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cronache dalla terra dei cachi

Due giorni fa Mattia, un compagno del CPO Gramigna, si è beccato una condanna a due anni per aver gridato uno slogan durante una manifestazione. Tanto per ricollegarci al tema del post precedente, le guardie che hanno assassinato Federico Aldrovandi se la sono cavata con 3 anni e sei mesi. Nel paese delle “toghe rosse” se sei un servitore dello Stato uccidere un ragazzo ti costa quanto esercitare la tua libertà d’espressione. Sempre che non ti becchi una medaglia. La nostra solidarietà va a Mattia, ai compagni del Gramigna e a tutti gli altri processati. Di seguito pubblichiamo la lettera aperta di Mattia.

Ciao a tutti, ieri mattina ho appreso di essere stato condannato, in primo grado, a due anni per apologia di terrorismo. La mia unica colpa, condivisa con altri sei compagni del CPO Gramigna e un’altra dozzina di anarchici di varie città, è quella di aver partecipato alla manifestazione contro il carcere duro (41 bis) svoltasi a L’Aquila il 3 Giugno 2007. Il corteo di quel giorno, dopo aver attraversato il centro cittadino, terminò con l’invasione dell’area, protetta da limite invalicabile, prossima al carcere speciale del capoluogo abruzzese. In quel carcere, in condizioni di isolamento totale, oltre a numerosi mafiosi è rinchiusa Nadia Lioce. L’accusa che ci viene rivolta è quella di aver scandito lo slogan: “La fabbrica ci uccide / lo stato ci imprigiona / che cazzo ce ne frega / di Biagi e di D’Antona”. Ora, a prescindere dal fatto che lo slogan sia stato o meno scandito e da chi effettivamente l’abbia scandito, a prescindere dal giudizio di ognuno sulla Lioce e la sua organizzazione, trovo incredibile il fatto che la magistratura sia arrivata al punto di fabbricare un’inchiesta su uno slogan. Uno slogan che anche analizzato nella sua essenza non è apologia di alcunché, esprime semmai il rifiuto di osservare la realtà dal solo punto di vista che ci è concesso, quello dei media, espressione della presunta democrazia in cui viviamo. La famosa libertà di espressione, sancita costituzionalmente, impallidisce di fronte a una condanna a due anni, il PM ne aveva chiesti cinque, per uno slogan, e sono costretto a pensare che questa debba servire da monito a tutti quelli che hanno deciso di non chinare la testa. Tutta l’attività politica che svolgiamo a Padova, attraverso il centro popolare, che abbiamo recentemente rioccupato, i comitati di quartiere e i collettivi studenteschi è incentrata sul continuo confronto con la gente comune, quindi ci rendiamo perfettamente conto di quanto sia difficilmente comunicabile e capibile il senso di una tale operazione repressiva. Al restare in silenzio, nella vana speranza che la sentenza d’appello possa ribaltare questa situazione, abbiamo preferito comunicare pubblicamente la gravità di questa condanna e il precedente che rappresenta.
Mi domando come mai il Tribunale de L’Aquila, tanto celere nel vagliare fotogramma per fotogramma la manifestazione degli “apologeti” del terrorismo e nell’emettere condanne esemplari, non sia altrettanto solerte nel condannare gli imprenditori che all’indomani del terremoto si fregavano le mani pregustando grandi affari. Forse vi farà piacere sapere – la nostra avvocatessa dell’Aquila (impegnata anche a difendere i terremotati) ce ne ha dato notizia – che i palazzinari imputati per il crollo della Casa dello Studente hanno chiesto e ottenuto di spostare il loro processo, da L’Aquila a Roma, per incompatibilità ambientale… Scusate lo sfogo, ma non trovo parole per definire questa magistratura che, mentre si prepara ad assolvere i pescecani dell’edilizia, ha già assolto gli stragisti di Piazza della Loggia…parte di lui.

22 comments to cronache dalla terra dei cachi

  • pedro

    slogan idiota tanto quanto la condanna a due anni..

  • Brigante

    Premetto di essere lontano mille chilometri dalle posizioni brigatiste che considero così lontane dalla realtà da essere controproducenti ai fini che si propongono. Ma perchè lo slogan sarebbe idiota? Questi due personaggi sono stati elevati ad eroi solo dall’idiozia brigatista, mentre sono stati i profeti (non di certo gli unici nè i principali artefici) dell’aggressione neoliberista al mercato del lavoro. Per cui non mi sento idiota a dire che piuttosto che di quei due mi preoccupo molto di più di chi muore in fabbrica o di chi ancora più subdolamente viene ucciso moralmente ed economicamente da una vita eternamente precaria.

  • pedro

    sarei curioso di sapere quanti di questi arditi dello slogan lavorino in fabbrica o conoscano la situazione delle fabbriche.. magari pensano che cantando come delle scimmie ammaestrate slogan contro i morti ammazzati sotto le finestre di codardi brigatisti migliori la situazione italiana..

  • filo

    noi piangiamo i nostri morti lo stato piange i suoi…a me di calabresi, moro, biagi, d’ antona i mercenari di nassyria e di kabul non me ne frega un cazzo!

  • Lorenzo

    “sarei curioso di sapere quanti di questi arditi dello slogan lavorino in fabbrica o conoscano la situazione delle fabbriche…”

    La curiosità degli ignoranti ‘perbene’, che si permettono di giungere a conclusioni affrettate su persone che non conoscono, intuendone (chissà da che cosa) l’innata malafede, inadeguatezza, incoerenza od ipocrisia.
    Personalmente sono stato invitato diverse volte da tanta brava gente infastidita ad “andare a lavorare”, cosa che già faccio quotidianamente: da quando è necessario esibirne pubblicamente prove per potersi liberamente (e anche duramente, e perfino stupidamente – tanto peggio di leghisti e berluscones, loro sì ammaestrati, è davvero difficile riuscire a fare!) esprimere?
    Quando Calderoli auspicava “schioppettate” per i migranti (pardon, “bingo bongo”) nessuno lo ha mica condannato, se non a parole. Evidentemente (sai che scoperta!) qualcuno ha più diritti di altri, anche quando dovrebbe al contrario avere più doveri ed attenzioni dal momento che ha più responsabilità.

  • ANTIFASCISMO

    per pedro:

    è gente di fabbrica coglione, non parlare se non sai le cose.

  • compsgno

    a perdo
    i compagni del cpo gramigna e mattia li conosco bene…..sono tutti in fabbrica..prima di parlare informati buffone….te ci lavori almeno o no?

  • TetaGamma

    Bè tutti si ricorderanno i solerti magistrati di Genova che hanno dato pene esemplari per chi definiva “1-0 per noi” l’omicidio di Carlo Giuliani… solo disprezzo per lo stato borghese e chi lo difende.

  • pedro

    andare sotto le finestre di personaggi spregevoli come la lioce detenuta con altri spregevoli come i mafiosi cantanto ripeto come scimmie ammaestrate slogan contro morti ammazzati è una cosa idiota tanto quanto la condanna a 2 anni
    detto questo ricordo che anche quelle merde brigatiste che hanno ammazzato guido rossa erano “gente di fabbrica”..

  • Alessandro

    ehi giovane, però andiamoci piano prima di definire “merde” gente che c’ha più anni di galera che te de vita…si può ragionare sulla lotta armata, di ieri e di oggi, e magari condannarla, ma insultare chi ha dato la propria vita per il comunismo (perchè di questo si tratta) magari lo definirei un compagno che sbaglia, non una merda. E anche questi rigurgiti di lotta armata fuori dal tempo e dalla storia come queste nuove brigate rosse degli anni duemila, andrebbero più che insultate come può fare un emilio fede di turno magari criticate, ma definirle merde, ma dai…

  • pedro

    “ma insultare chi ha dato la propria vita per il comunismo (perchè di questo si tratta” nun beve alessà damme retta!

  • Alessandro

    te studia de più e magari vacce in fabbrica invece de insultà quelli che ce lavorano…

  • Militant

    “Caro” Pedro, va bene tutto, e noi cerchiamo di rispettare ogni opinione, ma augurare il carcere ai compagni no, questo no. Siamo da anni impegnati in movimenti e iniziative contro la repressione dei compagni, e non possiamo leggere sul blog qualcuno che insulta deliberatamente e augura la repressione e il carcere a gente che in ogni caso sta pagando per le proprie idee e le proprie lotte.
    Il capitale e la borghesia al potere sfruttano proprio questo, e cioè le divisioni fra compagni per reprimere meglio. E dividerci fra chi difendere e chi invece lasciare marcire in carcere è proprio quello che vuole il potere. Quindi, di forum e di blog che insultano i compagni ne è pieno il web, di spazio ne avrai a volontà in altri contesti, ma non qua, dove a prescindere dall’orientamento politico di qualsivoglia compagno, per noi è un compagno da difendere.

  • l'eretico

    C’ero anch’io a L’aquila quel giorno con i compagni del Gramigna, con cui ho trascorso 4 bellissimi anni a Padova, gente da cui tu, caro il mio Pedro dovresti prendere esempio, per come conducono le loro lotte politiche senza ambiguità, senza doppi fini, senza tornaconti elettorali o fini di lucro come va tanto di moda in parecchi centri sociali di oggi… Sul giudizio sui brigatisti concordo con alessandro, ma non per questo dobbiamo fare venire meno la nostra vicinanza ai compagni del Gramigna e dargli quella solidarietà che è alla base del nostro credo.P.S. se tutti avessero lavorato in fabbrica la metà di quanto ha fatto Mattia ed altri compagni, la lotta di classe sarebbe un concetto molto meno astruso di quello che sembra oggi alle nuove generazioni…
    Il Gramigna è vivo, evviva il Gramigna!

  • ANTIFASCISMO

    Bene così, grazie a tutti.

  • andrea

    io…mi sento lontano dai brigatisti ke ammazzando due…tra i promotori del precariato nn hanno fatto altro ke elevarli ad’eroi..ke nn sono..!
    vorrei fossero ancora vivi x vedere con i loro occhi lo splendido..”lavoro” ke hanno fatto e poi chiedergli se secondo loro è la via di uscita x una nazione ke nn cresce più!
    e allora io..come Mattia grido..la fabbrica ci uccide lo stato ci imprigiona…che cazzo ce ne frega di Biagi e di D’Antona!
    p.s la legge dovrebbe essere uguale x tutti….Berlusconi cosa ci fai ancora libero invece di essere nelle patrie galere insieme a ki lotta x la dignità?

  • Alessandro

    Cercare di contestualizzare e capire la lotta armata degli anni settanta non è un compito che possiamo fare in una semplice discussione sul blog. Ne uscirebbe inevitabilmente involgarita o impoverita la discussione stessa sia in termini di metodo che di contentui. Però qui c’è una cesura storica che, chi vuole accomunare tutto riducendo il tutto a “terrorismo”, non vuole vedere: e cioè che mentre negli anni settanta quel tipo di lotta armata era inserita in un contesto di sostanziale legittimità politica e culturale da parte nostra, dei lavoratori come dei compagni,e questo è indiscutibile, queste nuove forme di brigatismo che ogni tanto spuntano fuori sono riproduzioni meccaniche e prive di senso logico, che non solo non hanno senso ma sono dannose e fuori dalla realtà. Però negare che la lotta armata negli anni settanta fosse slegata da dinamiche di leggitimazione è una falsità, cioè è falso storicamente. Nelle fabbriche milanesi e torinesi, come in praticamente ogni collettivo politico da milano a napoli, passsando per roma, la contiguità, vera o presunta, come la lotta armata, non era in discussione. Cioè, anche in termini volgari, la lotta armata era uno strumento che nessuno, fra i compagni, escludeva di giungere, e chi già la praticava poteva magari essere accusato di accelerare i tempi, o di sbagliare obiettivi, ma non di fare una scelta strategicamente errata. (Anche perchè esistono varie forme di lotta armata, e non solo il metodo delle BR; sparare alla polizia da dentro un corteo non mi sembra una presa di distana dalla lotta armata, anche se poi non sia aveva nulla a che fare con le br stesse). A meno che non si trattava di collettivi che escludevano a priori l’uso della violenza.
    Ora, detto ciò, perchè dico questo? anzitutto, perchè si può chiaramente condannare quel tipo di scelta, e anche io non è che lo voglio difendere totalmente, ma che ne vanno anche capite le premesse poltiche e sociali del tempo. E poi, vanno divisi i due momenti: lotta armata degli anni settanta e parodia del lottarmatismo di oggi, che fra l’altro dal 2003 non ha avuto seguito, e anche l’uccisioni di marco biagi è più un evento singolo portato avanti da gente slegata da ogni contesto più che un rigurgito di lottarmatismo.
    Cmq sia, al di la delle criticabili scelte politiche di ogni compagno, una solidarietà di fondo verso compagni che stanno in galera ci dev’essere, sennò salta quel vincolo che ci tiene uniti, e quando invece di loro arresteranno a chi neanche la pensa neanche la lotta armata, come in questi anni è avvenuto con i movimenti, anche in quel momento la solidarietà si spezzerà in una serie di rivoli, di contrapposizioni, di distinguo, di prese di distanza, di dissociazioni che indeboliranno tutti i compagni e ne faciliteranno la repressione. Vogliamo questo?

  • ANTIFASCISMO

    SOLIDARIETA’
    LOTTA
    VOLONTA’

  • santiago

    Chi uccide è un assassino. Lo è per il resto della sua vita; lo è per l’immane dolore delle persone alle quali ha irrimediabilmente sottratto un figlio, una madre, un padre, un fratello, un amico, un nipote; lo è perchè togliere la vita a qualcuno non ha ritorno. Questo è un fatto, non si può confutare.
    Ovviamente poi non tutti gli omicidi sono uguali, non tutti i contesti e le ragioni che spingono ad armarsi e uccidere sono uguali. Vi sono poi casi – e a mio avviso la pur pesantissima situazione socio-politica italiana di quegli anni, non rientrava tra questi – in cui l’utilizzo delle armi è non solo giustificabile, ma necessaria.

    Detto questo chi ha ucciso in Italia negli anni ’70 da una parte della barricata è comunemente definito un terrorista, un malato di mente, una bestia, un criminale, un fascista rosso, un vigliacco. E nella gran parte dei casi ha pagato con decenni di carcere le sue scelte e i suoi atti conseguenziali.

    Chi lo ha fatto, lo ha commissionato, lo ha progettato, lo ha indotto ma dall’altra parte della barricata è comunemente riconosciuto come un servitore dello stato, un eroe, uno statista, un coraggioso, un patriota, ecc. E nella stragrande maggioranza dei casi non ha fatto un giorno di carcere, non è spesso stato neanche giudicato, è stato coperto da proiettili deviati o da suicidi in volo dalle stanze di una questura, è salito alla più alte cariche politiche del paese.

    Quanto agli SLOGAN (!) (si, di slogan stiamo parlando!) che si trasformano in anni di carcere , penso non ci sia nulla da dire ma solo totale solidarietà da dimostrare (e non ho nessunissima simpatia per la Lioce, anzi).

  • Bro

    Pedro sicuramente megli un Riccardo Dura a un pezzo de merda come te! Taci coglione!…Condivido la vostra analisi sul senso della lotta armata oggi e come poteva essere vista ieri…oggi dobbiamo farci vedere in faccia e lavorare nei territori…servire il popolo! …Onore a tutti i COMPAGNI caduti combattento e chi da dietro le sbarre resiste in piedi!

  • per Pedro. Come noterai abbiamo cancellato il tuo ultimo messaggio e per favore non venire a parlarci di censura. Sniceramente crediamo che si possa ragionare sul fenomeno della lotta armata, anche argomentando critiche serrate, però almeno sul nostro blog esiste un limite a cui non deroghiamo: bisogna farlo senza MAI insultare o ironizzare sui compagni caduti o imprigionati. E tu quel limite, coi riferimenti alla strage di Via Fracchia, l’hai abbondantemente superato. Per questo ti invitiamo a frequentare altri spazi, magari più in sintonia con il tuo modo di vedere, e visto che collima con il pensiero dominante crediamo pure che non ti dovrebbe essere difficile trovarli.

  • Nicola

    Fanno ridere i compagni che, giustamente, osannano i compagni baschi (e nessuno di loro, pur non facendone parte, rinnega ETA) e denigrano i compagni delle BR e di tutti i gruppi armati.

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