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dies irae

La “narrazione” dominante su quanto sta avvenendo in Grecia poggia essenzialmente su due luoghi comuni: il primo è quello secondo cui i greci per molti anni avrebbero vissuto al di sopra delle loro possibilità, il secondo, che ne discende, è che così facendo hanno finito per accumulare un debito ingente nei confronti dei risparmiatori che hanno acquistato i loro titoli pubblici. Un debito, dunque, che va onorato anche a costo di enormi sacrifici. In parole povere: ci dispiace per loro, ma se la sono cercata. Siamo certi, però, che le cose stiano esattamente così? Alcuni dati ci raccontano una realtà ben diversa che però fatica ad imporsi perchè, com’è noto, la verità è sempre l’effetto di un rapporto di forza e di potere. Quest’anno, nonostante l’austerity, Atene destinerà alle spese militari il 3% del PIL, in proporzione quasi quanto gli USA. E a spingere in tal senso sono proprio le pressioni della Merkel e di Sarkozy che ormai da mesi subordinano l’erogazione degli aiuti alle commesse a favore delle proprie industrie belliche. Oggi il Corsera riportava come nel 2008 la Grecia fosse salita al quinto posto nella classifica mondiale delle nazioni importatrici di strumenti bellici. Nel 2009 il governo di Karamanlis è arrivato a spendere ben 1,7 miliardi di euro per l’acquisto di 170 panzer leopard e 223 cannoni dismessi dall’esercito tedesco. La scorsa primavera, mentre il governo di Papandreou calava la scure della Troika sulle condizioni di vita di milioni di lavoratori, Atene è stata costretta ad acquistare dalla Germania 2 sottomarini (1,3 miliardi di euro) e più di 200 carri armati (403 milioni di euro) mentre la Francia imponeva la fornitura di 6 fregate e 15 elicotteri per una spesa complessiva di 4 miliardi di euro. Risultato: nel 2012 la Grecia prevede una spesa militare di 7 miliardi di euro, il 18,2% in più rispetto al 2011. E visto che i pagamenti sono diluiti negli anni è evidente che, al di la delle schermaglie, sia per Berlino che per Parigi i greci non possono permettersi di fallire. Almeno non ufficialmente. E qui veniamo al secondo luogo comune. Come abbiamo scritto più volte non è affato vero che i titoli del debito pubblico greco sono in mano ai risparmiatori, e che dunque sarebbero loro i primi a rimetterci in caso di insolvenza. Dei 276 miliardi a cui questo ammonta 200 sono in mano ad investitori istituzionali, 60 a banche e BCE e solo 16 al “piccolo” risparmio. Quindi a ben vedere i sacrifici contro cui ieri quasi un milione di persone (in un paese di 11 milioni di abitanti) è sceso in piazza serviranno solo a ripagare un debito odioso ed illegittimo, sempre che, come aspichiamo, non accada finalmente qualcosa… del resto la Grecia è o non è l’anello debole della catena?

di seguito riproponiamo un interessante commento alla giornata di ieri postato dai compagni di Contropiano.

Altro che ‘black bloc’. Ieri in Grecia sono scese in piazza un milione di persone. Una vera e propria giornata della rabbia. L’assedio e l’assalto al Parlamento sono diventati una guerriglia generalizzata in vari quartieri della capitale e in tutto il paese. Ma il Parlamento ha capitolato. E adesso?

Per molti giornali e tv italiane la notizia è che il parlamento greco ha approvato il salvataggio del paese mentre un manipolo di ‘black bloc’ – i ‘soliti noti’, come li chiamano in Grecia – metteva la Capitale a ferro e fuoco. Ma basta dare uno sguardo alle cronache più attente di quanto è accaduto ieri pomeriggio e ieri notte in tutta la Grecia per capire che  in campo è scesa una massa impressionante di persone, lavoratori e giovani ma non solo, in una vera e propria giornata della rabbia.

Secondo le autorità della capitale sarebbero almeno 45 gli edifici, le istituzioni politiche e i negozi che sono stati saccheggiati o dati alle fiamme durante la giornata di ieri. Mentre scontri e barricate si estendevano in quartieri sempre più lontani dall’epicentro di Exarchia, in strada c’erano 500 mila persone. Quello che era iniziato come un assedio di massa al Parlamento dove era in votazione il massacro sociale ‘reloaded’ si è trasformato man mano in una battaglia con i circa 6000 poliziotti in divisa e chi sa quanti in borghese schierati a difesa della rituale cerimonia. Ma a fare le spese della rabbia popolare non sono stati solo gli agenti – molti dei quali hanno riportati ferite gravi – ma anche alcuni rappresentanti politici: municipi, prefetture e consigli regionali sono stati occupati e dati alle fiamme in tutte il paese; ad Atene i dimostranti hanno tentato di attaccare la residenza dell’ex premier Costas Simitis, mentre a Corfù sono stati distrutti gli uffici di due ex parlamentari del Pasok, di cui uno ex ministro. Come era successo nelle giornate di guerriglia del 28 e 29 giugno, non c’è stata nessuna spaccatura tra folla e gruppi di incappucciati. La parola d’ordine era rimanere in strada, esprimere la propria protesta a qualsiasi costo, e non sono mancati gli applausi e le urla di incitamento nei confronti di chi lanciava molotov o pietre mentre più passava il tempo più centinaia, migliaia di manifestanti si univano agli scontri. La versione dei ‘quattro black bloc’ che rovinano una manifestazione – tanto cara al mondo editoriale vicino a Repubblica.it – questa volta proprio non regge. Milioni di cittadini europei sono rimasti incollati per ore alle tv e alle cronache su internet per seguire quanto accadeva, generando un’empatia e una partecipazione senza precedenti.

Dopo i roghi, le pietre e le barricate adesso il problema diventa capire se dalla rabbia pura e diretta di ieri sorgerà una capacità razionale, orientata e progettuale. Le diverse forze della sinistra greca sono assai più radicate nei settori popolari e tra i lavoratori che quelle del resto del continente. Ma sono litigiose e divise, alcune hanno un tasso di settarismo incomprensibile, altre uniscono radicalità e internità ai movimenti con un’altrettanto incomprensibile sentimento filo Unione Europea. Secondo i calcoli di alcuni media greci, ieri in piazza in tutto il paese c’erano almeno un milione di persone. Se anche fossero stati soltanto la metà si tratterebbe, in un paese di soli 11 milioni di abitanti, di una massa sociale enorme a disposizione di una ipotesi di cambiamento sociale che oggi sembra poter avere le carte in tavola per entrare davvero in campo e passare dalla rabbia alla costruzione di una alternativa organizzata che sia politica, sociale, sindacale e culturale.

Per ora si contano i danni, i feriti e gli arrestati. Il bilancio più aggiornato parla di almeno 65 arrestati durante gli scontri del pomeriggio e della notte solo ad Atene, altre 75 persone sarebbero state fermate e 68 i feriti che hanno fatto ricorso agli ospedali. Anche tra i parlamentari si contano le ‘vittime’:  i 22 dissidenti socialisti e i 21 del centrodestra di Nuova Democrazia sono stati immediatamente espulsi dai loro partiti dopo aver votato no. Stessa sorte per l’ex ministro dei Trasporti, Makis Voridis, e il vice ministro della Marina mercantile, Adonis Georgiadis, membri del partito di estrema destra che avendo votato a favore si sono differenziati dall’indicazione del loro partito fino a tre giorni fa sostenitore di Papademos e oggi all’opposizione.

Intanto questa mattina la Borsa di Atene è euforica: la seduta ha aperto questa mattina con un più 6%. Il capitalismo e il mercato sono incompatibili con la democrazia. E anche con la vita stessa.

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11 comments to dies irae

  • pino

    Da un compagno greco: annotazioni sul 12 febbraio ad Atene

    compared to the events of the summer (during the indignation movement), i think it is important to notice: 1. the people that gathered to protest were much angrier 2. the left parties were much more present, in contrast with the “no to all parties” mentality of the summer events, 3. the political crisis is much deeper and the government is much more unstable despite the broader parliamentary support it enjoys, and 4. the police dealt with us with the same brutality and the same tactics as in the suumer, and despite our persistence we are still unable to deal with them effectively.
    http://infondoasinistra.tumblr.com/post/17544810607/da-un-compagno-greco-annotazioni-sul-12-febbraio-ad

  • Ludom

    Posto questa mail ricevuta da Atene, consapevole del vaglio critico di Militant. Se la ritenete compatibile con la “linea editoriale” la pubblicate altrimenti…….Io posso solo testimoniare che l’autore è un compagno da sempre e come me non è più un bambino. Si chiama Mauro ma vuol tacere il cognome, non per paura ma per avversione ad ogni tipo di copyright
    “A casa, mi preparo spiritualmente per scendere in Piazza Syntagma, sarà una serata lunga e difficile. Gli autobus quasi non circolano, prendo un taxi, lo guida una bella signora sui 55 anni, non è abbrutita come lo sono la maggior parte dei taxitzídes di Atene, ha cura di sé, non ti alita in faccia il fumo della sua sigaretta, è gentile nonostante stia dodici ore il giorno in mezzo al traffico per mettersi in tasca si e no quaranta euro. Mi racconta che fa questo lavoro da solo un anno e mezzo, ma per lei è tanto, una vita. Ha tre figli, che vivono grazie al suo lavoro, la più grande è laureata, ha lavorato per sei mesi in un ufficio senza essere stata mai pagata, poi l’hanno cacciata dicendo che aveva problemi psicologici…… Gli altri figli studiano, non mi parla del marito, sarà separata o vedova o semplicemente il marito è disoccupato e la carretta tocca tirarla solo a lei. Mi dice che non ha paura del presente, il presente si affronta, è il futuro che fa paura perché sembra non esistere.
    Scendo a piazza Omonia, inizio a scattare fotografie risalendo via Stadiu per arrivare poi a Syntagma. È ancora presto ma la gente sta arrivando in piazza sempre più numerosa, alcuni giovani inveiscono contro i poliziotti schierati davanti al Parlamento: “Fate un lavoro di merda, anche a voi hanno tagliato lo stipendio e arriverete a prendere 300 euro il mese per fare i servi di chi ci sta affamando!”. Giro un po’ fra la folla a pochi metri dalla statua del milite ignoto, improvvisamente decine di clacson annunciano l’arrivo di un corteo sono decine di moto che accompagnano due auto. Sulla prima Manolis Glezos, classe 1922, eroe della Resistenza Greca, a 19 anni assieme a un compagno strappò la bandiera nazista dall’Acropoli, sulla seconda Mikis Theodorakis, 87 anni, una vita dedicata alla musica, anni e anni passati in galera, al confino, in esilio, un lungo percorso politico che dalla sinistra l’ha portato a essere un uomo di destra. La folla applaude commossa e urla: “Salvate la Grecia! Salvate la Grecia!”. Ma per “salvare la Grecia”, è necessario affondare prima la Grecia delle banche, degli armatori, dei rentier, dei partiti arroganti, surrealisti e mafiosi. Manolis saluta bello e gagliardo, straordinariamente giovane per i suoi anni. Mikis arranca, cammina a fatica, ha un bastone ed è sorretto, al contrario di Manolis mostra un’imponenza che gli è rimasta nonostante le ferite del tempo.
    Ogni minuto di che passa, la piazza e le vie adiacenti sono sempre più piene, le stazioni del metrò straboccano di gente. Molti volti, specie i più giovani, sono allegri, altri sono seri tutti sono consapevoli che al “palazzo” i giochi sono già stati fatti, staremo a vedere chi, fra i deputati, si sfilerà da un voto plebiscitario ottenuto grazie a un gioco di pressioni e di ricatti. Con rabbia e disperazione la folla urla: “Na kaì! Na kaì! To burdelo tis Vulì”. Cioè “Deve bruciare! Deve bruciare! Quel bordello del Parlamento!”, certo non lo stanno mandando a dire….
    Giro per la piazza per immergermi meglio nella folla, improvvisamente al cellulare mi chiama Antonio, ci troveremo più sotto a Stadiu, mentre mi avvio sento i primi botti dei lacrimogeni, sembrano bombe carta, la polizia inizia a caricare. Stadiu è piena di gente così Panepistimiu fino a piazza Omonia, faccio in tempo a trovarmi con Antonio e Sandra che veniamo investiti dai gas lacrimogeni, come tanti giovani e pensionati, insegnanti e casalinghe, lavoratori e disoccupati indosso la mia maschera antigas, un oggetto che va molto in Grecia di questi tempi.
    Saliamo verso Panepistimiu, il fumo dei lacrimogeni diventa insopportabile, la gente che accalca la strada arretra lentamente verso Omonia, arretra ma non si disperde vuole continuare a manifestare. In fondo a Panepistimiu il corteo del Pame, il sindacato legato al Partito Comunista, decide d’allontanarsi dalla zona calda e di concentrarsi più in giù in via 3 Septembriu, inquadrati come soldatini, protetti da un poderoso servizio d’ordine scendono verso piazza Omonia e via 3 Septembriu. Sandra e Antonio mi salutano, io rimango, decido di riavvicinarmi a piazza Syntagma, per strada ci sono ancora migliaia e migliaia di persone che vogliono manifestare la loro rabbia nonostante il centro di Atene si è ormai trasformato in un campo di battaglia e qua e là si vedono alzarsi lingue di fuoco. Nella confusione più totale sento vibrare il cellulare, è Teresa si è rifugiata a casa di un’amica, mi chiede di raggiungerla.
    Rimango ancora un po’, poi, facendo un percorso molto esterno al campo di battaglia raggiungo Teresa a casa di Mika. In tv vediamo la città in preda alle fiamme, bruceranno una quarantina di edifici, fra cui alcuni dei pochi edifici neoclassici sopravissuti a un’altra devastazione, quella edilizia degli anni ’50 e ’60. Alle due di notte il parlamento vota la legge che massacra salari e pensioni, i partiti del governo di “unità nazionale” si sono persi una settantina di deputati per strada, ma come appariva scontato, ce l’hanno fatta.
    Mattino, mi alzo, trangugio un caffè e vado in centro. Atene è ferita, forse mortalmente, come sono lontani i fasti e le glorie dei giorni delle Olimpiadi del 2004! Scendo dal filobus davanti al Politecnico dove, nel ’73, i carri armati della giunta misero a tacere nel sangue i moti studenteschi, e vado verso Omonia. Il volto di chi incontri è triste, depresso, stravolto. Arrivo in piazza Klathmonos dove è bruciato un cinema, i pompieri sono ancora all’opera. Molti, attoniti si fermano a guardare, qualcuno scatta fotografie, l’odore dei lacrimogeni permane ancora e si mischia con il fumo degli incendi, non è una piacevole sensazione. Di fronte a quello che è rimasto dell’edifico un senza tetto dorme sotto un portico fra cartoni e vecchie coperte, pochi metri più in là accanto alla libreria francese Kaufman, fondata nel lontano 1918, anche questa sfasciata e saccheggiata, un anziano, fra vetri, pezzi di marmo e ferri, lustra le scarpe a un passante, non ha altro modo per vivere. Non molto lontano alcuni extracomunitari raccolgono tutti i ferri divelti nella battaglia di Atene, li andranno a vendere per pochi euro. Davanti alla libreria Ianos, una donna di mezz’età, invasata arringa alla folla dicendo che quello che sta succedendo è volontà di Dio per punire i nostri peccati.
    Ho il cuore gonfio, riprendo a camminare, piazza Korais, via Panepistimiu, Akadimia, Syntagma, Ermu, Atinas ovunque devastazioni, stiamo vivendo in una società impazzita. Una società, in cui pochi hanno tutto e molti non hanno niente, non può essere che una società basata sulla violenza e i primi responsabili sono coloro che tutto hanno. Un pugno di banchieri decide di mettere un popolo alla fame, alla protesta legittima e sacrosanta si associa una protesta primordiale, bruta, cieca, autodistruttiva figlia di un’umanità che sembra destinata alla decadenza. Mi sembra di vivere in un paese senza speranza, non ho pianto per i lacrimogeni ma ora ho voglia di piangere, e qui non sono il solo.”
    Atene, Kypseli, 13 febbraio 2012

  • skalatore

    Io credo che non sia del tutto falso il fatto che i greci abbiano vissuto “sopra le proprie possibilità”,o meglio lo sviluppo del capitalismo in Grecia è stato incentivato più di quanto riuscisse ad auto-alimentarsi (cosa possibile con la fusione del capitale industriale col capitale bancario), e questo perchè la Grecia era uno stato cuscinetto con l’unione sovietica,quindi se il benessere della popolazione greca non fosse stato aumentato spropositatamente sicuramente avremo avuto un altro stato sovietico,poi un bel giorno cascò il muro ,cambiarono le dinamiche del capitalismo mondiale con l’affermarsi di nuove potenze, e dei stati cuscinetto non fregò piU niente a nessuno e sempre grazie al capitale finanziario questo disinteresse da parte del capitalismo degli altri stati diventò tangibile in brevissimo tempo…e per un paese che è stato a “rischio” comunismo come l’Italia è lo stesso ( fila ? )

  • mirko

    ottimo articolo, informazioni illuminanti. Il dissesto finanziario se lo sono procurati da soli i governi greci approfittando della facilità di indebitamento reso possibile dalla moneta unica (oltre che coi bilanci falsificati), ma dal 2008 Francia e Germania gli stanno davvero spremendo il sangue (ai greci, però) grazie ai Trattati europei e alla BCE. Oltre a farne un caso esemplare che faccia da monito agli altri.

  • Manfredi

    “ottimo articolo”, “informazioni illuminanti” e poi, come per magia, mirko tira fuori dal cilindro la narrazione dominante della crisi greca: bassi tassi di interesse hanno stimolato una spesa sfrenata, perchè indebitarsi costava troppo poco, ed ora il debito accumulato risulta insostenibile; poi i mercati, come sempre, rimettono tutto in ordine perchè, tramite la spirale nei tassi d’interesse, forniscono il giusto prezzo al debito greco, e impongono così al paese una buona dose di austerità, dopo la dissolutezza degli anni passati (si parla, non a caso, di pigs).

    Mirko, bisogna stare attenti a tutta la confusione che c’è in giro. E sforzarsi di ricercare interpretazioni alternative a quelle, assurde, che ci ripetono ossessivamente da due anni, e che giustificano le misure drammatiche che sono oggi imposte al popolo greco. Accettando le premesse dominanti, si finisce per costruire un’interpretazione alternativa debole e contraddittoria.

    Skalatore, il tuo ragionamento sembra basarsi sull’idea che la storia la scrivano sempre ‘loro’, come se non ci fosse un conflitto di classe, ma ci fossero solo dominanti e dominati. In Grecia, come in Italia, le lotte dei lavoratori hanno prodotto risultati straordinari, generando conquiste di cui noi, oggi, godiamo ancora i frutti. Quelle conquiste, oggi, sono sotto assedio: vogliono farci credere che siano privilegi sproporzionati rispetto al valore del nostro lavoro. Vogliono farci credere, appunto, che viviamo al di sopra dei nostri mezzi.

  • mirko

    Condivido i tuoi ragionamenti(ma non ho detto che i mercati “rimettono tutto in ordine”, l’hai aggiunto tu) e intendevo sostenere proprio che i sacrifici sono imposti col ricatto da forze esterne che fanno pagare il debito a chi non ne è responsabile e non ne ha fruito, per di più contemporaneamente utilizzandolo come scusa per trasformare in senso liberista/schiavista l’economia e la società greche.
    Non credo minimamente nell’austerità intesa come taglio dei salari(questa poi!!! che svarione logico è???) o macelleria sociale (risparmi ridicoli!!!!); la condivido semmai come lotta agli sprechi e all’evasione (nota personale: quest’anno in Grecia tutti mi hanno sempre battuto lo scontrino).
    L’illuminazione dell’articolo è data dalla sproporzione tra i 300 milioni di tagli della manovra e i miliardi buttati in spese militari
    Però mi pare che la genesi della crisi greca sia abbastanza lineare: i governi si sono indebitati (e senza l’euro l’ avrebbero dovuto fare a tassi più alti e quindi …l’ avrebbero fatto meno) più di quanto potessero pagare, tant’è che con gli ultimi prestiti stavano pagando gli interessi dei precedenti. Il tutto sorvegliato e benedetti dalla Ue e dalle agenzie di rating; con bilanci falsificati!!!fai un pò te…

  • Manfredi

    Ho intuito il tuo disaccordo di fondo con l’ideologia dominante sulla crisi. Il problema è che, secondo me, tu (come molti) accetti i presupposti logici di quel ragionamento, e quindi la tua interpretazione, che vorrebbe essere critica, finisce per scontrarsi con le sue stesse premesse.

    A metà del XIX secolo la teoria economica dominante era quella di Adam Smith e David Ricardo, sulla cui base Marx elaborerà tutto il suo pensiero. Le premesse logiche di quella teoria conducevano, come Marx mostrerà limpidamente, a conclusioni assolutamente incompatibili con una lettura armoniosa della società capitalistica: la scienza scopriva il conflitto di classe. Tanti economisti al soldo del padrone, soprattutto dopo i moti del 1848, cercarono di forzare la teoria economica verso letture armoniose del capitalismo; erano in disaccordo con la teoria di Marx come tu lo sei con l’ideologia dominante oggi, ma non avevano una teoria alternativa, e dunque giungevano a conclusioni incoerenti con i loro stessi presupposti. Marx li chiamava “economisti volgari”, perché i loro ragionamenti erano in contraddizione con le loro stesse premesse, e dunque risultavano privi di una coerenza di fondo, di una scientificità.

    Oggi quella “volgarità” invade il campo degli economisti critici, e mi sembra un rischio enorme, perché mina le fondamenta stesse della critica. La genesi della crisi greca che tu proponi è criticabile dalla prima all’ultima parola, se ci sforziamo di liberarci degli schemi mentali dell’ideologia dominante.

  • mirko

    e allora criticala organicamente e dettagliatamente: spread a parte, come cazzo avrebbero fatto ad indebitarsi tanto da non poter pagare?

  • Militant

    @ mirko

    Questa storia che il deficit di bilancio – e il debito pubblico – siano determinati da quanto ha speso la popolazione o lo Stato deve finire, è una clamorosa falsità buona solo per costruire la cornice ideologico-culurale per far passare le riforme sociali presentandole come “necessarie” per via dei bagordi passati. Non è vero, è falso, il debito pubblico non è creato dallo Stato che spende più di quanto guadagni dal punto di vista economica. Punto.

    L’idea che una forte spesa statale sia alla base del debito pubblico è falsa. Se così fosse, i paesi che hanno uno stato forte, sociale, con un forte welfare pubblico, sarebbero più indebitati di quelli che invece hanno uno stato ridotto e una spesa pubblica bassa. E invece non è così. Gli Stati Uniti hanno un debito pubblico simile a quello greco pre-crisi ( Stati Uniti 100% del PIL, Grecia 115% del PIL) Grazie agli aiuti internazionali, e al rifinanziamento a tassi forzati del debito nei mercati finanziari, la Grecia si trova oggi con un debito pubblico del 160%, e sèguita a salire nonostante i continui – ormai quotidiani – tagli al welfare. Gli stati scandinavi, notoriamente stati molto forti e con importanti uscite pubbliche, sono paesi con ridotti debiti pubblici. Questo solo per fare semplici esempi.

    Il debito pubblico si forma in molti modi, non ce n’è uno che valga per tutti. Si forma anche con la spesa statale per beni e servizi, certo, ma non è questo il caso, anzi.

    Per tutta una parte di mondo (l’Asia, l’Africa, l’America Latina), nel corso dei decenni il debito pubblico è stata la leva con cui il FMI è riuscita a scardinare i sistemi politici locali e controllarli, riformandoli a suo piacimento col ricatto del debito. Stati assolutamente minimi, senza welfare, e che però continuavano ad accumulare debiti in virtù dei prestiti onerosi concessi dall’FMI e dalla Banca Mondiale (oltre alle imprese multinazionali).

    Tagliamo con l’accetta, ma quel precedente storico dovrebbe farci riflettere su ciò che sta accadendo oggi in Europa.
    L’ultimo ventennio, nei paesi occidentali, ha visto il definitivo declino dell’ipotesi keynesiana di stato economicamente interventista. I motivi di questo declino sono molti, ma da quel momento, cioè dal momento che lo Stato iniziava a ritirarsi dall’economia nazionale, sono iniziati a gonfiarsi i debiti pubblici europei e americani. Come spiegare questa apparente contraddizione, fra Stati nazionali che spendevano sempre di meno e debiti pubblici che crescevano sempre di più? La retorica capitalistico-finanziaria ci sta facendo credere che gli stati continuano a spendere troppo, e l’unico modo per riportare i conti in ordine è tagliare la spesa pubblica.
    Siccome non è così, il motivo per cui i debiti pubblici continuano a crescere è perchè questi vengono continuamente rifinanziati nei mercati globali a tassi d’interesse che non rispecchiano il reale andamento dell’economia nazionali nei vari contesti. Se un paese cresce dello 0,5% ma rifinanzia il proprio debito sui mercati a tassi del 3% o 4% (come l’Italia, che sta al 5% mediamente), come ripagherà quelle obbligazioni che vende a un tasso così alto, se continua a non crescere?
    Dunque, da una parte il debito sale perchè non cresce l’economia, ma questa non cresce proprio perchè si cerca di tagliare la spesa pubblica riducendo gli stipendi, i salari, l’occupazione, deprimendo i consumi e gli investimenti, ecc…

    Insomma, sono i mercati finanziari che stanno determinando gli attuali livelli di debito di alcuni stati. Grecia in primis, che non ha mai vissuto al di sopra delle proprie possibilità; semmai, i lavoratori greci, come tutti i lavoratori dipendenti del mondo, continuano a vivere molto al di sotto delle proprie possibilità e delle proprie capacità, regalando continuamente profitti ai padroni di turno.

  • Manfredi

    Condivido quanto scritto dai Militant. Mirko, tutto quello che hai scritto poggia sull’idea che la Grecia abbia accumulato un debito pubblico troppo alto rispetto alle sue capacità di rimborso. Ma da cosa dipendono quelle capacità? Io direi che dipendono, essenzialmente, (1) dalla possibilità di accrescere le entrate fiscali e (2) dalla possibilità di ottenere nuovi prestiti.

    Con riferimento al primo punto, sappiamo tutti che le entrate fiscali dipendono dal reddito di un paese: se pensiamo che il reddito cresca al crescere della spesa pubblica (Keynes), allora possiamo dormire sonni tranquilli, poichè sappiamo che lo stato, accrescendo la sua spesa, crea le risorse necessarie, domani, a ripagare il suo debito. A partire da questo punto di vista, un’autorevole scuola di pensiero (la finanza funzionale) è giunta a teorizzare un’illimitata capacità di indebitamento degli stati (altro che 120% del pil!). Più lo stato spende (anche gli sprechi vanno benissimo, ma io preferisco ospedali, scuole..) e più è in grado di ripagare il suo debito. Alla faccia del rigore (e di chi affida ogni speranza alla cancellazione del debito…).
    Se, al contrario, pensiamo che aumenti nella spesa pubblica non si riflettano in aumenti del reddito (teoria dominante), allora siamo spinti ad associare alla capacità di uno stato di rimborsare il suo debito la necessità di aumentare le tasse e/o ridurre la spesa (o cancellare il debito!). Questa è la giustificazione teorica delle politiche di austerità (o delle ‘rivolte di austerità’, che sempre col mostro del debito se la prendono…).

    Con riferimento al punto 2, la questione è più semplice. Come dicono giustamente i Militant, esistono paesi con un rapporto tra debito pubblico e Pil simile a quello greco o addirittura maggiore (Giappone) ma che non hanno mai avuto problemi di rifinanziamento. Perchè hanno una banca centrale che gli finanzia il debito quando i mercati finanziari pretendono interessi troppo alti. Pertanto il debito greco può risultare insostenibile non in funzione del suo livello (non è troppo alto) ma della valuta in cui è denominato, valuta che la Grecia non può stampare a sua discrezione. Per capirci, se un paese dell’eurozona che ha un debito pubblico del 30% del pil perde l’accesso ai mercati finanziari, va fallito tanto quanto la Grecia, perchè non può stampare moneta per rifinanziare il debito in scadenza, per quanto esiguo. In tal senso è ottimo il paragone col FMI, che non sarebbe valido nei confronti di paesi che hanno sovranità monetaria.

    Insomma, mi sembra che ci siano tanti buoni motivi per mettere in dubbio la narrazione dominante della crisi greca e l’inquinamento che produce ogni giorno.

  • mirko

    “hanno una banca centrale che gli finanzia il debito”, certo, ma proprio perchè può stampare yen a sua discrezione (discrezione mica tanto, poi) senza che diventino cartaccia; piccolo dettaglio il Giappone è la seconda economia mondiale, la Grecia la ventisettesima, con una rapporto di uno a quindici tra le due economie.
    Debito valuta e commercio estero sono strettamente correlati. Se la Grecia torna alla dracma svaluta, e già l’aumento di tutto ciò che è importato (tutto eccetto i prodotti agricoli)fa impennare l’ inflazione; e poi, per avere valuta pregiata per importare, a che tasso potrà mai farsela prestare? probabilmente più alto di adesso, da ripagare in valuta pregiata. Come risolverebbe? Stampando denaro, che diventa poi carta straccia che neanche i greci vogliono più, mentre vendono le loro proprietà ai tedeschi ancora a meno.
    Solo gli USA hanno potuto finora stampare indefinitamente senza svalutare perchè l’area del dollaro è quasi tutto il mondo; finchè la parte di mondo che preferisce commerciare in un’altra valuta non aumenterà, e finchè il capitale finanziario e gli stati non comincerà a pretendere interessi reali e non fittizi sui buoni del tesoro USA.
    Le altre monete sono grosso modo legate alle economie che le usano ed ai beni che con cui vengono scambiate.
    Se uno stato per procacciarsi questa moneta (per poi spenderla) se la fa prestare da privati, dovrà poi restituirla con gli interessi che questi giudicano congrui al rischio di insolvenza e remunerativi rispetto alle alternative di investimento. Se invece se la stampa da solo dovrà cercare di non superare il limite per cui la moneta -almeno in un regime di cambi variabili- si svaluta brutalmente rispetto alle divise estere (e a non far impazzire l’ inflazione interna). Oh, non lo so, in ogni dibattito sull’ argomento non si giunge a una conclusione…almeno io sta faccenda l’avevo capita così…scusate il ritardo nel rispondere e grazie delle risposte (e della pazienza e della cortesia)

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