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20 July :
2001 Carlo Giuliani, 23 anni, muore durante la manifestazione contro il G8 per un colpo sparato dal carabiniere mario placanica.

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Il cor(ro)sivo della Militant

Ieri il Corriere della Sera, il più autorevole quotidiano italiano, ci ha regalato un’altra perla informativa sul Venezuela. A pagina 14, a corredo di un articolo in cui si sminuiva il bombardamento del Tribunale supremo defininendolo un “improbabile blitz”, il giornale di via Solferino ha pubblicato la foto che vedete sulla destra. Per il Corsera, che nel 2010, in merito agli scontri di piazza del Popolo, parlava con sprezzo del ridicolo di “guerriglia” e di “devastazione e saccheggio”, quello che viene ritratto per le vie di Caracas sarebbe invece un innocuo “manifestante che si protegge”. Che dire: in redazione avranno pensato che agli antichavisti il coltello da Rambo serve per sbucciare la frutta tropicale…

Sanzioni ordoliberali

 

La recente multa dell’autorità antitrust europea nei confronti di Google, accusata di posizione dominante, descrive egregiamente le differenze esistenti tra il liberismo classico e l’ordoliberalismo d’impostazione tedesca. Nel liberismo classico, quello di matrice austriaca e d’applicazione anglosassone, difficilmente un “autority” avrebbe avuto la forza e il mandato politico d’intervenire nei confronti di un’azienda monopolista. L’azione pubblica di contrasto alle naturali tendenze monopolistiche del mercato sarebbe stata interpretata come intrusione indebita nel libero mercato. In Europa, al contrario, l’azione giuridica è stata salutata da tutto l’establishment ordoliberale come positiva, inevitabile, addirittura tardiva. A tradurre il significato dell’azione antitrust, come sempre, ci ha pensato il campione nazionale del capitalismo “sociale”, Mario Monti: «senza la Ue gli Stati sarebbero preda delle multinazionali». Una dichiarazione apparentemente progressiva, e che invece centra il significato della costruzione europeista dal punto di vista ordoliberale. Continua a leggere »

Riflettere sulla non-morte del neoliberismo

 

Il noto filosofo Roberto Esposito si chiede su Repubblica (26 giugno) perché la morte annunciata del neoliberismo tardi ad arrivare (qui l’articolo). Nonostante la povertà e le guerre generate in questo ventennio, nonostante la crisi decennale, nonostante sia posto sul banco degli imputati come protagonista indiscusso del fallimento economico globale, «il neoliberismo è uscito addirittura rafforzato da una crisi che avrebbe dovuto distruggerlo». In effetti, la realtà sembra confermare il dilemma. Il neoliberismo è l’orizzonte unico entro cui pensare la politica e l’economia contemporanee. Anche i populismi al governo, Trump su tutti, ma anche Syriza a ben vedere, possono strepitargli contro in campagna elettorale, ma una volta al comando non possono far altro che adeguarsi alla normale gestione liberista delle relazioni produttive. Da dove deriva questa forza? Esposito rilegge Dardot e Laval, utilizzandoli come paradigma interpretativo: il neoliberismo sopravvive perché è anzitutto un progetto di governo. Lungi dall’essere un semplice modello economico, il neoliberismo è un sistema di relazioni sociali pervasive. Continua a leggere »

Post-democrazia elettorale

 

Al di là dei singoli vincitori e sconfitti di queste elezioni comunali, a imporsi è il drastico calo dell’affluenza. Un dato talmente consolidato da risultare ormai strutturale. Eppure (anche) questa volta interessante da rilevare. Da un decennio tutta la politica italiana si esibisce nel tentativo di cambiare la legge elettorale proporzionale per tornare a un maggioritario di volta in volta condito col premio di maggioranza o col doppio turno sul modello francese. Un tentativo sovente posticipato per opportuni calcoli politici contingenti (oggi è la paura di un governo Cinque stelle, ieri la debolezza di Berlusconi o del centrosinistra). Il modello agognato è proprio quello delle elezioni comunali: quando l’elettore conosce personalmente chi scegliere; quando l’elezione determina immediatamente un vincitore e uno sconfitto; quando, infine, la vittoria anche per un solo voto garantisce una inscalfibile super-maggioranza governativa, ecco che lo stesso elettore torna ad affezionarsi alla politica. La débâcle elettoralistica di ieri spazza via la sequela di boiate ideologiche su cui si fonda il delirium governista proposto a media unificati da un trentennio. Continua a leggere »

La sostanza politica del terrorismo

 

Scrive Carlo Rovelli sul Corriere (22 giugno) un articolo di apparente buon senso sul terrorismo. Perché ci indigniamo tanto e ci spaventiamo, si legge, per un fenomeno che fa decisamente meno morti degli incidenti stradali? Se un crimine è sempre tale, «perché non ci commuoviamo egualmente per altre morti causate da crimini?» Segue una sacrosanta lista di crimini altrettanto efferati per cui scarseggia tale commozione sociale: donne uccise da mariti gelosi; neri americani uccisi da poliziotti; operai uccisi da direttori dei cantieri, e altri esempi simili. Il motivo, scrive sempre Rovelli, è nella spasmodica attenzione riservata alle morti per terrorismo da parte di media e politici. Ogni morte violenta dovrebbe allarmarci altrettanto, eppure così non è. Relegate nei trafiletti di cronaca nera, le scabrose narrazioni sulle nefandezze omicide riemergono solo se il protagonista è “il terrorista”, svelando peraltro un certo sostrato razzista della nostra cultura massmediatica. Altrettanto giustamente, Rovelli ribalta l’assunto per cui tale spazio viene dedicato al terrorismo perché spaventa la maggior parte della popolazione: «sentiamo il terrorismo toccarci personalmente perché politici e media gli dedicano estrema attenzione». E’ una paura indotta capace di generare insicurezza diffusa, in un circuito politicamente funzionale alla gestione della sicurezza nella società liberale post-democratica. Continua a leggere »

Per l’indipendenza della Catalunya!

 

Il prossimo 1 ottobre la Catalunya tornerà a pronunciarsi sulla propria liberazione nazionale. L’ennesimo passaggio di lotta capace di inceppare i meccanismi del governo liberista-nazionalista di Madrid e dell’intera Unione europea. Ne parleremo domani – giovedì 22 giugno – al Corto circuito coi compagni delle Cup (Candidatura d’unitat popular) e della Sepc (Sindacato studentesco dei Paesi catalani), e cioè con quella parte della sinistra rivoluzionaria catalana con cui nel corso degli anni abbiamo intessuto i maggiori rapporti politici proprio perché, distanti da ogni massimalismo parolaio, hanno saputo organizzare le lotte di classe catalane dentro la battaglia della rivendicazione nazionale e contro l’Unione europea liberista. Pur nella loro peculiarità, le Cup (e Endavant in particolare) costituiscono forse l’esempio più alto al quale la sinistra marxista oggi può riferirsi in Europa. Continua a leggere »

Tempo di elezioni, tempo di costituenti

 

Ogni elezione si tira dietro la sua necessaria escalation di costituenti più o meno “rosse”. E’ il richiamo della foresta elettorale, quello per cui alla “domanda di sinistra” dovrebbe corrispondere un’offerta conseguente. Si moltiplicano allora i contenitori, tutti certo aperti ed eterogenei, in grado di offrire quello che gli elettori chiedono da tempo: una sinistra che faccia la sinistra. C’è la sinistra radicalmente socialdemocratica e keynesiana; c’è quella umanitaria e pacifista; ci sono le varie sinistre comuniste, quelle imperiali e quelle anti-imperialiste; ci sono quelle rosa, rosé, arcobaleno. Ce n’è insomma per tutti i gusti, per tutte le teorie e per tutti i programmi. Ancora nel 2017 tutto lo spettro del marxismo trova in Italia il suo riferimento politico, ciascuno lamentandosi della mancanza di una proposta “veramente marxista”, ognuno presentandosi come vero e unico comunista. Continua a leggere »

Schizofrenia liberista sul diritto di sciopero

 

Il padronato è andato completamente in tilt sullo sciopero di venerdì scorso proclamato dai sindacati conflittuali. Con una compattezza senza precedenti – segno inequivocabile della riuscita dell’iniziativa – tutta la borghesia centrosinistra e centrodestra ha lanciato la sua vandea anti-sindacale. Andando completamente nel pallone, nella stessa pagina, negli stessi servizi al telegiornale, negli stessi commenti politici, si dichiarava prima l’esigua minoranza delle sigle promotrici (che, a detta loro, non rappresentavano alcunché nel mondo del lavoro), subito dopo dichiarando il blocco generale delle metropoli. Delle due l’una: o quei sindacati non rappresentano nulla, o i lavoratori hanno aderito in blocco. Ma la schizofrenia padronale ha raggiunto il livello massimo nel tentativo di delegittimare le ragioni stesse dello sciopero: non c’erano motivi comprensibili, dichiaravano all’unisono destra e sinistra, Repubblica e Corriere, Ichino e Camusso. Continua a leggere »

Fascisti, sciacalli e dettagli.

Da qualche giorno sulla Tiburtina, a Roma, sono comparsi i manifesti di casapound che vedete qui sopra. Dal punto di vista politico potremmo dire che non c’è niente di nuovo sotto il sole caldissimo di questo inizio d’estate. Se anche la sindaca Raggi subito dopo lo schiaffo elettorale ha “pensato bene” di giocarsi la carta “emergenza migranti” per recuperare qualche consenso, figuriamoci cosa può fare chi dello sciacallaggio sociale a fini elettorali ne ha fatto uno stile di vita. Continua a leggere »

Ius soli o della demenza fascista

[Italiani si nasce...ma non erano contro lo Ius soli?]

«Diritto al lavoro non ce lo abbiamo noi non ce lo avranno loro»: questo uno degli slogan utilizzati ieri da Forza nuova nelle proteste contro l’approvazione della legge sul cosiddetto “Ius soli”. Uno slogan che racchiude tutti i caratteri della reazione, sia quella manifesta del neofascismo, sia quella mascherata della Lega nord e partiti affini. Potrebbe essere la parola d’ordine elettorale di tutto un campo della politica, che va dal Pd alle frattaglie neofasciste, a pensarci bene. Il problema non è la povertà infatti, così come non è mai stato, per questi partiti, la disoccupazione, il lavoro precario, la scomparsa dello Stato sociale e dei diritti di cittadinanza. Il problema è il povero, il disoccupato, il precario, il lavoratore impoverito. E il migrante, ovviamente. Anzi, il migrante prima di ogni altro, visto che giace in fondo alla catena alimentare capitalista, soggetto fondamentale e, proprio per questo, reietto socialmente e giuridicamente. Ma nonostante ciò è davvero rivelatore questo lapsus gridato per le strade di Roma, per cui il problema non è il “diritto al lavoro”, ma impedire ad altri di raggiungere questo diritto, nel frattempo scomparso dai radar “degli italiani”. L’esclusione e la differenza si presentano come caratteri distintivi della reazione.