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Il cazzaro nero e i pirati maledetti

 

L’implicazione di Casapound nella vicenda politica dei due marò, in stato di fermo in India nella guesthouse dell’Hotel CISF di Cochin (spesati dallo Stato italiano con soldi pubblici), assume ogni giorno che passa contorni sempre più illuminanti. Merito principale, l’attività di Wu Ming e di Matteo Miavaldi, che attraverso la puntigliosa controinchiesta giornalistica e lo splendido dibattito che ne è seguito, hanno portato alla luce lati della vicenda che probabilmente mai sarebbero emersi. Primo fra tutti, l’importante ruolo giocato da Casapound stessa, attraverso non solo la campagna politica in difesa dei Marò, ma soprattutto per i rapporti che il finto ingegnere Luigi Di Stefano intrattiene col Parlamento italiano, tali da avergli permesso di presentare una sorta di “analisi tecnica” di parte italiana alla Camera dei Deputati il 16 aprile del 2012. Ricordiamo di passaggio che Luigi Di Stefano, responsabile del settore energia e ambiente per il partito politico Casapound, è anche padre di Simone Di Stefano, candidato di Casapound alle elezioni regionali del Lazio. Insomma, il parlamento italiano ha chiesto ad un esponente politico neofascista, neanche laureato, di produrre un’analisi tecnica della vicenda giudiziaria. E questi, senza sprezzo del ridicolo, ha prodotto tale analisi guardando dei filmati su Youtube e leggendo le pagine di Oggi. Per tutto il quadro generale della questione, consigliamo di nuovo vivamente la discussione prodotta su Giap, come sempre efficace e illuminante.

Invece a noi premeva sottolineare altre due cose, sicuramente di minor rilievo rispetto alla complessità di ciò che è emerso, ma egualmente significative. Per capire, una volta di più, con chi abbiamo a che fare quando parliamo dei fascisti del terzo millennio.

Bene, come notiamo da tempo, il riferimento “culturale”(!) più importante a cui fa riferimento Casapound è proprio la retorica piratesca. Infatti, tutta la loro simbologia politica e culturale verte sul fenomeno della pirateria. Dal Cutty Sark alle bandiere nere, dal Jolly Roger alle tibie incrociate, dagli slogan sugli assalti e gli arrembaggi, i velieri stilizzati, alla figura mitizzata di Capitan Harlock, dai loro numerosi covi chiamati “Tortuga” ai nick name che si scelgono su internet, insomma sono anni che i neofascisti giocano a fare i pirati. Bastano però due militari implicati in uno scontro con qualche pescatore indiano scambiato per pirata, che subito cade tutto il cornicione di puttanate costruito in questi anni (qui possiamo farci allegre risate di un’iniziativa “contro i pirati” fatta in un posto chiamato “l’isola di Tortuga”…) . Infatti, prima ancora che la vicenda fosse chiara, i neofascisti sono corsi a difendere il militare a difesa della multinazionale del petrolio contro quelli che loro chiamano pirati. Senza neanche pensarci due volte (almeno salvando qualche parvenza di coerenza), accusano i pescatori indiani di essere pirati e i due militari di aver svolto il proprio lavoro. Che sarebbe quello di difendere la proprietà privata delle navi multinazionali dagli assalti dei fantomatici pirati. Alla faccia dell’esaltazione della pirateria. Quando il padrone chiama, insomma, il servo obbedisce. (Tralasciamo poi la questione che, anche fossero stati pirati, questo non giustifica certo l’assassinio di esseri umani, nonché l’impiego di militari a bordo di imbarcazioni civili, dunque, anche fosse, il processo per omicidio andrebbe comunque svolto. Al di là delle decorazioni e le onorificenze che Napolitano ha tributato ai due militari nel viaggio premio per le vacanze di natale..).

Noi che invece dei pirati non ce ne è mai fregato una mazza, e che anzi li lasciamo volentieri alla mitologia nazista, invece su questa vicenda due pensieri li vorremmo esprimere. Infatti, solo una rozza sintesi giornalistica può ridurre il problema storico dell’economia di pesca somala a una questione di pirati e di arrembaggi alle petroliere. In effetti, più che bande di ladroni, i famigerati “pirati” altro non sono che il prodotto del fallimento della Somalia, fallimento che ci riguarda molto da vicino, sia come Stato colonialista che ha governato per lunghi decenni quei territori, che come Stato imperialista all’interno del consesso NATO, che ha promosso la guerra in Somalia dei primi anni novanta. La fine delle frontiere somale nel corso dell’ultimo decennio del novecento ha portato non solo pescherecci di tutti gli altri stati attigui ad invadere le acque territoriali dello Stato, generando il fallimento dell’economia di pesca locale, ma soprattutto ha messo nel caos la regolamentazione delle rotte delle navi giganti, petroliere o navi cargo che fossero. Questo ha prodotto quel fenomeno di resistenza, anche violenta, che viene descritto come “pirateria somala”. Addirittura Wikipedia, certo non sospettabile di simpatie piratesche, nella sua pagina dedicata alla vicenda,  alla quale rimandiamo per farsi un quadro, pur superficiale, della questione, si esprime in questi termini:

 “…Fin dal crollo del governo centrale numerose barche da pesca straniere violavano il confini marittimi somali e prima del coinvolgimento delle milizie e degli uomini d’affari, i pirati erano principalmente interessati a garantire il rispetto dei confini nazionali.”

Insomma, capire e contestualizzare il fenomeno della ribellione dei pescatori somali è fondamentale, e di tutto si tratta tranne che di qualcosa confrontabile con il fenomeno storico della pirateria settecentesca.

Che lo Stato imperialista italiano, d’accordo col resto della comunità internazionale, voglia sbrigare la faccenda da un punto di vista militare, sta nelle cose. L’Italia, insieme al resto dell’occidente, ha prodotto quel fenomeno, e oggi si applica nel depoliticizzare tutta la vicenda trattandola alla stregua di mera questione di sicurezza.

E invece probabilmente dovremmo iniziare a dire con forza che quei pescatori somali hanno ragione. Anche se nel frattempo si sono trasformati da pescatori in guerriglieri; anche se nello sviluppo della vicenda i signori della guerra si sono inseriti rovesciando il senso di quella ribellione. Anche se probabilmente è più quello che ci separa che ciò che ci unisce da quella gente. Anche di fronte a tutte le mille contraddizioni del caso: fra una barchetta di pescatori somali dediti ormai al sequestro della supernavi, e le multinazionali del petrolio e della logistica che uccidono l’economia locale dopo aver fatto fallire la Somalia, noi stiamo dalla parte di quei pescatori. E se i giornali li chiamano pirati, noi stiamo dalla parte dei pirati.

 

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21 comments to Il cazzaro nero e i pirati maledetti

  • Oske

    I Corsari lavoravano per la corona inglese.. questi so’ i corsari der terzo millennio

  • Eleuterio Di Giovanni

    Non che mi aspetti l’interesse di qualcuno (che schifo, gli anarchici!!!), ma l’area libertaria opera da anni un recupero della storiografia piratesca per sottrarla proprio alle fanfaronate dei fasci: http://www.eleuthera.it/risultati.php?idper=29

  • ADS

    no a me interessa invece, ed hai ragione sul fatto che l’area libertaria usa la simbologia piratesca. un esempio tutto italiano è lo squat occupato un paio di anni fa Milano che si chiamava appunto Tortuga, il collettivo occupante faceva riferimento ai pirati sia nel nome che nella terminologia usata nei comunicati. e non erano certo fasci!

  • [...] Quando si parla in Italia di Somalia ora di solito è per farne un paragone di come uno Stato possa finire nel caos: “il Mali la nuova Somalia”, “la Libia la nuova Somalia” e via dicendo. Poi sono venuti i pirati e quindi la Somalia è stata brutalmente semplificata come territorio dove il terrorismo di al-Shabaab impazza e dove quindi i pirati maneggiati da questi islamici operano perché ha un guadagno maggiore rispetto alla pesca. Ed in questo ci aiuta molto ciò che si scrive oggi proprio sul sito Militant: [...]

  • valerio

    e non dimentichiamoci del compagno Capitan Uncino, di One Piece e di Pirati dei Caraibi. Eviva i pirati

  • Ile

    Sinceramente io la fascinazione dei compagni – anarchici e non – per la pirateria settecentesca non la capisco. Forse non ne conoscono non dico la storia, ma neanche le basi. E questo lo dico pur facendo attenzione a non confondere tra corsari (che erano al servizio di un governo e, in quanto tali, agenti dell’imperialismo) e i pirati (che invece non lo erano).
    Mi sembra metta le cose in chiaro la recensione di “Cartagena” di Valerio Evangelisti uscita sul Manifesto:

    Il punto di vista dell’autore sui protagonisti degli eventi narrati, infatti, non ha assolutamente niente di romantico o idealizzato. Per Evangelisti i pirati non incarnano assolutamente la figura del ribelle, né tantomeno del rivoluzionario che vuole cambiare lo stato di cose esistente per instaurare relazioni sociali più giuste e più umane. I filibustieri non sarebbero nient’altro che gli anticipatori, in qualche modo gli archetipi, del nuovo sistema capitalista fondato sul libero mercato che si prepara in quel periodo a conquistare il mondo intero. La ricerca del profitto, la predazione, lo sfruttamento del lavoro altrui, della schiavitù è alla base della loro concezione del mondo. E nessun ostacolo deve frapporsi tra loro e i loro obiettivi. Capitalisti ante litteram, sono allergici a qualunque laccio e lacciuolo tenti di frenare o regolamentare l’estrazione del profitto e ben consci della necessità di travolgere l’ordine sociale esistente fondato su monarchia e aristocrazia per poter instaurare il nuovo sistema economico e sociale. Del resto il loro fine è «instaurare il libero mercato». E, come afferma esplicitamente il governatore Ducasse, in pratica il vero capo della fratellanza: «Noi, coloni e filibustieri, siamo le avanguardie di tale progetto». E, ancora: «Stiamo fondando da decenni qualcosa di diverso dalla vecchia Europa».

    Ma anche quest’altra recensione:

    Il secondo livello di lettura, invece, è quello più importante e interessante. I pirati di Evangelisti, infatti, non si prestano bene a fare la parte degli eroi o dei simboli della libertà e della ribellione. Certo, tra le loro fila vige una specie di democrazia che in Europa, al tempo, nessuno si sognava. Ciò che guida le loro azioni, però, è soprattutto la ricerca spregiudicata del profitto. Profitto a ogni costo e a danno di chiunque. I pirati divengono, quindi, precursori di quel liberismo estremo, di quel capitalismo che non guarda in faccia a nessuno, su cui Evangelisti vuole farci riflettere.

    In questa ottica, mi sembra abbastanza evidente il motivo per cui questi pirati del ’700 piacciono ai fascisti e quelli di oggi no.

  • GSX

    Due citazioni, che forse valorizzano la tesi dei “protocapitalisti”…o forse no.
    Sempre che ci sia il bisogno di etichettare il fenomeno… ;)

    “Ci trattano da delinquenti, le carogne, quando non c’è che una differenza, loro rubano ai poveri con la copertura della legge, sissignore, e noi prendiamo ai ricchi con la protezione del nostro coraggio.” (Charles Bellamy, ad un capitano fatto prigioniero)

    “Il quinto dice “non devi rubare”, e forse io l’ho rispettato vuotando in silenzio le tasche gia’ gonfie di quelli che avevan rubato: ma io senza legge rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio”
    (Fabrizio De André – Il testamento di Tito)

    Vi risparmio Jules Bonnot… :)

  • Ile

    Il discorso non è morale, se rubare o se non rubare. A me interessa poco se uno ruba, anzi… Il discorso riguarda il sistema di valori che ci sta dietro. Riguarda a chi fa comodo agire in certo modo. Riguarda il guadagno che veniva alla Francia dalle operazioni dei pirati.

    E, tra l’altro, De Andrè e Bonnot non erano pirati: se non sai fare un discorso coerente è un problema – capisco grave – tuo, non è che ci devi coinvolgere.

  • GSX

    Ricevuto Ile’…buona giornata.

  • Nicola

    Certo Ilè che un minimo di calma nei dibattiti sarebbe gradita. Poi fai come te pare, è che diventa snervante leggere e commentare.

  • Ile

    A parte che non capisco secondo quale principio sia diventata “Ilè”, ma la morale da chi si mette sul piedistallo a dire che Jules Bonnot ce lo risparmia…

  • Mark Lenders

    Direi che non si sente la necessità di toni stizziti che in altre discussioni tutto sommato potevano starci…rimaniamo sull’oggetto del post…

  • GSX

    Allora…
    Il primo commento voleva essere semplicemente “suggestivo” e Ile ha senza dubbio ragione nel dire che non c’era esposto un discorso coerente.

    Detto questo, da quelle frasi se ne possono ricavare tante riflessioni/conclusioni.

    Ne dico qualcuna mia:
    - ci sono delle similitudini fra la frase di bellamy e quella di de andre (bonnot l’ho risparmiato non per supponenza, al contrario proprio perché penso tutti i lettori di questo blog ne conoscano la figura);
    - sicuramente queste similitudini si basano su un approccio individualista che, perlomeno per quanto riguarda de andre e bonnot, non è totalmente autonomo da interessi collettivi ampi (lo sottolineo perché personalmente non mi piace tanto la definizione “individualista”, dato che è uso comune l’accezione “negativa” proprio rispetto a ciò che è collettivo);
    - nella frase di bellamy (“non c’è che una differenza”), si potrebbe rintracciare in effetti quello che dice Ile citando Evangelisti.

    In tutto ciò, non avrei citato le due frasi se non le trovassi molto belle.

    Su fascismo e pirati, aggiungo una considerazione probabilmente banale: è evidente come fascisti vecchi e nuovi abbiano attinto e attingano a piene mani dal “repertorio” anarchico.

    Sul tema principale, poco da dire: il post in sé lo condivido pienamente, ed è legittimo fottersene dei pirati o averne un giudizio storico negativo…

    Un saluto fraterno a tutta la Militant…daje forte!

  • GSX

    pardon, la recensione al libro di Evangelisti del Manifesto…

  • Red Dog

    Sti cazzari neri se so messi a fa’ i piacioni coi cazzari Grillini…
    artro che pirati…
    L’avete fatto diventa’ quasi simpatico co sta’ buffissima vignetta
    I piarati ribbelli combattevano pe non esser portati a fa le guerre colonialiste,e pe rubba’tutto quello che capitava…una specie di auto sovvenzione
    poi c’erano anche quelli che se facevano paga’ dai re e reggine per i loro sporchi interessi coloniali…molto piu’ simili ai cazzari neri de casa clown!

  • lavoratore atac

    Non riesco a trovare alcuna comunanza tra i pirati e qualsivoglia movimento abbia una minima velleità di lotta popolare e antisistemica.

    I corsari saccheggiavano e distruggevano interi villaggi nè più nè meno delle navi inglesi, spagnole, francesi, anzi i governi autorizzavano espressamente i pirati ad attaccare altre navi europee…altro che ribellione…

    Non a caso il movimento pirata vero, quello svedese, parte da una pratica illegale (il file sharing) per poi sviluppare altre problematiche che con i compagni o i fascisti non hanno niente a che vedere.

  • Lorenzo

    Pure Carmilla recupera Evangelisti:

    “Sandro Moiso, in ”Bussole impazzite” ha indiscutibilmente ragione su Berlusconi: è un pirata. Un Capitan Uncino con altre protesi. (…)
    In realtà, anche Monti è un pirata. (…)
    Hanno vinto i pirati, ma non quelli di torrente. Hanno vinto i filibustieri nell’accezione storica, realistica del termine: professionisti del saccheggio, rapinatori senza frontiere.
    Non esiste più nessun vero ordine, nessun vero potere se non quelli basati sull’acquisizione famelica e indiscriminata di risorse, sullo sfruttamento, e sul consumo bulimico e distruttivo. Cioè sul saccheggio.”

    Ladri Senza Frontiere, di Alessandra Daniele
    http://www.carmillaonline.com/archives/2013/01/004591.html#004591

  • quechua

    quindi tra i pirati e peter pan?
    la famosa “isola che non c’è” è sempre attuale?

    a proposito di pirati svedesi
    http://www.partito-pirata.it/

  • [...] dell’esaltazione della pirateria. Quando il padrone chiama, insomma, il servo obbedisce.» (da «Il cazzaro nero e i pirati maledetti», Militant Blog, [...]

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