Campagna “La tortura è di Stato”. Un primo bilancio

Campagna “La tortura è di Stato”. Un primo bilancio

“Ciao a tutti/e,
aderisco all’appello senza se e senza ma. Da un anno e mezzo sono agli arresti domiciliari per la resistenza di piazza del 15 ottobre a Roma.
In questo arco di tempo ho subito molte intimidazioni e minacce durante i controlli, per non parlare delle 2 o 3 ore di sonno che mi concedevano durante l’arco delle 24 ore giornaliere e solo dopo aver tanto lottato è tornato tutto quasi nella normalità. Ero fisicamente molto stanco e provato, psicologicamente distrutto sul punto di cedere all’arresto in carcere.
La mia solidarietà a tutti i detenuti che quotidianamente subiscono torture e repressione.

Mauro Gentile detenuto politico per la resistenza di piazza del 15 ottobre”

Ci piace partire da qui per fare un primo, piccolo, trasparente bilancio della campagna che appoggia la battaglia di Enrico Triaca ma, soprattutto, sta riaprendo un dibattito pubblico sulla tortura di Stato contro i militanti politici. Forse è proprio questo il punto che più ci rende felici di come sta procedendo questo impegno collettivo, sorto in fretta e furia a fine giugno dopo che la Corte d’appello di Perugia ha deciso di revisionare il processo. C’è infatti un elemento incontrastabile che balza agli occhi di tutti: la campagna sembra non parlare di Triaca, ma di un militante politico senza nome e senza tempo, di una vocazione rivoluzionaria che, ieri come oggi, incontra sul suo cammino il braccio armato dello Stato. Abbiamo ricevuto l’adesione di Mauro Gentile. Da un anno e mezzo ai domiciliari dopo i fatti del 15 ottobre, dopo la condanna di primo grado a 6 anni di reclusione. Ecco, crediamo che la campagna che promuoviamo parli anche di lui. Di Mauro, come di Enrico, parlano anche le molte firme che stanno diffondendo il nostro appello tra realtà organizzate o singoli; creare dibattito, fare del web e della carta stampata un luogo di discussione pubblica su qualcosa che a molti non piace. Parlare della tortura di Stato negli anni ’70 è un po’ come dire che il re è nudo. Non ci vuole molto a smascherarli. Erano abituati ai silenzi imbarazzati di una certa sinistra incapace di riflettere con la propria testa sulla propria storia. Si ritrovano una comunità in crescita capace di mettere in crisi le equazioni più lineari su cui la propaganda di Stato ha costruito il suo castello di sabbia: “anni ’70 = terrorismo”, “legalità = libertà”. Vecchie filastrocche sulla vittoria legale dello Stato contro chi voleva sovvertire l’ordine dei rapporti di forza.

Tuttavia, lo ammettiamo: è un periodo giusto questo per parlare del caso Triaca e di ciò che questo comporta. Il dibattito pubblico sorto intorno alla questione dell’amnistia ha rafforzato un ragionamento che mira a riaprire con decisione alcune delle pagine più ignorate della nostra storia. Una storia fatta di amnesie. Una storia tutta italiana. Una commedia, una pantomima, dove illustri attori recitano da decenni la parte dello Stato garante, mentre dietro le quinte viene tessuto il canovaccio della repressione sistemica e sistematica, agìta da vecchi e nuovi arnesi della cosa pubblica. Un ulteriore elemento che prova, se mai vi fosse bisogno di altri accertamenti, la continuità della repressione di Stato sia nelle strategie sia negli uomini che la interpretano.

La campagna, dicevamo. Un catalizzatore di voci fuori dal coro. Non abbiamo mai pensato di essere pochi. Le numerosi adesioni ricevute in questi primi giorni di lancio pubblico della campagna sono lì a testimoniarlo. Li abbiamo sentiti ripetere il solito mantra, “sono una minoranza”; ci siamo guardati intorno e abbiamo visto che sbagliano ancora. Qualcun altro ha osato dire che noi siamo sempre i soliti volti noti. Ve la immaginate voi una struttura capace di organizzare e tenere dentro tutte le realtà e i singoli che hanno aderito? Valerio Evangelisti, i Wu Ming, Silvia Baraldini, solo per citarne alcuni; e poi avvocati, storici, collettivi e reti nazionali, case editrici e piattaforme web. Anche portali di controinformazione.

Siamo tanti, e ci va bene; ma l’obiettivo, oltre a crescere di numero, è di entrare a gamba tesa nel dibattito pubblico. Coinvolgere lettori e lettrici di giornali, creare una vera e propria agorà che prenda parola collettivamente sui temi della campagna. Si badi, però; non vorremmo sembrare troppo sognatori e confondere questo impegno con un laboratorio costante in cui il Comitato smarrisce la sua forte identità e la sua ferma caratterizzazione politica. Il nostro è un appello molto politico. Che smuove un terreno da molti lasciato ad inaridire. E a qualcuno questo ha creato imbarazzo. Chiedetelo ad esempio a Il Manifesto. Chi ha seguito la campagna saprà che pochi giorni fa il quotidiano (che ancora sfoggia l’aggettivo “comunista” sotto l’intestazione) diretto da Norma Rangeri ha prima glissato e poi rifiutato con un maleducato silenzio l’invito che il nostro Comitato aveva rivolto affinché venisse dato spazio al nostro appello sulle colonne del giornale. Un silenzio che, come abbiamo già spiegato, è di natura squisitamente politica. Ed è per questo che ieri sera, mentre in Via Bargoni si chiudeva il numero di oggi del giornale, una piccola delegazione del Comitato ha fatto visita alla redazione, ponendo la questione sotto un altro punto di vista: non ci va bene il vostro silenzio, nonostante sappiamo significhi declinare l’invito a pubblicare. Troppo comodo trincerarsi dietro il silenzio, prendete posizione. Insomma, da che parte sta Il Manifesto?
Il caso ha voluto che Norma Rangeri non fosse in redazione. Qualcuno dei presenti, invece, ha assicurato di voler fare in modo che la direzione ci riceva, così da poter chiarire questo teatrino dell’assurdo. Non serve dire che, nel caso la solerzia della Rangeri venga meno, chiederemo conto anche di questo, vero?

Comitato “La tortura è di Stato! Rompiamo il silenzio!”

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