Consigli (e sconsigli) per gli acquisti: Numero Zero, di Umberto Eco

Consigli (e sconsigli) per gli acquisti: Numero Zero, di Umberto Eco

 

Leggiamo sempre con interesse i romanzi di Umberto Eco quale ultimo(?) rappresentante di un genere completamente destrutturato: il romanzo storico. Da una parte il genere ha subìto un inarrestabile declassamento dovuto allo svilimento ipertrofico a cui è stato soggetto in questi anni. Mandrie di autori un tanto al chilo, narrazioni alla “Voyager” o ricostruzioni alla “Macchina del tempo”, best sellers mainstream che univano l’improbabilità storica all’assoluta inconsistenza del messaggio allegorico, quando c’era. D’altra parte, il tentativo di alcuni – rarissimi – autori di proseguire la narrazione storica innovandola dalle secche del manierismo, addentrandosi in percorsi ibridi capaci di riformare uno stile e un genere per sottrarlo alle miserie della post-modernità intellettuale. Pensiamo soprattutto a Wu Ming, ma anche a Valerio Evangelisti. La capacità di Eco di maneggiare un territorio classico e abusato, il suo stile alto senza essere ermeneutico, l’originalità delle sue trame e la complessità intellettuale nel piegarle ai suoi riferimenti espliciti e soprattutto impliciti, lo rendono uno dei migliori narratori dell’Italia e dell’Europa contemporanea. Detto questo, l’ultimo romanzo ci costringe a un cambio di contesto importante. Abbandonato il panorama distante nel tempo e nello spazio – il medioevo, ma anche l’Ottocento francese o i mari del sud – Eco sceglie un passato prossimo, quasi presente: l’Italia del 1992. In questa Italia alle porte di una crisi istituzionale senza precedenti – tangentopoli – e alla fine di una guerra fredda che ne determinava il suo rilievo internazionale, ormai costretta a “fare da sé”, il paese sbanda, in preda a personaggi liminari capaci di riciclarsi nel promettente futuro di una “seconda repubblica” non più vittima del confronto storico con gli “avversari”, finalmente inserita nel normale corso della storia occidentale.

In questo scenario apodittico, un oscuro imprenditore, voglioso di accreditarsi nei salotti buoni della politica e dell’economia, progetta un ricatto giornalistico con l’obiettivo di spaventare quello che oggi verrebbe chiamato “mondo di sopra”, il ceto di chi muove le leve del comando, dei patti sindacali, del potere consociativo. Dà mandato ad un suo referente di mettere su una redazione volta a produrre alcuni “numeri zero” di un quotidiano – Domani – che ancora non è in edicola, ma che potrebbe essere pubblicato con conseguenze nefaste per l’onorabilità, la carriera e gli interessi di alcuni personaggi chiave per gli interessi dell’imprenditore. Organizzare un giornale con tutti i crismi, ma che allo stesso tempo si muova al confine tra verità e menzogna, tra prove e illazioni, insinuazioni e mezze verità, portando avanti quella macchina del fango capace di ricattare moralmente e mediaticamente gli oppositori di turno restando formalmente nell’alveo della dialettica democratica e nella legalità giuridica. Una via di mezzo tra Novella 2000 e Libero, tra Il Giornale e Verissimo, con un capo redattore stile Signorini alla guida del progetto politico-editoriale.

E’ allora una romanzo storico questo di Eco? Non ci sembra. Non è tanto la vicinanza temporale il fatto, quanto la trama e gli obiettivi dell’autore. Sembrerebbe un reportage di una vicenda minore ma illuminante, la cronaca di eventi a noi vicini e che ancora imprimono una certa direzione al modus operandi del sistema mediatico, sempre al servizio dei propri referenti politici ed economici. In realtà, rifluisce immediatamente nel trito atto d’accusa del sistema berlusconiano a scoppio ritardato. L’ennesimo tentativo di un intellettuale che si vorrebbe dis-organico ma che invece è completamente assuefatto al ventennio berlusconiano, talmente tanto da non comprenderne la fine conclamata e l’avvento di un nuovo potere, che in realtà era (è) trasversale tanto al “berlusconismo” quanto ai presunti oppositori “democratici”. La vera tragedia politica non metabolizzata del ventennio breve ’93-2012 è quella di aver creduto ad una lotta tra poteri alternativi (o semplicemente eticamente differenti), quando in realtà era uno scontro interno al ceto dominante. Il sistema mediatico organizzato da Berlusconi altro non è che lo stesso sistema precedente a Berlusconi stesso, solo che gli strali di quel sistema, lo “scandalismo” a chiamata, l’attacco morale all’avversario, il gossip come strumento d’influenza politica, prima colpivano soggetti esterni al sistema di potere politico-intellettuale. Il mondo culturale dell’Espresso, come quello di MicroMega, Repubblica e compagnia cantando, fingono riprovazione per un sistema di rapporti di potere in cui sono completamente immersi, e che utilizzano appena possono per colpire i propri nemici.

La lunghezza del romanzo, circa 200 pagine peraltro a caratteri cubitali, lo rendono più un lungo articolo dell’Espresso che non una ricerca narrativa a se stante. Un articolo à la Saviano, dove le macchine del fango vengono denunciate solo quando colpiscono il potere “democratico”, mai quando queste servono ad avallare le controriforme sociali, gli slittamenti a destra del sistema politico, le contrazioni della democrazia, le giustificazioni alle politiche internazionali della guerra e del terrore.

Tema ricorrente, l’ormai ossessiva indagine sul fenomeno psicologico del complottismo, vero e proprio dominus della produzione narrativa di Eco. La sacrosanta avversione ad un certo complottismo di maniera, nell’ennesimo romanzo che vede al centro tale questione, rischia di avallare la visione opposta, quella per cui la realtà è solo quella che si vede e si legge, che si verifica con mano dal racconto dei fatti trasmesso dai media. Solo la cultura personale, sembrerebbe dirci l’autore, può consentirci di discernere il racconto falsato da secondi fini da quello reale, onesto, obiettivo. Anche quando di effettivi “complotti” (e in realtà, più che di complotti, bisognerebbe parlare di precise strategie politiche esposte alla luce del sole) sembra essere ornata la nostra storia nazionale, questi in fin dei conti non rappresentano che un rumore di fondo, irrilevante per le sorti della nostra società, falsi anche quando dimostrati oltre ogni ragionevole dubbio.

Insomma, se lo smascheramento del complottismo era risultato superbo nel Pendolo di Foucault e decisivo del Cimitero di Praga, qui rischia di confondersi in un’identità astratta tra razionalità e realtà. Tutto ciò che non avviene alla luce del sole e comprovato da fatti incontrovertibili, ci sembra dire Eco, non è reale, dunque è irrazionale. Lasciando il posto all’unica lettura possibile del presente, quella promossa dalle classi dominanti, siano esse di “centrodestra” che di “centrosinistra”. Altre letture non sono ammesse, tutte inevitabilmente vittime di una visione complottista contigua all’irrazionalità.

Questo Eco, distante da un paesaggio storico più nelle sue corde, che gli consentiva una maggiore riflessione prospettica e una più intensa profondità allegorica, finisce anche lui per essere costretto in un presentismo che è il vero dato caratterizzante della (post)modernità occidentale, una modernità non generata e non generante, senza parenti né futuro, immobilizzata in un eterno presente dove a dominare è solo il racconto generalista del giorno per giorno. Una flessione nichilista, senza speranza alcuna se non quella di vivere cinicamente il presente, che ci auguriamo non rappresenti il testamento narrativo di un grande autore.