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Pakistan: storie di ordinario profitto.

Storie di ordinario profitto. Se mai dovessero fare un libro o un’inchiesta su quanto accaduto questi giorni in Pakistan potremmo suggerire questo titolo. A Lahore è andata a fuoco una fabbrica di suole per scarpe e 25 lavoratori hanno perso la vita, sono bruciati vivi. La stessa orrenda sorte è capitata alle operaie e agli operai di una fabbrica tessile a Karachi, dove un incendio durato diverse ore ha devastato lo stabile di proprietà della “Ali Enterprises”. Al momento i vigili del fuoco hanno recuperato 247 corpi, ma la macabra conta è purtroppo destinata a crescere con le ore. In entrambe i casi i lavoratori erano ammassati negli stabilimenti senza alcuna misura di sicurezza, con le finestre sbarrate da grate e gran parte delle uscite chiuse da fuori. Una cosa che in Pakistan è la normalità. Quello che è accaduto non è quindi un “caso”, né tantomeno la conseguenza di una “tragica fatalità”. Nella delocalizzazione dei processi produttivi di questi ultimi decenni e nella divisione del lavoro internazionale che ne è seguita, al Pakistan è toccato in sorte il tessile. Salari da fame, scarsa sindacalizzazione, bassa conflittualità, legislazione compiacente, controlli pressoché nulli e un apparato statale completamente asservito… sono stati questi gli “incentivi” che hanno spinto le multinazionali europee a spostare interi segmenti produttivi in queste aree. Produrre di più e a meno, è questo il vero nocciolo di quella che ci hanno imbastito come globalizzazione. Tesco, Wal-Mart, Marks & Spencer, Kohl e Carrefour, tanto per citarne qualcuno, basano la competitività dei loro prodotti proprio su questi fattori. La “Ali enterprises” produceva quasi esclusivamente per il mercato estero, pagava i suoi 1500 operai 5 o 6 dollari al giorno e nelle ultime settimane aveva intensificato i ritmi per le commesse natalizie, ovviamente occidentali. Nel nome del dio profitto quest’anno più di 300 famiglie non si dovranno preoccupare dei regali.

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