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Quando viene pubblicato un nuovo romanzo della collana Stile libero di Einaudi, solitamente lo compriamo pensando di andare sul sicuro. È la collana in cui sono stati pubblicati i romanzi di Don Winslow, quelli di Wu Ming, quelli di Girolamo De Michele e di tanti altri ottimi scrittori, che spesso abbiamo anche recensito positivamente su questo blog. Per questo, non appena abbiamo notato l’uscita di La legge dell’odio di Alberto Garlini lo abbiamo comprato, pensando quanto meno di avere in mano una lettura piacevole. Certo, avremmo dovuto insospettirci per quello che si leggeva in giro: La legge dell’odio è stato descritto, infatti, come del «romanzo definitivo sugli anni ‘70», che avrebbe dovuto «cambiare per sempre il nostro punto di vista». La prospettiva, quella di un neofascista dedito a diverse attività terroristiche tra il 1968 e il 1972, è stata presentata come scandalosa e spiazzante. Addirittura, la narrazione della presenza di alcuni giovani neofascisti a Valle Giulia – che non solo non è mai stata un mistero, ma che è anche un’acquisizione storiografica da anni – è stata definita come uno di quei fatti taciuto da decenni. I neofascisti personaggi del libro, invece, sono stati dipinti come «umanissimi e veri».

Nonostante la fiducia che accordiamo alla collana Stile libero, fin dalle prime pagine ci siamo infatti accorti di avere in mano un romanzo più che criticabile: sia dal punto di vista letterario, sia soprattutto da quello contenutistico e politico. Per quanto riguarda il primo, la ricerca di uno stile aulico viene perseguita tanto forzatamente da diventare comica, se non grottesca: qua e là si leggono espressioni come «piselli duri come emorroidi», piuttosto che «le sue ascelle stillavano il lucore aulente degli eroi del Walhalla». E non abbiamo scelto delle espressioni-limite: metafore e similitudini di questo genere si ripetono in tutto il libro, facendolo diventare un mattone di 809 – indigeribili – pagine.

Per quanto riguarda il lato contenutistico e politico, la resa del romanzo è, se possibile, ancora più grottesca. La narrazione ruota intorno a due personaggi: Stefano Guerra, il giovane protagonista, di cui sappiamo fin dalle prime pagine che è morto; e il leader di Lotta nazionale Franco Revel che, accusato del suo omicidio, ne ripercorre la vicenda biografica e la parabola politica. Nonostante lo «scambio» del nome di battesimo, nella figura del secondo è chiaramente riconoscibile il fondatore di Avanguardia nazionale Stefano Delle Chiaie, mentre il primo fa pensare a Franco Freda. Se non fosse che, quest’ultimo, è – ahinoi – ancora vivo e vegeto.

Ovviamente Garlini, all’inizio del libro, mette le mani avanti affermando che «i personaggi e gli accadimenti sono patrimonio esclusivo dell’autore e non appartengono alla Storia», ma sappiamo bene che non è così: ed è facile, allora, riconoscere nell’infiltrato Morgana, Mario Merlino; nell’editore Giampiero Meneghello, Giangiacomo Feltrinelli (che viene ridicolizzato, attribuendogli l’intento di fare la guerriglia… in Calabria!); nel compagno di cella di Revel Gianluca Brizzi (definito, con un’altra similitudine involontariamente ridicola, «fascista come lo può essere una capra di montagna»), Angelo Izzo, il fascista del massacro del Circeo; nell’anarchico Pino, Pietro Valpreda ( e qui non possiamo che notare un certo cattivo gusto nel chiamarlo col nome di Pinelli); nell’anarchico Mario Sardi, che si impicca in cella con una cintura dopo due giorni e mezzo di interrogatori per la strage di piazza del Monumento/piazza Fontana (e qui Garlini lascia intendere non che fosse stato in realtà ucciso, ma che «probabilmente lo hanno incastrato per bene»), Pino Pinelli. E così via: ogni personaggio del romanzo è facilmente riconoscibile ed identificabile. Lo diciamo chiaramente: i neofascisti, collettivamente intesi, ne escono male. Vengono descritti come strumentalizzati dai servizi e in combutta con polizia e carabinieri, che più di una volta chiudono un occhio. Viene mostrato il loro ruolo di esecutori – per quanto nel romanzo siano esecutori involontari e anche un po’ ingenui – nell’esordio della strategia della tensione, da piazza Fontana a Peteano.

Però non basta: perché se come entità collettiva i neofascisti ne escono malissimo, singolarmente vengono offerte loro delle giustificazioni e dei margini di comprensione. Non basta perché Stefano Guerra, il protagonista del libro, implicato nella strage di piazza Fontana e pluriassassino, viene rappresentato come uno – citiamo direttamente dal retro della copertina – il cui cuore «batte anche in ciascuno di noi». Ne esce un personaggio che vorrebbe essere affascinante come i protagonisti di Romanzo criminale (per fortuna, Garlini ha dei grandi limiti come scrittore e non riesce a renderlo tale): problematico, dalla vita familiare complessa (il ricordo del “suicidio” del padre è uno dei fili conduttori del libro), irrequieto e “ribelle”. Ma anche bellissimo e attraente: uno di quelli che seduce e conquista tutte le donne che incontra, siano cameriere, camerate o, soprattutto, compagne. Esse se ne innamorano perdutamente e irrazionalmente: probabilmente, le donne sono quelle che escono peggio in questo romanzo. Insomma, Stefano Guerra è un fascista deciso e idealista, un «rivoluzionario di destra» che «si porta dentro la rivoluzione e i rumori della provincia e il calore pulsante dei pugni» e che si trova suo malgrado coinvolto nelle trame nere mosse da servizi segreti e gruppi di potere: una visione romantica, che però non corrisponde a quello che sono stati, storicamente, i neofascisti.

E poi ci sono i compagni: nessuno di essi ha delle note positive. Alcuni sono ricchi e annoiati intellettualodi, altri tossicodipendenti dediti ad orge e festini a base di droga, la maggior parte codardi che ce le prendono sempre e hanno tanta paura dei fascisti da chiedere incontri per stabilire tregue o vigliacchi che aggrediscono in dieci contro uno (in modo particolarmente irritante, ciò viene ripetuto più volte). Insomma, l’idealista, il rivoluzionario, è il fascista Guerra: i compagni valgono meno di niente.

Anche le pagine sulla preparazione e la messa in pratica della strage di piazza del Monumento (piazza Fontana) lascia molte perplessità: Garlini, infatti, fa sua la tesi di Paolo Cucchiarelli sulla doppia bomba.  Così vediamo l’anarchico Pino/Valpreda portare in Banca una bomba a bassa intensità, che non avrebbe dovuto provocare vittime, a cui però viene aggiunta a sua insaputa la bomba che provoca la strage. Insomma, Garlini ci suggerisce che neanche gli anarchici, in fondo, erano così innocenti. Si tratta di una tesi che, evidentemente, non ha alcuna validità storiografica: il libro di Cucchiarelli del 2009 in cui è presentata, Il segreto di piazza Fontana, è stato infatti abbondantemente criticato e confutato, punto per punto, ad esempio da Saverio Ferrari e da Francesco “Baro” Barilli (leggi), e da Aldo Giannuli (leggi il contributo in cui lo discute punto per punto). Garlini, invece, la fa sua, con tanto di noiosissime pagine sui timer truccati e sul sosia di Valpreda (che, e di questo non si capisce proprio il motivo, sarebbe stato presente a piazza Fontana durante la strage mentre ci stava anche Valpreda stesso!).

Insomma, di romanzi belli sugli anni ’70 e sull’eversione nera ne sono stati scritti: e pensiamo, ad esempio, a Scirocco di Girolamo De Michele. O alla produzione di Stefano Tassinari. La legge dell’odio, invece, è solo uno dei sempre più frequenti tentativi di rendere i fascisti un po’ meno negativi e i compagni molto meno positivi. Uno di quelli che alla fine fanno vendere. Noi lo sconsigliamo: risparmierete pure 22 euro.

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