Consigli (o sconsigli) per gli acquisti. L’invisibile ovunque, di Wu Ming

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti. L’invisibile ovunque, di Wu Ming

 

Il nuovo oggetto narrativo di Wu Ming taglia, come promesso, i ponti con il romanzo storico per addentrarsi nell’incognito della narrazione ibrida e della ricerca di nuove forme di racconto. Il romanzo storico ha fatto il suo tempo? Come molte sentenze mancate dettate dall’entusiasmo post-moderno, ovviamente no. Rimane anzi uno degli schemi narrativi migliori e al tempo stesso più difficili da maneggiare. Certamente in questi anni il romanzo storico ha subìto una sorta di traslitterazione semantica, finendo per identificare un certo tipo di romanzo, alla Dan Brown per capirci, che ha occupato il campo invadendo tutte le possibili differenze qualitative al proprio interno. A ben vedere, però, quel tipo di romanzo è sempre esistito, sotto altre forme, sotto mentite spoglie, ma era sempre là. Lavori approssimativi spacciati per “romanzi storici” ne sono sempre stati editati. Se il romanzo storico non è in via di estinzione, è finito però il tempo per Wu Ming di utilizzarlo nella sua forma canonica. Dopo quasi vent’anni di produzione, la sensazione di aver esaurito quello che si aveva da dire in una data forma può essere legittimamente accettato. E’ anzi condivisibile, perché la sperimentazione narrativa e stilistica è la chiave del progresso letterario. Ci sembra, quello di Wu Ming, un segnale di maturità e di coraggio. L’invisibile ovunque è dunque il primo passo formale verso questa direzione. Anticipato e preparato certo da altri lavori importanti, da Point Lenana a Timira, ma se quelli erano tentativi work in progress e, comunque, individuali, questo è il primo romanzo collettivo che scientemente apre ad una nuova forma di narrazione. C’è stato, è vero, “l’atto quinto” dell’Armata dei sonnambuli, ma il libro nel complesso era ancora totalmente inserito nel territorio della fiction storica.

L’oggetto narrativo è formato da quattro storie inerenti alla Prima guerra mondiale. Attraverso una sorta di escalation narrativa, il testo sembra passare dalla prima storia ancora legata alla forma canonica del racconto-fiction, alla quarta totalmente, ci sembra, dentro la forma saggio, sebbene articolato in forma di narrazione. Le storie raccontano tutte forme di resistenza alla guerra, forme di rifiuto – implicito, esplicito, cosciente, incosciente – all’evento bellico. C’è chi, pur di sfuggire all’apatia mortale della trincea, della sua morte lenta e agonizzante, dei suoi umori, delle sue malattie, delle sue attese, decide di arruolarsi negli Arditi scegliendo di divenire un “uomo-arma”, e attraverso questa scelta prendere le distanze da una guerra logorante nell’animo più che nel fisico. Oppure chi sceglie di fingersi pazzo, accettando la permanenza nell’istituzione psichiatrica, rischiando di far tracimare una follia simulata in una patologia reale, annullando la distanza tra finzione e realtà, coscienza e incoscienza. Chi, dall’interno della guerra, partecipandovi in forme anche ufficiali, pratica il rifiuto della carneficina e la resistenza nei confronti dei veri responsabili utilizzando le armi dell’ironia e del paradosso, per destare scandalo, fino all’estremo sacrificio personale. Fino alla vicenda del pittore Bonamore, che sotto le armi escogita sistemi di mascheramento e mimetizzazione dei soldati per poter evitare carneficine inutili. Quattro storie slegate fra loro eppure annodate da un senso di resistenza alla guerra sotto molteplici forme. Un tentativo riuscito? Diciamo subito che il libro si regge su tre precarissimi equilibri (precari nel senso di instabili per definizione, per niente facili da mantenere).

Da un lato, l’aspetto narrativo, quello cioè di rendere omogeneo e il più possibile unitario uno schema centrifugo formato da quattro racconti di storie e stili differenti tra loro. Sebbene i racconti siano efficaci – soprattutto, a nostro giudizio, i primi tre a cavallo tra fantasia e cronaca – c’è la sensazione di procedere sommando più che fondendo i diversi piani. I racconti raggiungono l’obiettivo, emozionano, ma manca una storia condivisa. Il rimando di significati e il filo rosso che li lega non basta a farne una storia, a costruire un’unità nel racconto. La direzione sembra essere quella di una compenetrazione sempre più approfondita tra saggio e narrativa, tra racconto storico e rimandi storiografici, tra fonti utilizzate e fiction colmante i buchi della storia. Un tentativo egregio e per niente semplice da snodare, che va nella direzione giusta di aggiornare innovando o inventando un nuovo genere, ma che ci sembra bisognoso di approfondimento.

Tuttavia, proprio questa potrebbe essere la particolarità decisiva della narrazione nel suo complesso: raccontare quattro storie totalmente diverse, attraverso stili totalmente diversi, per dipingere un evento unico e complesso come la Grande Guerra. La guerra tende per definizione ad annullare le vicende personali e individuali, mentre qui si cerca di raccontare l’opposto, attraverso storie individuali. La scelta della posizione delle storie ci sembra rivestire anche un segno particolare. Si parte dalla vicenda dell’ardito, in cui il protagonista diventa uomo-arma per sfuggire dal logoramento della trincea e della guerra di posizione, e si finisce con Bonamore e il corpo d’armata da lui creato, il cui senso è diametralmente opposto a quello degli Arditi. Se questi ultimi sono truppe d’assalto che si lanciano alla conquista delle postazioni basandosi sull’ardore individuale, quelli di Bonamore conquistano le postazioni nemiche mimetizzandosi con il terreno e sbucando dal nulla addosso ai nemici, costringendoli ad arrendersi, ma senza sparare un colpo e risparmiando vite umane. È la stessa storia, totalmente ribaltata! Anche nelle due storie intermedie si percepisce questo collegamento, sebbene più sfumato. I quattro racconti sembrano seguire un filo logico e un’evoluzione nella forma narrativa che non è casuale. Basta questo a ad evitare una certa percezione centrifuga? Come detto, non ne siamo sicuri. Di certo la sperimentazione è su di un piano elevato, quindi sempre sfuggevole.

L’altro equilibrio precario è quello storico, cioè il difficilissimo rapporto tra storia sociale ed evento storico, tra riduzione estrema di scala e capacità di raccontare il contesto e gli eventi che lo determinano. Vexata quaestio, quasi secolare. Una certa storia sociale è imprescindibile per chiarire i significati profondi della vicenda umana, le cause remote e materiali dei fatti storici. Funziona meno quando viene utilizzata per raccontare un evento particolare rimanendo confinati all’evento stesso. In altre parole: la storia sociale può metodologicamente svelare i significati della Prima guerra mondiale a patto che la si interpreti seriamente, partendo da lontano, assumendo una prospettiva che non si limiti al “1914-1918” ma che si insinui nelle pieghe materiali della storia, che è sempre di lungo periodo.

Raccontare il significato della guerra attraverso gli atteggiamenti individuali della carne da macello mandata a morire per la “difesa della patria” è sacrosanto, soprattutto in clima di revisionismo storico, per svelare il significato concreto della guerra per la popolazione che effettivamente venne chiamata a combatterla. Il rischio è quello di riprodurre un “paradigma foucaultiano” tale da porre sempre e comunque il soggetto individuale come antropologicamente avverso ai sistemi di potere, qualsiasi essi siano. E in effetti la questione nei racconti sembra uscire fuori in alcuni passaggi, affrontata in maniera sapiente e per nulla schiacciata su facili riduzioni interpretative. Da questo punto di vista l’obiettivo ci sembra essere stato raggiunto, l’equilibrio si tiene e le vicende dei protagonisti si intersecano bene con la storia più generale, cioè con l’evento in questione, la Prima guerra mondiale come avvenimento complesso e complessivo, capace di aprire un intera epoca storica, stracolmo di significati impossibili da ridurre ad uno se non in maniera tranciante e poco utile. Di fronte ad un evento di questo tipo, bisogna scegliere *un* punto di vista, attraverso cui leggere gli eventi, chiarendo implicitamente che si tratta solo di una parzialità, non esclusiva o escludente. Fatto questo già affrontato ne L’armata dei sonnambuli, altro lavoro capace di raccontare un altro evento monstre come la Rivoluzione francese senza scadere nel particolarismo. Particolarità contro particolarismo, questo l’equilibrio raggiunto da Wu Ming anche questa volta.

Il terzo equilibrio instabile è quello politico. Anche in questo senso c’era, almeno secondo noi, un rischio implicito nella forma assunta dalla narrazione e negli obiettivi degli autori. Era necessario cioè trovare un equilibrio politicamente sostenibile tra resistenza alla guerra ed elogio della diserzione. E’ questo un passaggio complesso da articolare in poche battute. La diserzione alla guerra imperialista è un fatto positivo e, aggiungeremmo, sacrosanto, se viene declinato collettivamente e politicamente. Se non è diserzione alla guerra in quanto tale, ma alla guerra imperialista nello specifico. Se non è scappare dalla guerra, ma dichiarare “guerra alla guerra” (nelle forme e nei modi possibili in un dato frangente), trasformando la guerra tra borghesia europee in guerra civile dentro i confini degli Stati borghesi dell’epoca. La diserzione alla guerra contiene con sé due significati: ribellione all’avventura bellica tra governi anti-popolari; fuga individuale dalle responsabilità collettive, che durante il secondo conflitto mondiale produsse non a caso quella vastissima “area grigia” dell’ignavia, il più delle volte collimante con un filo-fascismo implicito di parte della popolazione. La diserzione molte volte non è presa di coscienza del carattere imperialista della guerra, ma la svolta individuale di chi pensa egoisticamente e non collettivamente, finendo tragicamente per contrapporre non il “popolo” ai governi borghesi guerrafondai, ma i milioni di morti proletari nei fronti di guerra contro chi in qualche modo riuscì a farla franca. E’ per tale ragione che i sacrari militari assumono un doppio significato. Quello sciovinista-nazionalista che celebra la vittoria militare e della “patria”; e quello per cui dentro quei sacrari effettivamente riposano le ossa di milioni di proletari mandati a morire senza senso, milioni di proletari costretti ad un sacrificio lontano anni luce dai propri interessi. Quei proletari meritano il nostro ricordo, perché vittime di una guerra non loro.

Anche in questo caso, l’equilibrio ci sembra essere stato raggiunto, perché in nessun caso emerge questa posizione, che pure era potenzialmente e implicitamente presente. Non è la diserzione la scelta di Wu Ming, ma la resistenza che può assumere anche la forma della diserzione. C’è l’ingegno umano nell’escogitare forme di resistenza alla guerra, ma c’è anche chi crede in buona fede di parteciparvi per combatterla da dentro, per ri-definire il senso di una partecipazione che in quegli anni aveva un carattere esclusivamente anti-proletario, da destra a sinistra. C’è, soprattutto, il dubbio, la domanda senza risposta tra rifiuto generale della guerra come forma della politica e il concetto di resistenza che a volte può assumere anche la forma della guerra. A volte combattere diviene necessario, e l’avversione popolare alla guerra deve trasformarsi in sacrificio politico per lottare per i propri interessi e ideali.  Non è facile esprimere questo dubbio raccontando della Prima guerra mondiale, evento molto più confuso della Seconda, che riproduceva uno schematismo capace di collocare meglio le motivazioni individuali.

Per concludere. Wu Ming, grazie soprattutto ad una sapienza intellettuale affinata negli anni, mantiene un equilibrio storico e politico davvero non facile da raggiungere, capace di dare al testo un valore “altro” da quello esclusivamente letterario. E’ uno degli strumenti attraverso cui celebrare i 600.000 morti italiani della Grande guerra, morti che vanno celebrati perché morti “nostri”, morti proletari. L’equilibrio storico e politico cede un po’ alla compattezza dell’insieme letterario, mantenendo la somma di racconti e non raggiungendo l’acme di una loro vicendevole compenetrazione. Un esperimento riuscito e che va approfondito.