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Tecniche di repressione e fabbricazione del nemico comune: la criminalizzazione del tifo organizzato

Le vicende del derby campano fra Salernitana e Nocerina confermano la lettura che da anni diamo sul fenomeno ultras come terreno di sperimentazione di nuove tecniche di controllo da estendere al resto della popolazione. Un vero laboratorio della repressione, che nel corso degli anni ha visto calibrare il proprio obiettivo dai meri strumenti di gestione di piazza a quelli legali inerenti alla repressione giudiziaria, all’ultimo step di questo percorso, quello della repressione ideologica, portata avanti attraverso la produzione di una retorica pervasiva volta alla creazione del nemico assoluto, del male sociale da estirpare. Questo male è oggi il tifo organizzato, nemico principale dei processi di valorizzazione economica dello spettacolo calcio. Se fino agli anni novanta una certa parte di profitto delle società proveniva ancora dai biglietti venduti al botteghino, da un ventennio a questa parte la quota economica derivante dallo stadio è venuta sempre meno, fino a diventare completamente irrilevante per la gestione finanziaria delle società di calcio. Il risultato è che una qualsiasi società potrebbe benissimo andare avanti economicamente senza tifosi allo stadio.

Questo processo si scontra però con le necessità del pacchetto televisivo/mediatico, che prevede la copertura delle partite in quanto eventi sociali, che dunque hanno necessariamente bisogno di una cornice di pubblico tale da giustificare lo spropositato interesse che determina la concentrazione mediatica su questo sport. Ogni partita deve essere descritta come *evento*, come qualcosa che catalizza l’attenzione, i bisogni e i desideri di una fascia eterogenea e ampia della popolazione. Per questo, non è possibile una partita di calcio senza pubblico, perché perderebbe quella qualifica di evento sociale che ne determina la giustificazione ideologica tale da promuovere e vendere il prodotto commerciale, che in ultima analisi ha ancora bisogno di spettatori paganti il pacchetto televisivo. Queste due opposte tendenze hanno determinato il percorso di espulsione del tifoso (concetto appartenente al mondo dello stadio), sostituito con quello di spettatore (inerente invece alla dinamica del teatro o del cinema), molto più gestibile in termini di controllo sociale sul fenomeno calcistico e allo stesso tempo facente perfettamente funzioni di pubblico appassionato, almeno nella descrizione mediatica della partita di calcio. La telecamera che inquadra di sfuggita la tribuna descrive migliaia di persone interessate all’evento. L’apparenza è salva e i profitti pure, e tutto questo senza il problema sociale del contropotere rappresentato dal tifo organizzato e dalle sue curve. 

Questi processi contrapposti vanno di pari passo con la progressiva esclusione delle fasce popolari dallo spettacolo calcistico. Attraverso la dinamica dei prezzi sempre più alti, ormai lo stadio è divenuto un fenomeno riservato alle classi più agiate, con prezzi dei settori popolari sempre più improponibili e che impediscono, di fatto, a una grande quota della popolazione di accedervi direttamente. Lo stadio va trasformandosi in un fenomeno di meta rappresentazione popolare: il “popolo” non va più allo stadio, ma questo continua ad essere descritto come “fatto popolare”, perché è quella la retorica fondamentale sulla quale giocare per vendere efficacemente il prodotto. Questo prodotto vede contestualmente una drastica riduzione dei prezzi per la diffusione televisiva dello stesso, determinando uno svuotamento degli stadi e una moltiplicazione degli abbonamenti televisivi.

Il processo di progressiva espulsione di quote di tifosi non completamente normalizzati alla dinamica televisiva/teatrale ogni tanto però subisce un arresto, una fermata imprevista, un piccolo contrattempo. Quelle volte cioè che i tifosi si riprendono, anche per pochi istanti, il gioco del calcio, e ne riaffermano la sovranità assoluta. Quello che noi sosteniamo è esattamente questa sovranità: il gioco del calcio non esiste senza i suoi tifosi, e a loro volta questi non avrebbero alcun potere senza la loro parte più avanzata e organizzata, costituita dai gruppi ultras. Ogni qualvolta questa sovranità viene riaffermata, anche tramite l’uso della forza, non possiamo che esserne contenti. Domenica, questa contraddizione è stata esplicitata dai tifosi della Nocerina, che giustamente hanno impedito lo svolgimento di una farsa preannunciata. Nonostante quei tifosi, e insieme a loro tutti i gruppi della curva, si siano tesserati, accettando di fatto il fenomeno repressivo scendendo a patti con lo Stato e le sue strutture di controllo, questo stesso Stato ha deciso di impedire comunque l’accesso dei tifosi al settore ospiti dello stadio della Salernitana. Derogando, di fatto, alla sua stessa legislazione speciale, di fatto già illegale.

All’ennesimo sopruso (peraltro incostituzionale), i tifosi hanno detto basta: se noi non entriamo, la partita non si gioca. In maniera sacrosanta (ripetiamo, sacrosanta), i tifosi hanno cercato di impedire alla squadra di scendere in campo, perché non può andare avanti lo spettacolo senza il suo principale protagonista. Volenti o nolenti, i giocatori hanno capito, perché i tifosi hanno saputo imporre la propria forza, bypassando la società e le televisioni e riuscendo a bloccare il giocattolo.

Una volta bloccato l’evento, tutto l’apparato mediatico, senza alcuna distinzione politica e/o territoriale, ha avviato il processo di criminalizzazione di quei tifosi, in una perversa sineddoche spostando l’accusa verso tutto il mondo del tifo organizzato. Quei tifosi sono divenuti criminali, mafiosi, violenti, nemico pubblico, ecc, e con loro, in un unico calderone, tutto il resto delle tifoserie organizzate. In realtà, si trattava solo di tifosi di calcio peraltro tesserati, e che dunque avevano di gran lunga accettato il controllo repressivo, proprio in ossequio a quella retorica che vedeva la tessera del tifoso valido strumento per controllare il tifo più acceso. Evidentemente, anche per dei tifosi tesserati, l’ennesima deroga a una legge illegale deve essere stata vissuta come la classica goccia che fa traboccare il vaso. E noi non possiamo che essere dalla loro parte. Perché siamo anche noi tifosi di calcio e frequentatori di quelle curve descritte come male assoluto dalla vasta platea liberale; perché cerchiamo, anche in questo piccolo e marginale episodio sociale, di dare una lettura di classe delle vicende sociali; perché cerchiamo di leggere gli strumenti repressivi del potere anche laddove si “testano” lontano da noi, per prevenirne la pericolosità quando saremo noi, e non i “violenti” tifosi, ad esserne interessati. Per tutte queste ragioni, dovremmo avere la capacità di analizzare questi eventi in opposizione alla lettura dominante del capitale, individuando quelle dinamiche che interessano la classe molto più da vicino di quanto possa sembrare. Oggi lo strumento principale utilizzato dalle forze repressive è la battaglia ideologica volta a descrivere chi non si adegua alle dinamiche di potere come “esterno” alla comunità sana. Siano tifosi o manifestanti, l’apparato mediatico descrive questi come esterni e contrapposti a una parte sana della comunità, che manifesta o tifa in modo pacifico (pacificato) le proprie volontà. Effettivamente, uno strumento vecchio, ma che viene oggi applicato in tutti gli ambiti della vita sociale, e con una violenza senza precedenti. Se in questo decennio chiunque si opponesse al capitale imperialista veniva descritto come terrorista, oggi lo scivolamento semantico riguarda ogni ambito della nostra vita che entra in collisione con le dinamiche di potere. Ed è per questo che noi oggi siamo con il tifo organizzato e contro il pubblico spettatore e addomesticato. Così come siamo per il conflitto sociale contro le logiche legalitarie promosse da una certa sinistra.

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17 comments to Tecniche di repressione e fabbricazione del nemico comune: la criminalizzazione del tifo organizzato

  • Un curvaiolo

    Concordo in pieno con la vostra analisi, e aggiungerei la strumentalità e l’ipocrisia della battaglia contro la discriminazione territoriale e il razzismo che evidentemente sono diventati meri pretesti per reprimere tout court quando in Parlamento e sui giornali certe cose sono pane quotidiano.
    Aggiungerei che la sinistra legalitaria (e, purtroppo, non solo lei ma anche larghi pezzi di movimento) è stata protagonista in prima persona della repressione del movimento ultras proponendo le leggi peggiori (l’attuale decreto Amato-Melandri su tutti).

    • Francesco

      ti sbagli il decreto Amato è stato in un certo modo costretto dopo i fatti di Raciti a Catania ma già nel 2001 l’onda repressiva si ebbe con la legge 377/01 e successivamente nel 2005 con il decreto Pisanu che prevedeva tornelli, doppia recinzione, biglietti nominativi,ecc… infine nel 2010 con la tessera del tifoso voluta fortemente da Maroni (lega Nord). Prima del decreto Amato i no globan in parlamenti capeggiati da Caruso cercarono in tutti i modi di abolire il decreto Pisanu partita persa poi con i fatti di Catania-Palermo

      • Un curvaiolo

        E’ verissimo che ci fu la 377/01 (peraltro incoraggiata dalla solita Melandri, che all’epoca si lanciò in una crociata anti-ultras insieme al ministro Bianco), ed è vero che, dopo i fatti di Inter-Milan di champions league, venne varato il decreto Pisanu. E’ però verissimo che l’applicazione, soprattutto di quest’ultimo, fino ai fatti del 2 febbraio 2007 era stata veramente blanda, tanto è vero che dopo Catania buona parte degli stadi furono chiusi.
        Devo dire però che, secondo me, il tuo è un approccio sbagliato per due motivi:
        1) Dire che i fatti di Catania abbiano “costretto” il decreto Amato e affossato ogni tentativo di opporsi al decreto Pisanu significa giustificare la logica puramente repressiva con cui si agì all’epoca e con cui si continua ad agire tutt’ora.

        2) Assegnare la responsabilità politica della repressione ad una parte piuttosto che ad un’altra significa negare il contenuto dell’articolo. Un certo tipo di logica è intrinseco ad un calcio che punta alla normalizzazione di ogni forma “spontanea” nello stadio. La tessera del tifoso non è altro che lo sbocco ultimo di una logica portata avanti parallelamente da centro-sinistra e centro-destra.

  • Edna Caprapall

    Sono totalmente d’accordo. E’ vergognoso come si sia schiacciato ogni commento sulla versione, peraltro falsa, della stampa mainstream. Si parlava di tifosi nocerini fuori lo stadio: nessuno ha detto che erano ultras della Salernitana, in totale accordo con la protesta dei “nemici” rosso-neri.

    Ottime, poi, le considerazioni di classe sullo stadio come laboratorio di sperimentazione repressiva. bene così, segnaliamo tutte le farse del sistema.

    Mi permetto solo di linkare altri due contributi interessanti: tutti e due più attenti alla dinamica calcistica e meno a quella “di classe” come fa questo articolo; entrambi però interessanti.

    http://www.senzasoste.it/tifo/salernitana-nocerina-una-boccata-d-aria-fresca

    http://zeropregi.tumblr.com/post/66668612172/alcune-domande-su-salernitana-nocerina

  • Uno che

    “Per questo, non è possibile una partita di calcio senza pubblico, perché perderebbe quella qualifica di evento sociale che ne determina la giustificazione ideologica tale da promuovere e vendere il prodotto commerciale”

    Di più:
    dati alla mano le partite che si disputano a porte chiuse fanno registrare indici di ascolto televisivi più bassi di circa 30%. In termini di economia dunque i tifosi pesano per il 30% sul fatturato diritti tv, per questo non sono eliminabili ma solo sedabili.

  • d' accordo

    d’accordo in parte, ok per quanto riguarda tecniche di repressione, cercare il nemico ecc ecc…rimango un pò perplesso sul discorso che chi ha creato il tutto, è un tesserato.
    gli stessi che quando c’era da stare fuori dalle curve sono corsi a tesserarsi, gli stessi che hanno faxato gli striscioni, gli stessi che addirittura hanno cambiato il nome del proprio gruppo per poter continuare ad entrare allo stadio con uno striscione che non era più lui. Con la tessera sono morte diverse realtà in italia, diamo risalto a chi ha rinunciato ad una passione o a chi continua a muoversi senza tessera.
    se poi pensiamo che stiamo parlando di tifoserie di destra, e sappiamo bene qual è il ruolo dei fascisti nella nostra società, mi dà ancora più fastidio che l’argomento venga trattato su un blog di movimento.

  • Brigante

    @d’accordo
    Lo spostamento massiccio delle curve verso le aree neofasciste è legato principalmente a due motivi:
    - Da un lato alla progressiva scomparsa di ogni orizzonte “di sinistra” dalle fasce di sottoproletariato prima, e nuovo precariato dopo, che compongono lo zoccolo duro delle curve;
    - Non per ultimo anche dall’atteggiamento di molte “componenti di movimento” che hanno snobbato gli stadi e le curve, ritenendoli luoghi avulsi dall’ottica frikketton-intellettuale che purtroppo ha permeato e ancora permea grandi pezzi del movimento.
    E così mentre “il movimento” spariva dalle strade delle città, spariva anche dalle curve, consegnando a piè pari uno degli ultimi luoghi di aggregazione sociale reale di massa all’estrema destra, che ha avuto gioco facile a penetrare all’interno dell’ambiente curvaiolo.

  • ale

    Questa volta non mi avete proprio convinto, sarà che per me il calcio è stata una passione che è morta col tempo.
    Una volta si diceva che la religione era l’oppio dei popoli, col tempo abbiamo sostituito la religione con il tifo da curva, il tifo da bar, il tifo sulle patetiche radio locali di ex-nar come mario corsi, quotidiani sportivi buoni nemmeno x pulirsi il culo (quello rosa nasconde tracce di emorroidi), e trasmissioni sportive alle quali preferirei un piatto di merda. Addormentare le menti su 11 coglioni miliardari in calzoncini corti che corrono dietro un pallone equivale a quei fenomeni di asservimento sociale tanto cari alle televisioni commerciali o all’esercito dei burattini in divisa dolce & gabbana.
    A, dimenticavo, ad esclusione di poche tifoserie alle quali va tutta la mia ammirazione (livorno, cosenza.. che affiancano il tifo a delle vere rivendicazioni) tutti sanno che la totalità delle curve si è riempita di tante belle teste vuote (e di cazzo) riempite di motti fascisti e bandierine con croci uncinate, in fondo i coglioni si indottrinano così bene.
    Scusate se mi permetto eh, ma nemmeno ci starei a perdere troppo tempo con queste storie. La gente incazzata deve andare a piantare grane nei palazzi che contano, invece che piantare stupide bandierine terrtoriali dove il romano è meglio del milanese che è peggio del napoletano. e daje su…

  • Condivido in pieno Ale e, aggiungo, non mi convince affatto l’individuazione delle curve come luogo di aggregazione “abbandonato” dal movimento”, perché di (non)luoghi di aggregazione del proletariato e del sottoproletariato ve ne sono tanti, a partire dai centri commerciali, dai Merdonalds, dagli infiniti piazzette e muretti e non è che in questi si dispieghi un’egemonia culturale/politica di movimento. Oltretutto, non sarei entusiasta di avere a fianco una testa di cazzo che fino al giorno prima ragliava cori nazi-razzisti o che è disposta a farlo appena essere di sinistra non è più di moda e si accoda alla tendenza data nel “suo” stadio, per becera che sia.

  • simone

    Per chi chiedeva come mai le curve siano diventate “fasciste” il commento di Ale e Ginetto rende bene l’idea.
    Addirittura arrivare a paragonare la curva ai centri commerciali.
    Valerio Marchi si starà rivoltando nella tomba.

  • Alessandro

    A parte poi il piccolissimo inciso che le curve non sono diventate tutte di destra. Le curve di sinistra in Italia sono ancora tante e forti. Semmai le curve delle città più grandi, con la scomparsa dei movimento, sono rifluite nell’impoliticità o a destra. Ma Genoa, Sampdoria, Pisa, Livorno, Perugia, Ternana, Atalanta, Cosenza, Fiorentina, Ancona, Venezia, Bologna, Carrarese, ecc…sono e rimangono curve di sinistra, guarda caso laddove è forte ancora una tradizione operaia e/o di movimento. E altre curve, come quella del Napoli, è apolitica e in cui è presente una forte componente di sinistra.

    Detto questo, è evidente che se esiste ancora chi paragona luoghi di aggregazione (come le curve di calcio, i bar di quartiere, le piazze), ai luoghi della disgregazione sociale (come i centri commerciali o i McDonalds), bisogna ripartire dall’abc della militanza sociale. Anche il bar di quartiere è un possibile luogo di aggregazione. La scomparsa della sinistra dai bar di quartiere risponde alla stessa logica della sua scomparsa dalle curve: sparire dai luoghi dove la parte più popolare di una città si ritrova, per rinchiudersi nei propri ghetti presuntamente liberati, produce proprio quell’insignificanza sociale e quell’incomunicablità fra militanti e popolazione che è una delle criticità che scontiamo oggi.

    • Bortolo

      Il tuo elenco di tifoserie “di sinistra” è un pò troppo ottimistico: ok pisa, livorno, perugia, terni, cosenza, ancona, venezia e carrara. ma: a bologna comanda la beata gioventù (ex mods), le genovesi totalmente apolitiche, bergamo idem (e chi ha esposto il “che” per anni, è stato cacciato dalla nord), a firenze sono pappa e ciccia coi veronesi…gli stessi napoletani, che fanno dell’apoliticità la loro bandiera, hanno al loro interno gruppi che sono tutto meno che di sinistra.

  • nathan

    le “curve” servono solamente a canalizzare il disagio giovanile in situazioni che non minaccino il potere….
    se queste persone aderissero a movimenti rivoluzionari ideologizzati….
    sarebbero un problema per coloro che da lungo tempo vivono e si arricchiscono sulle spalle del popolo….
    ossia”panem circensis”….
    sta a noi far capire a costoro che la loro “incazzatura” andrebbe rivolta nei confronti di coloro che ci derubano giorno dopo giorno….
    e non nei confronti di un “pirla” con un fischietto in bocca….

  • Lello

    Non condivido quasi nulla di quanto scritto.
    Il pallone è il nuovo oppio dei popoli: miliardari idioti (e pronti a vendersi al miglior offerente) che portano soldi al peggior padronato televisivo e imprenditoriale (andate un po’ a vedere chi sono i proprietari della maggior parte delle squadre di calcio…); proletari e sottoproletari messi gli uni contro gli altri, a picchiarsi per il colore di una maglietta, o a buttare stipendi da fame in centri scommesse.
    Per non parlare dei versi della scimmia fatti ai ragazzi neri che sento spesso quando capita di andare anch’io in curva…
    Ci sono altri sport molto più sani, in cui la passione, la disciplina e il sacrificio contano ancora qualcosa: sarebbe bello vedere i compagni dedicarvisi con più impegno.

  • Alessandro

    @ Nathan
    Vabbè ma è ovvio che la curva non esaurisce nulla del discorso politico. Ma è un contesto sociale nel quale si ritrova un pezzo importante di “popolo”, e che può costituire un bacino importante nel quale lavorare. Faccio un esempio: è evidente che il bar del quartiere, così come la comitiva di piazza, ecc..sono luoghi impolitici, ma è altrettanto vero che un compagno dovrebbe viverli, prima ancora che per motivi politici, proprio perchè un compagno dovrebbe far parte di quei luoghi di ritrovo del proletariato metropolitano, dovrebbe sentirli come suoi, parte della propria vita, perchè in quei contesti dovrebbe essere nato e cresciuto. Poi, successivamente, realizzare un percorso politico che vada al di là del muretto o del bar. Insomma, l’obiettivo non è prendersi l’ennesimo campari, ma vivere quel bar perchè a prescindere è un luogo di ritrovo delle proprie amicizie. Tifare una squadra di calcio, e tifarla dalla curva, risponde esattamente a questa necessità. Un proletario è tifoso di calcio, va in curva, là ritrova i suoi amici, ecc…fa parte della propria vita sociale. Poi se questo proletario diventa pure un compagno, non per questo dovrebbe abbandonare quel contesto nel quale rifluiscono tutti i suoi amici. Altrimenti, divenire compagni significherebbe autoescludersi da quei contesti vissuti dalla popolazione. E invece, forse, il nostro compito dovrebbe essere l’esatto opposto: frequentare assiduamente quei luoghi fervidi di contraddizioni sociali e di aggregazione giovanile viva, in cui si realizzano peraltro prese di coscienza notevolmente superiori ad un aula universitaria.
    E questa presenza non dovrebbe essere calata dall’alto, per decisione politica (da oggi lavoriamo sulle curve!), ma essere vissuta a prescindere dalla propria visione politica, ma dalla propria appartenenza di classe.

  • Andrea_

    Intervengo a gamba tesa…sono un ex curvarolo.
    Ognuno lo stadio e la curva la vive in maniera diversa perché diversi sono gli amici che frequenti fuori coi quali, alle volte ma non sempre, finisce che condividi la stessa passione e allora te li ritrovi accanto a te a sostenere la tua squadra. Poi in curva conosci altra gente e da cosa può nascere cosa.
    Ma come ci si arriva in curva? come e perché si prende parte a quei 90 minuti ? Perché poi spesso finisce tutto ? Solo pruriti giovanili ?
    Menti bacate dal capitale ? 11 cojoni in carzoncini corti in campo ?
    E invece è bello – o è una infruttuosa necessità – essere costretti a fare l’outbound a qualche call center per 500 euro al mese ?
    Invece non è da cojoni essere connessi h24, avere facebook, twitter, skype, spendere 5 euro al giorno per una birra, 5 euro per un pacchetto de sigarette, ecc..?
    Detto per inciso, da tutto ciò non è minimamente escluso chi va in curva. E perché non lo è ? Perché è una persona come un’altra.
    Non sarà un discorso prettamente politico ma se non ci si pongono queste domande e non si cerca di articolare una risposta rischiamo di parlare di aria fritta.

    Anche se ognuno ha una storia personale diversa, anche se i tempi sò cambiati, penso che quando un regazzino comincià a giocà con qualsiasi cosa magari possa provare divertimento e curiosità.

    Ora, il giuoco della palla, così come altri in altri tempi, è qualcosa che lo fai in condivisione con amici, parenti, il primo che passa per strada.
    C’avrebbe poco senso palleggià contro er muro tutto er giorno, pure se pò capità nella vita.

    Scenni dar palazzo, citofoni a tutti, te ritrovi ar campetto (sempre dopo aver fatto – o fatto finta di fare – i compiti, se no so guai…).
    Te butti in mezzo alla mischia, giochi, cori, te diverti e te escono le prime bestemmie. Poi, nel mentre, te senti pè radio la partita in diretta, meglio se tutte quante su “Tutto il calcio”, e passi la domenica.

    Cresci e ti puoi appassionare ancor di più, magari giochi talvolta in una squadra a livello agonistico giovanile. Prima er picchetto, mò la SNAI. Prima sentivi la radio mentre giocavi, de sfuggita, mò ce stanno le immagini, nun scenni più a giocà perché te la voi vedè ‘na partita e nun t’accontenti de fattela raccontà.

    Cresci un altro pò, chiedi a tu padre se te manna allo stadio con gli amici, sentivi i cori pè radio e vedevi i colori della squadra che riempivano lo stadio e la curva in particolre. Dici “cazzo, deve esse emozionante, ce vojo annà”. Qualche biglietto de distinto o curva nord tanto pè comincià, poi vedi che lì stanno tutti seduti e vedi la Sud che ribolliva. E tu lì voi annà.

    Un altro mondo (nonostante tutte le problematiche note).

    Sai che la domenica (ormai pò esse qualsiasi giorno a qualsiasi ora) il tuo posto è là. Per tifare la tua squadra, per vivere emozioni che sono sì personali ma collettivizzate in qualche modo e che comunque cambiano da persona a persona. Vabbè, t’organizzi, bandiere, fumogeni, tamburi, tutto quello che può servire per supportare quei maledetti 90 minuti di gioco in cui speri de rimedià 3 punti (o due?) è utile.

    Cazzo, stai in Sud ormai, c’hai delle responsabilità pure verso quelli che t’hanno preceduto e l’hanno fatta grande.

    E mica sei davvero cojone che nun te chiedi che succede intorno a te prima e dopo quei 90 minuti in cui tu fai er curvarolo, l’ultra$, l’ultrà (meglio) o quello che te pare.

    No, anzi, visto che i collettivi nelle scuole in periferia latitano, quelli territoriali (fatto salvo per la questione-abitativa) pure, te cominci a rapportà cò le guardie proprio allo stadio.

    Sarà pure un approccio pre-politico ma forse lì cominci a capì tante cose, vedi tantissima gente e molti sò vestiti uguali e c’hanno pure er manganello. Te dicono quello che puoi portare dentro (a discrezione de chi te controlla), te dicono dove devi andare, te dicono quello che puoi strillare e cosa puoi srotolare.

    Però sò cojoni quelli che vanno in campo e guadagnano cifre astronomiche pè fa quello che voresti fa tu, pure gratis.

    Chi nun è un calciatore miliardario è invece un fenomeno de intelligenza.

    Allora semo circa 60 milioni de intelligenti, tolto quei 300 mila scarsi che ancora se ostinano ad annà allo stadio (più tutti quelliche seguono squadre minori o giovanili, tipo 2-3 milioni de persone almeno ogni settimana, dove spesso non se guadagna ‘na lira, anzi).

    Ai compagni che pensano che le curve siano piene de decerebrati rispondo che ce trovi (o ce trovavi, mò non lo so) un sacco de gente che voleva divertisse, paertecipà a qualcosa, pija per culo, sfogasse, amà, odià e sentisse partecipe de quarcosa.

    E che si nun capite che annà in curva non preclude l’impegno politico, nun c’avete capito un cazzo, ma veramente compà.
    Nun c’avete capito un cazzo.

    Al di là delle stronzate sulla “mentalità ultras”, lo “stile”, il “codice d’onore” che è tutta roba questa sì artificiale posso dì che se c’hai una passione e non la segui, sei una persona a cui te manca e te mancherà sempre qualcosa.

    Se hai giocato ar campetto sotto casa, poi sui campi de tera dei paesetti del lazio, a vorte hai vissuto pure momenti difficili fatti de botte e partite interrotte, senza santificà quello che hai vissuto, sai perché e per come ce finisci in curva.

    Ma se diventi fascio, razzista, maschilista il problema non è solo l’ambiente di curva ma quello che ce sta fòri da quella curva.

    E andò cazzo stanno tutti ‘sti compagni e ‘ste compagne la domenica pomeriggio ? Andò ‘sta sto scandalo che uno va allo stadio e se deve sentì additato in assemblea ?

    Eppure mò pure io la domenica o comunque quanno giocano all’Olimpico le partite manco me le vedo in tv (a volte, lo ammetto, in pessima qualità streaming faccio un salto) ma quanno esco de casa e vado a famme un giro pè Roma de compagni e compagne in giro non ne vedo, purtroppo. Nun vedo cortei, purtroppo, nun vedo assedi coi cancelletti der porco D.O tipo “#”….

    Poi se cresci cojone, diventi un fascio, razzista, che fa i buuuh allo stadio perché ce stanno gruppuscoli organizzati de merda, perché i media t’hanno rincojonito, perché ar muretto e ar bar commenti le notizie in un certo modo, perché te trovi i quartieri in cui riconosci subito nel “nemico” chi ha la faccia scura o lo zingaro che ruba i bambini, beh nun è colpa della curva….l’ultimo stadio è la curva.

    Poi però molti compagni fanno conferenze stampa, cercano l’aggancio cò Repubblica o il Messaggerto perché je servono i media da usà come megafono, quanno invece pè mezzo trafiletto che scrivono a favore tuo quelli si che riempiono de merda le teste de milioni di persone. E non perché parlano di calcio.

    Ma siccome nelle strade, nelle piazze, nei quartieri e – soprattutto – nei posti de lavoro il “lavoro di massa” fatto di persona dai compagni scarseggia, conviene “sfogarsi” contro “quei coglioni che vanno ancora allo stadio a tifare 11 stronzi miliardari che danno du carci a un pallone”.

    Io nun ce vado più (una-due volte l’anno, non più in curva), m’hanno fatto odià il calcio le sue stesse componenti: lega, figc, sponsor, dirigenti, giocatori, tifosi.

    Ma, rispetto a chi vede le cose in modo diverso e addita la gente che ancora lo segue, me sento ancora de difenne chi si sente (pur nel 2013…) partecipe di una propria passione.

    E nun cìè bisogno de ribadì al netto dei vari gambizzati camorristi de turno o ex-nar, me pare ovvio.

    Quello che manca fòri da una curva se amplifica e distorce al suo interno.

    Quello che c’è fòri, se amplifica pure dentro.

    Purtroppo, stamo nella fase riguardante er primo caso (salvo già citate altre situazioni in alcune piccole città).

    Mò rimettemose a lavorà pè svortà la giornata e pensà che 11 miliardari cojoni scenderanno in campo, come se qualcuno de noi se potesse permette de rifiutà sòrdi. “Ahò il capo-reparto me vò da 100.000 euro al mese pè fa 5 contratti telefonici al giorno, però me sembra de rubà, j’ho detto de no…”

    Se i giocatori che voi odiate pigliano tanto per fare poco, il problema è de tutto il giro di soldi che ci sta intorno che non dipende solo dalle spese dei tifosi ma, appunto, dal sistema capitalistico.

    Gli stadi si riempivano, ancor di più, quando i giocatori non erano delle star come ora e guadagnavano cifre normali. E si riempiono pure in partite di regazzini o di terza categoria, a seconda dei casi.

    L’odio di classe va benissimo, però nun sparamo (troppe) stronzate

  • Pzm

    mi complimento con chi sta cercando di alimentare un dibattito e non sta semplicemente cercando di portare la famosa “dottrina” all’interno di uno spazio che, a mio modo di vedere, deve rimanere libero da dottrine e iniezioni di compagnismo o cameratismo e, per questo, un luogo dove la persona, con tutto il suo bagaglio, anche politico, può stare di fianco ad un’altra persona, sullo stesso gradone, per vivere ULTRAS. Avete già rovinato le piazze e le lotte sacrosante con le vostre “dottrine” ed etichettamenti che allontanano le menti libere, in più, curve compromesse ce ne sono già troppe: hellas, lazio, livorno, cosenza, ecc. anche se son sicuro che le stesse svolgano ancora quella funzione sociale insita nella curva, nonostante quelle che IO, personalmente, considero derive ideologico politiche. La dottrina in chiesa, in curva si VIVE e si LOTTA. Avanti Ultras, 1312.

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