Corpi sfruttati e vite sacrificabili: le migrazioni come terreno di ricomposizione di classe
Nel mondo contemporaneo, le migrazioni non possono essere comprese se non come un elemento strutturale del capitalismo globale. Lungi dall’essere fenomeni contingenti o il semplice risultato di scelte individuali, i movimenti migratori sono profondamente intrecciati con dinamiche storiche ed economiche più ampie, quali l’intensificarsi delle disuguaglianze, le eredità coloniali, i conflitti e le trasformazioni del mercato del lavoro. In questo quadro, il sistema capitalistico appare unificato, ma attraversato da profonde disuguaglianze, sia nel rapporto tra capitale e lavoro, sia nei rapporti di forza tra paesi del centro e della periferia del mondo. Queste categorie, pur essendo storicamente ed economicamente mutevoli – basti pensare al ruolo assunto negli ultimi decenni da paesi come Cina, India e Brasile – si configurano anche come costruzioni culturali che contribuiscono a legittimare e riprodurre il dominio del primo sul secondo. Questo rapporto di dominio non si esaurisce sul piano simbolico o culturale, ma si traduce concretamente in condizioni materiali di dipendenza economica e disuguaglianza strutturale, che alimentano i movimenti migratori e spingono ampie fasce di popolazione a cercare condizioni di vita e lavoro nei paesi del centro. Al contempo, questi stessi processi producono effetti profondi nei paesi di origine, che si ritrovano privati di una parte significativa della propria forza lavoro, spesso giovane e in età attiva, indebolendo ulteriormente le economie locali e contribuendo a riprodurre dinamiche di dipendenza e sottosviluppo.
È all’interno di queste contraddizioni che la figura dellə migrante emerge non solo come forza lavoro essenziale per il funzionamento del sistema economico e sociale neoliberale, ma anche come chiave di lettura fondamentale delle tensioni, delle gerarchie e delle potenzialità di conflitto del nostro presente. Tuttavia, mentre sulle ragioni relative alle scarse opportunità nei paesi di origine, all’eredità coloniale e ai conflitti, ci sembra ci sia comunque una forte attenzione da parte dell’opinione pubblica, complice anche la facilità con cui queste ragioni vengono esaurite attraverso una lettura solamente umanitaria e mai politica, per quanto riguarda invece la relazione tra capitale e lavoro notiamo una mancanza di decostruzione del discorso dominante. In questo senso, alcune letture della contemporaneità influenzate da approcci postmoderni, tendono a privilegiare la dimensione individuale e soggettiva dell’esperienza migratoria romanticizzandola e rischiando di oscurare i processi storici e materiali più ampi che strutturano le condizioni del fenomeno migratorio. A ciò si affianca il modello dellə “migrante globale” come individuo razionale – in termini neoclassici – che massimizza i propri benefici e che quindi contribuisce a rappresentare i movimenti migratori come l’esito di scelte esclusivamente libere.
Questa doppia riduzione – da un lato umanitaria, dall’altro individualizzante – oltre a legittimare una distinzione netta tra “migrante economico” e “richiedente asilo”, contribuendo così a costruire una gerarchia tra chi merita la protezione internazionale e chi invece può essere esclusə, apre lo spazio a narrazioni semplificate e a iniziative politiche promosse dalle destre, come quella della “remigrazione”, neologismo che si configura come sinonimo di deportazioni di massa e richiama forme di violenza simili a quelle praticate negli Stati Uniti dall’ICE.
In questo contesto si inserisce una narrazione molto diffusa secondo cui sarebbero lə migranti la causa del peggioramento delle condizioni lavorative nei nostri paesi. Tuttavia, il processo di precarizzazione del lavoro in Italia non nasce con l’arrivo dellə migranti, ma si inserisce in una più ampia ristrutturazione del capitalismo avviata a partire dagli anni Settanta, in risposta alla forza del movimento operaio. Tale processo, volto a indebolire il potere e la capacità di organizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici, troverà pieno sviluppo nei decenni successivi attraverso l’introduzione progressiva di forme di flessibilizzazione del lavoro. La migrazione, piuttosto, è stata spesso utilizzata come strumento da parte del capitale per ridefinire i rapporti di lavoro, creando nuovi spazi di sfruttamento e mettendo in competizione lavoratori locali e migranti, frammentando così la classe lavoratrice e indebolendo la solidarietà e l’identità collettiva.
Se infatti la “fortezza Europa” da una parte chiude, respinge, esternalizza le frontiere, riducendo le possibilità di ingresso legale, dall’atra parte integra selettivamente quella stessa forza lavoro dentro economie che hanno bisogno di essere flessibili, precarie e silenziose. In tal senso, il confine non è tanto rappresentato da una linea o da un muro, ma piuttosto da un dispositivo in senso foucaultiano (la combinazione di elementi sia materiali sia immateriali quali discorsi, istituzioni, strutture materiali, norme, leggi, forme di sapere, etc.) che seleziona chi può entrare e chi no, producendo morte per rendere il confine credibile e illegalità per rendere lo sfruttamento possibile.
È proprio questa produzione di vulnerabilità differenziata che consente l’inserimento dellə migranti all’interno del mercato del lavoro in posizioni strutturalmente subordinate: sono a pieno titolo interni alla classe lavoratrice e ne costituiscono una componente decisiva – in settori come agricoltura, logistica, cura ed edilizia – vivendo direttamente le contraddizioni fondamentali del lavoro salariato, quali sfruttamento, informalità e ricattabilità.
Come dimostrano gli scioperi dei sans-papiers in Francia nel 2008 e 2009, le lotte dellə lavoratori migranti nel settore della logistica in Italia e, più recentemente, quelle nell’industria tessile a Prato, a differenza della diffusa rappresentazione del migrante come soggetto passivo o marginale, esso di fatto rappresenta uno degli attori più importati dei recenti cicli di conflittualità nelle metropoli europee. Inoltre, come si è visto con le recenti mobilitazioni per la Palestina, è proprio la forza lavoro migrante che spesso, pur se subordinata al ricatto del documento, si trova in punti strategici del processo produttivo e può quindi svolgere azioni capaci di colpire gli interessi del capitalismo globale.
È alla luce di queste tensioni tra “marginalità sociale” e centralità economica che la condizione delle lavoratrici e dei lavoratori migranti assume un ruolo fondamentale nella ricomposizione di classe nel capitalismo contemporaneo. È su questo terreno che si gioca quindi la possibilità di ricostruire un orizzonte dove il proletariato risulti unito e capace di mettere in relazione la lotta al capitalismo, l’antimperialismo e l’antifascismo.
