La fuga degli “elmetti bianchi” dalla Siria liberata dallo jihadismo

La fuga degli “elmetti bianchi” dalla Siria liberata dallo jihadismo

 

La storia degli White Helmets, l’Ong britannica fondata da James Le Mesurier, ex ufficiale dell’esercito inglese, consulente del ministero degli Esteri del Regno, e conosciuta anche con il nome (ufficiale) di “Difesa civile siriana”, dovrebbe essere la “solita storia”: solita perché il protagonista di questa vicenda, il militare inglese, già organizzò truppe di volontari nei vari teatri di guerra occidentali, dal Kosovo all’Iraq; solita perché lo sporco lavoro delle Ong da decenni costruisce la copertura ideologico-mediatica che favorisce l’indignazione nazional-popolare prima, l’intervento umanitario dopo, e infine la ricostruzione del paese bombardato e finalmente “liberato” dal dittatore di turno. Eppure, visto il loop imperiale che ogni volta impedisce alla sinistra di prendere atto dei propri errori passati, si trasforma in simbolo, che a sua volta svela un sintomo. Ne parliamo oggi perché apprendiamo, da un articolo de Il Fatto Quotidiano (il quotidiano anti Assad per eccellenza, viste anche le simpatie sioniste dei suoi principali collaboratori), che i famigerati elmetti bianchi sono di fatto scomparsi da Aleppo a seguito della sua liberazione dalle milizie jihadiste.

Proprio nel momento in cui più necessaria appare la presenza di aiuti umanitari, in una città in fase di ricostruzione, la “Difesa civile siriana” fa perdere le sue tracce (in attesa del bombardamento di Raqqa?). Il motivo lo dice direttamente il Fatto, ma la natura dell’Ong britannica era già nota: si tratta del supporto umanitario del fronte Al Nusra, i jihadisti di Al Qaeda in Siria: scomparsi questi, dileguata l’Ong. Eppure questi jihadisti, in teoria (molto in teoria sembrerebbe) nemici giurati dell’Occidente democratico, in questi quattro anni hanno ricevuto 23 milioni di dollari da parte del governo Usa, senza contare i finanziamenti di Gran Bretagna, Giappone e Germania (per un totale di 60 milioni di dollari, il più importante finanziamento di una Ong in Siria). Un film – anzi, una serie tv in onda da vent’anni – già visto e rivisto. Eppure in questo caso particolarmente rivelatore, perché proprio gli White Helmets sono stati il braccio ideologico della propaganda anti siriana nel mondo. Il documentario su di loro, dall’originale titolo “White Helmets”, ha vinto l’ultima edizione dei premi Oscar. George Clooney, commosso dall’afflato umanitario sprigionato dagli agenti britannici mascherati da soccorritori, sembrerebbe intenzionato a girarci un film sopra. Qualcuno li ha anche proposti per il premio Nobel. Anzi, ne hanno vinto anche uno alternativo, ma gestito sempre dalla casa reale svedese. Tutto questo ambaradan mediatico istruisce una visione del mondo: gli “umanitari” non lavoravano contro l’occupazione siriana da parte dei proxy agents jihadisti, ma contro il governo siriano di Assad che, in combutta coi russi e gli iraniani, cercava di ri-occupare una città liberata dalla precedente dominazione assadiana. Il capovolgimento totale della vicenda siriana, d’altronde così presentata per un anno su tutti i media, che raccontavano una crisi umanitaria determinata da Assad e Putin, e non dal jihadismo internazionale che ha conquistato con la guerra un pezzo di Siria e di Iraq. Il problema è che tutta l’informazione proveniente dalla Siria che riesce a raggiungere l’informazione mainstream, e quindi a formare l’opinione pubblica, proviene da agenzie di questo tipo (imperdibile questo video, col corollario di emozioni forti, bimbi insanguinati, macerie umane. Ma tutto finto), contribuendo al loop di cui sopra: l’indignazione a senso unico e a corrente alternata fomenta il partito di Repubblica, tracima così nella sinistra imperiale, a quel punto costretta al fronte popolare-umanitario in difesa delle povere popolazioni vittime del dittatore di turno, legittimando così guerre neo-coloniali senza eccessive opposizioni popolari, né perdite di consenso elettorali. L’escamotage perfetto. Cui si può cadere la prima volta (Iraq 1990), magari anche una seconda (Jugoslavia 1991), ma non una terza (Kosovo 1999), una quarta (Afghanistan 2002), una quinta (Iraq 2003), una sesta (Libia 2011), una settima (Siria 2011), un’ottava (Mali 2012), una nona (Ucraina 2013), una decima (Yemen 2015)…