APPUNTAMENTI

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

NOI SAREMO TUTTO


Rete Nazionale

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Festival Antifascista

Caracas Chiama


Rete di solidarietà al Socialismo del XXI secolo

Comitato per il Donbass Antinazista


Coordinamento Operaio Ama


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

19 September :
1943: L'ECCIDIO DI BOVES

1952 - Gli USA vietano a Charlie Chaplin, considerato comunista, il rientro in patria dopo un viaggio in Inghilterra

STATS

Vecchi errori e nuovi abbagli: il risiko libico

Sono giorni che leggiamo, nel dibattito che si è aperto intorno alla questione libica e alla “guerra umanitaria”, prese di parola fra le più disparate. Il tutto, inquadrato in due mesi di ribellioni nell’area geografica del nord africa, che ha avuto la funzione di detonatore di coscienze nella sinistra, soprattutto nella sinistra italiana. Di momenti di approfondimento ne abbiamo avuti tanti anche noi, non solo su questo blog, ma ogni giorno la lettura dei giornali ci spinge sempre più vicino al baratro nel quale stiamo, collettivamente, precipitando. Neanche la guerra in Kossovo e l’aggressione militare alla Serbia di Milosevic ebbero questo ruolo fondamentale nel dividere le coscienze della sinistra. Almeno, in quel frangente il danno prodotto dalla “sinistra” di governo non venne raccolto dalle sinistre di movimento e di piazza, che invece trovarono una unità che altrove non sarebbe stata possibile. Non è così adesso. La faglia che si sta aprendo al nostro interno rischia di essere incolmabile, soprattutto nel futuro prossimo, visto che, come pensiamo, questa guerra non costituisce un intervento “umanitario” come altri già visti, ma l’inizio di un nuovo e per certi versi inedito modus operandi dell’occidente nelle aree non controllabili del pianeta. Detto questo, dunque, ritorniamo nuovamente sull’argomento per spiegare brevemente quali sono le nostre posizioni in merito; posizioni che saranno affrontate più adeguatamente giovedì 24 nell’iniziativa promossa insieme a Radio Città Aperta e al comitato Palestina nel Cuore nella sede di Carta a San Lorenzo. Cercheremo di essere il più sintetici possibile, perché questa presa di posizione avviene dopo decine di interventi volti a cercare di capire cosa si stia muovendo in quei territori. Quindi non partiamo da zero.

La cosa più evidente che ci viene in mente è il tentativo di interpretazione, da parte della sinistra, delle rivolte nord africane come di un movimento omogeneo e sostanzialmente eguale in ogni contesto in cui si è riprodotto. Invece, come noi crediamo, non solo tutte le rivolte avvenute differiscono le une dalla altre, per cui la Tunisia non è l’Egitto, questi non è il Bahrein, che a sua volta non è lo Yemen o la Giordania. Ma soprattutto, tutti questi contesti differiscono notevolmente da ciò che sta succedendo in Libia. Per spiegarci in poche battute: nel Bahrein, per fare un esempio, è in corso una guerra fra la minoranza sciita, risiedente a ridosso della regione più ricca economicamente del paese, e la maggioranza sunnita per il controllo di centri petroliferi regionali; il tutto, in un contesto di vicinanza con la minoranza sciita dell’Arabia Saudita, che confina con queste regioni e con i ribelli sciiti del Bahrein. Il tutto, con la supervisione dell’Iran, il grande padre a cui tutte le minoranze sciite del medio oriente fanno riferimento. Notiamo una certa contraddizione fra l’appoggiare queste rivolte e poi magari appoggiare i giovani studenti dell’onda verde iraniana che chiedono la testa di Ajmadineijad. Delle due l’una, o appoggiamo gli uni, e quindi anche il succitato presidente iraniano, o rimaniamo criticamente e coscientemente in attesa di capire come evolvono gli eventi. Per proseguire con gli esempi, notiamo anche una certa diversità evidente fra le rivolte in Tunisia e quelle in Egitto. Nel territorio tunisino è stata importante la presenza di un partito comunista, da subito al centro delle mobilitazioni che hanno portato alla cacciata di Ben Alì. In Egitto la piazza si è invece subito contraddistinta per non avere riferimento politici, sia materiali che ideali. Potremmo proseguire con gli esempi, ma non è questo l’aspetto centrale che vorremmo sottolineare, quanto piuttosto l’inadeguatezza di una riflessione che giudichi queste rivolte come movimenti similari. Non sono simili per niente, per quanto anche noi abbiamo cercato di rilevarne gli aspetti che le univano più di quelli che le differenziavano. Detto questo, tutti questi movimenti ribelli differiscono grandemente da ciò che invece aveva cominciato a muoversi in Libia. Per cui, non possiamo interpretare gli eventi libici con gli stessi occhi e con la stessa predisposizione con cui leggevamo ciò che stava accadendo nel Mashrek.

Lo stato libico, lo diciamo in volata senza avere la presunzione di essere divenuti adesso esperti di cose maghrebine, è una entità statale, come noi possiamo intendere questa definizione, solo su carta. Creata artificiosamente dal colonialismo italiano nel secondo decennio del novecento, questo territorio si è sempre contraddistinto per essere la somma di tre macro regioni non solo diverse fra loro, ma in perenne conflitto: il Fezzan, la Tripolitania e la Cirenaica. Non possedendo istituzioni neanche lontanamente paragonabili a qualcosa simile al potere costituito, i centri di potere che governano queste regioni hanno i loro riferimenti nei clan, o in tribù, che fungono da sostituto naturale alle istituzioni statali o para-statali. Questo agglomerato di tribù (o come vogliate definirle) risiedenti in territorio libico non rispondono ad un potere statale superiore. Semplicemente, una volta giunto al potere Gheddafi, il gruppo di famiglie controllanti la Tripolitania ha represso i gruppi di potere stanziati nella altre regioni. Quello che però non è riuscita ancora a comprendere la sinistra europea è che le tribù che oggi stanno portando avanti la guerra a Gheddafi non hanno niente di più democratico o progressivo rispetto alle tribù invece rimaste fedeli al raìs.
Detto questo, nel contesto di generale ribellione al potere costituito avvenuto in nord africa, i gruppi di potere avversi a Gheddafi hanno cavalcato l’onda delle proteste per portare avanti la battaglia finale al despota, ammantando la guerra civile di superiori intenti quali la democrazia o le libere elezioni. In tutto questo, è evidente che una parte (piccola) di società civile è presente all’interno delle proteste contro il regime. Ma, prima di tutto, è una parte che non determina ciò che sta succedendo, ma si accoda spontaneamente ad una protesta che negli intenti di chi la promuove è ben diversa da chi invece sta lì per reclamare sinceramente “democrazia”. Secondo poi, così come è presente un pezzo di società civile fra chi manifesta contro il regime, ne è presente un altro eguale e contrario fra chi invece ancora appoggia il dittatore libico. Dunque, la lotta non è fra una società civile stufa di 42 anni di regime e un cumulo di sgherri stranieri pagati da Gheddafi, ma fra due (o più) centri di potere raccolti in tribù che sfruttano il proprio pezzetto di società civile per rendere più presentabile ciò che in fin dei conti vogliono: il controllo delle risorse energetiche.
Più ancora, e questo è un punto dirimente che ancora fatichiamo a comprendere nelle riunioni della sinistra contro la guerra: l’intervento “umanitario” non sta avvenendo sopra le teste dei ribelli, sovra determinando una ribellione spontanea mettendo il classico cappello occidentale. Al contrario, sin dal primo giorno, e anche prima, i cosiddetti ribelli di Bengasi hanno subito richiesto l’aiuto militare europeo. E quando questo è avvenuto, non hanno atteso un minuto di più per esultare, né per appendere bandiere francesi e inglesi in giro per la città. Ora, come si può leggere una situazione in cui gli interessi degli insorti coincidano così evidentemente con quelli dei paesi NATO? Secondo noi, con una linea di diretta continuità fra interessi degli insorti e interessi occidentali. Sono gli stessi interessi della società civile presente sicuramente fra le schiere degli insorti cirenaici? Probabilmente no ma, non determinando nulla, questa società civile non può orientare il nostro giudizio su quello che sta avvenendo, che è invece, lo ribadiamo, una lotta fra gruppi di tribù speculari. Anche perché, se così non fosse, ci sarebbero rivolte anche a Tripoli o nella Tripolitania, e invece i ribelli stanno solo nella Cirenaica, marcando un’appartenenza territoriale che conferma un po’ di cose che stiamo dicendo.

Proposta

Dopo tutto quello fin qui detto, l’unica via d’uscita a questo mare di merda è quella, ancora valida, proposta dall’insieme di stati latinoamericani riuniti nell’ALBA e portata avanti con forza dal presidente venezuelano Chávez. Lo disse già ormai quasi tre settimane fa, ignorato dai soloni della sinistra speranzosi in una rapida fine di Gheddafi e di una affermazione dei cirenaici: oltre alla ovvia fine dei bombardamenti, l’istituzione di una conferenza internazionale senza i paesi NATO (se non come meri osservatori) che

1) Porti ad un tavolo internazionale le due parti in campo, consentendo così a tutti quanti di capire chi siano questi ribelli, che proposte abbiano, chi rappresentano, e via dicendo.

2) Stabilire le modalità d’uscita di scena di Gheddafi. Perché, se è evidente che non potrà più essere il presidente della Libia, a farlo uscire di scena non dovrà essere né una sua morte per mano di sconosciuti insorti, né un affidamento della sua persona al tribunale penale internazionale, obbrobrio giuridico imperialista creato ad arte per processare i dittatori invisi agli U.S.A., manovrato dagli stessi Stati Uniti tralaltro senza che questi ne facciano parte (dopo averlo istituito).

Quando, settimane fa, queste cose venivano dette nel giusto tempismo da Chávez nessuno ebbe la dignità di ascoltarlo. Nonostante l’evidente opportunismo di prenderlo per buono adesso da parte di chi non sa neanche bene chi sia, ci sembra ancora l’unica opzione valida e democratica presente in campo. Dovrebbe essere fatta subito nostra, e ci spenderemo con forza affinché vengano prese queste proposte come nostro obiettivo politico seguente la fine dei bombardamenti.

5408 letture totali 2 letture oggi

3 comments to Vecchi errori e nuovi abbagli: il risiko libico

  • hoo lian

    http://selvasorg.blogspot.com/2011/03/una-strategia-volta-distruggere-la.html#more

    Una strategia volta a distruggere la Libia
    Elena Ponomareva Strategic Culture, aurorasito.wordpress.com La Libia ha affrontato l’Occidente nel primo scontro, il 7 ottobre 1969, quando – alla 24.ma sesione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite – aveva svelato il piano per chiudere le basi militari straniere ospitate sul proprio territorio. Poco dopo il governo libico aveva notificato agli ambasciatori britannico e degli Stati Uniti che i trattati corrispondenti non erano più validi. Venne il secondo colpo per l’Occidente quando Tripoli ha esercitato pressioni sulle aziende internazionali che erano solite avere una posizione dominante nell’economia libica. Tale politica ha attirato le ire dell’Occidente e ha portato i pesi massimi della politica internazionale, a cospirare contro la Libia. Assicurare la presa sul paese, sulla sua economia, è stato un compito molto più difficile che liberarsi delle basi militari straniere. Il settore finanziario della Libia è stato nazionalizzato da un decreto del governo nel 1970, come primo passo. Nel 1973, Iraq, Algeria e Libia misero sotto il controllo nazionale le loro rispettive industrie petrolifere e, inoltre, portarono la questione della nazionalizzazione all’ordine del giorno dell’OPEC, continuando ad essere al centro degli interessi
    in tutti gli anni ’70. Tutti gli impianti petroliferi stranieri in Libia sono stati poi nazionalizzati. Ironia della sorte, alla vigilia della campagna di nazionalizzazione del petrolio, l’occidente fece grandi investimenti nelle infrastrutture della Libia, nel tentativo di ridurre la loro dipendenza dalle forniture di petrolio dal Golfo Persico e dal transito del Canale di Suez.
    Il terzo turno delle riforme della Libia – quella che ferì gli interessi dei proprietari nazionali – è stato ideologicamente ancora più ampio e più profondo dei precedenti due.
    Nel settembre del 1977, il leader libico M. Gheddafi proclamò l’autogestione economica come concetto generale dello sviluppo futuro del paese. Considerando che al momento Gheddafi manteneva stretti legami con J. Tito e che il socialismo jugoslavo coinvolgeva l’affidamento all’auto-gestione come uno dei principi chiave, è probabile che la leadership libica abbia in una certa misura cercato di replicare il modello della Jugoslavia. La svolta ideologica mise in moto il processo di trasferimento delle aziende libiche sotto il controllo dei loro dipendenti.
    Gheddafi dispose una giustificazione ideologica fondamentalmente anti-capitalista per la riforma della seconda parte del suo trattato di base, intitolato‘Libro Verde’. In esso, condanna il lavoro salariato come una forma di schiavitù e ha affermato che i lavoratori hanno il diritto di possedere tutto ciò che hanno prodotto. Secondo Gheddafi, lavorare è un obbligo naturale dell’uomo, il lavoro dovrebbe essere premiato sufficientemente per soddisfare le esigenze individuali, e tutte le eccedenze dovrebbero essere utilizzate per ammassare ricchezze pubbliche, mentre l’accumulo di eccedenze da parte di individui, lede il benessere economico degli altri, e pertanto deve essere evitato.
    Dal settembre 1977 la Libia ha cominciato ad attuare il concetto dei “partner, non lavoratori salariati” in tutta la sua economia e poco dopo s’avviò a mettere in pratica il concetto che gli alloggi devono essere di proprietà dei residenti. Nel maggio del 1978 la legislazione della Libia metteva fuori legge la locazione degli appartamenti e trasferì quelle che in precedenza erano appartamenti e case affittati ai proprietari.
    In contrasto con la Russia post-1917 e dell’Europa dell’Est del dopoguerra, la nazionalizzazione in Libia non è stata equivalente ad un’espropriazione, poiché gli ex proprietari delle imprese ricevettero compensazioni e furono invitati a prendere parte nella gestione del patrimonio nazionalizzato in qualità di partner. Tuttavia, la riforma lasciò gli strati superiori e medi della Libia amaramente scontenti, avendo percepito la nazionalizzazione come un sequestro. Un gruppo di religiosi musulmani, inoltre, espresso opposizione alle riforme economiche della leadership libico.
    La resistenza alla riforma è stato attivamente sostenuta da forze esterne e Gheddafi scampò a vari attenti alla sua vita, ma il processo di cambiamento in Libia è andato avanti. Tutte le persone del paese hanno una tenore di vita sufficiente a soddisfare i loro bisogni di base, i prezzi alimentari sono sovvenzionati, il trasporto pubblico e la benzina erano praticamente gratuiti, e un alloggio gratuito era a sempre a disposizione.
    L’impegno del governo libico nel creare un modello alternativo – non-capitalista e non-liberale – di sviluppo, noto come Terza Teoria Universale, ha anche spinto le forze esterne a cominciare a mettere insieme una strategia che mirasse a distruggere la Libia. I fondamenti della teoria, come illustrato nel Libretto Verde di Gheddafi, che scrisse nel 1976-1979, sono stati effettivamente messi in pratica. La Jamahiriya, un sistema di governo diretto popolare sul modello della democrazia dell’epoca antica, si basa su tre principi:
    1. La popolazione deve esercitare direttamente le funzioni amministrative tramite assemblee popolari cui tutti hanno accesso al processo delle decisioni;
    2. Il popolo ha diritto alla proprietà condivisa del patrimonio pubblico.
    3. Le armi devono essere fornite alla popolazione per porre fine al monopolio dell’esercito sulle armi.
    Il concetto stesso di Jamahiriya, è un offesa al pretesa superiorità della democrazia liberale occidentale, che l’Occidente impone invariabilmente ai paesi che occupa e soggioga. È importante sottolineare che la Libia – a differenza di un bel po’ di paesi in via di sviluppo – è stato un vero successo, come i dati statistici dimostrano chiaramente. Alla vigilia dello scoppio della violenza, lo scorso febbraio, il PIL pro capite della Libia, in termini di potere d’acquisto, era pari a $13.800, il doppio di quello dell’Egitto e l’Algeria, o più di 1,5 volte quello della Tunisia.
    La Libia ha 10 università e 14 centri di ricerca, e le sue scuole, asili e ospedali sono mantenute a livello mondiale. La Libia è al primo posto in Africa nello sviluppo umano, con la speranza di vita media di 77 anni (per confronto, in Russia, la media fa 69 anni) -. Libia è menzionato nel libro dei Guinness dei primati come il paese con il livello di inflazione più basso, solo il 3,1% nel 2001-2005. L’elenco dei vantaggi del socialismo di tipo libico è lungo e impressionante. Vale la pena notare che in Libia i diritti umani – se tali devono essere intesi come diritto individuale a decorose condizioni di vita – sono attuate in modo sempre di più esteso che, ad esempio, in Russia, Ucraina, o Kazakistan. In ogni caso, non è stata la preoccupazione per i diritti umani che ha spinto l’Occidente a minare il regime politico della Libia.
    Nel discorso del leader libico nel Settembre 2009, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, deve essere stato un altro motivo per cui l’Occidente sta cercando di rovesciare Gheddafi e di erodere la sovranità della Libia. Dopo aver preso 75 minuti invece dei previsti 15, Gheddafi rivolse una critica graffiante alle potenze mondiali più importanti, che ha accusato di razzismo de facto e di terrorismo, ed ha anche descritto il Consiglio di sicurezza dell’ONU come un consiglio sul terrorismo.
    Con la Carta delle Nazioni Unite in mano, Gheddafi ha sottolineato che in base al documento la forza militare può essere utilizzata solo col consenso di tutti i paesi membri delle Nazioni Unite, e ha richiamato il fatto che, da quando l’ONU è nata, i paesi potenti hanno condotto 64 guerre contro quelli più piccoli, mentre l’ONU non ha fatto nulla per prevenire le aggressioni. Gheddafi ha anche espresso l’opinione che i taliban avevano il diritto di stabilire un emirato musulmano e ha sostenuto i diritti dei pirati somali, affermando che sono i paesi che utilizzano le acque territoriali somale che stanno perpetrando effettivi atti di pirateria. Gheddafi ha inoltre sostenuto che G. Bush e T. Blair sono stati personalmente coinvolti nell’esecuzione di S. Hussein e, infine, ha detto che è l’Occidente che ha creato Hitler, gli ebrei perseguitati, ed aveva la responsabilità per l’Olocausto. Senza dubbio, l’Occidente non ha mai dimenticato lo schiaffo in faccia.
    E ancora, le vaste riserve di energia libiche sono probabilmente la ragione principale per cui la sovranità del paese è di fronte a una condanna a morte. Sono convinta che, del resto, lo scopo che sta dietro la nascita delle rivoluzioni Jasmine nel mondo arabo, sia la distruzione della Libia.
    Nel 1988, l’anno delle scoperte più recenti di giacimenti di petrolio in Libia, le sue riserve – le più grandi nel mondo al momento – sono riportate a 3 miliardi di tonnellate di greggio. I più ricchi campi di petrolio della Libia- Sarir, Nafoora, Raguba, Intisar, Zelten (noto anche come Nasser), ecc – si trovano a sud del Golfo della Sirte, e sono collegati alle coste con gli oleodotti. Il petrolio viene esportato attraverso cinque terminali situati presso i porti mediterranei di Es Sider, Ra’s Lanuf, Marsa Brega, Marsa El Hariga, e Ez Zuetina. La Libia possiede anche la terza più grande riserva, in Africa, di gas naturale, per un totale di 657 miliardi di metri cubi. Il campo più grande di gas, Hateiba, contiene 339 miliardi di mc di gas, riserve di gas inesplorate sono state trovate nel bacino di Sirte negli anni ’90.
    La Russia, i cui interessi saranno colpiti a seguito degli attacchi contro la Libia, è chiaramente un fattore dei calcoli economici dell’occidente. In effetti, la Russia conta già notevoli perdite. Gli accordi sulle armi tra la Libia e la Russia, del valore di 2,2 miliardi e di 1,3 miliardi di dollari US sono stati firmati nel 2008 e nel 2010, rispettivamente, ma evidentemente non passeranno. Diversi altri contratti tra i due paesi erano in divenire, nel momento in cui sono state imposte alla Libia le sanzioni internazionali.
    La Libia avrebbe dovuto acquistare 12 Su-35 caccia multiruolo, 48 carri armati T-90S, un certo numero di sistemi di difesa aerea S-125 Pechora, Tor-M2E e S-300PMU-2 Favorit, sottomarini diesel-elettrici, Kilo 636, ecc. Russia prevedeva di fornire alla Libia componenti e manutenzione di modernizzare per il suo parco di sistemi di difesa aerea Osa-AKM e di carri armati T-72 russi. Il complesso militare-industriale russo ha quindi perso ricavi per un importo di circa 4 miliardi di dollari. Inoltre, la Russia ha annullato il debito dell’era Sovietica della Libia – altri 4,6 miliardi di dollari – in cambio di una serie di accordi su energia elettrica, costruzioni e contratti per la difesa, e l’importo dovrebbe essere messo sommato con la perdita di Mosca dei contratti firmati da Gazprom, dalla Società Ferroviaria e dal settore delle telecomunicazioni della Russia.
    Il dramma del Giappone sicuramente avrà un impatto negativo sul futuro dell’energia nucleare, evidenziando così l’importanza del idrocarburi tradizionali. In questa luce, l’ipotesi che la catastrofe di Fukushima 1 contribuisca alla decisione dell’occidente di aumentare le attività anti-libica, sembra abbastanza realistica. Gheddafi non cede alle pressioni, in contrasto con gli ex leader di Egitto e Tunisia, sconvolgendo lo scenario occidentale per la Libia, ma naturalmente il paese è rimasto un obiettivo.
    Le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite 1970 e 1973, riflettono molto più che non solo le violazioni dell’oramai defunto diritto internazionale. Hanno mostrato la decisa determinazione degli ideologi del caos controllo nel rovinare la Libia. La questione che nasce dalle circostanze è: nel mondo di oggi, in cui la forza prevale sul diritto, ci sono forze politiche sane in grado di prevenire la devastazione di un altro paese prospero e stabile? Credo che tali forze esistano.
    Prima di tutto, esse sono rappresentati dai paesi che non sostengono la risoluzione 1973 nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, e cioè Brasile, Germania, India, Cina e Russia. Tuttavia, astenersi durante la votazione è una mezza misura, mentre la situazione richiede una risposta seria e immediata. Al momento i media, compreso Internet, bombardano il pubblico con argomenti a favore dell’offensiva contro la Libia, mentre le voci degli oppositori all’aggressione sono appena udibili.
    La mia opinione è che la condanna di tutte le aggressioni da parte della leadership russa, e un invito a una conferenza internazionale immediata, o a un vertice delle grandi potenze mondiali, può aiutare a promuovere una soluzione pacifica, nel caso della Libia. Se i partner occidentali della la Russia respingono l’iniziativa, almeno la loro posizione esporrà le vere intenzioni dei fautori dell’intervento in Libia e consentirà anche agli oppositori convinti di Gheddafi di vedere con estrema chiarezza i veri obiettivi della missione cui si sono offerti a unirsi.
    Il progetto attuale per la Libia è molto simile agli scenari culminati con la caduta della Jugoslavia e la creazione del quasi-stato Kosovo, così come nella devastazione dell’Iraq e dell’Afghanistan. Praticamente qualsiasi paese del mondo attraente per le risorse naturali o che non rispetta i modelli liberali dell’Occidente, affronta il rischio di essere prossimo della lista, se la maggioranza mondiale non riesce a farsi ascoltare ed i paesi più potenti tra le fila degli oppositori dell’offensiva contro la Libia, non fanno il necessario per risolverlo. Dobbiamo aspettare gli eventi?
    Strategic Culture Foundation

  • Luca

    Per la serie “Golpe nell’Impero”, parte seconda. Ovvero, “come prendere una toppa e cercare di recuperare peggiorando la situazione”. Oppure anche “la realtà smentisce le mie previsioni, ma non importa, perché tanto modifico la realtà!”
    Augusto Illuminati, che linko qui sotto, ci spiega perché l’intervento umanitario in Libia non sia stato richiesto dai presunti ribelli (quindi smentisce proprio i ribelli) e finisce per ritorcersi contro di essi, invece che contro Gheddafi. In realtà, l’Impero lotta contro la Rivoluzione araba, provocata dalla famosa “moltitudine araba” (i tuareg…??):
    http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Fine-dellImpero/7900
    Lo scorso mese si svolti gli Europei di tuffi, mi sembra a Torino. E’ un peccato che Illuminati non abbia partecipato: con questo doppio tuffo carpiato al’indietro e avvitamento, dall’altissimo coefficiente, avrebbe sbaragliato la concorrenza!

  • Luca

    Scusate, non mi ero accordo che Illuminati poteva vincere anche il sincro, ai mondiali di tuffi all’indietro. In coppia con i trotksisti di Alternativa Comunista:
    http://www.alternativacomunista.it/content/view/1441/1/

Lascia un Commento

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>