Alcune riflessioni sull’Ecuador e una recensione a “Magia bianca, magia nera” di Carlo Formenti

Durante le scorse settimane, sono state frequenti le notizie delle proteste, in Ecuador, contro il governo di Correa promosse da alcune organizzazioni indigene – in primis la Conaie (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador) – e da alcuni settori consistenti della borghesia e delle destre, che fin da giugno si sono opposte alla proposta governativa, poi ritirata, di tassare le grandi eredità (leggi e leggi): come ha scritto la sempre acuta Geraldina Colotti sul Manifesto, «le destre sono insorte, subito raggiunte da quelle organizzazioni che, apparentemente, sembrano contestare la gestione Correa da sinistra, ma che non si fanno scrupolo di aprire la strada a quei settori ansiosi di riprendere i propri privilegi». Si è trattato di proteste – in realtà ben poco consistenti dal punto di vista numerico, visto il consenso maggioritario di cui gode Correa nel paese e, in particolare, negli strati popolari e proletari – che hanno fatto ipotizzare al governo ecuadoriano (leggi) e a quello venezuelano (leggi) un nuovo tentativo di colpo di stato, dopo quello di cui Correa è stato vittima nel 2010. Le parole di Juan Meriguet, dirigente della governativa Alianza PAIS (Ap), sono state chiare:

Nell’arco di forze che appoggia la coalizione Alianza Pais vi sono molte componenti marxiste-leniniste e di estrema sinistra, ma è una dialettica tutta interna al cambiamento che si è messo in moto con la revolucion ciudadana. Esiste poi una piccola componente dogmatica che avanza rivendicazioni corporative e che scende in piazza con l’oligarchia, senza tener conto che la rivoluzione è un processo, si costruisce ogni giorno e con una rappresentanza vera.

Purtroppo abbiamo dovuto constatare come anche in questo caso alcune realtà della sinistra di movimento abbiano – commentando queste proteste – colto l’occasione per rilanciare lo slogan secondo cui «il socialismo del secolo XXI è capitalismo» (come se, tra l’altro, Chávez, Maduro o Morales fossero la stessa cosa) e secondo cui la rivoluzione sarebbe nelle lotte delle comunità indigene e non nei governi bolivariani.
Ci sfugge, in questo caso, come la Conaie – organizzazione indigena e indigenista, che per sei mesi, all’inizio del 2003, ha sostenuto il golpe di Lucio Gutiérrez e il suo governo neoliberista, all’interno del quale ottenne quattro ministeri chiave (Agricoltura, Esteri, Educazione, Turismo), che inizialmente aveva sostenuto anche l’attuale governo e i cui dirigenti, secondo alcune rivelazioni di wikileaks, non sarebbero estranei a una ricerca di rapporti con gli Usa – possa essere contrapposta polemicamente a Correa e dipinta in una veste rivoluzionaria. Ancora più sorprendente, forse, l’entusiasmo esotista – retaggio dei film con gli indiani contro i cowboys che ci facevano vedere da bambini? – espresso da alcuni per degli scontri a Macas di alcuni indigeni armati di lance contro la polizia: si trattava, anche in questo caso, di una manifestazione contro il governo promossa dalla Conaie. Oggetto del contendere la costruzione di una strada, progettata da un prefetto del Pachakutik, il braccio partitico della Conaie, bloccata dal ministero dell’Ambiente perché stava distruggendo un bosco primario e contaminando con del combustibile il relativo bacino idrogeografico. Gli indigeni armati di lancia, quindi, chiedevano che la licenza ambientale fosse nuovamente concessa: insomma, un po’ come se il governo bloccasse la costruzione del Tav in Val Susa per il rischio derivante dall’amianto e degli autoctoni armati di arco e frecce si opponessero a questa decisione. Ci sarebbe ben poco da essere entusiasti.
Tra le principali critiche (leggi), spesso pretestuose, al governo di Correa, provenienti da alcuni movimenti indigeni come la Conaie e da alcune organizzazioni sindacali, ci sono l’insufficienza della riforma agraria e della ridistribuzione delle terre, alcuni tratti autoritari del presidente (che si sarebbero ad esempio manifestati nel tentativo di cancellare il limite alla sua rielezione), una tendenza all’accentramento del potere nell’esecutivo, il nuovo codice del lavoro che comprimerebbe alcune garanzie sindacali, il mancato superamento di un’economia basata sull’estrattivismo e sulle esportazioni, la criminalizzazione delle lotte contro l’intensificazione dell’estrazione di petrolio e minerali, che «tradirebbe» la Costituzione del 2008 in cui si riconosce il diritto soggettivo della natura (la Pacha Mama precolombiana) a non esser violata e quello delle comunità locali a essere consultate prima di intraprendere nuove estrazioni.

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Sgomberiamo subito il campo a ogni equivoco. Il governo di Correa non è certo la punta più avanzata di quello che si definisce il «socialismo del XXI secolo». Tutt’altro. Proveniente dalla borghesia latinoamericana che educa i propri figli nelle università occidentali , cattolico di sinistra (inaccettabile, ad esempio, la sua opposizione al riconoscimento del diritto all’aborto, leggi e leggi), Correa non è certo un comunista: del resto, ha sempre affermato che il suo obiettivo è quello di limitare gli effetti e i danni del capitalismo più che di abolire la proprietà privata e la sua personalità politica non è esente da tratti populistici – per quanto essi siano poco comprensibili solo se visti attraverso le lenti dell’eurocentrismo ma lo siano molto di più se inquadrati nel contesto latinoamericano.
Ci sembrano, tuttavia, indiscutibili i risultati del suo governo (sebbene minati dalla caduta del prezzo del petrolio che lo ha spinto a un contenimento relativo della spesa sociale e alla richiesta di un prestito di 1.500 milioni di dollari alla Cina): una crescita economica del 4% ogni anno; la diminuzione della povertà estrema dal 45% al 25%; un tasso di disoccupazione intorno al 5% che è il più basso dell’America Latina; la costruzione di nuove autostrade e aeroporti; l’accesso universale e gratuito al sistema sanitario, con la costruzione di ospedali moderni e di postazioni mediche diffuse; la lotta contro l’analfabetismo e per un’istruzione diffusa, accompagnata dall’edificazione di nuove scuole e dall’attivazione di borse di studio; l’organizzazione di eventi culturali gratuiti; la crescita della partecipazione alla vita sociale e politica da parte di donne e minoranze etniche; l’introduzione del salario minimo, l’aumento del salario reale, la regolamentazione del lavoro domestico e l’inasprimento delle sanzioni per le aziende che non rispettano i diritti dei lavoratori; la rinegoziazione dei contratti con le compagnie petrolifere (con un incremento dal 70 al 99% del margine spettante allo stato) e del debito, considerato illegittimo, contratto con il Fmi e la Banca mondiale (il peso dei suoi interessi sul bilancio statale è passato dal 24% del 2006 al 4% attuale); la difesa della sovranità ecuadoriana e il tentativo di sottrarsi all’imperialismo statunitense, con la chiusura della base militare statunitense di Manta, la denuncia del Trattato interamericano di assistenza reciproca, cioè dell’equivalente latinoamericano della Nato, e la concessione dell’asilo politico a Julian Assange.
Alla luce di queste considerazioni, dobbiamo mettere sulla bilancia le critiche al governo Correa e i risultati da esso raggiunto e porci, senza acritiche esaltazioni da una parte o dall’altra, quella che per noi una domanda cruciale: qual è l’alternativa ad esso?

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Alla ricerca di elementi utili per una risposta a questa domanda, proponiamo una recensione al breve volume di Carlo Formenti, di cui già avevamo apprezzato il precedente Utopie Letali, intitolato Magia bianca, magia nera. Ecuador: la guerra fra culture come guerra di classe (JacaBook 2014). Pensiamo, infatti, che il libro costituisca un utile e intelligente tentativo, per quanto non totalmente condivisibile, di dar conto del dibattito interno all’Ecuador e delle luci e delle ombre del suo governo, senza tuttavia limitarsi a quella critica estremista e intransigente che spesso esprimono i compagni non disposti ad abbandonare il purismo ideale ed eurocentrico attraverso cui leggono gli eventi del resto del mondo.
La posizione di Formenti sull’esperienza correista – come specificato dallo stesso autore in un recente intervento sulla sua pagina sul blog di micromega, in cui criticava la prospettiva «di destra» di quanti nel giugno scorso hanno manifestato la loro opposizione al governo, appartenenti «a quelle classi medio alte i cui discorsi ho potuto ascoltare in qualche salotto in occasione del viaggio di due anni fa, e che già allora rimpiangevano i bei tempi dei governi neoliberisti rovesciati dalle sollevazioni popolari degli anni Novanta e dei primi anni Duemila» – è evidentemente disincanta e problematica. Si tratta, tuttavia, di una prospettiva assolutamente non disfattista, che descrive la Revolución Ciudadana come in bilico tra retorica bolivariana e realpolitik e limitata anche dal fatto che l’Ecuador è una piccola nazione, costretta a barcamenarsi fra le pressioni di potenti interessi internazionali in competizione fra loro:

In un libro sulla rivoluzione correista in Ecuador, uscito l’anno scorso per i tipi di Jaca Book (“Magia bianca magia nera”), avevo avanzato critiche nei confronti di un esperimento politico che, a mio avviso, ha percorso solo parte della strada per giungere a una effettiva emancipazione del Paese andino dalle regole che il capitale globale impone ai popoli del mondo. Nel bicchiere mezzo pieno mettevo la ricontrattazione del debito pubblico e degli accordi con le multinazionali, la presa di distanza dalle istituzioni del Washington Consensus, la politica fiscale ridistributiva, gli investimenti sociali (infrastrutture, sanità, educazione), la lotta contro la povertà e la disuguaglianza e, last but not least, le scelte antimperialiste in politica estera. Non poca roba, il che però non mi impediva di evidenziare il bicchiere mezzo vuoto: la mancata riforma agraria, la politica economica estrattivista, con la conseguente, totale dipendenza del Paese dal mercato degli idrocarburi, la mancata applicazione della costituzione di Montecristi (approvata nel 2008) tanto in materia di tutela ambientale, quanto in tema di sviluppo di nuovi istituti di democrazia diretta e partecipativa, la politica repressiva nei confronti della sinistra indigenista e, soprattutto, la costruzione di un regime presidenziale in continuità con la tradizione dei populismi carismatici latinoamericani.

Come ha esplicitato nel volume, «ho dovuto prendere atto che l’etichetta di “socialismo del XXI secolo” è troppo generosa (almeno nel caso ecuadoriano) nei confronti di governi che, nella migliore delle ipotesi, possono essere definiti populisti di sinistra o post neoliberisti» (p. 11), ma il bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto: è questo che dovremmo sempre tenere in mente tanto nella lettura del volume di Formenti quanto, soprattutto, nella valutazione dell’esperienza del governo di Correa. Il libro è diviso in tre parti: una ricostruzione storica delle vicende degli ultimi anni in Ecuador, la raccolta di numerose interviste con esponenti delle élite intellettuali, accademiche, politiche e di movimento (vicini al governo o alle opposizioni); una riflessione politico-filosofica, a partire dalle teorie sul «populismo» di Ernesto Laclau. Il filo conduttore è l’inesauribile conflitto tra «magia bianca» e «magia nera», tra la cultura dei colonizzatori di origine europea e le culture indigene, tra le istanze di modernizzazione economica e culturale e le rivendicazioni di autonomia provenienti dal mondo contadino, come dimostra la stessa battaglia ideologica intorno alla definizione del concetto di buen vivir.

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Nella prima parte, Formenti evidenzia come lo scenario politico ecuadoriano dall’inizio degli anni ’90 alla metà del decennio successivo sia stata caratterizzata dalla crescita e dall’egemonia di movimenti che avevano ridefinito in senso «indigenista» il tradizionale sindacalismo contadino socialcomunista, come dimostrato dalla nascita della Conaie: le tematiche identitarie cominciarono, così, a prendere il sopravvento su quelle sindacali e sull’appartenenza di classe. I loro programmi – basati sull’opposizione al neoliberismo, sull’ambientalismo, sulle richieste di riconoscimento culturale e sulle rivendicazioni di democrazia diretta e partecipativa – riscossero un enorme successo, riuscendo a mobilitare centinaia di migliaia di persone e facendo cadere numerosi governi nel decennio successivo. In questo contesto di crescita, la Conaie decise di darsi anche una struttura partitica (il Pachakutik) e di partecipare alle elezioni: visti gli insuccessi, cominciò a sostenere una serie di candidati solo apparentemente «di sinistra» che, una volta giunti al governo, condussero invece politiche neoliberiste. Questa scelta disastrosa, soprattutto dopo il sostegno al golpe del neoliberista Gutiérrez, portò alla fine dell’egemonia dei movimenti indigeni e all’avvio di una nuova fase politica.
Nel 2005, durante una nuova fase di mobilitazioni di massa antiliberiste contro il governo Gutiérrez, caratterizzate da un carattere prevalentemente urbano e interclassista e dallo slogan “impolitico” «que se ne vayan todos», cominciò ad affermarsi la figura di Rafael Correa, ministro dell’Economia nel nuovo governo guidato da Alfredo Palacio. In questa veste, elaborò la riforma Feirep, finalizzata a ridurre il debito per aumentare le risorse per gli investimenti sociali. In un clima di sfiducia degli ecuadoriani verso tutti i partiti e le istituzioni tradizionali, Correa decise di candidarsi alle elezioni del 2006. Il suo programma proponeva una «rivoluzione costituzionale e democratica», una «rivoluzione morale» contro la corruzione e la partitocrazia, una «rivoluzione educativa e sanitaria» e una «rivoluzione per la sovranità e la dignità nazionali». Nacque così il movimento Alianza PAIS – fondato da ex dirigenti della sinistra tradizionale, da attivisti della nuova sinistra sociale, da accademici e intellettuali che si erano mobilitati contro Gutiérrez, ma anche da elementi cattolici ed esponenti dei circoli di centrodestra legati a Correa, tutti oppositori del neoliberismo – che tuttavia rifiutò di presentare candidati per il Congresso Nazionale: in caso di elezione, si sarebbe indetta un’assemblea costituente. Correa stravinse la sfida elettorale e alle successive votazioni per la Costituente, Ap ottenne 80 eletti su 130.
L’enorme carta fondamentale che fu elaborata – la Costituzione di Montecristi – è considerata una delle più avanzate in tema di riconoscimento dei diritti (individuali, civili, sociali e ambientali) e dell’identità e dell’autonomia delle minoranze etniche, oltre che di formalizzazione della democrazia diretta e partecipativa. Tuttavia, molte questioni, come quella del riconoscimento dei «diritti della Natura» a cui Correa era contrario, rimasero poco chiare e foriere di tensioni: e nel 2009 esse esplosero con la separazione della strada del governo e di quella di una parte dei movimenti indigeni e di sinistra, accusati da Correa di «sinistrismo, ecologismo e indigenismo infantili» e guidati dall’ex presidente della Costituente Alberto Acosta. Quest’ultimo si presentò alle nuove elezioni presidenziali del 2013, raccogliendo però pochissimi consensi (meno del 4%): la strategia etnicista della Conaie aveva, nel lungo periodo, manifestato tutti i suoi limiti (e, in particolare, quello derivante dall’attenuazione dell’identità di classe come contadini), tanto più che invece altre organizzazioni indigene, come il Movimento Cnc, avevano deciso di continuare a sostenere il governo.

Da qui lo scontro – ideale, ma anche di piazza – con le opposizioni che si trascina ancora oggi: il governo, tuttavia, gode ancora di un consenso a dir poco maggioritario, tanto per il concreto miglioramento delle condizioni di vita di ampi strati popolari, quanto per il carisma mediatico di Correa e per la cooptazione nel suo governo di parte dei dirigenti dei movimenti sociali. Formenti, forse semplificando ma evidenziando i nodi principali del dibattito, ha così riassunto la posizione di Correa verso le opposizioni:

Se è vero che il primo, vero obiettivo dell’Ecuador è uscire dalla povertà, […] allora occorre tenere conto del fatto che tale obiettivo si può realizzare solo attraverso la modernizzazione dell’economia in generale e dell’agricoltura in generale (a proposito della riforma agraria, Correa ama ripetere che dividere la terra in una miriade di appezzamenti gestiti con metodi produttivi arretrati significa distribuire la povertà, non la ricchezza). Quanto alle critiche sul mancato superamento dell’estrattivismo, Correa è solito ricorrere alla seguente metafora: se non sfruttassimo le nostre risorse petrolifere, saremmo come un mendicante che sta seduto sopra un sacco d’oro senza fare nulla, non possiamo morire di fame per soddisfare l’egoismo delle comunità amazzoniche che vogliono proibire agli altri cittadini di sfruttare le ricchezze che si nascondono nei loro territori. (pp. 25-26).

Secondo Formenti, ciò farebbe di quello di Correa un governo postneoliberista o populista di sinistra (in cui la specificazione «di sinistra» è importante per distinguerlo dai tradizionali movimenti populisti): a noi sembra che, al di là delle definizioni, in una prospettiva marxista sia difficile pensare a un superamento del capitalismo senza transizioni, soprattutto in un paese dove la proprietà della terra è ancora caratterizzata da retaggi feudali. Anche Formenti, poi, pone degli interrogativi sull’alternativa proposta dai movimenti indigeni – comunque minoritari – che si oppongono al governo, che in nessun caso propongono un superamento del capitalismo e o un’abolizione dell’economia di mercato:

Potremmo dire che gli indigeni chiedono di poter tornare a vivere secondo una forma di comunismo primitivo, rivendicando il diritto a autogovernarsi pur senza sostituirsi alle strutture del potere centrale. Ma questa visione politico-culturale ha qualche reale possibilità di opporsi al disegno di modernizzazione economica, politica, culturale che ispira la politica del regime correista? […] Gli altri punti del programma [elettorale di Acosta] – riforma agraria, socializzazione delle risorse, riduzione – ma non abolizione – del ruolo dell’economia di mercato, assieme alle rivendicazioni ecologiste, femministe, plurinazionali, postcoloniali – vengono a loro volta integrate al concetto di buen vivir. Un primo punto debole di questa operazione di sincretismo politico culturale […] consiste […] nel sovrapporre alla cultura indigena categorie mutuate dalla tradizione occidentale (Deep Ecology, decrescita, benecomunismo, ecc.). Il secondo punto debole riguarda il fatto che nemmeno nel discorso di Acosta troviamo alcun esplicito riferimento alla lotta di classe né al superamento del capitalismo: l’idea è quella di perseguire una forma inedita di socialismo che realizzi la giustizia sociale senza abolire il mercato e la proprietà privata. (pp. 32-34)

Aggiungiamo noi andando oltre gli intenti e le considerazioni di Formenti, essi costituirebbero un’alternativa progressista o conservatrice? La prospettiva di un ritorno a un comunismo primitivo che non si pone il problema del potere non contrasta con ogni prospettiva di abbattimento degli attuali rapporti di produzione e di sfruttamento? Se l’alternativa proposta dai movimenti sociali e indigeni non riguarda comunque l’abolizione della proprietà privata e il superamento del capitalismo, ci chiediamo se non sia più progressista in questa direzione Correa, piuttosto che la sua opposizione.

Nella seconda parte del libro vengono poi riportate le interviste ad alcuni esponenti delle élite ecuadoriane. Tra le più significative, quella a Pancho Huerta, definito «padre nobile del liberalismo ecuadoriano», le cui critiche «somigliano, sotto molti aspetti, a quelle dei movimenti della sinistra radicale» (p. 38), oppure quella di Diego Armando Ventimilla, deputato del Partito comunista, secondo cui «restare all’interno del processo della Revolución Ciudadana è la sola via per approfondirne e radicalizzarne i contenuti» (pp. 40-41). Emblematiche anche le parole di Juan Pablo Muñoz, che ha dichiarato che il primo obiettivo di un politico è quello di porsi il problema di trovare le risorse per realizzare gli obiettivi fissati dalla Costituzione – «Non si può, da un lato, rivendicare qualità della vita, e dall’altro pretendere che tale richiesta venga soddisfatta senza estrarre petrolio» (p. 46) – e che «una cosa era il ruolo dei movimenti sociali quando il potere era nelle mani dei neoliberisti, altro è il loro ruolo oggi, in presenza di un governo postneoliberista, che guida un processo di transizione verso il buen vivir» (p. 47). Indicativo anche che gli intervistati abbiano in genere rifiutato la definizione delle politiche economiche di Correa come un «capitalismo di Stato», con solo un paio di eccezioni: tra esse Acosta, che ha affermato cautamente che il governo Correa, per quanto non sia il risultato di alcuna rivoluzione né stia costruendo il socialismo, sia definibile come un «regime post neoliberale» anche se non post capitalista (p. 50). Manca, invece, il punto di vista della Conaie: come scrive Formenti, i dirigenti del movimento erano troppo impegnati in una serie di campagne e non gli è stato possibile incontrarli. Da alcuni loro interventi a un seminario con Toni Negri, Micheal Hardt e Sandro Mezzadra si deduce, però, che essi rifiutano le accuse di «etnicismo», affermando che la loro linea politica incarni «interessi universali, non limitati a quelli degli indigeni» (p. 69). Tuttavia Formenti, poche pagine dopo, evidenzia il rischio di «generare un corto circuito fra analisi concreta di un contesto locale e definizione di un paradigma rivoluzionario universale» (p. 91).
Nella terza e ultima parte del volume, Formenti fa un’analisi di tipo più teorico sul rapporto che può intercorrere tra la sinistra indigenista e la sinistra mondiale. In primo luogo, contesta le interpretazioni troppo rigide del pensiero marxista, che si limitano al giudizio positivo del filosofo di Treviri sulla dissoluzione dei rapporti sociali e delle culture precapitaliste provocata dalla colonizzazione e dall’introduzione dell’economia di mercato: una recente ricerca di Ettore Cinnella, anzi, avrebbe evidenziato che Marx, negli ultimi di vita, avrebbe valutato la possibilità di un ruolo «progressivo» delle comunità agricole tradizionali (pp. 86-87) che, in particolare in Russia, avrebbero potuto guidare una transizione al socialismo senza passare per il capitalismo. Lo stesso Formenti, però, evidenzia che Cinnella potrebbe aver sopravvalutato questa «svolta» di Marx, comunque limitata alla specificità storico-geografica della Russia della seconda metà dell’Ottocento. Inoltre, anche la relazione stabilita dai movimenti indigenisti tra le forme di autogoverno delle loro comunità e le rivendicazioni dei movimenti urbani appare forzata. Se secondo Acosta, «le sinistre devono essere socialiste, ecologiste, femministe, indigeniste, plurinazionali, anticoloniali e anticapitaliste», secondo Formenti «queste rivendicazioni non appaiono affatto scontate né, tantomeno, immanenti alla cultura indigenista, la quale sembra piuttosto averle assunte in base a considerazioni tattiche nella fase ascendente del movimento, per assicurarsi l’egemonia nei confronti delle lotte delle classi medie urbane» (pp. 91-92).
La conclusione di Formenti è che le rivoluzioni antiliberiste in America Latina, e in particolare quella in Ecuador, costituiscano dei processi rivoluzionari «incompiuti», in cui «a una fase ascendente, egemonizzata da strati di classe proletari a prevalente composizione contadina e indigena, caratterizzata da grandi mobilitazioni di massa e radicali innovazioni costituzionali, è seguita una fase di “normalizzazione”, egemonizzata dagli interessi di ceti urbani emergenti che hanno trovato espressione in governi populisti “di sinistra” guidati da leader carismatici» (p. 104). Ancora più nettamente, Formenti si esprime sui rischi della retorica «orizzontalista» contenuta nella Costituzione di Montecristi e osteggiata dal governo statalista di Correa. Essa, infatti, ha già dimostrato tutti i suoi limiti in Europa:

Questa è stata la base ideologica che ha legittimato, da destra, lo smantellamento del welfare e, da sinistra, l’esaltazione del welfare «dal basso» come chance per le comunità locali di riguadagnare la propria autonomia (vedasi l’enfasi sul terzo settore e sulla «cittadinanza attiva»). Visti gli esiti devastanti prodotti da questa ideologia orizzontalista, verrebbe da pensare che abbia ragione Correa a rivendicare il ritorno allo stato centralista come unica condizione che consente di garantire livelli accettabili di equità sociale, scongiurando una lotta di tutti contro tutti in cui sarebbero destinate a prevalere le ragioni del più forte. A meno che non si riesca a dimostrare che esiste un modo per far convivere le ragioni dell’autonomia e dell’autogestione delle comunità locali (e dei loro interessi «corporativi») con quelle di uno stato capace di integrarli in una sintesi politica. Il che ci riporta inevitabilmente a fare i conti con il tema del partito di classe. (pp. 111-112)

Cioè, con il tema del potere, già delineato in Utopie letali. Fin qui la recensione al volume di Formenti, che nelle battute finali delinea un parallelo tra l’Ecuador di Correa e la Bolivia di Morales, dove sta prendendo un corpo «un processo politico che, in ragione della forma che si è dato, appare tuttora aperto a un’evoluzione in senso socialista» (p. 115). Torniamo, ora, ai nostri quesiti iniziali sull’alternativa.

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Come abbiamo visto, nei dieci anni precedenti alla vittoria elettorale di Correa nel 2007, le manifestazioni di piazza guidate soprattutto dalle organizzazioni indigene hanno mandato a casa una decina di presidenti: in nessun caso ciò ha portato a un decisivo passo in avanti antiliberista, fino al governo Correa. In caso di caduta di Correa, probabilmente esso non si avrebbe neanche oggi, quando tutto lascia pensare che l’opposizione al governo ecuadoriano sia una delle tappe di una «guerra di debole intensità» contro Venezuela, Bolivia ed Ecuador, ma anche contro l’Argentina e il Brasile. In questo senso, destabilizzare e indebolire una sola delle esperienze che si richiamano al socialismo del XXI secolo e al bolivarismo significa, nella pratica, minare le basi di tutto il nuovo corso. Non pensiamo, quindi, che sia utile appiattirsi sul dibattito sterile e fuorviante tra «Correa sì» e «Correa no»: i processi vanno letti nella loro complessità nella loro lunga durata, nei rapporti tra le classi che vi prendono corpo, nella loro capacità di trasformare il reale, nelle loro contraddizioni e non stroncati in base all’antipatia o all’incomprensione che possono suscitare i loro principali rappresentanti o alcune delle loro politiche.
Come sempre, ognuno può scegliere da che parte stare: se con l’Alba e il socialismo del XXI secolo – che, con tutte le loro lentezze, le loro difficoltà e le loro contraddizioni (dovute tra l’altro a secoli di saccheggio e di colonialismo ad opera dei paesi europei, degli Usa e di multinazionali come la Chevron), che non devono essere dimenticati e di cui possiamo e dobbiamo discutere, stanno sperimentando nuove formule di organizzazione politica e di partecipazione popolare e costituiscono un tentativo di uscita dal neoliberismo (in una prospettiva magari non immediata, dal capitalismo) – o con il probabile ritorno al Washington Consensus. Se spingere affinché il governo correista possa colmare il bicchiere mezzo pieno indicato da Formenti o se, in nome di un «purismo» e di un settarismo di stampo tutto occidentale (anche se presente anche in America Latina) che non riesce a comprendere i tempi lenti dell’uscita dal capitalismo e della transizione al socialismo, svuotare definitivamente quello mezzo vuoto. E, con esso, anche i bicchieri – sicuramente un po’ più pieni, ma non ancora fino all’orlo – delle altre esperienze che si richiamano al socialismo del XXI secolo e che stanno faticosamente cercando di costruire un processo di integrazione latinoamericana in opposizione alle politiche neoliberiste.