APPUNTAMENTI

manifesto-28-gennaio

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

NOI SAREMO TUTTO


Rete Nazionale

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Festival Antifascista

Caracas Chiama


Rete di solidarietà al Socialismo del XXI secolo

Comitato per il Donbass Antinazista


Coordinamento Operaio Ama


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

10 February :
2005 Si commemora per la prima volta il giorno del ricordo, fortemente voluto da Alleanza nazionale. Nel nome del nazionalismo si strumentalizza la questione delle foibe e ci si dimentica delle 300.000 vittime mietute dagli italiani in Yugoslavia

STATS

Il dibattito post-comunista sul terrorismo

 

Davvero interessante il dibattito avvenuto in questi giorni sulle colonne del Manifesto tra Angelo D’Orsi e Giuliana Sgrena. Pur avvenuto su un quotidiano che ancora si definisce “comunista”, pur non essendolo – quotidiano e comunista – da svariati anni, riesce a mettere di fronte due opinioni (apparentemente) opposte, nessuna delle quali riesce ad uscire dal punto di vista borghese di vedere il mondo. Continua a leggere »

Le ricette per alimentare la crisi

 

E’ davvero interessante l’intervista apparsa qualche giorno fa su Il Fatto e linkata da un nostro commentatore in risposta al nostro pezzo sulla crisi senza soluzioni (qui). E’ interessante perché, senza neanche farlo apposta, conferma tutto ciò che andiamo dicendo (non solo noi ovviamente) da anni. La ricetta proposta da Guido Tabellini, ex rettore della Bocconi ed esponente della cabina di regia economica di Matteo Renzi, è la seguente: “giù i salari e le tasse alle imprese”. Sembra una boutade estiva, e invece è davvero il pensiero dominante degli esperti economici del governo. Abbassare i salari, tagliare la spesa pubblica, e allo stesso tempo ridurre le tasse alle imprese, sono l’unico espediente che gli “esperti” economici riescono a pensare per fare fronte alla crisi di domanda che investe l’Europa. Continua a leggere »

Di Battista e la questione terrorista

 

Anche l’orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno, diceva Hermann Hesse. In questo caso, anche un deputato del M5S riesce a mettere in fila una serie di concetti elementari e sacrosanti, trattati come spregevoli solo da un sistema politico-mediatico completamente prono allo schema ideologico dominante. Nel suo lungo post, apparso qualche giorno fa sul blog di Beppe Grillo e che ha suscitato lo sdegno unanime del sistema ideologico ufficiale, Di Battista, effettivamente con un certo coraggio visto il panorama culturale italiano, ha provato a dare una spiegazione storico-politica del fenomeno da lui definito “terrorismo”. Un tentativo ovvio, in un certo senso, ma che oggi assume il valore di provocazione, o di insulto. Continua a leggere »

La crisi senza soluzioni

 

Stiamo galoppando allegramente verso il decimo anno di “crisi”, come viene definita questa recessione generalizzata delle economie occidentali che però, a differenza degli altri cicli economici del passato, in questa fase non può avere una sua soluzione. Non è solo l’Italia il problema, come sanno bene gli economisti più avveduti. Cercando di evidenziare una differenza inesistente tra un -0,5% e un +0,5% dovuta, a sentire i vari organi d’informazione, alle improrogabili riforme che ci ostiniamo a non portare avanti, il dibattito pubblico ufficiale propina una percezione della realtà completamente avulsa da ogni fatto reale. Continua a leggere »

Dalla parte della Resistenza palestinese, senza se e senza ma

 

Non è certo semplice, men che meno immediato, riuscire a spiegare le ragioni per cui oggi qualsiasi opera di distinguo, di presa di distanza all’interno della Resistenza palestinese, sia giocoforza complice della carneficina israeliana. Eppure, oggi come in altre circostanze, è necessario portare avanti qualche posizione scomoda, non precostituita, fuori dal normali canoni del dibattito politico a sinistra. Continua a leggere »

Stopping Israel

201273193019734734_20

 

Riportiamo di seguito un’interessante analisi sul conflitto Israelo-Palestinese e sulla condizione del popolo palestinese di “oppresso ma non sfruttato, dominato ma non necessario”. L’articolo è stato inizialmente pubblicato sulla rivista Statunitense socialista Jacobin da Bashir Abu-Manneh, professore all’università di Brown ed in precedenza della Columbia University.  

Israele ha scatenato un altro round di distruzione e sofferenza sulla Striscia di Gaza, ancora più feroce dell’invasione del 2008/2009. Centinaia di migliaia di palestinesi sono stati ancora una volta sfollati, oltre 1.817 sono stati uccisi e 7.553 feriti (soprattutto civili), migliaia di edifici sono stati distrutti completamente o parzialmente (comprese numerose moschee, scuole e ospedali mirati consapevolmente).

I quartieri di Shujai’yya e Khuza’a sono stati rasi al suolo e trasformati in un ammasso di cemento e barre di ferro contorte. Testimonianze raccontano di intere famiglie spazzate via, omicidi collettivi, sparatorie senza fine contro civili disarmati, e circa 430 bambini uccisi. Non c’è alcun posto sicuro nella Striscia - nemmeno le scuole delle Nazioni Unite trasformate in rifugi che ospitano oltre 220.000 palestinesi sfollati interni. Dopo otto anni di assedio e di embargo, 47 anni di occupazione, e 66 anni di espropriazione del territorio nazionale, i 1,8 milioni di abitanti di Gaza stanno vivendo nella paura e nel terrore ormai da quasi un mese. L’esercito più forte della regione sta ancora una volta bombardando una popolazione sofferente da molto tempo.

Il costo per Israele è stato principalmente militare: 64 soldati invasori uccisi e un numero superiore di feriti. Ci sono stati anche tre morti civili in seguito al lancio di migliaia di razzi Qassam fatti in casa e colpi di mortaio sparati verso Israele, molti dei quali intercettati dal sistema antimissile Iron Dome finanziato dagli Stati Uniti. Molti abitanti delle città meridionali di Israele (dove sono prevalenti i rifugi forniti dallo stato) si sono diretti in aree non colpite o più sicure.
Considerando questi fatti, è piuttosto incontrovertibile concludere che per Israele l’invasione di Gaza ha essenzialmente posto degli ostacoli al normale svolgimento della vita quotidiana nelle zone vicine a Gaza, ma che e’ stata vissuta dai palestinesi di Gaza come una devastazione di proporzioni senza precedenti. A Gaza ci vorranno anni per riprendersi dalle devastazioni materiali prodotte dalle forze armate, e ancora di più per guarire dal dolore, dalle cicatrici, dalle ferite psicologiche dei palestinesi – sempre che Israele permetta loro di vivere senza bombe e invasioni in futuro.

Il fatto che Israele possa ripetere quanto fatto a Gaza nel 2008/2009, distruggere un numero ancora superiore di infrastrutture, ammazzare ancora più palestinesi, è un problema per quanti credevano che la protesta e l’indignazione pubbliche del passato avrebbero posto almeno qualche limite alla condotta dello stato israeliano.
Perché, allora, ci troviamo di nuovo di fronte a una così triste realtà?Perché a Israele viene data mano libera per trattare i palestinesi con tale violenza? Cosa potrebbe porre dei limiti al comportamento di Israele in futuro?
Il nocciolo della questione risiede nel fatto che i palestinesi sono strategicamente e geopoliticamente irrilevanti, sia nella regione che in quanto popolo “dominato senza essere sfruttato”. Israele – grazie agli accordi di Oslo e alle politiche di chiusura – ha tagliato fuori i palestinesi dal mercato del lavoro israeliano. Israele non sfrutta i palestinesi direttamente come forza lavoro: questo non solo li priva di uno strumento di pressione nei riguardi delle politiche di Israele, ma li rende anche del tutto superflui come popolazione.

I palestinesi anno bisogno di Israele per tutto (cibo, risorse, acqua, energia elettrica, l’accesso alle loro sempre più ridotte terre e altre aree all’interno della Cisgiordania, l’accesso al mondo esterno, ecc.), mentre Israele non per nulla bisogno di loro. Israele mantiene la Striscia di Gaza e la Cisgiordania come mercati chiusi dove scaricare i suoi stessi prodotti senza che i palestinesi possano avere alcun strumento per determinare un proprio sviluppo economico e politico.
Il meccanismo di occupazione di Oslo, quindi, non solo ha privato i palestinesi dei diritti civili e politici (bloccandone l’indipendenza), ma anche di quelli economici, lasciandoli completamente dipendenti e controllati da Israele. Per questo sono una popolazione superflua: oppressi ma non sfruttati, dominati ma non necessari.
Questo significa che ogni volta che Israele decide di invadere, attaccare e uccidere i suoi palestinesi prigionieri, è libero di farlo. Questa libertà ha provocato sviluppi sconvolgenti nella società israeliana (basta leggere a questo proposito uno qualsiasi degli articoli recenti di Gideon Levy su Haaretz). Solo uno sfrenato razzismo sponsorizzato dallo stato è in grado di spiegare la statistica scioccante secondo la quale il 95% degli ebrei israeliani sostiene la campagna militare di Gaza. L’odio per i palestinesi, per esempio, è palese in ogni sala stampa israeliana, piena di ex ufficiali delle forze armate o dei servizi di sicurezza che fantasticano di un colpo decisivo contro Hamas. Rabbini, coloni e politici contribuiscono a creare un’atmosfera generale anti-araba.

Questo spirito è colto adeguatamente da Benny Morris nel suo recente articolo su Haaretz, intitolato “Dobbiamo sconfiggere Hamas – la prossima volta.” Parlando di “finire il lavoro” e “rioccupare l’intera Striscia di Gaza e distruggere Hamas come organizzazione militare, e forse anche politica”, aggiunge realisticamente: “Questo richiederà mesi di combattimenti, durante i quali la Striscia sarà ripulita, quartiere per quartiere, da militanti e armamenti di Hamas e della Jihad islamica, facendo pagare un prezzo elevato in vite umane sia di soldati delle forze armate israeliane che di civili palestinesi. ”
Tali desideri di genocidio possono solamente essere infiammati ulteriormente quando i cosiddetti pacifisti israeliani, come Amos Oz, ancora una volta accusano la resistenza palestinese di utilizzo di “scudi umani” – e questo nonostante tutte le prove riguardo l’ultima guerra contro la Striscia di Gaza dimostrino che è stato Israele ad utilizzare palestinesi come scudi umani per proteggere i propri soldati. L’analogia di Oz è scioccante nel suo tentativo ostinato di giustificare i crimini di guerra: “Cosa faresti se il tuo vicino di casa dall’altra parte della strada si sedesse sul balcone, prendesse il suo bambino sulle ginocchia e iniziasse a sparare con la mitragliatrice contro la camera dei tuoi bambini?”
Non merita forse Oz un premio Nobel per la letteratura per questo uso brillante della sua fantasia? Come Morris, anche lui sostiene la smilitarizzazione di Gaza con la forza: “A mio parere il male peggiore nel mondo è l’aggressione, e l’unico modo per respingere l’aggressione è, purtroppo, con la forza. Ecco dove sta la differenza tra un pacifista europeo e un pacifista israeliano come me”. Crede davvero di promuovere la pace, quando il suo linguaggio trasuda odio?Con pacifisti israeliani come Oz, chi ha bisogno di guerrafondai?L’adozione disinvolta da parte di Amos Oz di queste nuove posizione selvaggiamente aggressive si tradurra’ in un applauso al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
In queste circostanze di diffuso razzismo coloniale e di guerra contro i palestinesi, fermare Israele è l’unica possibilità. Tre sfere di pressione possono essere delineate: interna, regionale e globale. Applicati in maniera combinata, questi vincoli sarebbero molto meno suscettibili di essere contrastati o neutralizzati da parte di Israele e dei suoi alleati.

Primo: dall’interno. Israele teme di perdere il controllo sulla popolazione dei territori occupati attraverso manifestazioni di massa e scontri, per esempio attraverso la contestazione popolare organizzata del regime di occupazione di Oslo. Qui l’Autorità Palestinese (ANP) gioca il suo ruolo fondamentale nel controllare la popolazione dei territori occupati, tenendola lontana dall’IDF e collaborando con Israele in materia di sicurezza – consegnando sospetti, permettendo ad Israele di condurre liberamente omicidi, rapimenti e detenzione di militanti, e condividendo l’intelligence di sicurezza.
Finché questa collaborazione locale in materia di sicurezza continua, Israele avrà un forte vantaggio rispetto alle forze di resistenza locali e alle organizzazioni politiche. Questa è la materia di scontro cruciale tra i gruppi della resistenza palestinesi (tra cui Hamas e la Jihad islamica) e l’elite di Fatah e l’ANP.

Il secondo terreno è regionale: i movimenti popolari e democratici arabi possono solamente costruire un ambiente più adatto per la lotta palestinese e la solidarietà araba. Questa settimana, per esempio, abbiamo visto decine di manifestazioni in tutta la Giordania che chiedevano la chiusura definitiva dell’ambasciata israeliana, la fine del trattato di pace israelo-giordano, e la fine della cooperazione economica.
Come Gaza 2014 mostra, un popolo senza stato, come i palestinesi, è estremamente sensibile ai cambiamenti regionali. La cacciata di Morsi da parte dell’esercito egiziano, il giro di vite contro il movimento islamico in Egitto, e il ritorno al potere dell’ancien régime non ha solamente lasciato Hamas senza un alleato chiave regionale. La smobilitazione della rivoluzione e la sua repressione e disarticolazione da parte dell’esercito e delle elite egiziane hanno anche lasciato i palestinesi senza il sostegno popolare egiziano di cui hanno bisogno per resistere e fronteggiare l’occupazione israeliana.
Il regime egiziano, di conseguenza, ha avuto mano libera per soffocare Gaza quanto voleva, sia economicamente e che geograficamente, contribuendo a bloccare il suo accesso al mondo esterno. Se Israele è il principale responsabile delle politiche di chiusura (dal 1991) e di embargo (dal 2007) – politiche che hanno impedito ai palestinesi di viaggiare in Cisgiordania e Israele – l’Egitto è stato un partner essenziale per l’attuazione dell’embargo verso la Striscia di Gaza: invece di alleviarlo (come durante il breve regno di Morsi), l’Egitto lo ha in gran parte intensificato, contribuendo sensibilmente al senso di insicurezza, imprigionamento e soffocamento spaziale degli abitanti di Gaza.

Il più grande sostenitore di Israele nella regione rimane l’Arabia Saudita. Incatenata all’alleanza con gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita vede Israele come una risorsa nella sua lotta regionale non solo contro il nazionalismo arabo (sul modello della variante radicale di Nasser, come nel 1967), ma anche contro l’attuale aumento del potere iraniano e sciita nella regione. Il sostegno a Israele da parte dell’ex capo dei servizi di intelligence sauditi Turki al-Faisal è stato palese, tanto quanto l’aver incolpato Hamas per l’attuale invasione israeliana di Gaza.
Anche la tardiva dichiarazione di re Abdullah che a malapena si è ricordato di Gaza conteneva tali e tanti avvertimenti e attacchi contro i “terroristi” che la Jihad islamica ha ritenuto fosse diretta contro la resistenza palestinese stessa. Se un cambiamento popolare di regime in Arabia Saudita oggi sembra improbabile, un indebolimento di ogni anello della catena saudita-israelo-egiziano-giordano-americana non è fuori questione, specialmente se lo spirito rivoluzionario arabo dovesse riorganizzarsi e coalizzarsi nuovamente.

Molti stati della regione sono complici dell’occupazione israeliana. Con l’acquisto di 11 miliardi di dollari di armi dagli Stati Uniti e ospitando la più grande base militare statunitense nella regione, il Qatar contribuisce alla potenza statunitense in Medio Oriente, anche se sostiene e fornisce rifugio politico e diplomatico ad Hamas. La combinazione tra sostegno alla fine dell’assedio e rafforzamento del principale sostenitore di Israele nella regione (per non parlare della soppressione della democrazia e dei diritti umani nel suo cortile di casa, mentre incanala fondi ai fondamentalisti in Egitto e in Siria) rende evidente solamente le peculiarità della monarchia del Qatar, non il suo impegno verso la libertà araba. Se il Qatar non è un problema così grande come l’Arabia Saudita, è comunque un problema, e svolge un ruolo attivo nell’anti-democratico Consiglio di cooperazione del Golfo.

E per quanto riguarda la pressione globale? L’opinione pubblica mondiale è importante e potrà esserlo ancora di piu’ quando comprenderà maggiormente la realtà dell’occupazione israeliana e l’attuale svolta fascista in Israele. La pressione della società civile può essere efficace, se non per fermare le guerre, quantomeno per far pagare a Israele i costi dell’occupazione: boicottando beni e servizi legati all’occupazione, chiedendo un embargo sulla fornitura di armi e perseguendo i crimini di guerra israeliani.

La solidarietà con i palestinesi è cresciuta enormemente negli ultimi dieci anni in molte sfere differenti e sta diventando più organizzata e coerente nei suoi metodi e nelle sue richieste. Il BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) è il modo migliore per i popoli in occidente per dire a Israele che il colonialismo è inaccettabile.
Molte cose devono accadere affinché Gaza 2014 sia l’ultima guerra di Israele contro i palestinesi. Israele e i suoi alleati non possono ostacolare ancora per molto tempo la lotta per la democrazia, i diritti umani e l’autodeterminazione. La giustizia non sara’ di gradimento per Israele, e speriamo che arrivi presto.

Traduzione in Italiano a cura di Piero Maestri e Cinzia Arruzza.

Musica d’avanguardia

Di fronte al potentissimo attacco che l’imperialismo ha messo in campo negli ultimi anni e che, negli ultimi mesi, trova il suo apice in Ucraina e a Gaza, abbiamo notato due vicende che ci hanno particolarmente colpito e, allo stesso tempo, fatto riflettere sul “nostro” stato di salute. Lo spunto della riflessione ci viene dal lavoro svolto in questi giorni da due dei gruppi musicali con i quali molti di noi sono cresciuti e, in parte, formati politicamente: la Banda Bassotti e i 99 Posse. Fino a qualche anno fa ci saremmo aspettati di vederli sostenere la lotta antimperialista attraverso dei concerti, prendendo posizione con qualche intervista, magari anche suonando nei cortei. Invece i primi si trovano ormai da mesi impegnati in prima fila nella faticosa controinformazione su ciò che sta accadendo in Ucraina e nella solidarietà attiva nei confronti degli antifascisti del Donbass, i secondi sono diventati una delle poche voci dalle quali attingere informazioni sulla resistenza palestinese. Onore a loro, ovviamente, ma il fatto che dei gruppi musicali, per i quali nutriamo rispetto e ammirazione, debbano farsi carico soggettivamente delle insufficienze del movimento di classe in Italia dovrebbe preoccupare non poco. Continua a leggere »

Smonta i padroni, smonta IKEA!

Da qualche giorno è partita la campagna nazionale contro l’IKEA per il reintegro dei 24 facchini licenziati dalle cooperative appaltatrici del magazzino di Piacenza a seguito delle lotte per il rispetto del CCNL e dei diritti basilari del lavoro. Tra qualche mese saranno due anni che i facchini, supportati dai sindacati di base e dalle realtà politiche del territorio hanno iniziato la loro (contro)offensiva verso la cooperativa e la stessa IKEA: una lotta ad alta intensità che ha visto scioperi, azioni di solidarietà, reintegri, partecipazione di facchini di altri magazzini, picchetti, miglioramenti nei contratti, interventi delle forze dell’ordine, denunce, sospensioni, minacce e licenziamenti. In questo contesto, la sospensione di 33 dei facchini sindacalizzati più attivi nelle lotte e il successivo licenziamento di 24 di loro non può che definirsi come una risposta politica dei padroni di IKEA e dei caporali delle cooperative – con il supporto dell’apparato repressivo, dei media e dei partiti – alla minaccia reale ai loro profitti e al sistema di sfruttamento attuato nel comparto della logistica. Un settore, come sottolineato in precedenti articoli, cruciale nel sistema capitalistico a crescente terziarizzazione e globalizzazione e in cui la bassa meccanizzazione, l’elevato sfruttamento del lavoro operaio (a maggioranza straniera) e un contesto economico e sociale in crisi permettono profitti costanti e talvolta crescenti. Continua a leggere »