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L’insensato parallelo tra jihadismo e Brigate rosse. Di nuovo

Già dopo gli attentati a Parigi di novembre avevamo scritto una riflessione sull’uso strumentale dell’accusa ai jihadisti di essere come le Brigate rosse: un parallelismo disgustoso quanto frequente, come testimonia l’immagine trovata su internet che apre questo contributo, sulla quale ogni commento sarebbe superfluo. Un parallelismo bislacco, privo di senso, senza alcun valore non solo politico, ma anche storiografico. Insomma, quello che a Roma si chiama «buttare in caciara», un modo da un lato per chiamare alla sacra unione nazionale contro il nemico e dall’altro per bollare come «nemica» e «criminale» qualsiasi ipotesi di cambiamento radicale del sistema in cui viviamo.
Dopo gli attentati di martedì a Bruxelles, politici e giornalisti italiani non hanno perso tempo per riproporre l’assurdo parallelismo. Così prima di tutti Renzi, che nella conferenza stampa ufficiale ha inizialmente elogiato le forze dell’ordine italiane che avrebbero una vasta esperienza nella lotta alle emergenze – «dalla mafia, al terrorismo, al brigatismo», come se fossero la stessa cosa – e poi si è rivolto (in un crescendo che andava dal nazismo sconfitto dai nonni alla sua generazione, a coloro che hanno studiato giurisprudenza dopo gli omicidi di alcuni magistrati per mano mafiosa) alla generazione dei suoi genitori, che «hanno avuto la prova del terrorismo e del brigatismo: durante le loro lezioni all’università si sparava». Continua a leggere »

Più sicurezza, più guerre, più attentati

 

Il fragore della prima esplosione all’aeroporto di Bruxelles non era ancora terminato, e già i politici di tutta Europa chiedevano a gran voce più sicurezza, più espulsioni, più controlli e una maggiore incisività nella lotta allo Stato islamico. Ma Bruxelles era già la capitale più militarizzata d’Europa, quella dove in questi quattro mesi erano stati compiuti più blitz, più perquisizioni, più arresti. I servizi segreti di tutta Europa non hanno impedito a Salah Abdeslam, il terrorista ricercato per gli attentati di Parigi, di continuare a vivere non solo a Bruxelles, ma persino nel suo quartiere di Molenbeek, da dove venivano per giunta altri protagonisti degli attentati di novembre. Così come non hanno impedito gli attentati di ieri mattina, nella città più controllata d’Occidente. Reclamano a gran voce espulsioni di massa, i politici europei, ma gli attentatori – tutti – erano cittadini europei, migranti di seconda o addirittura di terza generazione. Europei loro ed europei i genitori, con buona pace di chi crede nei terroristi venuti coi barconi dei migranti. Reclamano a gran voce, i politici europei, di rompere gli indugi, di dichiarare finalmente “guerra all’Isis”, ma noi siamo già in guerra contro lo Stato islamico. Siamo in guerra in Siria, dove una coalizione di 22 paesi già bombarda quotidianamente lo Stato islamico; siamo in guerra in Libia, dove all’oscuro del parlamento e dell’opinione pubblica, già bombardiamo l’Isis locale. Continua a leggere »

Retake: le pezzette del Partito del Degrado

Poco più di una settima fa eravamo andati a contestare Retake, i volontari “antidegrado”, dicendo che la loro non era altro che una kermesse ipocrita, e che erano ben altre le ragioni dello stato pietoso in cui versa Roma. Nemmeno il tempo di far asciugare le pezzette ed ecco spuntare la proposta di candidatura del loro portavoce nelle liste del PD, leggi anche Partito del Degrado. E’ davvero significativo che ad avanzare la proposta sia stato niente di meno che Roberto Morassut, ex assessore all’urbanistica della Giunta Veltroni e “padre nobile” del piano regolatore che, per favorire la rendita fondiaria e la speculazione, ha affossato ogni residua speranza di sviluppo sostenibile della città portando l’edificazione prevista a 70 milioni di metri cubi. E quindi cementificazione, traffico, inquinamento, mancanza di servizi e… degrado. A ben vedere dunque il più grande evento retake di tutti i tempi non era altro che uno spot elettorale sulla pelle di qualche migliaio di volontari che, forse, farebbe meglio ad iniziare pulendo bene le lenti con cui guarda la realtà. Quanto meno per non accorgersi troppo tardi d’essere stati presi per i fondelli. Quanto a noi, ci tocca ancora una volta dar ragione ad un vecchio democristiano quando diceva: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

PS Quanto all’altra candidatura che emerge dall’intervista stendiamo (per ora) un velo pietoso, poi, appena avrà fatto effetto l’antiemetico, ci torneremo su.

La guerra come fattore genetico

 

Capita di imbatterci a volte nell’inserto culturale del Corriere della Sera “La Lettura”, inserto che, come è facilmente intuibile, vorrebbe rappresentare il corrispettivo culturale della narrazione politico-economica raccontata nelle pagine del giornale. Una narrazione molto spesso centrata sull’eternizzazione dei valori del mondo borghese contemporaneo, sulla supposta naturalità delle sue categorie culturali che tentano sempre più a fatica di dare un senso al mondo declinante in cui viviamo, per contrastare il senso di alienazione e scissione della vita moderna. Sono presenti sovente panegirici, con intenti raffinati ma molto spesso astratti e contorti, sul valore supremo dell’individuo, sulla fine delle ideologie che hanno ferocemente insanguinato il mondo moderno, sulla società liquida in cui il centro non sono più le contraddizioni di classe, gli steccati e i confini sociali alimentati dall’epoca monopolistica del capitalismo, ma i desideri, i bisogni del consumatore medio, votato a una politica della legalità, del decoro urbano e morale e alla mentalità dell’ambientalismo illuminato. Continua a leggere »

La deriva culturalista della questione migrante: Zizek e il fardello dell’uomo bianco

 

A gennaio è uscito un interessante articolo del filosofo sloveno Slavoj Zizek sui fatti di Colonia nella notte di Capodanno. Interessante non perché condivisibile, ma perché illustra bene tutti i cliché mentali di una certa sinistra, radicale ma anti-marxista. Ci sembra importante tornare sull’argomento perché il testo di Zizek ha carattere generale, parte dai fatti di Colonia per allargare lo spettro e affrontare di petto la questione migrante. E’ il risultato di un ragionamento di lungo(?)periodo, e siccome Zizek è uno dei punti di riferimento intellettuale della sinistra di cui sopra, ha senso rifletterci sopra.  Continua a leggere »

Il significato della supremazia bianca oggi. Racconto della conferenza di Angela Davis

«Non sono più iscritta al partito comunista, ma sono ancora comunista». Questa una delle affermazioni di Angela Davis durante la lezione magistrale che ha tenuto lunedì scorso all’Università di Roma Tre. Parole decise, prive di ipocrisia e senza toni attenuati, pronunciate in risposta all’intervento polemico del germanista Marino Freschi, che – e la frecciatina anticomunista nelle sue affermazioni era palese – evidenziava i rapporti di Davis con Erich Honecker, segretario della Sed (il partito comunista della Repubblica democratica tedesca) e poi presidente della Ddr, e l’esistenza di una foto che la ritrae con sua moglie Margot. La foto in questione, che vede anche la presenza della cosmonauta sovietica Valentina Tereshkova, è del 4 agosto 1973, pochi giorni dopo la morte di Walter Ulbricht, fino ad allora presidente della Ddr con pochi poteri effettivi: Freschi non ha potuto fare a meno di fare un po’ di polemica, dicendo che Honecker aveva tenuto nascosta questa morte perché allora nella Ddr non si poteva dire la verità. La dichiarazione di Davis di essere ancora comunista e l’affermazione precedente sulla possibilità di un futuro socialista («Non solo perché non ci sono più paesi socialisti dobbiamo pensare che non ci sarà più un mondo socialista in futuro», ma andiamo a memoria) assumono, in questo contesto ufficiale, ancora più valore. Continua a leggere »

Le primarie 2.0 del non partito renziano

 

I commenti alle primarie taroccate del Pd sono più indicativi della vicenda in sé, che già racconta molto della politica italiana del XXI secolo. La compravendita di voti avvenuta a Napoli o il tentativo di aumentare artificialmente il numero di votanti a Roma, ambedue le vicende racchiuse nel proposito di dare supposta legittimità popolare ai candidati renziani, viene completamente ribaltata nella lettura mediatica mainstream. Secondo i giornali, il problema non è la “dirigenza” che ha fatto di tutto pur di evitare passi falsi e candidati sgraditi, ma il corpo del partito che ancora non si è adeguato alla rottamazione renziana. Di fronte ad una realtà dei fatti che prova, oltre ogni ragionevole dubbio, la collusione del ceto dirigente renziano con i metodi della politica corrotta dell’ultimo ventennio, i media ci raccontano l’opposto, ribaltando la vicenda e riuscendo a legittimare politicamente il disegno renziano anche di fronte alla prova provata della sua continuità totale con il passato. Continua a leggere »

A San Lorenzo non passa il volontarismo reazionario di Retake

Abbiamo più volte avuto modo di analizzare il fenomeno Retake, il falso associazionismo sponsorizzato dalle multinazionali come Wind, Groupama, Eataly, LVenture Group, e coadiuvato dall’università privata Luiss. Una forma corrotta di associazionismo, che spiana la strada, attraverso metodi presuntamente cooperativi, all’ideologia liberista privatizzante ogni settore della vita pubblica gestito dallo Stato. E’ però una battaglia politica e culturale complessa, perché apparentemente le motivazioni e gli intenti dei “retakers” appaiono di buon senso, forse ingenui ma genuini, in buona sostanza fenomeni di attivismo cittadino magari inconcludente ma sicuramente positivo. Continua a leggere »

L’Italia alla guerra

 

Partiamo da un dato di realtà. Il governo Renzi si è imbarcato, con tutte le timidezze del caso, nell’impresa libica, nonostante i media cerchino in tutti i modi di farci credere il contrario. Da mesi sono i corso i preparativi militari per scendere sul terreno, oltre che bombardare, cosa già in corso, attraverso i droni. La Nato sa benissimo che il controllo del territorio libico passa attraverso forme di occupazione, di intervento diretto, e certo non può bastare a difendere gli interessi occidentali la debole e frammentata rappresentanza filo occidentale presente nel paese. La partita libica è una partita difficile, la “scatola di sabbia” della prima impresa coloniale italiana è oggi un paese strategicamente decisivo sia per il controllo del Mediterraneo che per la partita di affari su gas e petrolio, sia, inoltre, per giocare un ruolo nello Sahel africano. Grazie all’impresa neocoloniale del 2011 con cui venne dato il benservito a Gheddafi, oggi in Libia non esiste uno stato nazionale, ma una tribalizzazione del paese prevedibile e prevista sin dal 2011 (qui, qui e qui). Continua a leggere »

8 Marzo: qualche considerazione di classe

Tra le date che scandiscono la vita e la militanza politica dei compagni, alcune assumono un valore imprescindibile (il 25 Aprile e il Primo Maggio, per citarne un paio…), mentre altre, anno dopo anno, sembrano perdere il loro significato collettivo, sfumarsi in quello che le forze politiche più disparate (e per loro volontà i media mainstream) hanno deciso di dare loro.
È il caso dell’8 Marzo. Davvero la celebrazione di questa data può essere ridotta a una cena tra donne con le amiche? Abbiamo davvero bisogno che sia la Vodafone a ricordarci le disparità di genere, attraverso il suo ultimo spot?
E soprattutto, vogliamo davvero che questa disparità venga trattata solo per quelli che sono gli aspetti culturali e sociali (l’invecchiamento – e, quindi, la bellezza; il matrimonio; i figli) che, per quanto urticanti e onnipresenti, sono evidentemente solo la punta dell’iceberg di una questione che riguarda le disparità economiche, lo sfruttamento e le differenze di classe? Continua a leggere »