Consigli (o sconsigli) per gli acquisti

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti

 

La storia, si dice, “la fanno i vincitori” ed è un lamento che spesso accomuna i vinti. Qualcun altro, maliziosamente, corregge: “la storia la fanno i sopravvissuti, che spesso non appartengono né ai vinti, né ai vincitori”. Sarà, ma a volte sembra che proprio i sopravvissuti siano “senza voce”: non possono dare la loro versione perché nessuno li ha mai ascoltati, intervistati, interrogati. Che sia un conflitto bellico, una guerra civile, una crisi economica, un caro-benzina: non vengono ascoltati, nessuno presta attenzione alle loro richieste, sono continuamente scavalcati dagli opinion leader, dai lobbisti, dalle corporazioni, dai giornalisti-servi, dai portavoce. Destinati all’oblio, raramente trovano una sponda propizia. Quando accade, è necessario parlare di “storia sociale”.
Ci sono precise ragioni alla base del pregiudizio contro la “storia dal basso”, cioè la storia delle classi più umili. Dal punto di vista filosofico la convinzione, radicata nell’idealismo crociano e gentiliano, della storia locale come “cultura inferiore o subalterna”. Dal punto di vista politico – è doveroso aggiungere – la scelta di campo fatta dal Pci di auto-proporsi come continuatore di una tradizione risorgimentale “tradita”, in maniera da consolidare i rapporti con gli alleati della neo-costituita unità nazionale. Ambedue queste premesse contribuivano a snobbare le fonti storiche “eterodosse” (la storia orale, i documenti non ufficiali, i racconti popolari) e le tematiche lontane dalle narrazioni di grandi battaglie, imponenti statisti, prosopopeici generali: le vicende operaie, le micro-storie che nascono e muoiono nelle periferie urbane, gli eroismi quotidiani di donne e bambini per molto tempo non hanno avuto voce, schiacciati dall’imponenza degli eventi che riempivano le pagine dei manuali di storia, considerati al massimo rumore di fondo che accompagnava l’incedere dei carriarmati, grida di lontananza che perimetravano i colpi delle mitragliatrici, silenti testimoni dell’unica, grande Storia Ufficiale. Il primo merito del libro che recensiamo qui è proprio questo: Ilenia Rossini, nel suo Riottosi e ribelli, presenta un’analisi del conflitto sociale nella città di Roma, dal 1944 al 1948, utilizzando la prospettiva “dal basso” e gli umori proletari. Viene chiamato “l’altro dopoguerra”, perché si differenzia dal dopoguerra italiano “ufficiale” – quello che inizia con la Liberazione del 25 aprile 1945 – con la particolarità che si svolge prima, non dopo, quest’ultimo. È il giugno 1944 quando Roma, liberata dall’occupazione nazista, si trova a vivere, in conformità con altre città del Centro-Sud, una situazione di continuo e disarticolato tumulto: una tempestosa gioia per la ritrovata (e sudata) libertà si mischia all’atroce sofferenza quotidiana per la deprivazione economica e per l’aura di distruzione che tutto avvolgeva. La guerra aveva lasciato un peso materiale e psicologico difficile da rimuovere, espresso mediante furiose eruzioni di violenza, ma anche una silente e quotidiana lotta per la sopravvivenza. Tanto delle prime, quanto di quest’ultima il teatro era rappresentato dalla Roma delle borgate e dei quartieri proletari, laddove le difficoltà economiche avevano avuto una maggiore incidenza, così da giustificare un astioso rapporto con l’autorità (il ceto politico, le forze dell’ordine, i simboli istituzionali) e una “divisione di classe” del patimento causato dalla guerra e dall’occupazione nazista. Una Roma “popolana”, più che proletaria, con ampi strati di sottoproletariato che vivono una continua esperienza di liminalità tra legalità e illegalità, tra difesa e attacco, tra violenza e armistizio. Tutto ciò rappresenta il loro modo di sopravvivere, quindi anche il loro modo di essere e di partecipare alla vita politica e sociale. Si badi bene: neanche nella borgata più truce mancano agenzie capaci di canalizzare il malcontento popolare dentro percorsi politici, magari non convenzionali (manifestazioni, presidi, picchettaggi, cortei), ma non inevitabilmente violenti. È da notare, d’altro canto, come tali agenzie di intermediazione non siano rappresentate da istituzioni, quanto da attori ben connotati politicamente: in assenza dei cattolici, essenzialmente il Partito Comunista e la Camera del Lavoro. Persino i documenti ufficiali della Pubblica sicurezza “rendono merito” all’attività frenante delle due strutture, capaci di moderare l’animosità popolare, evitando che le manifestazioni trascendessero in violenti tumulti, anche quando, dopo il maggio 1947, i comunisti furono estromessi prima dal governo nazionale (in virtù della costituzione di un monocolore Dc), poi dall’amministrazione della città di Roma. Neanche le suddette epurazioni limitarono il “pompieraggio” del Pci e della Camera del Lavoro, evitando che il conflitto politico – che rimase comunque stabile e vigoroso – si trasformasse in incontrollabile rivolta. Al netto, ovviamente, di evidenti eccezioni, come nel caso del linciaggio di Donato Carretta, rimaste comunque isolate in un contesto che sarebbe potuto diventare ben più incandescente. Il lavoro di Ilenia Rossini presenta un dettagliato sistema di fonti: le carte della Direzione generale di Pubblica sicurezza e del Gabinetto del ministero dell’Interno vengono integrate dall’analisi della stampa locale, specificatamente “l’Unità”, “Il Tempo”, “Il Messaggero”, “Il Giornale del Mattino” e il “Corriere di Roma”. Quest’ultimo era il giornale del Psychological Warefare Branch – l’organismo alleato che controllava i mezzi di comunicazione e che aveva grande parte nell’organizzare, nei suoi locali di via Veneto, momenti di incontro tra “l’alta società romana” e i vertici militari alleati – a conferma di come gli Alleati puntassero molto anche sull’aspetto della propaganda. A fronte di una tale attenzione all’immagine delle truppe alleate in Italia, proprio Roma testimonia come la coabitazione tra soldati stranieri e popolazione autoctona, in un contesto pauperizzato dalla tragedia bellica, fosse assolutamente foriera di problemi: dopo un iniziale entusiasmo da parte dei romani, le relazioni tra le due parti andarono progressivamente a deteriorarsi, in virtù del mancato miglioramento delle condizioni economiche della popolazione e, soprattutto, di un atteggiamento assolutamente non conciliante da parte degli ufficiali e dei soldati alleati. Questi ultimi trattavano i romani come un popolo “vinto”, quasi “occupato”, invece che come la retroguardia civile di un nuovo alleato. Di contro, tanto la popolazione, quanto diverse categorie professionali (dalle forze dell’ordine, ai commercianti, agli autisti del mezzo pubblico) percepirono gli americani (e i francesi, gli indiani e qualsiasi altra nazionalità di soldati alleati) come nuovi occupanti, di poco differenti da quelli precedenti. La documentazione riportata nel libro attesta un numero esagerato di risse, aggressioni, pestaggi, violenze gratuite (spesso impunite) e continui gesti di arroganza, tali da rendere tesi quegli stessi rapporti inizialmente idilliaci. La convivenza con i soldati alleati non rappresentava l’unica turbativa per l’ordine pubblico: la fame nera, malamente suturata dall’insufficiente razione quotidiana di pane (successivamente integrata dalla distribuzione dei beni dei fascisti requisiti ancora dal Pci), il diffusissimo fenomeno del “mercato nero”, la drammatica disoccupazione (accentuata dall’urbanesimo di migliaia di immigrati interni), le carenza strutturali che caratterizzano ospedali e presidi medici, il difficoltoso reinserimento dei reduci, il cronico fenomeno degli sfollati (persino gli studi cinematografici di Cinecittà erano stati adibiti a campo profughi), l’imponente pratica della prostituzione. Il disagio era vissuto collettivamente da tutta la città, ma ovviamente veniva polarizzato nei quartieri periferici: qui vivevano quegli strati della popolazione che già in partenza soffrivano per una minorità economica e sociale. Il fascismo aveva delocalizzato nelle periferie, in borgate appositamente costruite gli espulsi dal centro storico, gli oppositori politici, quel poco di classe operaia presente nella Capitale, quelli che sbarcavano il lunario vivendo di espedienti. La deportazione in questi luoghi di persone che risultavano scomode al regime fascista si univa a una incessante operazione di propaganda che descriveva le borgate come abitate da ladri e lestofanti portati “inevitabilmente” alla delinquenza: tale rappresentazione era stata di fatto acquisita dalle forze dell’ordine anche dopo il giugno 1944 – secondo una delle frequenti linee di continuità con il regime – e continuava a influenzare sia i rapporti ufficiali e le comunicazioni della Questura, sia – soprattutto l’operato delle forze dell’ordine, decise a “normalizzare” la situazione delle periferie mediante rastrellamenti che rievocavano, anche in questo caso, le tristi esperienze del recente passato. Tra il dicembre 1944 e il gennaio 1945 le borgate di Tor Marancia, Valle Aurelia, Quarticciolo e Gordiani furono “visitate” dal neonato reparto “Celere” e persino da qualche carro armato, con una violenza che avrebbe lasciato diversi morti sul campo e un sentimento di ostilità da parte dei ceti popolari che avrebbe resistito per decenni. Il rastrellamento del Quarticciolo, in particolare, colpì l’immaginario popolare perché aveva come obiettivo il completo smantellamento della famosa “banda del Gobbo” e si verificava subito dopo l’uccisione del suo leader, Giuseppe Albano, meglio conosciuto – appunto – come il “Gobbo del Quarticciolo”. Eroe popolare, personaggio quasi mitologico, eppure assolutamente emblematico della vita in borgata, Albano era una sorta di “Robin Hood” de noantri, nel quale la resistenza nei confronti parimenti dei fascisti, delle guardie e dei soldati alleati si univa alla pratica illegale, ma anche al senso di appartenenza verso la borgata e i suoi abitanti. Il fatto che ancora oggi sia ricordato tra i palazzi color ocra su viale Palmiro Togliatti è emblematico di come abbia saputo scolpire gli affetti di un quartiere. Pensare a tumulti disorganizzati, dettati dalla fame e dalla rabbia, ma sprovvisti di coordinamento e di “densità politica” sarebbe, però, completamente fuorviante: l’Udi (Unione Donne in Italia) giocò un ruolo fondamentale nell’organizzazione della protesta delle donne romane contro il carovita, oltre che nella fornitura di servizi assistenziali di base soprattutto nelle borgate. I partiti politici democratici (il Pci, il Psi, il Partito d’Azione, il Pri e il Partito Democratico del lavoro) garantirono un continuo supporto alla popolazione in collera, arrivando a organizzare la cosiddetta “marcia della fame” (20 settembre 1947), svolta in maniera coordinata in tutta Italia. Nello specifico di Roma, si svolse un comizio a Piazza del Popolo, seguito da un corteo per il centro della città, senza particolari incidenti. Gli stessi incidenti, invece, che caratterizzavano frequentemente le agitazioni dei fascisti, i quali avevano tutto l’interesse a diffondere verso la popolazione il rimpianto per il passato regime e per la sua continuazione nella Repubblica Sociale Italiana.
Proprio i rapporti con i fascisti costituivano un altro focolaio di violenza quotidiana nella città di Roma: in questo caso si trattava di una violenza “politica”, che aveva l’obiettivo di una “resa dei conti” contro coloro che avevano imperversato per due decenni, commettendo rastrellamenti, abusi e intimidazioni. La vendetta contro ex fascisti oppure fascisti ancora in attività è uno degli aspetti maggiormente analizzati, recentemente, dalla storiografia revisionista, ma solo in pochi casi arrivò nella città di Roma alle estreme conseguenze: dei quasi diecimila morti conteggiati su tutto il territorio italiano dopo la Liberazione dall’inchiesta voluta da De Gasperi (novembre 1946) – in notevole ridimensionamento rispetto alle cifre diffuse dagli ambienti neo-fascisti, che parlavano di oltre 300mila vittime – solo quattro si verificarono nella Provincia di Roma entro la fine del 1946, secondo i dati del Ministero dell’Interno. Come nota l’Autrice, per quanto tale cifra risulti probabilmente sottostimata, il numero di fascisti trucidati non dovrebbe superare le dieci unità, a dimostrazione di come l’intervento delle forze dell’ordine riuscì, nella Capitale, a evitare che la gran parte di eruzioni di rabbia contro i burocrati, i militanti e i collaborazionisti fascisti producesse atti di giustizia sommaria. Parliamo, d’altro canto, di un contesto nel quale non ci fu quasi interruzione di continuità tra regime fascista e neofascismo, come pure tra la propaganda della Rsi e i fogli clandestini “Onore”, “Riscatto” e “Rivolta ideale”. Anche dopo la Liberazione i fascisti furono autori, nella città di Roma, di agguati, uccisioni, ferimenti e atti simbolici che ebbero un’ampia eco nazionale. Arrivarono, persino, a irrompere nella stazione radio di Monte Mario, armati di bombe a mano, e a imporre la diffusione nell’etere di Giovinezza, inno ufficioso della Repubblica sociale. Ilenia Rossini fa notare come sin dal primo post-Liberazione proprio la città di Roma si pose come laboratorio di una destra non più fascista, formalmente, ma ancora incline ai miti e ai simboli del Fascio littorio. Un ruolo, a ben vedere, al quale non ha tuttora abdicato. Come era la Roma che gli Alleati liberarono dai nazi-fascisti, con il decisivo supporto della popolazione locale, che aveva lungamente fiaccato l’occupazione straniera? Grandi entusiasmi, speranze di riscossa, desiderio di tornare alle pratiche democratiche, ambizione di emancipazione dalla propria minorità economico-sociale si mischiavano alle difficoltà quotidiane e agli odi politici (ma anche personali) che, sotto la cenere, continuavano a covare. Gli scioperi, le manifestazioni di protesta e i cortei non esaurivano la carica protestataria, ma venivano rinforzati da occupazioni, blocchi stradali, vandalismi e scontri di piazza. Un panorama del genere veniva influenzato, ovviamente, anche dalle diverse modalità di gestione dell’ordine pubblico (sulla base della variabile nota come “struttura delle opportunità politiche”) che si susseguirono dopo la Liberazione e che, in occasione della nomina di Mario Scelba a Ministro dell’Interno, si irrigidirono definitivamente. Pregio notevole, per il volume Riottosi e ribelli, consiste nel tenere tutto questo insieme, fornendo al lettore – non necessariamente un addetto ai lavori – una vivida fotografia di Roma tra il 1944 e il 1948 e le chiavi interpretative per i suoi successivi passi nella storia repubblicana.