Democrazia, non basta una scheda

Democrazia, non basta una scheda

 

Il titolo che leggete non è farina del nostro sacco ma di quello di Luigi Ippolito, che dalle colonne del Corriere della Sera di lunedì 12 maggio commentava le recenti elezioni delle regioni ucraine del Donbass. Proprio così, quando le cose non vanno come previsto, quando le urne esprimono un risultato non in linea con le aspettative dei mercati, improvvisamente i liberali rimettono al centro la sostanza dei processi politici. Quella sulle elezioni è la retorica maggiormente abusata dal circuito politico-mediatico. I sistemi politici vengono classificati e definiti democratici o meno proprio in base alla natura del loro sistema elettorale. Quando però sistemi politici avversi all’ideologia mainstream si legittimano proprio con gli strumenti della democrazia liberale, ecco che improvvisamente non conta più la formalità elettorale, ma la sostanza di quei sistemi. Per anni Cuba e Fidel Castro sono stati attaccati violentemente sfruttando proprio la retorica sulle elezioni; quando queste però sono state vinte per quindici anni di fila da Hugo Chavez, immediatamente non sono più state considerate un requisito necessario a descrivere la democraticità di un sistema politico. Quando Hamas vinse le elezioni nel 2006 nella striscia di Gaza, anche quella volta il mondo politico-mediatico si difese spiegando che ci vuole ben altro che le elezioni per determinate il livello di democraticità di un governo. Salvo poi attaccare Gheddafi o Assad colpevoli di essere al potere senza una legittimazione elettorale. Oggi è il giorno dell’Ucraina. Un colpo di Stato finanziato economicamente e sponsorizzato politicamente da Stati Uniti e UE viene descritto come ritorno alla democrazia, mentre un governo eletto in normali elezioni viene descritto come illegittimo o autoritario; una conferma elettorale in Crimea viene banalizzata o rifiutata, e oggi l’ulteriore conferma elettorale dell’Ucraina russofona viene attaccata perché “non basta una scheda” a sostanziare democraticamente un processo politico. Ben detto, ci vuole ben altro, e noi lo sappiamo fin troppo bene. Non è la maggioranza di un’opinione pubblica controllata dai media di regime la cartina tornasole di un processo democratico. Non è questa o quella cifra elettorale che determina la legittimità di un governo di governare, o la giustezza nell’opporsi ad esso. Non è, cioè, la logica della conta elettorale a sostanziare un processo politico. Può essere uno dei tanti indicatori, ma non l’unico e neanche, sia detto chiaramente, il più importante. Però, quante volte ci siamo sentiti rispondere della sacralità delle formalità liberali, della necessità dei processi elettorali per scegliere la classe politica più adeguata a governare, dell’obbedienza a cui bisogna sottostare del risultato elettorale? Per questo, le critiche che vengono in questi giorni mosse al processo elettorale ucraino sono esclusivamente pretestuose, e mirano a convincere l’opinione pubblica europea sulla legittimità, per Stati Uniti e UE, di sostituire il controllo russo con quello NATO. Uno scontro di interessi politici ed economici avversi agli interessi popolari ucraini, che non può nascondere però la sostanza del processo in corso, e cioè il tentativo euro-americano di allargare la propria sfera d’influenza ai danni proprio della Russia. Facendolo, sia detto tra parentesi, tramite la manovalanza di forze neonaziste desiderose da tempo di fare i conti con il controllo russo e gli esigui spazi di democrazia di quel paese. Per questo, per la tendenza alla guerra che caratterizza il processo di accentramento politico dell’Unione Europea, ieri siamo scesi in piazza insieme ad un fronte tanto ampio di strutture quanto ancora ridotto nei numeri. Per dare un piccolo segnale di controtendenza, e per evitare che l’ennesima aggressione “umanitaria” possa andare avanti senza alcuna opposizione. Non può bastare la mera testimonianza a cambiare, anche solo di una virgola, tale rassegnazione delle forze di sinistra alle continue aggressioni internazionali. Certo però rimanere in silenzio sarebbe stato un atteggiamento ancora più deleterio.