casus belli

casus belli

oilwar

di Tito Pulsinelli da selvas.org

Il grottesco episodio del passeggero dai “mutandoni di fuoco” appare sempre più una infelice manovra per cominciare a realizzare obiettivi militari decisi da tempo. Gli Stati Uniti passano alle vie di fatto e puntano a fare dello Yemen una super-roccaforte blindata per mettere sotto controllo una zona nevralgica. Si insediano sul fianco sud del vassallo di ferro saudita, a ridosso di quelle rotte che la “pirateria” somala ha reso problematiche. Lo Yemen è un un anello di congiunzione tra la esplosiva regione centroasiatica e l’Africa, tra le due guerre in cui sono impantanati -nonostante il coinvolgimento crescente dell’EuroNATO- e quelle imminenti che gli Stati Uniti vogliono fomentare per garantirsi nel prossimo quinquennio, almeno il 25%% dei propri consumi energetici dal sottosuolo africano. Dallo Yemen, si rende più sicuro il traffico di tutte petroliere all’inizio del periplo che le conduce a doppiare l’estrema punta meridionale africana, per poi risalire fino alle acque calde dei Caraibi e raggiungere -dopo 45 giorni- la costa sud degli Stati Uniti. Si tratta del grosso dei loro vitali e insostituibili rifornimenti energetici. Il petrolio del Venezuela rimane a solo una settimana di viaggio dalla Luisiana. Caracas -seppur continua a rifornire- ha diversificato il portafoglio dei clienti, ed ha aperto alla Cina e ai nuovi protagonisti dell’economia multipolare. Soprattutto, nello sfruttamento dei macro-giacimenti della Foce dell’Orinoco sono presenti solo due multinazionali anglo-nordamericane. Tutte le altre sono principalmente compagnie petrolifere statali o a partecipazione statale.
Il Pentagono ha messo gli occhi sull’isola yemenita di Socotra, e vuole fortificarla per trasformarla in una portaerei terrestre di grande stazza. I “mutandoni” sono serviti per accelerare la fase di “ammorbidimento” delle autorità dello Yemen, iniziate con il bombardamento prenatalizio realizzato dall’aviazione saudita. O cedono o saranno invasi. Lo Yemen è giudicato dagli USA un nemico sufficientemente debole, utile non solo per mettere le mani sull’isola di Sicotra, ma soprattutto per proiettare mondialmente e rinfrescare la gigantografia dell’onnipotenza bellica nordamericana. Gonfiare il pericolo immaginario rappresentato dai micro-Stati (Panama, Granada) ha finora reso possibile inscenare e ripotenziare l’immagine di una invincibile implacabilità marziale, appannata. Questo calcolo si è dimostrato tragicamente errato in Afganistan. I risvolti domestici dell’operazione “false flag” dei mutandoni che sta inducendo una paranoia isterica, frammista a comicità grottesca, risponde ad una dato essenziale: aumentala governabilità quando la gente vive nella paura continua. Massime laddove, storicamente, il nemico esterno è stato il collante per dare coesione a una società oligarchica, frammentata e divisa. L’altro mito fondativo -il sogno americano- è seriamente eclissato dagli effetti di una crisi che -tra l’altro- vede diminuire la quota che gli Stati Uniti ha sempre prelevato dall’economia del mercato-mondo. Ci sono meno eccedenze da redistribuire alla plebe, tanto che Obama -inosservato- ha predisposto che le forze poliziesco-militari-paramilitari mobilizzabili sul fronte interno devono aggirarsi attorno alla cifra di un milione. In effetti, finora ha dimostrato che i soldi li usa per salvare i banchieri, per finanziare l’apparato bellico, e li nega per l’emergenza climatica e per sostenere il livello di vita dell’impoverita plebe metropolitana.