei deportati nelle borgate vivevano precedentemente esercitando vari lavori a servizio della città dentro cui abitavano: trasportati fuori dalla città venne loro a mancare la clientela e con essa la fonte del lavoro. Né potevano sostituirla nella borgata, dove tutti gli abitanti erano ugualmente indigenti, e i loro bisogni ridotti necessariamente al minimo. Le borgate potevano vivere solo in forza di fonti di lavoro a loro esterne; in una città industriale avrebbero potuto servire le industrie, ma in una città borghese era solo la città stessa con le sue complesse relazioni e necessità che poteva offrire lavoro e guadagni. Rotto perciò il rapporto con la città, il rapporto con i ceti datori di lavoro e consumatori dei beni prodotti, le borgate non potevano diventare che acquartieramenti di povera gente appartenente tutta allo stesso ceto. La vita nelle borgate fu più dura dei vecchi quartieri [alla faccia del “risanamento” ndr.]: chi aveva potuto conservare un lavoro in città come tranviere o netturbino, come usciere o come lavandaia, doveva adesso percorre una decina di chilometri per arrivare al lavoro. Mentre le possibilità di guadagno diminuivano, il costo di ogni lavoro aumentava dell’indispensabile mezzo di trasporto: l’autobus dell’Atac con corse a orario, dall’alba alle prime ore della sera. Le disagevoli comunicazioni rendevano impossibile vivere di lavori saltuari, occasionali, come è sempre parzialmente possibile in una metropoli, vivere anche di espedienti e di beneficienza. I sottoccupati diventarono rapidamente nuovi disoccupati. Le condizioni sociali in cui nacquero le borgate furono quindi pessime: e peggiorarono le condizioni economiche dei cittadini che le andarono ad abitare. In tale situazione le condizioni delle case divennero subito catastrofiche: nessun inquilino aveva la capacità economica di migliorare quanto l’Istituto case popolari aveva fatto. Ogni manutenzione era perciò frutto della beneficienza dell’istituto stesso e ne sarebbe occorsa tanta perché le case costruite malissimo e con pessimi materiali invecchiavano rapidamente”.

[Acilia, la prima borgata ufficiale del fascismo]

Queste considerazioni, fatte da Insolera nel 1962, sono perfettamente replicabili più di cinquant’anni dopo. Mussolini non aveva alcuna intenzione di “risanare” quanto di espellere la povertà dalla città simbolo del nuovo “impero”. Le sistemazioni periferiche scontavano le tipiche dinamiche da ghetto sociale, gravato dalla condizione di generale povertà, distante dalla città da cui però dipende in tutto e per tutto: dal (poco) lavoro, all’assistenza di enti e istituti preposti alla soluzione delle necessità basilari della popolazione. Per di più, le nuove borgate poste a una decine di chilometri dalla città storica, grazie alle opere d’intervento pubblico volte a garantire i servizi essenziali, aumentarono a dismisura le rendite di tutte le aree (private) poste tra la città e le borgate stesse, a quel punto servite automaticamente degli stessi servizi e andando ad incidere sul fenomeno speculativo esploso negli anni Cinquanta. Questa dinamica è anche all’origine del dissesto finanziario strutturale del Comune di Roma, messo all’ordine del giorno dagli attuali vincoli di bilancio che impediscono, di fatto, una vera spesa sociale in deficit. Le borgate, e in seguito tutte le altre periferie sorte oltre le prime cinture, dovevano essere collegate e inserite nella città moderna. I costi di questa perenne operazione di tamponamento sociale gravavano tutti sulle finanze pubbliche, ma queste non ricevevano però i dividendi dell’espansionismo urbanistico, tutti inequivocabilmente nella mani private dei possidenti terrieri dell’agro romano nel frattempo trasformato in area edificabile fuori dai piani regolatori.

Le caratteristiche urbane sono rimaste le stesse: la sterminata periferia ha continuato a dipendere dal centro per ciò che riguarda non solo il lavoro, ma anche di tutti gli altri elementi che completano la dimensione sociale delle persone: dallo svago alla cultura, dallo sport allo studio, alla semplice fruizione di una “bellezza” paesaggistica e artistica impedita nella periferia stessa, contenitore senza alcun contenuto autonomo. A differenza del centro, le periferie romane, cioè la forma stessa della metropoli cresciuta nel secondo dopoguerra, non producono alcun reddito pubblico per la città. Nate come contenitrici di miseria, queste hanno continuato ad assolvere al medesimo compito datele dal fascismo, rompendo l’unità cittadina a provocando i dissesti urbanistici che nel tempo si sono riverberati anche nello stesso centro storico.

Mettere mano a tutto questo è, come evidente, impossibile senza una visione di lungo periodo e un supporto politico ed economico dei governi centrali, gli stessi peraltro che hanno determinato questa situazione. Occorre, come detto, un cambio di mentalità e di gestione cittadina, che sottragga ai costruttori privati il potere di decidere le scelte urbanistiche della Capitale. Una scelta, ovviamente, politica e non tecnica né meramente urbanistica. Sarà una delle scelte che impediranno di fatto il “successo” dell’eventuale governo cittadino Cinque stelle, nonostante l’assessore Paolo Berdini. Di certo, la trasformazione sociale e urbanistica non può che andare verso due direzioni sostanziali: liberare il centro storico dal ruolo di centro direzionale cittadino e nazionale; e mettere al centro le periferie come luogo da cui far ripartire la rinascita della città, emancipandole dall’odierna dipendenza esistenziale dallo stesso centro.