Dalle periferie alla politica

Dalle periferie alla politica

 

Nasciamo come collettivo politico sulla spinta di una critica alla stagione dei centri sociali, più di dieci anni fa già in fase di riflusso ma ancora attori protagonisti delle vicende di “movimento” (meglio ancora, dei movimenti, perché un movimento, inteso come coordinamento politico unitario, non esiste più da decenni). Una critica politica radicale, che non negava l’apporto positivo di una forma politica che era riuscita a sopravvivere al cambiamento antropologico della società italiana, ripartendo dal basso e stabilendo lì le proprie (vere o presunte) roccaforti, ma che portava con sé i germi del disimpegno, del riflusso nel sociale, del regresso anti-ideologico incapace di ragionare sul piano generale limitando il proprio orizzonte al quartiere o al famigerato “territorio”. Se la parola d’ordine degli anni Settanta era uscire dal ghetto, dagli anni Novanta il motto si era trasformato nella difesa del proprio ghetto, nella mitizzazione di una riduzione di scala scambiata per novità positiva quando in realtà veniva imposta dal capitale, subita più che scelta. Parabola sfociata poi nella vera e propria cogestione del ghetto: da una parte le amministrazioni locali, dall’altra i centri sociali nel ruolo di tappabuchi cooperativi delle deficienze del sistema politico: invece di organizzare pezzi di società contro le istituzioni, si coprivano le mancanze delle stesse istituzioni attraverso l’autorganizzazione sociale. Una sorta di metadone politico che non poteva che rifluire nel riformismo più smascherato e deleterio, assumendo il ruolo di freno a processi di conflittualità sociale più che suo enzima.

Se, dunque, almeno a Roma, il centro sociale come strumento politico ha fatto il suo tempo, ancora attuali rimangono le questioni che ne hanno determinato la sua nascita e il suo protagonismo. L’insediamento politico di movimento nelle periferie (cioè nella classe, nelle contraddizioni popolari, abbandonando le vetrine della città integrata) è ancora oggi il tema decisivo, perché non rinascerà una politica cittadina antagonista se questa non sarà espressione dei bisogni della periferia, che a Roma più che altrove significa la città oltre l’enorme – ma in proporzione minuscolo – centro storico dove non abita più nessuno se non un ristretto ceto abbiente poco o per nulla “romano”. Il raccordo anulare, un tempo limite estremo della città a cavallo della campagna, oggi racchiude metà della popolazione e dell’estensione cittadina. L’altra metà, quella fuori il raccordo o ai limiti di esso, è oggi esclusa da ogni possibile processo d’integrazione politico, terreno fertile per le scorribande di una destra incapace di lavoro sociale ma abile nello sfruttare le enormi contraddizioni che squarciano le periferie romane. Bene, queste che possono essere considerate anche ovvietà, stabiliscono una prima evidenza: bisogna ripartire dalle periferie e ricercare lì le nostre basi sociali. Questo non significa, come invece in parte avvenuto in questi anni, che il lavoro consista nel rinchiudersi socialmente nelle zone degradate degradandoci a nostra volta, stabilendo l’estremo paradosso per cui i compagni che lavoravano nelle periferie introiettavano “comportamenti” e “valori” della periferia stessa: chi frequentava spacciatori diventava, se non spacciatore, consumatore abituale di droga; chi frequentava lo stadio smetteva di ragionare politicamente per assumere la forma mentis dell’ultras anche in politica; chi insomma era inserito nelle contraddizioni sociali ne veniva fagocitato. Invece di egemonizzare politicamente fasce di proletariato e sottoproletariato, ne veniva egemonizzato smettendo i panni del militante politico per regredire ad attivista di quartiere politicamente amorfo, incapace di determinare alcunchè ed anzi venendo determinato dal quartiere o dalla borgata.

Nelle periferie il “palazzo”, la politica liberale, l’Unione europea, il neoliberismo, vengono percepiti già da tempo come “campo della nemicità”, come problema e non come soluzione della propria miseria e del proprio degrado. Se fino agli anni Ottanta le retoriche di potere contendevano alle sinistre un certo consenso popolare, dagli anni Novanta in poi il consenso verso il potere costituito è completamente dileguato, lasciando il campo ad un rigetto totale verso qualsiasi forma istituzionale che rappresentasse lo status quo economico, sociale o politico. Un rifiuto espresso certamente in forma alienata e poco cosciente (ribellistica o delinquenziale, reazionaria o qualunquista, complottista o vittimista, eccetera), ma sta proprio qui la ragione della nostra attuale irrilevanza, cioè l’incapacità di venire percepiti come alternativa credibile, come soluzione ai problemi della metropoli nel suo complesso. La sinistra non fornisce più strumenti politici per esprimere il rifiuto dell’esistente che però è presente diffusamente. Crisi di consenso e rappresentanza sono i due nodi che vanno allora sciolti. Da una parte fare i conti con l’assoluta minorità in cui vegetano le opzioni politiche di classe; dall’altra l’incapacità di rappresentare politicamente le istanze sociali della classe. E’ per questo che noi oggi prendiamo parte alla Carovana delle Periferie, un contenitore sociale che ha bloccato la città il 2 ottobre e che ha portato in piazza, sfidando il protocollo sulle manifestazioni, non una sommatoria di vertenze sociali, ma una sintesi sociale di quelle stesse vertenze. Un coordinamento che ha l’ambizione di rappresentare, se non ancora politicamente quantomeno socialmente, le diverse vertenze in cui interviene e che organizza proprio nelle periferie, da Tor Sapienza a San Basilio, da Corcolle e Primavalle. La Carovana delle Periferie sta divenendo lo strumento politico con cui intervenire nelle contraddizioni sociali senza esserne, per l’appunto, fagocitati, ed anzi indicando un processo per cui queste stesse periferie si rappresentino e si organizzino contro l’istituzione comunale.

L’inizio della lunga campagna elettorale, che durerà almeno sei mesi, vedrà una città commissariata e priva di interlocutore politico. Da oggi tutti i vari soggetti politici cittadini metteranno in scena l’inutile teatrino elettoralistico delle promesse mai mantenute. Se in questo momento, allora, in assenza di movimento reale e di organizzazioni politiche conseguenti, non è tempo per pensare a progetti di rappresentanza elettorale di alcun tipo, non per questo la battaglia tra le varie forze politiche può essere ignorata. Perché il campo mediatico, e di conseguenza la percezione dell’opinione pubblica cittadina, verrà occupato da una serie di soggetti impossibilitati a rappresentare i bisogni delle periferie, della classe, di quell’enorme magma sociale oggi irrappresentato e che giustamente anche questa volta non si recherà a votare delegittimando di fatto un sistema marcio e chiuso in se stesso. E’ per questo che la sinistra di classe dovrebbe avere l’urgenza di intervenire in questa campagna elettorale, per smascherare la sostanziale alterità tra chi si candida a gestire la città e i bisogni della sua periferia. Cercando di operare una sintesi delle necessità del mondo del lavoro cittadino, di quel proletariato che per quanto atomizzato e disarticolato è presente in massa ma senza rappresentanza. Un campo di battaglia che dev’essere invaso dalla lotta contro ogni privatizzazione delle aziende municipali, smontando la contrapposizione artificiosa e indotta tra lavoratori e “utenti”, contro gli sfratti per morosità, contro gli sgomberi degli spazi occupati, per l’attivazione di nuove politiche per l’edilizia residenziale pubblica, per la difesa del salario e dei diritti sui posti di lavoro. Una sorta di programma minimo che rimetta al centro gli interessi della popolazione che abita la sterminata periferia romana, anche questa volta spettatrice inerte di dinamiche di potere distanti e antagoniste. Su questo programma minimo andranno sfidati i soggetti politici che si affronteranno alle elezioni, che si contenderanno la scena in campagna elettorale a suon di legalitarismo e liberismo più o meno mascherato. Se il sindaco è caduto dall’alto e da destra, facciamo in modo che questa campagna elettorale non sia l’ennesima questione lasciata alle destre di ogni risma, da quelle reazionarie e quelle liberiste. Giochiamoci la nostra partita.