Cuba e le cazzate del Corriere della Sera

Cuba e le cazzate del Corriere della Sera

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La stampa italiana non parla quasi mai di Cuba, e quando lo fa scrive solo falsità. Questa è una legge non scritta che regola il funzionamento dei media nel nostro Paese e per dimostrarne la veridicità basterebbe leggersi con attenzione i giornali di questi giorni. Il 15 gennaio diversi quotidiani e siti informativi rilanciavano la notizia di un Fidel ormai prossimo alla morte (si vedano ad esempio La Stampa, Il Giornale o Tgcom) salvo poi tacere di fronte al fatto che solo pochi giorni più tardi dell’annuncio funebre un “redivivo” Fidel ha incontrato Cristina Fernàndez, la presidente dell’Argentina in visita a Cuba (leggi qui). E a questa legge non si sottrae proprio nessuno, nemmeno il più autorevole (?) quotidiano nazionale, il Corriere della Sera, che nell’edizione odierna ha pensato bene di dedicare un’intera pagina allo sport preferito dalle redazioni di mezza europa quando si tratta di parlare di Cuba: il lancio del fango. Massimo Nava nell’articolo riesce ad inanellare una serie di cazzate, bugie e semplici errori che viene da chiedersi cosa facesse all’Università quando i professori spiegavano il concetto di “deontologia professionale” o di “verfica dei fatti”. Nell’articolo, il corrispondente da Parigi del quotidiano di Via Solferino parla di Dariel Alarcon Ramirez, l’ex guerrigliero”Benigno”, descrivendolo come un dissidente che vive a Parigi da 1996 “inseguito da una condanna a morte per tradimento del regime” (sic). Ora:

1) Dariel Alarcon Ramirez non è mai stato condannato a morte da un tribunale cubano. Magari prima di scrivere una cosa del genere sarebbe stato bene fare qualche ricerca oppure usare il condizionale, escamotage utilizzato dai giornalisti “liberi” per poter scrivere di tutto senza assumersene la responsabilità;

2) Dariel Alarcon Ramirez non è scappato come esule, ma si è sposato con una donna francese e si è trasferito a vivere in Francia da dove ha iniziato a spalare merda nei confronti della rivoluzione cubana e del suo gruppo dirigente;

3) Tutto questo è accaduto nel 1994, e non nel 1996 (leggi qui, manco le basi del mestiere te ricordi!!), in pieno periodo especial, quando la vita a Cuba s’era fatta durissima a causa dell’implosione del campo socialista (unico partner commerciale dell’isola) e molti cercavano di garantirsi una vita più agiata vendendo quello che il mercato mondiale dell’informazione richiedeva: il dissenso;

4) Il legame con il Che era sì forte, ma non esclusivo come cerca di far credere il giornalista. I suoi due compagni inseparabili, quelli che condivisero con il Che ogni minuto della spedizione in Bolivia furono Carlos Coello (Tuma), caduto in combattimento, e Harry Villegas (Pombo) successivamente diventato generale di Brigata. Anche in questo caso sarebbe bastato leggersi qualche libro.

5) L’accusa più assurda di tutte, però, tanto infame quanto priva di ogni riscontro, è il presunto tradimento di Fidel ai danni del Che. Non esiste nemmeno un frammento di prova a sostegno di questa tesi, mentre esistono migliaia di pagine d’archivio che dimostrano l’esatto contrario.

A questo punto viene da chiedersi, anche ammettendo che il giornalista non fosse tenuto a conoscere la storia di Cuba, come sia stao possibile che non abbia posto all’intervistato alcune semplici domande suggerite dalla logica:

a) Se Fidel voleva liberarsi del Che, perché accettò che della spedizione facessero parte elementi di primissimo piano dell’esercito cubano (3 comandanti, 2 primi capitani, 7 capitani, 2 primi tenenti e 2 tenenti)? E perché fornì campi di addestramento, copertura logistica ed armamenti?

b) Come mai nel Diario del Che in Bolivia non c’è alcuna traccia del presunto dissenso tra il Che e Fidel? Eppure nelle intenzioni del Che quelle pagine erano private e raccoglievano riflessioni personali, non destinate ad essere pubblicate e quindi non soggette neanche ad una sorta di “autocensura”.

c) Come mai la moglie del Che (che gli fu sempre al fianco) e i suoi figli continuarono e continuano a vivere a Cuba nonostante il presunto “tradimento”?

d) Come mai, nonostante fosse sopravvissuto ad un tradimento, Ramirez ha continuanto a militare nel campo della rivoluzione facendo anche carriera nell’esercito? Come mai i rimorsi per la sorte del suo “mito” hanno impiegato ben 27 anni ad emergere?

Insomma domande semplici, quasi banali, per chiunque eserciti onestamente la professione di cronista senza per questo dover essere un giornalista militante. Ma, giustappunto, bisognerebbe essere intellettualmente onesti e non desiderosi di assecondare i desideri di chi ti paga.