La Working Poor Generation vota NO!

La Working Poor Generation vota NO!

 

Il 4 dicembre si vota al Referendum Costituzionale. Un appuntamento storico. Perché mai l’ordinamento sociale scaturito dalla Resistenza fu messo così fortemente in discussione. Perché la Terza Repubblica in cui entreremmo se la revisione costituzionale passasse sarebbe la ratifica definitiva della transazione da una pur limitata democrazia rappresentativa a una completa democrazia per investitura. Una contraddizione in termini fondata sull’esautoramento dei pochi poteri rimasti in mano alla collettività. Chi non arriva alla fine del mese è il primo interessato a fermare la deriva autoritaria voluta dal governo per conto delle multinazionali e della finanza rappresentate a Bruxelles. Se loro perderanno il referendum, non saranno riusciti a consolidare costituzionalmente il potere acquisito nella economia e nella società, e la lotta per i diritti e la giustizia potrà riprendere. 

Andiamo con ordine. Ci hanno detto che la controriforma costituzionale indica la strada per il cambiamento, e che non mette in discussione principi fondamentali conquistati col sangue, come l’equità sociale e la partecipazione individuale e collettiva. Ma non è difficile dimostrare che è vero esattamente il contrario. Nei primi decenni della Repubblica il movimento dei lavoratori si è battuto in una lotta a tutto campo per concretizzare alcuni di quei diritti indicati anche nella Prima Parte della Costituzione. Poi però, uscito vittorioso da questo scontro, il mondo dell’impresa e della finanza ne ha approfittato ed è tornato a fare la voce grossa. Negli ultimi 25 anni, attraverso mille dispositivi legislativi promossi da governi amici di tutti i colori, sono riusciti a smantellare definitivamente quanto era stato precedentemente conquistato. Con il volano offerto dal Trattato di Maastricht si è dato avvio alla costruzione dell’Unione Europea, e con essa gli interessi collettivi sono stati relegati in cantina, mentre il profitto per pochi è diventato il vero fine a cui sono destinati l’apparato statale, le industrie svendute, la scuola privatizzata, l’università umiliata. Tutto funzionale a rendere il lavoro ricattabile, i salari compressi, il dissenso smussato. Funzionale a farci tornare tutti ad essere solo una variabile economica da spremere negli ingranaggi dei processi produttivi. Anche se impera una narrazione imbellettata e patinata messa in bocca a show man come Marchionne e Renzi, ogni tanto la realtà emerge anche nella propaganda ufficiale: lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico ha recentemente chiamato le imprese straniere a investire in Italia per il suo basso costo del lavoro. Al pari del Fertility Day, note stonate nella liturgia quotidiana con cui vorrebbero venderci un futuro che puzza di Ottocento. Il Partito cosiddetto Democratico è il degno rappresentante di questo progetto, è in Italia la sintesi massima e compiuta degli interessi dei pochi che hanno fin qui riscritto le regole del gioco contro la maggioranza della popolazione. A noi basterebbe questo per diffidare come la peste di qualsiasi proposta significativa venisse partorita dai suoi ranghi, tanto più se si tratta di una definitiva modifica dell’ordinamento costituzionale. Ma siccome è bene essere precisi e andare al nocciolo delle questioni, cosa possiamo rispondere alle deboli argomentazioni dei sostenitori della controriforma. Innanzitutto possiamo dire che è la sua stessa idea ispiratrice a non reggere alla prova della democrazia reale. È la loro idea di modernità a fare a cazzotti con il buon senso. Crediamo infatti che stare al passo coi tempi non significhi assecondare ulteriormente una competizione globale che sta stritolando le economie di mezzo mondo, già immerse nella crisi fino al collo. Non significa competere con gli altri poli internazionali giocando al ribasso sui livelli salariali e sulla sicurezza di chi lavora. Non significa spartirsi i mercati e le risorse del pianeta bombardando le popolazioni del Sud del Mondo e del vicino Oriente, bombe di cui oggi stiamo iniziando a sentire l’eco anche nelle strade delle metropoli europee. Non significa denigrare noi precari invitandoci a rimboccare le maniche per un lavoro che non si trova, a prendere come esempio l’imprenditorialità degli “start-uppari” (che poi guarda caso falliscono tutti), a sentirci in colpa per non essere nati ricchi e bravi come i rampolli della classe dirigente dei paesi del Nord Europa da cui parte l’attuale catena di comando. Negli ultimi anni il PD ha dato il suo contributo fondamentale per portare l’assalto al cuore delle tutele sociali e di ogni simulacro di democrazia formale. Lo ha fatto rendendo legale il licenziamento senza giusta causa, precarizzandoci e rendendo le nostre ore di lavoro acquistabili con voucher dal tabaccaio, come fossimo usa e getta. Lo ha fatto con la Garanzia Giovani, con cui sono stati regalati milioni di euro ad agenzie interinali e imprese per un programma col quale hanno trovato lavoro solo il 2% dei partecipanti: la stessa logica contenuta nel Jobs Act con la  defiscalizzazione di contratti spazzatura. Il PD prometteva investimenti per la formazione e la ricerca, ma abbiamo visto solo una controriforma per la Cattiva Scuola e qualche documento programmatico sull’Università in cui spingono l’acceleratore sul premio alla presunta eccellenza (sui metodi di selezione e valutazione sorvoliamo), sulla negazione del diritto allo studio, sul taglio dei finanziamenti degli atenei che non riescono a sopravvivere al naufragio al pari di quei pochi che forgiano cervelli semilavorati da spedire all’estero. È per soddisfare questa idea di modernità, e per chiudere il cerchio delle controriforme, che col combinato disposto dalla nuova Legge elettorale e dalla revisione della Costituzione essi invocano:

– un Parlamento in cui la nostra voce sia definitivamente ininfluente e che non sia più camera di compensazione dei conflitti aperti nella società reale

– un Governo autoritario, che di quei conflitti se ne infischi e porti avanti la linea di chi già è più forte

autonomie locali private di risorse finanziarie, con gli effetti che negli ultimi anni abbiamo potuto osservare sulla qualità dei servizi delle metropoli in maggiore difficoltà

– cosiddetti Organi di Garanzia eletti da una falsa maggioranza

– una rappresentanza istituzionale svuotata di ogni legittimità, in cui invece non si vedrà alcuna  semplificazione nelle procedure e si continuerà a legiferare per decreto come oggi

– un nuovo Senato di nominati, il cui costo sarà ridotto di poco e nulla, e preposti al compito di recepire e attuare celermente le direttive comunitarie emanate dalla Commissione Europea. Un organo a sua volta potentissimo, ma composto anch’esso da tecnocrati non eletti da nessuno.

E poi fanno finta di chiedersi come mai l’astensionismo elettorale aumenti vertiginosamente! Quello di cui avremmo bisogno sarebbe la possibilità di mettere in discussione la Costituzione vedendola come una tappa di un percorso di democrazia reale da estendere molto di più: allargando le maglie della partecipazione, andando oltre i partiti attuali che rappresentano solo una ristretta minoranza, costruendo strumenti di confronto e forme di potere decisionale diffuso nei territori e nei luoghi di studio e di lavoro. Invece una cricca eletta con una Legge elettorale incostituzionale (quella attualmente in vigore) ha fatto a brandelli la Carta, in piena continuità con quanto la politica dei palazzi ci ha offerto finora, per riportarci definitivamente indietro nel tempo. Noi invece vogliamo andare avanti! Insomma, ispirato dalla lettera dell’agosto 2011 firmata da Draghi e Trichet, da Bankitalia e Banca Centrale Europea, e dal documento del maggio 2013 stilato dalla banca d’affari JP Morgan, Renzi vuole portare l’attacco finale. Anche Washington ha dato il suo appoggio: hanno bisogno di un alleato legittimato a ripetere rapidamente imprese militari illegali come l’operazione con cui l’esercito italiano è sceso in Libia questa estate. Apparentemente il governo sta mettendo mano solo alla parte formale della Carta del ’48. Ma si tratta del passaggio definitivo per ratificare lo svuotamento sostanziale già apportato alla costituzione materiale del paese, chiedendoci di dare il nostro ultimo avvallo: non glielo daremo! Costruiamo un’Europa diversa, rompiamo la gabbia dell’Unione Europea! Rispondiamo all’appello inascoltato dell’Oxi espresso dal popolo greco nel luglio 2015. Estendiamo l’effetto della Brexit direzionandolo con la forza delle lotte sociali, della solidarietà e dell’internazionalismo. Facciamo di questi principi il tratto distintivo della “working poor generation”, la nostra generazione di giovani europei, lavoratori precari dei servizi, dal settore della Ricerca a quello della Logistica.

Costruiamo anche nelle università il Coordinamento per il No Sociale, diamo luogo a momenti di discussione e approfondimento, diamo vita a un autunno di lotte sociali sostenute da un progetto politico di parte e indipendente.

Costruiamo lo Sciopero Generale del 21 ottobre, blocchiamo il paese contro chi vuole bloccare il nostro futuro.

Animiamo il No Renzi Day del 22 Ottobre con una grande manifestazione nazionale a Roma.

 

Collettivo Universitario Metropolitano Antifascista – Roma

Collettivo Noi Restiamo – Bologna, Torino, Roma

Collettivo Studenti Federico II – Napoli

Collettivo Clash – Genova

Con Abd Elsalam nel cuore, con lo sguardo rivolto a chi muore di sciopero e di lavoro.