APPUNTAMENTI

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

NOI SAREMO TUTTO


Rete Nazionale

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Festival Antifascista

Caracas Chiama


Rete di solidarietà al Socialismo del XXI secolo

Comitato per il Donbass Antinazista


Coordinamento Operaio Ama


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

18 October :
1979 - Franco Piperno, leader di Autonomia operaria, viene estradato dalla Francia e rinchiuso nel carcere romano di Rebibbia

STATS

Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni Settanta

 

Difficilmente una singola vicenda biografica è capace di racchiudere ed esemplificare un processo storico complicato e sfuggente, come ad esempio le lotte di classe in Italia degli anni settanta del novecento. Pochi anni sono passati, e un potere politico ancora troppo legato a quelle vicende, troppo ideologicamente ostile ad una loro ricostruzione storica, rende impossibile ragionare su cosa sia avvenuto politicamente in quegli anni. La vita di Prospero Gallinari, invece, riesce a descrivere perfettamente il senso di quel movimento storico di assalto al cielo che le classi subalterne tentarono per tutto l’arco dello scorso secolo. Sacrificandosi ed emancipandosi, con le loro contraddizioni e le loro tragedie, fino a scontrarsi con un potere che si è dimostrato più forte ma non per questo imbattibile. In anni in cui va di moda costruirsi un proprio passato di riferimento, nel nostro personale Pantheon politico Prospero Gallinari regge una delle colonne portanti. E i compagni come lui sono il cemento e il marmo con cui si regge quel Pantheon, senza il quale è perfino inutile occuparsi di riferimenti storici.

Come abbiamo detto, un serio dibattito pubblico di ricostruzione delle vicende politiche del ventennio 1960-1980, al momento è fuori discussione. La categoria dell’ordine pubblico è l’unica cornice culturale entro cui poter narrare quegli accadimenti. Le testimonianze dei parenti delle vittime borghesi, le uniche testimonianze possibili. A braccetto di qualche residuo dissociato che oggi si gira dall’altra parte e cerca di smarcarsi dalle sue responsabilità, umane e politiche. Prospero invece non si è mai girato, si è assunto tutte le sue responsabilità fino alla fine, una coerenza che lo ha portato a scontare la sua pena per intero. Solo i postumi dello scontro a fuoco del 1979 lo hanno portato, dopo diversi arresti cardiaci e una lunga battaglia dentro e fuori le carceri, a concedergli i domiciliari negli ultimi anni della sua vita. E come per tutti i combattenti politici degli anni settanta, l’impossibilità di leggere quegli avvenimenti entro un contesto politico più ampio ha reso impossibile comprenderne le motivazioni, relegando quei compagni a rango di delinquenti comuni e discutendo in tale ottica le loro scelte.

Eppure, c’è una storia diversa che va ribadita, oggi più che mai, visti i tentativi – vincenti – di dimenticare coscientemente quegli anni. Non iniziarono certo i movimenti operai con le stragi nelle piazze e nei treni. Non furono certo i collettivi politici che massacrarono i lavoratori a Portella della Ginestra. Non fu certo una decisione popolare lo sradicamento sociale del sud Italia che andò a formare la nuova classe di schiavi moderni nelle fabbriche del nord, sotto il rigido controllo padronale della FIAT di Valletta e di tutte le altre fabbriche piene di mano d’opera migrante, ricattata e sottopagata, carne viva che rese possibile lo sviluppo economico del dopoguerra. Non fu certo comunista l’ipotesi di un colpo di stato, che le destre più o meno “presentabili” tentarono ben due volte dopo la caduta del fascismo. E infine, non fu certo da parte nostra che si organizzarono convegni e studi strategici sulla strategia della tensione e la guerra preventiva al comunismo. Il tutto, in un contesto politico che non fece mai i conti con la propria storia, riproponendo ai vertici economici e istituzionali quelle stesse persone che rappresentarono, durante il fascismo, quella burocrazia laida e ossequiante che ne permise la conservazione.

Tutto questo è ignorato da chi dipinge i combattenti comunisti degli anni ’60 e ’70 come delinquenti comuni spuntati fuori dal nulla e senza consenso sociale, fomentati da utopie assassine e come assassini trattati.

Ben da prima che la cosiddetta violenza politica divenne patrimonio comune dei collettivi, c’era una violenza dello Stato – preventiva, sia detto chiaramente – che preparò il terreno per uno scontro che divenne inevitabile. Uno scontro preparato e incoraggiato proprio dai padri (ideali e reali) di chi oggi nasconde le sue responsabilità storiche di quel contesto, condannandone solamente gli effetti, assolutamente ricercati.

Ed è così che la narrazione dominante di quegli anni si distorce, diventa incomprensibile, rendendo impossibile anche solo parlare obiettivamente di quelle vicende senza trasformarci in tifosi, dell’una come dell’altra parte. Solo che i tifosi della parte sconfitta sono sempre di meno e sempre più isolati, contro una tifoseria dominante che impedisce ogni possibilità di confronto.

Quelle parti del movimento operaio che decisero di rispondere con la violenza alla violenza dello Stato, altro non fecero che resistere a una repressione che galoppava verso una svolta a destra di tutto il quadro politico nazionale, come poi effettivamente avvenne.  E nel resistere, crebbero e si organizzarono, fino a passare dalla mera difesa all’attacco al capitale, padronale o politico che fosse. In questo processo si comprende la vicenda storica delle Brigate Rosse e di tutti gli altri gruppi combattenti di quegli anni. Collettivi che provarono a spingere più avanti un conflitto di classe diffuso e che ormai aveva raggiunto un limite difficilmente superabile, almeno pacificamente. Un consenso sociale e una conflittualità diffusa che costituirono il terreno fertile dal quale nacquero spontaneamente collettivi e gruppi politici che decisero autonomamente una fuga in avanti, visto lo stallo di una situazione che stava portando esattamente la dove poi terminò: al compromesso storico e alla cooptazione di una parte della classe operaia nelle stanze del governo, gestendo e reprimendo congiuntamente quella parte di conflittualità non più funzionale agli scopi politici del PCI.

Le Brigate Rosse furono uno di quei gruppi. Un gruppo nato dalle lotte operaie degli anni sessanta, dalla repressione che ne seguì, ma anche da quelle vittorie parziali che quella conflittualità produsse. Proprio negli anni sessanta, così come nella Resistenza, si intuì che la lotta di classe poteva portare alla vittoria addirittura nel cuore dell’occidente capitalista. Ma soprattutto, una parte di quel mondo degli esclusi, dei contadini poveri, degli operai delle fabbriche, di quei giovani che andavano affollando le periferie delle nuove metropoli, prese coscienza della propria condizione, e la lotta fu l’unico strumento che consentì a questo proletariato di avere voce. Quei contadini eternamente silenziati dal potere acquisirono la capacità di incidere nei processi collettivi solamente grazie al conflitto di classe, alla violenza politica con cui rispondevano alla violenza padronale. La violenza degli anni settanta diede voce ai senza voce. Integrò nella società gli schiavi, i diseredati, tutti coloro che la storia relegava a mere comparse della vicenda umana. La lotta per il comunismo fu anche e soprattutto questo, e all’interno di quest’ottica va letta l’avventura umana e politica di Prospero, un contadino che capì subito da che parte stare, e che altrettanto immediatamente capì che il PCI non era più il luogo dove far valere la propria forza di classe. Nonostante tutti i meriti storici che la Terza Internazionale ancora rappresentava, che né lui né noi oggi vogliamo disconoscere. E infatti è in quel solco che lui si muoveva, nella vicenda storica di quella resistenza tradita che necessitava di una seconda fase, la fase della conquista del potere. Se non era possibile per via elettorale, e se il movimento al di fuori dell’organizzazione ufficiale comunista cresceva e prorompeva nella società, era necessaria una spinta. E proprio in questo senso che nacquero le BR, collettivo politico comunista vera avanguardia di un movimento sociale che fuori, nella legalità, marciava verso il suo punto di non ritorno, dopo il quale ogni scelta doveva essere netta e non equivocabile.

Non vogliamo affermare che la nascita e lo sviluppo delle Brigate Rosse, nonchè degli altri collettivi politici combattenti, costituì l’unica possibile via d’uscita, né che fosse la più giusta, la migliore, la più lungimirante. Più semplicemente, stava nelle cose. Che l’egemonia del movimento operaio covava nel suo seno quello sbocco, che i tempi forse non erano maturi ma neanche lontani, che il consenso intorno all’ipotesi armata era vasto, nel mondo politico dei collettivi come in quello lavorativo delle fabbriche.  Una, dieci o cento persone armate possono essere benissimo trattate da criminali e in tal senso affrontate dal potere costituito. Più di cinquemila compagni condannati e carcerati per banda armata* e violenza politica rappresentano qualcosa di più di un “episodio” delinquenziale, ma piuttosto un frammento di guerra civile che da una parte e dall’altra si combatteva senza esclusione di colpi. Perché i familiari delle vittime esistono anche per i compagni, ma nessuno se ne interessa. Il confronto fra familiari “buoni” e i “carnefici” pentiti è un frame dal quale dobbiamo uscire. Perché impedisce il confronto storico, impedisce di liberarci dall’aspetto emozionale a favore di uno sguardo più distaccato (e questo sia detto con tutto il rispetto umano verso i familiari delle vittime borghesi, nonché verso i familiari di Guido Rossa, vittima operaia).

Nell’ambito di questa vera e propria guerra civile, combattuta per vent’anni e vinta dai padroni, lo Stato non faceva prigionieri, e quei pochi che si salvarono, dopo decenni di galera, lo fecero tramite la via del pentimento e della dissociazione. Gli altri, tutti coloro che rimasero coerenti con una idea collettiva della propria militanza politica, pagarono e ancora pagano fino alla fine la propria scelta.  E’ per questo che da anni, e ovviamente non da soli, chiediamo una liberazione degli anni settanta. Una liberazione politica, culturale, storica. Che affronti il problema per quello che è: e cioè che, trent’anni fa, due eserciti si scontrarono sul terreno politico e con l’uso della violenza. Lo Stato ha difeso se stesso, e dal suo punto di vista ha sicuramente messo in campo tutto il suo potenziale offensivo. Ma finita la guerra, i prigionieri tornano a casa, i torti e i meriti non vengono affrontati in chiave esclusivamente giuridica, ma di contestualizzazione storica. Per capire e comprendere i motivi di quella scelta, che fu in ogni caso una scelta di massa, di classe, e dirimente. Tutto questo lo Stato borghese non può permetterlo, visto che il monopolio della violenza è il suo e ogni altro atto violento è punito solo in chiave penale. Ma noi, noi compagni, dovremmo in ogni momento riaffermare un altro punto di vista su quella storia. La tragedia di Prospero Gallinari può servire in tal senso. La sua storia, così esemplare, può essere il trampolino di lancio per riprovare a ragione su quegli anni e quelle scelte. Per dare un senso alla sua lotta, che non sia solo il mero ricordo di un rivoluzionario comunista, ma che diventi propositivo per il futuro. Ciao compagno Prospero Gallinari, contadino comunista.

___________________________

* Sulle cifre e le motivazioni politiche e sociali della guerra civile strisciante dal dopoguerra al 1980, consigliamo “Il nemico Interno“, di Cesare Bermani, forse il miglior lavoro storico di ricostruzione e di contestualizzazione della lotta di classe in Italia dopo la Resistenza.

10516 letture totali 8 letture oggi

29 comments to Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni Settanta

  • Brigante

    Nulla da aggiungere. Complimenti per un articolo veramente ben scritto.

  • rebeldia

    Un’ ottima ricostruzione storica, anche in risposta al delirante articolo apparso su ‘Repubblica’.

  • Red Dog

    Grazie per l’articolo
    Profondamente d’accordo.

  • tronco

    Secondo me ci sono una serie di imprecisioni storiche e incongruenze in questo articolo che ne inficiano il buon proposito di partenza e l’importanza storiografica. La violenza da parte dello Stato c’era, fu un fattore scatenante (in particolare piazza Fontana e i drammatici eventi che ne seguirono) ma applicare alla reazione di settori delle avanguardie politiche della classe gli apodi di “proletari” e di “resistenza” è in parte una forzatura logica in parte un falso storico. Per quel che riguarda la “resistenza” potrei capire in merito all’Autonomia, senza condividere del tutto, ma potrei capirlo. Sul concetto di proletar occorre capirsi: tra i fondatori delle BR c’erano figli di borghesi, anche volendo un contadino non è un proletario, così come tra le vittime ci furono proletari. I fondatori delle brigate rosse venivano dalle fila cattoliche, le acli non dalla classe! Il discorso sulla lotta armata va affrontato con rigore storico, dire che “diede voce ai senza voce” o che fu l’argine della “deriva a destra” mi sembra francamente più che ardito, storicamente molto miope. Si vede l’epifenomeno senza leggere il contesto storico, si guarda all’espressione più clamorosa forzandola a partecipare ad un contesto in cui non era iscritta. Su 60 milioni di italiani, di cui tolti i bimbi in età scolare buoni 20 milioni erano proletari 5000 persone è una percentuale ridicola. Le basi di appoggio nelle fabbriche c’erano, ma c’era anche diffusa l’idea della possibilità di una transizione democratica al socialismo (illusoria, disattesa, per carità, ma c’era nelle masse proletarie) che aveva una base di consenso molto vasta e radicata, che ha prodotto parte delle lotte, subito buona parte delle perdite e della repressione e che non ha scelto la violenza e non voleva essere messa nel calderone con i brigatisti. C’è stata una storia politica delle BR, con dissociazioni POLITICHE che sono arrivate prima di oggi e senza pentimenti giudiziari. Ci sono stati lo sbandamento e l’anarchia organizzativa delle diverse colonne, la mancanza di contatti tra di esse, la parte militare che ha preso il sopravvento su quella politica, le infiltrazioni da parte dei servizi. A parte poi c’è da fare, sul piano meramente politico, una critica al blanquismo delle BR, al terrorismo come strategia di lotta politica o anche solo come tattica, che Lenin stesso bollava come mezzo di lotta “borghese”: la categoria “lotta armata” non è accettabile come non lo è la riduzione a tema di ordine pubblico di quelle istanze. L’Italia degli anni ’60/’70 non era l’Argentina di Peron o Videla, l’Uruguay dei generali o la Cuba di Batista, così come le BR non erano il Frente Sandinista e Prima Linea non era i tupamaros. Lo dico con rispetto, per quei comunisti che fecero quella scelta allora e per voi oggi, a me pare che l’estetica della pistola o del sasso alle volte offuschi la vostra visione critica della storia, che il bisogno di una ricerca più sincera e meno ideologica di quella dei media borghesi vi porti a delle forzature sia logiche che storiche che hanno un sapore altrettanto ideologico.

  • marco

    condivido Tronco dalla prima all’ultima riga.
    e lo dico con il massimo rispetto per la figura di Prospero (che mi fu presentato in una occasione, e che ricordo come persona dall’aria addirittura mite), nonchè con l’ammirazione che si deve al suo gesto di accollarsi la condanna per essere stato il presunto esecutore materiale dell’uccisione di Moro, il che non era: nè lui si proclamò mai innocente.
    Coerenza, disciplina e responsabilità collettiva , come una volta era costume di tantissimi comunisti,anche quelli disarmati….
    però il salto dalla storia di classe al mito , dall’analisi all’agiografia , è un passo bello lungo.Eppure Militant lo compie in un sol colpo.Peccato.
    Peccato perchè alla fin fine non si rende un buon servizio alla memoria dello stesso Prospero, con una retorica tipo “nel nostro personale Pantheon politico Prospero Gallinari regge una delle colonne portanti. E i compagni come lui sono il cemento e il marmo con cui si regge quel Pantheon”.
    Non si si esprime alcuna indicazione politica attualmente praticabile sostenendo che la storia di Prospero deve essere ricordata “Per dare un senso alla sua lotta, che non sia solo il mero ricordo di un rivoluzionario comunista, ma che diventi propositivo per il futuro”.
    E al dilà del riconoscimento morale (quindi nulla a che vedere con la resa ideologica o con la non violenza)della figura del compagno Prospero, rinunciare a qualsiasi distinguo rispetto all’avventurismo ed al sostitutismo militarista delle formazioni armate – BR e non solo – può significare solo 2 cose: o condividere se non l’attualità almeno l’orizzonte della proposta politica armatista , oppure rifugiarsi -appunto- nel mito…che in fondo è sempre un buon silenziatore delle contraddizioni politiche.

  • rebeldia

    Rispetto alle ultime due risposte,simili a quelle di ‘repubblica’, una ricostruzione più realistica di quegli anni http://insorgenze.wordpress.com/2013/01/16/chi-era-prospero-gallinari/

  • Brigante

    @tronco e marco
    Provo ad andare per punti se no diventa una caciara:
    -Provare ad analizzare il fenomeno delle BR in base alla “provenienza” socio-culturale dei fondatori mi sembra abbastanza a-storico. Si perde di vista uno dei punti fondamentali dell’articolo di Militant, ossia proprio il processo di maturazione e presa di coscienza che le masse degli anni ’60-’70 intrapresero.
    - Farsi le pippe con le percentuali è uno dei classici passatempo degli pseudo-giornalisti mainstream. A parte che il numero di 5000 si riferisce ai prigionieri politici e non a qualche tipo di adesione-sostegno ai gruppi clandestini, è innegabile che decine di migliaia di compagni in quegli anni, pur non entrando direttamente in clandestinità, appoggiarono moralmente e praticamente molti compagni “corsi in avanti”.
    - Discutere, anche criticamente e duramente, le scelte tattiche e strategiche delle BR, non significa necessariamente rinnegare l’orizzonte culturale e politico dentro al quale si muovevano. Per essere più chiari dire “non condivido la strategia delle BR” è diverso dal dire “i brigatisti erano dei delinquenti terroristi”
    - “L’Italia degli anni ’60/’70 non era l’Argentina di Peron o Videla, l’Uruguay dei generali o la Cuba di Batista”. Una frase del genere la vedrei bene scritta dalla penna di un Piggi Battista qualsiasi e denota la totale assenza di analisi storica sul processo di transizione dal controllo poliziesco di stampo vetero-fascista, al legalitarismo che accompagnò e accompagna il neo-autoritarismo dello Stato borghese post-guerra (fermo restando che tale processo negli ’60 in Italia non era per niente compiuto, vedi Strategia della tensione).
    - Mi sembra fondamentale cogliere la differenza tra mito ed immaginario, tra revisionismo e memoria storica, tra la retorica dell’attacco allo Stato e l’orgoglio dell’assalto al cielo, tra chi pretende di (ri)scrivere la storia nero su bianco e chi invece legge in maniera analitica i fatti.

  • Militant

    @ Tronco
    Rispondiamo per punti così facciamo prima, visto che ci sono molte affermazioni drastiche che lasciano un pò il tempo che trovano nel tuo commento.

    1) Le Brigate Rosse sono un collettivo politico comunista formato da lavoratori, operai, proletari più in generale. Alcuni dei fondatori erano studenti di sociologia di Trento, è vero, ma si tratta di Renato Curcio e di Margherita Cagol. Mario Moretti (che sarà operaio alla Sit Siemens) proveniva da una famiglia cattolica e genericamente di destra, è vero anche questo. Ma stiamo parlando di 3 persone. La stragrande maggioranza della base e dei suoi dirigenti provenivano dalle fabbriche o dai quartieri proletari delle metropoli del nord prima e anche di Roma e Napoli poi. Per inciso, un contadino magari non sarà un operaio, ma è sicuramente un proletario. Porre anche solo differenze di questo genere all’interno della classe non significa apportare un grande contributo alla discussione.

    2) Se 5.000 persone e passa ti sembrano una percentuale ridicola, probabilmente è dovuto a una profonda incomprensione dei fenomeni rivoluzionari, che mai nella storia sono stati fenomeni “di massa” come possiamo intenderli noi. Nessuna rivoluzione, infatti, è stata portata avanti da una struttura di massa, quanto piuttosto da una minoranza di classe organizzata. Non lo erano i partiti comunisti della Terza Internazionale pre-1945, soprattutto non lo erano il Partito Bolscevico e il Partito Comunista Cinese. Per non parlare delle vicende cubane e più in generale latinoamericane, nonchè quelle di liberazione coloniale in senso socialista in Africa e in Asia. 5.000 militanti attivi significano la punta di un fenomeno molto più vasto, e cioè sono possibili solo perchè esiste un’area di tacito consenso operaio che rende possibile le condizioni per una militanza politica di quel tipo. Ovviamente, il tacito consenso non è misurabile quantitativamente (c’è chi ha provato a farlo, come l’inchiesta sul terrorismo di Giorgio Bocca, terminando l’analisi dicendo che esiste un fortissimo consenso operaio attorno alla cosiddetta propaganda armata), ma non credo vorrai smentire il fatto che durante quegli anni fosse significativo. Dunque, 5.000 militanti non sono “tutti i militanti”, che scompaiono numericamente a fronte dei “venti milioni di proletari”, ma il fenomeno più avanzato, la punta di un iceberg, la parte numericamente più ristretta e più organizzata di un fenomeno molto più vasto.

    3) Sulle critiche invece nel merito dell’azione politica delle Brigate Rosse, l’articolo non entrava in questione. Possiamo essere più o meno d’accordo, ma non era quello lo scopo del pezzo, quanto piuttosto ricordare velocemente i prodromi, il contesto e il significato della nascita della lotta armata in Italia. Ma siccome tendi a liquidare il tutto come “terrorismo”, utilizzando, consapevolmente o meno, il linguaggio dei padroni, capiamo subito dove vuoi andare a parare. Infatti, quello della Brigate Rosse è “terrorismo” unicamente per i padroni, interessati a buttare tutto nel calderone della violenza contro i civili, perdendo il senso di guerra di classe che si stava combattendo in quegli anni. L’azione delle Brigate Rosse, criticabili quanto si vuole, rientra invece nella lotta armata, che non colpisce civili e non colpisce “nel mucchio”. Il terrorismo infatti è sempre filo-padronale, anche inconsapevolmente. La lotta armata invece è una scelta politica determinata. C’è una bella differenza.
    Definire Prospero Gallinari “terrorista” significa non aver capito molto non solo della storia della lotta armata in Italia, ma aver poco chiaro il senso dello scontro di classe di quegli anni e il contesto dal quale nacque.

  • Militant

    I funerali di Prospero saranno domani, sabato, alle ore 14,30 al cimitero di Coviolo, Reggio Emilia. Ci vediamo li, speriamo di essere in tanti domani. È necessario.

  • tronco

    E’ un giochetto che non mi appassiona, soprattutto quando si discute tra compagni, quello delle accuse di essere “borghese” o di parlare come la stampa borghese. Io do una valutazione politica e storica di quegli eventi e lo faccio come posso, con gli strumenti e le conoscenze che ho, da sinistra e come compagno. Se la penso diversamente non significa che sono un “nemico”, bensì che la penso diversamente. Per me sparare per la strada ad un giornalista (una testa di cazzo che non ha neanche lo 0.00001 % della mia stima, fascista o ex fascista come Montanelli) è terrorismo ed è un atto inaccettabile. Non ci stanno linguaggi dei padroni che tengano, è terrorismo, non è lotta armata. Il punto sui numeri l’ho fatto per un altro motivo: le brigate 26 julio o le imprese del FSLN erano appoggiate da una parte consistente (così come le FARC ancora oggi o l’EZLN) dei contadini, le basi di appoggio nella società non forniscono solo un rifugio una tantum o un piatto caldo. Partecipano autotassandosi alla lotta armata totale contro lo Stato, una lotta condotta a viso aperto come una campagna militare vera e propria. Forse per motivi di conformazione geografica in Italia non era possibile, ma mi sembra che la partecipazione di “massa” (anche nel caso di Cuba dove forte e diffuso era l’astio nei confronti del regime di Batista). Quello che volevo dire è che gli strumenti e le condizioni di quelle lotte non erano gli stessi presenti in Italia e che la teoria dei fuochi di Che Guevara non consisteva secondo me in quello che le BR fecero. Devo ammettere di aver sbagliato ad enfatizzare tanto la provenienza “di classe” quanto le questioni politiche precedenti alle BR dei vari fondatori, in parte perché avevo dei ricordi sbagliati in parte perché sono ininfluenti in realtà. Le distanze e le differenze per me sono tutte politiche e su questo tema “di contenuto” mi sento di replicare all’articolo. Non penso e non ho detto che Prospero sia un “delinquente” o un terrorista nel senso borghese del termine. Ma penso che le azioni del gruppo di cui faceva parte siano state di tipo terroristico, penso che “colpirne uno per educarne 100″ sia un motto di stampo terroristico; penso che molte delle vittime delle BR fossero sì persone con cui non avrei preso manco il caffè nello stesso bar ad orari diversi, ma non fossero realmente obiettivi strategici. Penso che la prima parte di vita delle BR con la strategia mordi e fuggi, i sequestri dimostrativi etc potesse pure essere una tattica ma sul lungo periodo a cosa hanno portato tutte queste azioni e tutta questa “lotta armata”? Non dico lo sfacelo di oggi, dico allora. Quali grandi risultati ha ottenuto “l’innalzamento del livello dello scontro”? Dico per le sorti della lotta di classe e per la classe operaia, non parlo di opinione pubblica. Le leggi speciali sono state una conquista? Hanno messo alla berlina in neo-autoritarismo? Io penso che la contestualizzazione nella prima parte dell’articolo sia un importante momento di verità su quegli anni, ma le giustificazioni alla “propaganda armata” che seguono non siano giuste, primo perché c’erano altre vie possibili, secondo perché non è che c’erano solo BR mentre il resto del paese stava fermo a guardare. E non mi sento né un “giornalista mainstream” né dalla parte dei padroni nel dire: io la guerra ai borghesi la faccio ma non così, non con loro e non con queste premesse.

  • rebeldia

    In effetti le altre vie possibili si sono materializzate, con la terza via del PCI riformista, migliorista, che tramite i suoi esponenti politici, aiutò lo Stato a reprimere ogni forma di lotta armata.Il risultato della terza via e del patto DC-PCI è lo sfascio che stiamo vivendo in questi giorni, dove l’arretramento e la perdita delle conquiste sociali e del lavoro, ha riportato la società italiana ai tempi del governo Tambroni( non dimentichiamo che a Genova 2001, un manifestante è morto ammazzato, quindi poca differenza dai morti di Reggio Emilia).Nei giorni scorsi, sui giornali borghesi, è stato fatto di tutto per rappresentare quegli anni, come bui e violenti, con bande di criminali, decisi a tutto, che iniziarono a sterminare gli appartenenti alle forze dello Stato.In realtà, quegli anni furono molto di più, impossibile ridurli ad un fatto di cronaca se pure ripetutto e diffuso.Quegli anni, furono la rappresentazione di un movimento diffuso ed orizzontale,che in piena strategia stragista e di repressione, mise in luce la rabbia e la voglia di lottare da parte di generazioni, così vicine alla seconda guerra mondiale ed alla Resistenza.Il timore di ritornare sotto una dittatura di stampo cattofascista, con tutti i personaggi di destra messi nei posti chiave dell’apparato statale, riuscì a coagulare varie soggettività, compresa anche quella piccola borghesia , che del resto pure durante la Resistenza, si mobilitò per sconfiggere il nemico nazifascista.Oppure, siamo pronti a revisionare anche quel periodo storico, con le brigate partigiane composte da quella parte di società estranea al comunismo, ma cosciente che solo la lotta poteva consentire di liberarsi dalla dittatura? Anche i partigiani usarono le armi per sparare verso loro concittadini,anche loro si opposero alle autorità del tempo, fasciste, quindi deve passare l’equazione Resistenza armata=terrorismo ?? Io direi che con quel periodo storico ancora si devono fare i conti, ancora si deve studiare e capire le motivazioni di tanti giovani, che con delle scelte estreme, decisero di passare in clandestinità. I numeri di quanti fossero difficilmente si sapranno , del resto quando le leggi emergenziali e lo stato di repressione incominciarono a colpire, in tanti impauriti, perchè lo Stato quando reagisce è molto duro( ricordiamoci sempre le torture subite in carcere, un capitolo stranamente rimosso ed ignorato da quella parte di società civile, sempre pronta a mobilitarsi per i combattenti ed i dissidenti di altri paesi)abbandonarono la lotta, sia pentendosi, sia uscendo dalla clandestinità, consapevoli che lo Stato avesse vinto, per stessa ammissione di Prospero Gallinari.Difficile dire ,per alcuni, a distanza di anni se tutto quello che avvenne fosse giusto o sbagliato, bisogna sempre contestualizzare i periodi storici, inoltre è patetico il tentativo di paragonare i fatti accaduti in Italia, con quelli di altre nazioni, diverse sia per cultura, che per condizioni oggettive.Solo l’Italia possiede uno stato al suo interno,il Vaticano, e quanto sia influente ce ne accorgiamo ad ogni votazione elettorale, solo l’Italia è tuttora una colonia dell’imperialismo americano,con basi militari nel suo territorio, solo questa sfortunata nazione ha visto nascere e prosperare il fascismo.Pensare di opporsi a tutto questo, con le sottili armi della politica e della diplomazia è solo la necessità di chi non ha mai raggiunto la feroce e necessaria coscienza dei tanti compagni militanti.Hai ragione, non servono polemiche tra di noi, ma almeno l’onestà intellettuale di descrivere la realtà violenta di quegli anni, da tutte le parti, destra, sinistra, Stato e piangere ognuno i suoi morti, con rispetto.

  • marco

    Tronco ci azzecca ancora,secondo me.
    Personalmente penso che le Br all’inizio agirono come puro sostegno alle lotte ( punizioni dei capetti in fabbrica, brevi sequestri, attacco ai beni etc) poi,approfondendo il loro retroterra teorico, pensarono bene di importare nel contesto italiano degli anni 70 , esperienze affatto diverse come il fochismo guevarista e la guerriglia urbana tupamara. E fu la fine…..Discorso in parte diverso, ma affine quanto agli esiti politici, andrebbe fatto per altre,formazioni , ma non è questo il punto principale..
    Il punto è che non è affatto vero, non lo è mai stato, che l’alternativa fosse: Br o compromesso storico. QUESTO sarebbe revisionismo storico,altro che chiacchiere sulla stampa borghese, magari tra un po’ chi dissente dal percorso Br verrà anche tacciato di infamità… In quegli anni centinaia di migliaia di proletari,giovani,studenti ,donne praticarono una lotta di massa, di classe e anche democratica contro la dc, i padroni, il fascismo e il riformismo, Spesso finendo in galera, sprangati, licenziati, ammazzati.
    Le Br , lungi dall’essere la punta più avanzata di questo fronte, scegliendo l’azione di piccoli gruppi clandestini,si sostituirono politicamente alle masse, alle loro forme di organizzazione, alle loro rivendicazioni sociali, alle loro pratiche ,incluse quelle più radicali. Erano nei fatti , avversari della lotta di classe, perchè volevano costringere TUTTO il movimento di trasformazione e sovversione dell’esistente nell’alternativa secca: noi o loro.
    Poi la repressione spinse non pochi militanti nella braccia delle Br, e da lì in galera. Le Br si sciolsero-salvo pochi patetici resti- le galere stanno ancora lì.
    Personalmente ero tra quelli che alla fine degli anni 70 dicevano” Contro lo Stato, contro le BR”.la penso ancora così

  • Ile

    @Marco
    Vorrei rispondere in modo approfondito a te e a tronco ma in questo momento non posso. Lasciami, però, dire una cosa: quanti, alla fine degli anni ’70, non condividevano il percorso di lotta armata iniziato dalle Br avevano posizioni diversi. Anche tra i compagni. “Nè con lo stato, nè con le Br” era una posizione della sinistra borghese un po’ paurosa. Poi c’era “Contro lo Stato, non con le Br”, che a mio avviso era una posizione politicamente dignitosa. Poi c’era una posizione, invece, davvero indegna: quella di chi metteva Stato e Br sullo stesso piano proclamandosi “contro lo Stato, contro le Br”.

  • marco

    la posizione “contro lo stato, non (?) con le BR” non è mai esistita. la posizione “nè…nè” era , grossomodo, rappresentata da :parte di Lotta continua(il giornale), una area libertaria contigua al psi,i Radicali, parte della’autonomia, forse parte degli anarchici.La posizione “contro…contro” era rappresentata da Democrazia Proletaria, l’area di Lettere del movimento del 77, alcune aree operaie e sindacali i gruppi trotkisti, parte della disciolta Lc. non era una posizione che metteva sullo stesso piano br e stato,semplicemente individuava in entrambi un ostacolo alla lotta di classe. Indegne sono le fantasie strumentali di oggi.

  • Ile

    Ribadisco. La posizione contro…contro era una posizione indegna, tanto allora quanto oggi.

  • Militant

    @Tronco e Marco
    Continuate a entrare nel merito di una discussione che in realtà puntava verso tutt’altri lidi. Quando mai abbiamo scritto che l’alternativa fosse fra le BR e il compromesso storico? Quando e dove avremmo scritto che quella delle BR fosse la scelta migliore?
    Semmai abbiamo provato a contestualizzare, e facendo questo abbiamo individuato come lo sbocco della lotta armata fosse plausibile, vista quella situazione. Che “stava nelle cose”, dato il contesto. Che fu un’opzione scaturita dalla classe, e non altrove.
    E, soprattutto, che quella della Brigate Rosse fosse una scelta politica di lotta armata contro lo Stato. Un tantino diverso dell’etichetta di terrorismo, parola ormai peraltro inservibile vista la cornice ideologica che la riveste.
    Infine, per concludere, proprio quelle esperienze latinoamericane che citate dimostrano proprio di come una ristrettissima avanguardia armata che passa dalla resistenza all’attacco produce molti più risultati di quanto si creda. Almeno, scegliete bene gli esempi, ecco.

  • marco

    Militant, la chiudo qui. con qualche disappunto…perchè voi spesso non siete arbitri del dibattito che suscitate, ma parte delle posizioni che evocate.
    solo una nota: non ho mai fatto esempi latinoamaericani, se non per individuare collegamenti teorici avanzati dalle stesse BR; che essi abbiano prodotto “molti più risultati di quanto si creda” è stato vero là ma non qua…ed è proprio questo il punto di divergenza ; non ho mai usato la parola “terrorismo”, che all’epoca forse aveva un senso x definire polemicamente la lotta armata come strategia politica ( che è diverso dall’uso della armi, praticato anche da chi nel movimento era nemico giurato delle Br) ma oggi è termine totalmente inservibile. Grazie x l’ospitalità.Saluti comunisti.

  • Gert

    anche io vorrei affrontare un argomento così importante in modo più approfondito ma per ora alcune cose le vorrei dire:
    @ ile
    non sò quanti anni hai e se all’epoca facevi attività politica ma da come ne parli mi sembri quanto meno superficiale, anzitutto quando parli di sinistra borghese cosa intendi? ti riferisci al fatto che chi gridava lo slogan (perchè è bene non diimenticare che tale era) ne con lo stato nè con le BR apparteneva alla classe borghese o che si comportava da borghese? no perchè nel caso sono grossolane tutte e due le interpretazioni. all’epoca militavo in Lotta Continua e la composizione di classe era la più eterogenea c’erano figli di proletari e di classe media ma cosa vuol dire? come dice bene marco praticavamo lotta di massa e di classe, occupazioni, autoriduzioni, antifascismo credevamo di fare la rivoluzione e ci credevamo veramente! la nostra radicalità nelle pratiche e negli obiettivi è testimoniata dalla storia di quegli anni. Ma una cosa ci tengo a dirtela quando usi il termine di sinistra paurosa (ed io ci leggo un giudizio sprezzante) involontariamente dici una verità perchè io rivendico quella paura che era di una generazione che non voleva, pur non essendo assolutamente pacifista, imboccare la strada della lotta armata. Non era la nostra strada perchè ne percorrevamo un altra che ritenevamo quella giusta anche se non era affatto una strada comoda e sicura come hanno dimostrato i tanti compagni che hanno pagato duramente con la vita o con il carcere! Adesso sarebbe facile per me dire di aver avuto ragione visto dove (ci) ha portato quella strada e non è tanto questo il punto, chi sostiene la giustezza di quella scelta potrebbe dire che è andata così perchè non tutti hanno scelto quella strada, se fossimo stati di più….ma il problema è propio questo forse ci dovrebbe interrogare sul perchè non fossero di più e forse si arriverebbe a mettere in dicussione non tanto la scelta di lottare in armi ma il modo in cui lo si fà oltre che il contesto in cui si è scelto di farlo. Tanto per dirla fuori dai denti Militant, le esperienze latinoamericane non mettono in discussione la questione dell’avanguardia ma quella delle modalità e del contesto.

  • tronco

    @ Rebeldia
    Lascia perdere le questioni personali, io le mie idee politiche le ho pagate col sangue e non credo di avere bisogno di dimostrare il mio livello di “coscenza” o di “oestà intellettuale”. Detto ciò non pensavo alla terza via migliorista né al compromesso storico etc come alternativa. Diciamo che condivido la critica del Subcomandante Marcos all’impostazione delle avanguardie storiche.

    @ Militant
    Contesto l’ultima affermazione: credo che gli esempi latinoamericani siano pregnanti di si ptevano fare le cose in un’altra maniera come nota Gert, le BR mi ricordano il tragico (ed eroico) errore di Guevara in Bolivia più che il Frente Sandinista o la rivoluzione cubana. Detto ciò se ho interpretato male il vostro articolo mi scuso, sicuramente era “prevedibile” dunaque “plausibile” lo sbocco, mi sembra che però anche i risultati contino, e non mi sento particolarmente partecipe ad una esperienza solo perché è avvenuta. Forse sbaglio o pecco di cinismo. Grazie cmq per le risposte e il lavoro politico.

  • rebeldia

    @tronco:io non stavo facendo discorsi personali,semplicemente in questi giorni, in molti hanno dipinto una realtà completamente falsata,quasi che a partire dalla strage di piazza fontana e la morte di Pinelli in poi, questo paese non abbia vissuto una vera e propria guerra civile.Chi ha un certo numero di anni , ha presente nela memoria il clima pesante che ogni giorno si viveva, soprattutto nelle grandi città, dove anche uscire di casa, o da scuola era diventato pericoloso.Ma, come si può tacere delle morti causate dai servizi deviati, dalla destra, nel macabro ma necessario conteggio dei morti, non credo che si possano mettere sullo stesso piano azioni personali,mirate ad un soggetto o bombe nelle piazze, nei treni, nelle stazioni, tutte azioni tese a scardinare la possibilità di una svolta a sinistra in questo paese.Come tacere l’esistenza di Gladio, l’interferenza degli americani nel caso Dozier, insomma questo tutto era meno che un paese tranquillo.Invece a leggere i commenti di questi giorni, nessuno che ricorda con lucidità quei momenti, così da far passare la lotta armata come la lucida follia di pochi compagni, che sbagliavano, al di fuori di ogni contesto sociale..Poi lascia perdere quello a cui pensavi,le alternative che citi potevano funzionare in america latina,in realtà dove la popolazione muore di fame, in Italia la battaglia fu solo ideologica, ed il fatto che solo da noi, ed in Germania avvenne tutto questo credo deve , ancora oggi far riflettere.L’Italia, non è un paese normale, e chi crede che solo la lotta politica, possa sovvertire questo stato di cose, spaccia illusioni.Tutto questo, senza entrare nel merito della tua, o la storia di altri che scrivono,non è questo il problema.Il problema è capire in che modo far diventare questa nazione civile.Saluti.

  • Militant

    @Marco e @Tronco
    Premesso che noi interveniamo solo con il nick “Militant”, e non con altri (quindi evitiamo di riferire a noi i commenti firmati con altri nomi), noi non siamo assolutamente “arbitri” delle discussioni, ma parte in causa e rispondiamo nel merito dei discorsi, prendendo posizione. Non vediamo perchè dovremmo rimanere “neutrali” in un dibattito comunque interessante. Detto questo, quindi, invitiamo sia te che tutti coloro che dissentono a continuare ad intervenire, se credete, e di certo non delegittimiamo chi non la pensa come noi. Si può discutere, anche animosamente, senza per questo scomunicarci a vicenda. Fra un provocatore e un compagno sappiamo riconoscere le differenze, e mentre per il provocatore c’è la moderazione dei commenti, per tutti gli altri compagni che vogliono discutere, anche da posizioni differenti o opposte, c’è il benvenuto.

  • NOMAFIA

    credo che tutto quello di cui parlate sia giusto la ricostruzione storica e striografica è quella di un paese sull orlo di una guerra civile – un movimento come quello italiano in quel periodo era impensabile in qualsiasi altro posto – comunque sia l’omicidio mafioso di roberto peci hanno perso qualsiasi giustificazione in termini di guerra di classe o di lotta sociale – politicamente avevano i consensi di molte persone in quel periodo anche se il parere dei piu era “NE CON LO STATO NE CON LE BR” c’è da dire che la storia di prosperi è singolare e particolarmente degna di nota.SALUTI

  • [...] Testimonianze “Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara Su Prospero Gallinari Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni 70 [...]

  • [...] Testimonianze “Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara Su Prospero Gallinari Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni 70 [...]

  • [...] Testimonianze “Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara Su Prospero Gallinari Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni 70 [...]

  • [...] Testimonianze “Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara Su Prospero Gallinari Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni 70 [...]

  • [...] Testimonianze “Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara Su Prospero Gallinari Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni 70 [...]

Rispondi a Ile Annulla risposta

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>