Di Battista e la questione terrorista

Di Battista e la questione terrorista

 

Anche l’orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno, diceva Hermann Hesse. In questo caso, anche un deputato del M5S riesce a mettere in fila una serie di concetti elementari e sacrosanti, trattati come spregevoli solo da un sistema politico-mediatico completamente prono allo schema ideologico dominante. Nel suo lungo post, apparso qualche giorno fa sul blog di Beppe Grillo e che ha suscitato lo sdegno unanime del sistema ideologico ufficiale, Di Battista, effettivamente con un certo coraggio visto il panorama culturale italiano, ha provato a dare una spiegazione storico-politica del fenomeno da lui definito “terrorismo”. Un tentativo ovvio, in un certo senso, ma che oggi assume il valore di provocazione, o di insulto. Il lungo post del deputato 5 stelle non era né una giustificazione del terrorismo, né un’approvazione di quel metodo di lotta, né una sua esaltazione. Più semplicemente – e più dignitosamente – un tentativo di capire le cause originarie di un certo modello di lotta politica, oggi più che mai attuale in determinati contesti. Secondo Di Battista, il “terrorismo” di cui si servono specifiche parti politiche non è il frutto della devianza antropologica di certe popolazioni o certi territori; né tantomeno la conseguenza di certi presupposti culturali, quali una particolare religione o cose simili. Il terrorismo è una forma di resistenza, ci dice Di Battista, che sta a valle di una serie di eventi storico-politici che lo hanno determinato. Nessuno nasce terrorista, men che meno lo diventa per gioco o per noia. Si sceglie la strada della resistenza armata quando determinati fatti incidono sulla vita collettiva di una popolazione, o parte di essa. In particolare, riferendosi al contesto mediorientale, Di Battista spiegava che le violenze di oggi sono il frutto avvelenato di più di un secolo di colonialismo e spartizione dei territori arabi dalla fine dell’Ottocento ad oggi. Che hanno modellato i confini statali in base ad accordi fra le nazioni imperialiste, che hanno esportato guerre per procura, che ne hanno strappato ogni risorsa economicamente rilevante, prima fra tutte quella del petrolio.

Insomma, arrivando al dunque, quello che oggi viene individuato come il nuovo male assoluto dell’occidente, l’ISIS, non è altro che il frutto di un secolo di politiche occidentali. E, senza andare troppo in là nel tempo, il frutto diretto delle politiche statunitensi in Medioriente di questo decennio di guerre, dirette e indirette. E l’ISIS si combatte, dice Di Battista, capendo le ragioni che lo hanno generato, cioè intervenendo sulle cause, non sugli effetti.

Bene, non potremmo che essere più d’accordo. Non ci stupisce, ovviamente, lo stupore dei vari neoliberali presenti in Parlamento. Semmai ci sorprende la paura, da parte di una certa sinistra, di fare proprio un ragionamento del genere. Se c’è un problema, nell’analisi di Di Battista, è quello di identificare qualsiasi resistenza armata delle popolazioni subalterne con la definizione generica e inutile di “terrorismo”.  La lotta armata della resistenza palestinese è tutto fuorché “terrorismo”, così come non costituiscono terrorismo tutte quelle forme di resistenza, o di attacco, verso i centri del potere colonialista e imperialista. Sono invece assimilabili alla definizione che il capitalismo dà di terrorismo proprio le forme di guerra messe in atto dall’ISIS, vera e propria internazionale nera del terrore che niente ha a che vedere con la lotta armata presente in decine di paesi nel mondo, dalla Colombia all’India, dalla Palestina al Libano. E se giustamente Di Battista si impegna a scovare l’origine politica e storica di tale formazione, proponendo un metodo d’analisi anni luce più avanti delle ovvietà mainstream, il suo linguaggio centrato sulla definizione di terrorismo rimane ancorato al modello culturale liberale, che racchiude sotto la definizione di terrore qualsiasi forma di lotta differente dal metodo parlamentare. Sarebbe stato proprio questo uno dei possibili dibattiti tra una sinistra degna di questo nome e l’egregio tentativo di Di Battista. Il silenzio di questi giorni costituisce l’ennesima occasione persa per occupare un discorso pubblico altrimenti lasciato in mano ai liberali d’ogni risma.