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Patria e morte. L’italianità dai Carbonari a Benigni

da Giap

Ieri sera, nella gremita sala conferenze della Biblioteca comunale di Rastignano – è una frazione del comune di Pianoro (BO), ma sta subito a ridosso di Bologna ed è de facto un quartiere sud-est della città – Wu Ming 1 e Wu Ming 2 hanno parlato di: Risorgimento, Unità d’Italia, patria e tricolore, Inno di Mameli, Benigni a Sanremo, idiozie leghiste e neo-borboniche, “Italiani brava gente”, familismo amorale, avventure coloniali italiane del XIX e XX secolo, guerra di Libia, Tripoli bel suol d’Amore, l’exploit dell’anarchico Masetti alla caserma Cialdini di Bologna, manovre e “sabbiature” intorno all’Armadio della vergogna, crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani, Il leone del deserto e Fascist Legacy, Goodbye Malinconia di Caparezza, e chi più ne aveva più ne metteva.
Abbiamo iniziato così:

«Qualcuno in questa sala saprà già chi siamo, saprà che siamo dei biechi, sordidi, pericolosi sovversivi, non certo le prime persone a cui una bibliotecaria sana di mente penserebbe di affidare la celebrazione di una festa nazionale.
Chi invece non ci conosce e non ha visto lo strano titolo che abbiamo dato alla conferenza, e magari si aspetta una serata “ortodossa” di retorica patriottica, si tolga quest’idea dalla testa, altrimenti rimarrà deluso.
Tuttavia, probabilmente rimarrà deluso anche chi si aspetta di sentire discorsi da “bastiancontrari de ultrasinistra”, da guastafeste del 150enario.
Siamo venuti qui a proporre delle riflessioni. Riflessioni che speriamo non semplicistiche, e che potranno anche essere urticanti, dolorose, ma – a suo modo – la nostra sarà comunque una celebrazione. Una celebrazione rigorosamente non “bipartisan”.»

Abbiamo fatto due interventi di circa un’ora ciascuno. Sembra tanto, ma in due non abbiamo coperto 1/4 di un comizio medio di Fidel ai tempi d’oro.
E comunque, tutti ci hanno assicurato di non essersi accorti del tempo che passava.

Oggi proponiamo l’audio del primo intervento, quello di WM1. La prossima settimana metteremo on line anche quello di WM2, infine seguiranno le trascrizioni (con bibliografia).
La falsariga, insomma, è più o meno quella della “Lezione su 300 di WM1 (2007).

Al solito:
- per ascoltare in streaming senza lasciare questa pagina, cliccare sulla piccola icona blu (utile per ascoltare seguendo il sommario scritto, ma con quest’opzione si attiva un mini-player privo del controllo di volume);
- per ascoltare in streaming in un’altra pagina, cliccare il link testuale;
- per scaricare il file, cliccare col destro (o ctrl + click per mouse a tasto unico) e salvare. “Pesa” 56 mega.
- chi è iscritto al nostro podcast, invece, scaricherà il file automaticamente.

- § -

PATRIA E MORTE. L’ITALIANITÀ DAI CARBONARI A BENIGNI (59’12″)

Una curiosa parentela – Il Tricolore ai balconi oggi e nel 2003 – Addis Abeba, 19 febbraio 1937.
Benigni a Sanremo, pericoli strategici di un’innegabile vittoria tattica:
1. Esecuzione dell’inno; 2. Le facce incupite dei post-fascisti in prima fila; 3. Tradizioni inventate e  mito tecnicizzato dell’Italia da Scipione in avanti; 4. Terra, stirpe e confini assegnati da Dio: Trieste e i Balcani secondo i carbonari e Mazzini; 5. Una narrazione auto-assolutoria: gli italiani come vittime; 6. Patriottismo e nazionalismo; 7. L’articolo di Alberto Mario Banti sul Manifesto e le reazioni; 8. La nazione come famiglia e il familismo amorale.
Da Ladri di biciclette a Goodbye MalinconiaIl leone del deserto come cartina di tornasole della continuità fascismo/democrazia -  L’Armadio della vergogna e le nostre stragi modello Marzabotto – Graziani, Roatta, Badoglio etc. -  Come parlare del Risorgimento senza cadere nella trappola? – Parlare dei Risorgimenti – Due cose sul compagno Garibaldi – Breve inciso sulla Comune di Parigi (1871-2011) -  Impossibilità di una memoria condivisa, raccontare evidenziando ogni volta il conflitto – La proposta di Banti: non Risorgimento, ma Resistenza e Costituzione – Non è sufficiente, ma è meglio dell’altra opzione.

N.B. Quando a un certo punto viene nominato il ministro Rotondi, il riferimento è alle critiche rivolte da costui a Caparezza per via di questa canzone.

15803 letture totali 12 letture oggi

22 comments to Patria e morte. L’italianità dai Carbonari a Benigni

  • Alessandro

    Splendido e illuminante intervento. Grazie Wu Ming!

  • stefano

    Veramente grazie a wuming e militant ….tenterò di suggerire un ascolto collettivo all’università.
    Molto interessante

  • Gesù

    l’ho trovato ottimo; politicamnete valido, storicamente ricco, lucido e estremamente “ascoltabile”..cioè, altri 59minuti così non li saprebbero fare, al di là dei contenuti..

    una conferma, se mai ve ne fosse bisogno, del valore del collettivo WM e dei singoli…

  • Andrea

    Che Benigni abbia raccontato in modo molto fantasioso il risorgimento italiano non c’è dubbio…che il tricolore sia stato sventolato in occasioni ben diverse è risaputo.
    Che il film 300 sia una merda di film è altrettanto ovvio.
    Quindi?
    A me non pare che spieghi niente…
    Pisacane,Buonarroti,Garibaldi e Mazzini avevano un idea di paese Italia che mai è stata realizzata.
    Sarebbe stato il caso di riprendere quelle tematiche e attualizzare..perchè mai come oggi sono indispensabili

    mai come oggi abbiamo bisogno di una patria che sia patria e sia indipendente dalle ingerenze dell’imperialismo americano.

  • “Pisacane,Buonarroti,Garibaldi e Mazzini avevano un idea di paese Italia ”

    Già questa frase è concettualmente sbagliata. Non c’era affatto “una” idea di Italia, ciascuno di questi personaggi ne diede una diversa interpretazione teorica e pratica. Per dire, Garibaldi pensò e agì in un modo, Mazzini in tutt’altro. Garibaldi era socialista (saint-simoniano) e internazionalista, aderì all’Internazionale operaia ed ebbe parole di simpatia per la Comune di Parigi. Al contrario, Mazzini combatté contro il socialismo per tutta la vita, vedeva nell’Internazionale uno dei suoi peggiori nemici e denunciò la “barbarie” della Comune. La storia di Buonarroti è ulteriormente diversa, è legata alla Congiura degli Eguali di Babeuf etc. Pisacane è un’altra storia ancora. Inoltre, stiamo mettendo sullo stesso piano vicende umane che si sono svolte lungo archi temporali diversi, in contesti diversi, con rapporti di forza diversi. Non si può ridurre il passato a una “pappa”, a un omogeneizzato Plasmon. O si discerne, o si mistifica.

    Quello che cerco di spiegare nel mio intervento è che fin dagli albori l’evocazione della patria ebbe anche un aspetto aggressivo ed espansionista, e un desiderio di imperialismo che poi fu concretato – nel nome del Risorgimento – nelle nostre guerre coloniali. Quella dell’evocazione della patria che all’inizio era “buona” e poi è stata “corrotta” e tradita è una favoletta. Fin dall’inizio, in ogni fase del suo sviluppo, il “mito tecnicizzato” dell’Italia e dell’Italianità (come si esprime nella strofa dell’Inno di Mameli che prendo in esame) ha avuto quest’ambivalenza. L’italianizzazione forzata del confine orientale e dei Balcani ha le sue radici ideologiche nell’idea di Italia propugnata dai Carbonari e da Mazzini.

    Noi non dobbiamo “unificare”, cercare “una” idea di Italia, una “memoria condivisa”: dobbiamo, al contrario (e, aggiungo, marxisticamente) *evidenziare il conflitto*, la tensione a volte latente e a volte esplicita, il gioco di contraddizioni che sta dentro quel mito tecnicizzato e quell’invenzione di tradizione.
    Se la patria è un mito impugnato tanto dalle vittime quanto dai carnefici, tanto dagli oppressi quanto dagli oppressori, che senso ha parlare di memoria condivisa? Noi dobbiamo cercare le linee di frattura, insistere proprio sulle differenze, sullo scontro tra oppressi e oppressori.
    Con l’ulteriore complicazione che spesso gli oppressi sono gli oppressori di qualcun altro, e chi ha combattuto contro gli Austriaci si prepara in men che non si dica a diventare “l’Austriaco di qualcun altro”. E attenzione: questo non avviene né per “incoerenza” né per “tradimento”; come Banti ha dimostrato in anni di ricerche sulle fonti, c’è coerenza e continuità tra le retoriche del Risorgimento e quelle del colonialismo italiano. Non solo: c’è coerenza e continuità tra le retoriche del Risorgimento e quelle del fascismo.

    Il che non significa che il Risorgimento sia da rifiutare in toto, ma che tra i *tanti* Risorgimenti (spesso l’un contro l’altro armati: ricordiamoci che Cavour considerava Mazzini un terrorista, e ordinò diverse operazioni repressive contro la Giovine Italia), un filone portò *coerentemente* al colonialismo e al fascismo.

    Il caso del confine orientale e dei Balcani è la perfetta cartina di tornasole: dal punto d’osservazione di Trieste e dintorni (che ben conosco), è evidentissima la continuità tra Risorgimento, interventismo, irredentismo post-bellico, italianizzazione fascista, occupazione nazista e revanscismo post-bellico su Esodo e Foibe.

    Il problema è che sul Risorgimento non si esercita mai uno sguardo “obliquo”, cioè: non lo si guarda mai dalle terre di confine. Se ne ha una visione *frontale*, che è fuorviante. Si fa tutta una “pappa” del passato, e tutto diventa uguale a tutto, tutti diventano alleati di tutti (Cavour e Mazzini sono l’esempio più eclatante).

    Ecco, questo è quello che spiego nel mio intervento che “non spiega niente”.
    Quanto a 300, boh, non so perché venga tirato in ballo: nell’intervento non ne ho mai parlato.

  • Alessandro

    Cercare di opporre un sentimento di patria buono (risorgimentale) ad uno cattivo (nazionalismo, fascismo) è quello che per anni ha cercato di fare una certa sinistra (pci, pds, ds, pd, per non parlare del psi). Stesso lavoro che hanno cercato di fare per quanto riguarda le vicende della resistenza, una resistenza buona (contro l’invasore straniero) ad una cattiva (guerra di liberazione sociale e di classe).
    Un tentativo politico e culturale che ha prodotto alcuni fra i danni peggiori di prospettiva politica presenti nel nostro paese. Che qualcuno inizi a dirlo nel 150esimo anniversario dell’unità d’Italia non è solo meritorio, è addirittura encomiabile. Dovrebbe essere raccolto da più parti, questo intervento. Chiaramente la cassa di risonanza di Wu Ming è diversa, ma sto discorso deve essere spammato in giro, cazzo.

  • Ile

    Cmq, secondo me, Mazzini, per ogni marxista, dovrebbe essere considerato proprio un nemico politico. Era anti-socialista e propugnava la completa eliminazione del conflitto sociale, in un’ottica corporativistica. Per fortuna che non è mai realizzata la sua idea di patria.

  • Alessa'

    Sono d’accordo in pieno con Ile, a volte “le chiacchiere stanno a zero”…

  • Ile

    Sì, le chiacchera stanno a zero, se non fosse che in certe persone si è ormai affermato l’uso di giocare al piccolo patriota, senza avere le conoscenze per farlo. Si sente parlare in giro di Mazzini? Ed ecco che si infila Mazzini nel discorso, magari proponendo di riattualizzare le sue tematiche! Così, giusto per rimpirsi la bocca con la necessità di una patria (tra l’altro… oggi ci dobbiamo difendere, in Italia, dall’imperialismo americano? manco fossimo nel ’49…). E poi, a bocca riempita, cosa importa se Mazzini era anti-marxista, anti-socialista, teista, autoritario, organicista, corporativista, nemico giurato del conflitto di classe? Che importa se alla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” della Rivoluzione francese opponeva i suoi “Doveri dell’uomo” (del resto per lui la Rivoluzione francese era da criticare in quanto l’enfasi sui diritti era individualista, mentre l’importante era la società)? Che importa se Mazzini era per la terza via, una specie di socialismo nazionale (nè destra nè sinistra), terza via che in Italia è stata espressa dal regime fascista (a onor del vero, quello che è andato più vicino a realizzare l’Italia di Mazzini, caro il mio andrea)?
    Se un compagno può desiderare l’Italia di Mazzini vuol dire proprio che la sinistra ha ormai imboccato una strada di non ritorno…

    Mazzini, se fosse vivo, plaudirebbe alle dottrine corporative, nè ripudierebbe i discorsi di Mussolini su “la funzione dell’Italia nel mondo”” (Palmiro Togliatti, 1931)

    Se ci richiedono dei simboli: Cattaneo invece di Gioberti, Marx invece di Mazzini” (Pietro Gobetti, 1924)

    Noi non siamo seguaci del Mazzini, noi non accettiamo il suo sistema” (Carlo Rosselli, 1926)

    Mazzini offrì “solo delle affermazioni nebulose e degli accenni filosofici che a molti intellettuali [...] dovevano apparire come vuote chiacchere” (Gramsci, Quaderni del Carcere)

  • Zappo

    Ma dire “L’italianizzazione forzata del confine orientale e dei Balcani ha le sue radici ideologiche nell’idea di Italia propugnata dai Carbonari e da Mazzini”, non vuol dire costruire un anti-mito egualmente tecnicizzato, mettendo insieme elementi eterogenei in una controstoria impoverita, schematica e revisionista?

    Prendo i Carbonari, poi prendo (cent’anni dopo) Mussolini, tiro una riga e il gioco è fatto. Leggo una strofa dell’inno di Mameli come sempio dell’italianità razzista, ma non quella sotto che parla guarda caso del “sangue polacco”.

    Non è anche questo un uso autoritario e manipolatorio della storia, schiacciata sulla contigenza del momento? Garibaldi era repubblicano e, per così dire, “operaista”, ma non certo socialista, ed era religioso ma anticlericale, ecc.

    Con questo risemantizzare e attualizzare cose remote e differenti dal presente, non si rischia di rimettere in circolo mitologie ibride e confuse tipo Patria socialista?

    La verità è rivoluzionaria, l’uso manipolatorio del passato assai meno
    ciao

  • Ile

    Non è uno manipolatorio della storia, è il lavoro degli storici per fortuna. Si leggono i documenti, gli scritti, le teorie e ne traggone delle conclusioni. Non so e il nome di Banti, o di Levis Sullam, ti dicono qualcosa…

  • “Prendo i Carbonari, poi prendo (cent’anni dopo) Mussolini, tiro una riga e il gioco è fatto”

    Ti correggo: prendo i Carbonari, Mazzini, tutta l’idea di Italia del Risorgimento, lo “schiaffo di Tunisi”, Dogali, la prima guerra d’Abissinia e la sconfitta di Adua, la guerra di Libia del 1911, le vicende delle terre di confine, il fascismo, la guerra e il dopoguerra, e rilevo che ci sono innegabili (e riscontrabili nei documenti) continuità in certi enunciati e nelle politiche che corrispondono a tali enunciati. Gli studi storici a cui ho attinto sono citati nell’intervento. Agli studiosi menzionati andrebbero aggiunti Angelo Del Boca, Giacomo Scotti e Costantino Di Sante.

    Per la cronaca: era Garibaldi stesso a definirsi “socialista”.
    Ed è sua la frase:
    “La differenza tra me e Mazzini è che io sono sempre stato socialista, mentre Mazzini non lo è mai stato.”

  • P.S. A proposito della frase “leggo una strofa dell’inno di Mameli come sempio dell’italianità razzista”

    Per la precisione, il paragrafo dell’Inno che ho esaminato riguarda l’invenzione della tradizione tramite l’incanalamento in un unico flusso (flusso “nazionale” e “patriottico”) di episodi storici di diversa natura e avvenuti in contesti non assimilabili.
    A volte capita di chiedersi: “Ma io a chi parlo? Al vento?”

  • Ieri mi ero scordato un ulteriore chiarimento:

    nel mio intervento di Rastignano cerco di spiegare che il Risorgimento proposto come narrazione unica è pericoloso. Conviene semmai studiare “i risorgimenti”, perché quella è una stagione animata da tensioni molteplici, i suoi segni sono al tempo stesso segni di liberazione e di nuova oppressione. All’inizio ho spiegato di comprendere benissimo l’uso anti-leghista del tricolore (tanto che ho riconosciuto l’efficacia *tattica* della performance di Benigni). Ho anche detto che Mameli era animato da nobili intenti e morì per una causa giusta. Ma ho messo in guardia sull’ambivalenza di quel simbolo (il tricolore) e di quella narrazione (l’inno). Non si può pensare di sventolare quella bandiera e cantare quelle parole senza riattivare tutta una sequenza di significati opposti a quelli desiderati (la coincidenza tra patria e stirpe, i sacri confini etc.)

    Rispetto al mito tecnicizzato, questa messa in guardia è esattamente l’approccio opposto.

    Si ha “tecnicizzazione del mito” quando si *occulta* il funzionamento di quella che Furio Jesi chiamava la “macchina mitologica”, cioè l’insieme dei dispositivi che assemblano materiali storici e mitologici in una narrazione unica e “aerodinamica”, liscia e acuminata (da scagliare contro il nemico), dalla quale sono scomparse – o almeno così vorrebbero i tecnicizzatori – le contraddizioni, le asperità, le tensioni interne.
    Lavorare perché riaffiorino le contraddizioni, rianimare le molteplicità e ambivalenze cristallizzate nel mito, rendere di nuovo evidente il dispositivo ideologico, “mostrare la sutura” dei materiali mitologici, scindere i legami che appaiono indiscutibili e (all’inverso) unire ciò che la narrazione “acuminata” impediva di vedere insieme (es. le continuità tra “Risorgimento” e rivendicazione colonialista del “posto al sole”), è prassi critica opposta a quella del mito tecnicizzato.

    Su Giap cliccando sulla tag “Furio Jesi” si trova l’audio di una conferenza mia e di Enrico Manera su “Macchine mitologiche e cultura di destra” (è in calce a un post su Tolkien), consiglio l’ascolto. Riguardo alle “figure retoriche” del mito tecnicizzato, ho provato a esaminarne alcune nella lezione su 300 linkata nel post qui sopra.

  • Zappo

    Ho letto Banti, John Anthony Davis (ma non Davis Sullan), Del Boca, la Riall, Isnenghi ecc. e nonostante ciò mi pare che la conferenza presentasse cose giuste, ma anche banalizzazioni insidiose e se non ho capito male anche proposte di risemantizzare e attualizzare qualcosa che è fondamentalmente estraneo al nostro presente.
    Proiettando Mazzini sul fascismo (o il fascismo su Mazzini) non si riattiva un dispositivo di discorso tipico del fascismo? Non è stato Giovanni Gentile che ha teorizzato un “Mazzini fascista” ben prima di Togliatti? Togliatti non ha fatto che rovesciare il discorso e non decostruirlo, e non a caso oggi piace al neofascismo:
    http://it.novopress.info/577/mazzini-fascista-parole-di-togliatti/
    In altre parole, rovesciare un “mito tecnicizzato” non vuol dire renderlo comunque ri-operante?
    Quanto alla vexata quaestio di Garibaldi “socialista”, non basta certo una parola detta da vecchio in un momento di stizza contro Mazzini per la questione della Lega della Democrazia (“Si dice che chiamai maestro Mazzini. Non ignoro che ebbi maestri anche due preti, né perciò sono di fede pretina. Il mio repubblicanismo differisce da quello di Mazzini, essendo io socialista”) a mutare il fatto che Garibaldi non era affatto un collettivista, riteneva la proprietà privata una garanzia irrinunciabile di libertà individuale, era per la fratellanza padroni-operai contro la rendita, i “nullafacenti”, gli “oziosi” ecc. Era socialista? Anche Cesare Beccaria, quello delle prigioni “umane”, fu accusato di “socialismo”, anche Hitler parlava di “socialismo”. Ci sono le parole (che restano uguali) e poi ci sono i concetti (che variano col tempo) e occorre rifarsi al senso attualmente in uso delle parole, o forse no? Ha senso pasticciare i mitologemi “nazionali” del passato remoto riattivandoli in modi imprevedibili?
    Jesi era un po’ meno ingenuo, oltre che avverso alle semplificazioni:
    “La macchina mitologica funziona anche nei discorsi degli ermeneuti”.
    “La memoria è una realtà partecipe più del presente che dal passato: un atto creativo, il quale si giustifica proponendo come propria prospettiva il passato e proiettando sul fondale del passato le proprie componenti non risolte”.

    Forse sono dubbi poco fondati. Comunque grazie per i precedenti tentativi di risposta.

  • Zappo, ma chi è che avrebbe “proiettato il fascismo su Mazzini”? *Questa* è una banalizzazione, di cui nel mio intervento non c’è traccia.

    Il fascismo è il risultato ideologico di un processo di lungo corso, non possiamo pensare che il “male” sia nato dal nulla.
    Il fascismo fu uno dei possibili esiti del processo risorgimentale e post-risorgimentale. Non si può comprendere senza passare per l’irredentismo, per la prima guerra mondiale come “quarta guerra d’indipendenza”, per il colonialismo italiano presentato come prosecuzione del Risorgimento (si ascolti l’intervento di WM2 “Tripoli bel suol del dolore”, con Carducci che dice: “Ora l’Italia ha bisogno di armi, armi e armi. Non per difendere, ma per offendere”).
    Se vai a leggere gli scritti di Mazzini, è facile rendersi conto come quelle idee non potessero opporre alcuna resistenza (nemmeno inerziale) al loro assorbimento nella retorica fascista, sono pochissime le soluzioni di continuità.
    Qui, però, “Mazzini” è soltanto una sineddoche: è l’intero movimento nazionalista ottocentesco a porre basi ideologiche per le catastrofi del XX secolo.

    Questo cosa significa? Significa che non si può recuperare quell’armamentario retorico e riproporlo tale e quale, come ha fatto Benigni a Sanremo. Bisogna *discernere*, questo è l’invito reiterato in tutto il mio intervento.

    E il fatto che tutti, in qualche misura, “tecnicizziamo”, è posto a esplicita premessa della definizione di “mito tecnicizzato”, ma (e qui rimando di nuovo alla conferenza “Macchine mitologiche e cultura di destra”, dove questo discorso viene sviluppato), c’è tecnicizzazione e tecnicizzazione. Le “tecnicizzazioni” personali che ciascuno di noi opera coi propri riferimenti culturali (ergo: materiali mitologici) non è già la tecnicizzazione organizzata della propaganda politica, operata da movimenti o partiti. Jesi propone il concetto/immagine di “macchina mitologica” proprio per questo: come “memento” del fatto che in ogni momento è in corso una ricombinazione/tecnicizzazione di materiali eterogenei, contro quello che altri hanno chiamato “l’effetto di Uno”.

    Quanto alla questione di Garibaldi socialista, anche in questo caso attribuisci a me (e a Ile) l’opposto di quel che si sta cercando di dire.
    Premessa: l’ho scritto io nel primo commento di questo thread che era un socialista *saint-simoniano*, con tutto ciò che questo comporta. Garibaldi era figlio del suo tempo, si era formato in epoca in cui il socialismo non aveva ancora un’impronta marxista. Comunque, con tutti i limiti dell’uomo, che non era certo un intellettuale e maneggiava molto male i concetti della politica e dell’economia (ma era un “genio militare”, disse Engels, che se ne intendeva), Garibaldi aderì alla Prima Internazionale ed espresse solidarietà a svariati moti operai. Rappresenta, nei risorgimenti, una “linea” comunque distinguibile da altre.

    Ad ogni modo, la questione l’ho tirata in ballo proprio per l’intento contrario a quello che tu paventi: rispondendo ad Andrea, dicevo che nel Risorgimento operano spinte molteplici, contraddittorie, e che non è possibile ridurre a *una* idea di Italia e a *un* “progetto” questa molteplicità.

    Davvero, non riesco a capire come della mia impostazione si possa fare una distorsione del genere…

  • P.S. Faccio notare che nel mio intervento Mazzini è menzionato in un solo passaggio, a proposito della sua idea che Dio avesse assegnato a ogni popolo dei confini “naturali”.
    Questa frase fa da premessa al discorso sui Balcani, che nei programmi dei Carbonari e della Giovine Italia erano tout court “italiani” per tutto l’arco delle Alpi dinariche, cioè fino al Montenegro.
    Il senso è: agli occhi di quei nostri “padri della patria”, le popolazioni slave che vivevano in quelle terre da secoli erano *invisibili*, un po’ (mutatis mutandis) come gli indiani d’America per i coloni bianchi che descrivevano come “vuote” le terre oltre la Proclamation Line.
    Si cercherà invano una discontinuità tra questa visione ideologica e l’annessione forzata di terre sancita dal Trattato di Rapallo (1920), e tra quest’ultima e la linea di condotta fascista in quelle zone.
    Insomma, per individuare certe aporie del “patriottismo”, il miglior punto d’osservazione è sempre una terra di confine, perché le aporie del patriottismo hanno sempre a che fare con l’idea di confine.
    Questo equivale forse a dire che “Mazzini era fascista”? Riascolta l’intervento, poi dimmi se se ne possa trarre una conclusione del genere.

  • tuc

    @ Zappo

    “mi pare che la conferenza presentasse cose giuste, ma anche banalizzazioni insidiose e se non ho capito male anche proposte di risemantizzare e attualizzare qualcosa che è fondamentalmente estraneo al nostro presente.”

    “Qualcosa” e’ un po’ troppo vago, potresti fare qualche esempio? Perche’ mi sembra che Wu Ming smontaasse proprio questa pretesa di risemantizzare e attualizzare e avvisasse dei pericoli che corre chi lo fa. li’ il riferimento a Patria Socialista mi pareva di averlo visto, ma npuo’ darsi che sia una mia proiezione, per il fatto che su giap si e’ parlato di PS usando anche Jesi.

  • @ Tuc

    preciso che il mio intervento argomenta sul piano generale. Non mi riferisco nello specifico ad alcun percorso specifico di gruppi, tendenze, correnti di movimento etc. Rispetto a Patria Socialista, ho detto e ribadito che non intendo “liquidare” le loro istanze o snobbare i loro “esperimenti” e ricombinazioni di simboli e miti. Ritengo, come altri, che in quel modo di lavorare sull’immaginario siano insiti dei pericoli, e sono più o meno gli stessi di cui ho parlato con riferimento a Benigni etc., ma l’intervento non era su di loro.
    Non vivo a Roma e leggo senza avere il culo in quelle strade, ma al momento e fino a prova contraria, per quanto li si possa criticare, ritengo che siano dei compagni.
    Per dirla alla maniera maoista, ci sono contraddizioni in seno al popolo, e contraddizioni tra il popolo e i suoi nemici. Per “popolo” Mao intende tutti quelli disposti a coalizzarsi contro i reazionari.
    Le contraddizioni tra il popolo e i suoi nemici sono antagonistiche, cioè non possono che portare allo scontro.
    Invece, le contraddizioni in seno al popolo sono non-antagonistiche, cioè non portano per forza allo scontro, possono essere risolte con il confronto, o addirittura essere ignorate per il momento e affrontate a tempo debito, perché la contraddizione principale è quella tra il popolo e i suoi nemici.
    In parole povere: se questi pestano i fasci, per il momento segnalo problemi e argomento le mie preoccupazioni, senza reticenze, ma non mi sento di guardare nessuno “dall’alto in basso”, né tantomeno di rompere il cazzo a chi sta in prima linea.
    Inoltre, come ho già detto, Patria Socialista rappresenta un “case study” molto interessante. Del resto, loro stessi si presentano come un esperimento in fieri.
    Tutto questo, ovviamente, con la limitata conoscenza che ho del fenomeno, basata solo sulla lettura del loro blog, di altri loro scritti, e sulla visione di alcuni video delle loro parate.

  • Siamo un gruppo di persone che ha scelto di non arrendersi allo strapotere ed all’arroganza della casta, anzi di tutte le caste (politiche, sociali, professionali, ecc.) e di combatterle con gli strumenti leciti dell’ironia e dello sfottò!

    http://www.licarbonari.it

  • Ile

    Oltre a pensare che il discorso sulla casta sia di destra (opinione mia, ma mi sembra che in questo blog sia stata ribadita), quando è accompagnato anche da idiozie tipo “avete rotto er cazzo” lo è ancora di più.

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