LA PALESTINA MUORE

LA PALESTINA MUORE

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Sabato 27 dicembre, con futili motivi usati come scusa (lanci di missili palestinesi che hanno provocato vittime, peraltro, soprattutto tra la propria popolazione), Israele ha iniziato l’ennesima mattanza contro la Palestina, attaccando mediante raid aerei la Striscia di Gaza. I morti si contano subito a decine, molti sono civili. Non che l’attacco sarebbe stato meno grave o più giustificato, se avesse avuto la sorte di colpire solamente il quartier generale e le postazioni di Hamas, come detto in un primo momento dalle autorità israeliane. Evidentemente, è ormai opinione comune che Hamas non sia un attore istituzionale che governa legittimamente un territorio, ma una sorta di punch-ball da attaccare a piacimento con modalità belliche (e tecnologia statunitense), senza che la comunità internazionale sprechi neanche un comunicato di condanna. Ma non è di questo che vorremmo parlare, né del fatto che l’attacco post-natalizio alla Striscia di Gaza si situa all’interno di una strategia della tensione, con un milione e mezzo di abitanti della Striscia assediati da due anni di infame embargo. Né vogliamo adesso ricordare come anche dentro la sinistra borghese (la stessa che, in occasione di eventi così cruenti, lancia qualche tenue gridolino di protesta) in molti guardassero con fastidio i recenti consensi di Hamas tra la popolazione palestinese, non chiedendosi perché migliaia di persone martoriate abbiano scelto la strada del fondamentalismo islamico, ma limitandosi a indicare le differenze con “la vera sinistra” [e dov’è quest’ultima, in Italia?!?].

Quello che ci preme sottolineare è che, come sempre in questi casi, l’altra faccia dell’offensiva militare è la mistificazione mediatica – contemporanea alla prima e diffusa pressoché in tutti gli organi di stampa. Dunque, Israele provoca quasi duecento morti in una sola giornata di combattimenti e i media come si comportano? Chi voleva informarsi di cosa stesse accadendo a Gaza cosa doveva fare? Beh, diciamo subito che era quasi impossibile. Ma come? E la globalizzazione? Il mondo in Rete, la comunicazione globale? Tutte cazzate, evidentemente, quando c’è una volontà politica che giustifica il sionismo e la barbarie di Stato israeliana. Dunque, il raid inizia la mattina, diamo qualche ora di tempo alla televisione e la accendiamo nel primo pomeriggio, limitandoci ai canali della televisione pubblica: su Rai Tre un programma magnificava i borghi italiani, su Rai Due insegnavano a cucinare i tortelli con le zucche, su Rai Uno la trasmissione “A sua immagine” ci ricordava che questo, proprio questo, era stato il Natale di cristo. Appunto.

Il massacro della popolazione palestinese non giustificava, evidentemente, una finestra in diretta da Gaza, da Gerusalemme. Una guerra incominciata da Israele e Usa fa meno notizia, evidentemente, delle elezioni di Obama. Quando la notizia viene data, del resto, finiamo per rimpiangere la censura: il Tg3 – come possiamo leggere su Indymedia – parla di “morti solo tra i miliziani di Hamas”, salvo correggersi con imbarazzo quando le stesse immagini mostravano i cadaveri di donne e bambini. Ci stupiamo? Non dovremmo, perché è la stessa Rai che – nel parlare della Natività a Betlemme – aveva descritto “folle di palestinesi” che partecipavano alla messa di mezzanotte. E come avrebbero fatto a muoversi da Gerusalemme a Betlemme, se c’è il Muro della Vergogna? Vi rimandiamo al sito di Radio Città Aperta, se non ci credete.

Vabbeh, direte, c’è sempre internet! Infatti, peccato che – tranne un paio di post su Indymedia – fosse necessario leggere le pagine dei giornali “main stream”, con le inevitabili veline di regime. E i quotidiani “di area”? Il tanto reclamato nuovo sito del manifesto presentava un interessantissimo articolo su Facebook…

Nel frattempo, Israele continuava indisturbato a cancellare la Palestina dalla cartina geografica.