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14 November :
1947 - A Cerignola (Foggia), nel corso di una manifestazione contadina, la polizia apre il fuoco uccidendo Domenico Angelini e Onofrio Perrone. Per reazione, i dimostranti danneggiano il palazzo di un agrario e le sedi di alcuni partiti. Anche 2 agenti di Ps rimangono uccisi negli scontri. 114 lavoratori vengono incriminati

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Piazza Fontana, la strage è di Stato 4/4

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Termina, con questo quarto capitolo, la ricostruzione della strage di Piazza Fontana. Questa volta ci concentriamo sui depistaggi, le insabbiature e le bugie che hanno fatto diventare la ricostruzione giudiziaria di quei fatti la pagina più grottesca e orribile della storia recente del nostro Paese. Fra breve, come abbiamo detto, trasformeremo questo lavoro in un dossier in pdf scaricabile in un’apposita sezione del blog, nel frattempo potrete trovare le parti precedenti qui, qui e qui.


Alle 16.37 di venerdì 12 dicembre 1969, un ordigno di elevata po­tenza squassava la Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, al centro di Milano. Si conteranno immediatamente 14 morti e 87 feriti. I decessi sa­liranno a 16 entro il 2 gennaio. A completare il tragico bilancio, si aggiungerà, anni dopo, una diciassettesima vittima, morta a seguito delle ferite. Prima ancora, alle 16.25, sempre a Milano una bomba inesplosa era stata trovata alla Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Il perito Teo­nesto Cerri nonostante sapesse quanto era successo a Piazza Fontana diede l’ordine di far brillare quell’importantissimo reperto cancellando delle prove essenziali senza neanche consultare il titolare delle inda­gini, il giudice Ugo Paolillo. Lo stesso 12 dicembre, a Roma, esplodevano in rapida succes­sione altri tre ordigni. Il primo alle 16.55 in un sottopassaggio che, all’interno della Ban­ca Nazionale del Lavoro, in via San Basilio, collegava la sede ad al­tri uffici. Si conteranno 14 feriti tra i dipendenti. Il secondo e il terzo all’Altare della Patria, in piazza Venezia, ri­spettivamente alle 17.22.

 

Immediatamente dopo le prime notizie sulla tremenda esplosione, che aveva devastato la Banca Nazionale dell’Agricoltura, le indagi­ni puntarono a sinistra. Il copione sembrava già scritto. La sera stessa del 12 dicembre il commissario Luigi Calabresi dell’ufficio politico della Questura di Milano, conversando con Giam­paolo Pansa, all’epoca inviato de La Stampa, esternò subito la pro­pria convinzione che le responsabilità dovessero essere addebitate ai gruppuscoli di estrema sinistra. «Estremismo» disse «[...] è in que­sto settore che noi dobbiamo puntare. Estremismo, ma estremismo di sinistra [...]. Anarchici, “cinesi”, operaisti». L’opinione di Calabresi non era però isolata. Il questore di Milano Marcello Guida asserì senza mezzi termini che bisognava col­legare la strage agli attentati del 25 aprile per i quali erano stati tratti in arresto alcuni anarchici. Il prefetto Libero Mazza telegrafò in­vece al presidente del Consiglio Mariano Rumor: «Ipotesi attendi­bile che deve formularsi indirizza indagini verso gruppi anarcoidi aut comunque frange estremiste». Dal canto suo la Democrazia Cristiana milanese invocò «misure d’emergenza» contro i «cinesi» e i loro complici annidati nel Pci. Nei tre giorni successivi, secondo una relazione alla Camera del mi­nistro dell’Interno Franco Restivo, ben 244 furono le persone ferma­te, 367 le perquisizioni domiciliaci e 81 le irruzioni nelle sedi di gruppi e organizzazioni politiche, quasi esclusivamente di sinistra. Nella foga ci si dimenticò del covo romano di Avanguardia Nazionale. Ma il fatto più grave fu indubbiamente rappresentato dalla con­vocazione al Quirinale, da parte del presidente della Repubblica Giu­seppe Saragat, del ministro dell’Interno e di tutti i comandanti del­le forze di polizia, per valutare l’opportunità di proclamare lo «sta­to di pericolo pubblico», secondo gli articoli 214, 215 e 216 del Te­sto unico delle leggi di pubblica sicurezza, in base ai quali i prefet­ti potevano ordinare «l’arresto e la detenzione di qualsiasi persona» e il ministro dell’Interno «emanare ordinanze anche in deroga alle leggi vigenti». L’Observer, il 14 dicembre, parlò per la prima volta di “strategia della tensione”, accusando direttamente Giuseppe Saragat di inco­raggiare «i neofascisti ad andare verso il terrorismo». Eppure, già il 13 dicembre, il Sid era in possesso di informazio­ni assai precise sugli autori della strage, al punto da indicare, in una nota, Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino quali responsabili de­gli attentati di Roma, eseguiti su ordine di Yves Guérin Sérac. Nell’appunto, redatto sulla base delle informazioni raccolte dal maresciallo Gaetano Tanzilli, si fece anche esplicito riferimento all’infiltrazione tra le fila anarchiche, in specifico nel circolo «22 mar­zo», da parte di esponenti di Avanguardia nazionale con il proposi­to di addebitare al movimento libertario la responsabilità delle azio­ni terroristiche. Le notizie provenivano da Stefano Serpieri, militante di Europa Civiltà, come tantissimi altri confidente dell’ufficio politico della que­stura e del Sid. Il rapporto venne inviato alla sezione I del controspionaggio di Roma. Passò attraverso diverse mani. Certamente il capitano Mario Santoni, il capitano Antonio Agrillo, il maggiore Antonio Ce­raolo, il colonnello Giorgio Genovesi, per finire al colonnello An­tonio Cacciuttolo, capo del raggruppamento. Lungo questo percorso, fino alla sua definitiva stesura, il 17 di­cembre, la nota fu rimpolpata e rimaneggiata. Nell’ultima versione, giunta sulla scrivania del colonnello Federico Gasca Queirazza, re­sponsabile dell’ufficio D del Sid, la ragione per cui Mario Merlino si era infiltrato nel «22 marzo» era scomparsa, ma soprattutto Yves Guérin Sérac e Robert Leroy, da notissimi neonazisti (avevano ad­dirittura combattuto nelle Waffen-SS, con tanto di condanna per col­laborazionismo a 20 anni di lavori forzati per Leroy) erano stati tra­sformati in pericolosi anarchici. Fu il primo depistaggio da parte del Sid. Ne seguiranno molti altri.

 

Se a Roma Mario Merlino assunse il ruolo del provocatore e del te­stimone d’accusa, a Milano fu Enrico Rovelli a svolgere questo compito. Finto anar­chico, futuro imprenditore musicale, Rovelli lavorava da tempo alle dipen­denze dell’Ufficio Affari Riservati e poche ore dopo la strage portò, a sua volta, i poliziotti sulle trac­ce di Valpreda. Quasi contemporaneamente all’arresto di Valpreda, lo stesso lu­nedì mattina un tassista, Cornelio Rolandi, confidò a un passegge­ro, il professor Liliano Paolucci, di aver trasportato «l’uomo che ha fatto saltare la Banca dell’Agricoltura». Raccontò di aver caricato a bordo della sua Seicento multipla, in piazza Beccaria, circa alle 16.00 del 12 dicembre, poco prima del­la strage, un passeggero che gli chiese di essere trasportato in piaz­za Fontana, distante solo pochissimi metri. Che il cliente scese, en­trò in banca con una pesante borsa nera, da cui ne uscì senza, 40­-50 secondi dopo, facendosi infine portare in via Albricci. Paolucci avvisò immediatamente la polizia dando il numero del taxi. Subito dopo, alle 9.30, Rolandi comparve comunque di sua spontanea volontà davanti al nucleo investigativo dei carabinieri. La versione sottoscritta nel verbale fu leggermente diversa da quella riferita a Paolucci. Il tragitto descritto non fu più lo stesso. Raccontò infatti di essersi fermato, come richiestogli, in via Santa Tecla. Che il cliente scese frettolosamente sbattendo la portiera e svoltò per via San Clemente. Lo vide ritornare dopo 3-4 minuti. In questo racconto la sosta davanti la banca non c’era più, l’uomo non fu più visto entrare e anche il tempo di attesa risultò dilatato. Un comportamento assai singolare. Per compiere 135 metri, la distanza tra piazza Beccaria e l’ingresso della Banca Nazionale dell’Agricoltura, il presunto attentatore sarebbe salito su un’auto pub­blica, facendo di tutto per essere visto e ricordato, compiendo poi a piedi 234 metri, da via Santa Tecla alla banca e ritorno. Oltre tut­to il prezzo della corsa, 600 lire, non risultò corrispondere al tragit­to e alla sosta dichiarati, ma, date le tariffe dell’epoca, a 14 minuti di sosta o a un percorso di 2 chilometri e 800 metri. Una testimonianza, fin da subito, avvolta da moltissime ombre. Rolandi in un’intervista a “Gente” dichiarò, per altro, di essersi pre­sentato ai carabinieri il giorno successivo agli attentati. Il Corriere della Sera pubblicò che aveva già detto tutto a un agente in servizio in piazza Fontana la sera stessa del 12 dicembre. A Rolandi, portato in questura, al cospetto del questore Marcel­lo Guida fu mostrata una sola foto, quella di Pietro Valpreda. «Mi è sta­ta mostrata una fotografia» disse «che mi è stato detto doveva esse­re la persona che dovevo riconoscere». E in effetti riconobbe, il 16 dicembre, come suggeritogli, Valpre­da a Roma al Palazzo di giustizia, tra cinque persone, affermando «Bè… se non è lui, qui non c’è!». Ma quasi nulla tornò nel riconoscimento. Il tassista descrisse il passeggero alto 1,73-1,74 quando Valpreda era alto 1,66; non notò nulla di particolare nei capelli, quando l’anarchico era quasi un ca­pellone; parlò di un individuo che si esprimeva «con un italiano cor­retto [...] senza particolari inflessioni», quando invece una delle caratteristiche di Valpreda, che subito si notavano, era l’erre arrotata. Mercoledì 17 tutti i giornali sbatterono “il mostro” Valpreda in prima pagina. In questa indegna gara il Corriere d’Informazione riuscì a brucia­re tutti intitolando, accanto alla foto dell’anarchico: «La furia della bestia umana». Cornelio Rolandi, dal canto suo, intascò 150 milioni della taglia. Morirà repentinamente il 16 luglio del 1970 di “polmonite ful­minante senza febbre”.

 

Verso la fine di dicembre, sulla base di un cavillo giudiziario, l’in­chiesta venne sottratta a Milano e trasferita a Roma, dove erano scop­piate le altre tre bombe. Il procuratore generale Enrico De Peppo trasmise gli atti che finirono nelle mani del pubblico ministero Vit­torio Occorsio. Contemporaneamente allo svolgersi di questi avvenimenti, la sera del 15 dicembre 1969, un giovane democristiano di Maserada sul Pia­ve, Guido Lorenzon, insegnante di francese, aveva messo al corrente l’avvocato Alberto Steccanella di alcune confidenze ricevute da un suo vecchio amico, Giovanni Ventura. Costui gli aveva parlato dell’esistenza di un’organizzazione eversiva impegnata nell’instaurazione di un regime sul modello della Re­pubblica di Salò, della personale disponibilità di un deposito di ar­mi, e di aver partecipato nel maggio 1969 alla collocazione di un or­digno a Milano in un edificio pubblico. Oltre a ciò di aver finanziato gli attentati sui treni dell’agosto precedente, ma soprattutto di essere a conoscenza di molti elementi riguardo le bombe di Roma e la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Giovanni Ventura aveva infine mostrato a Lorenzon un temporizzatore alimentato da una batteria, già predisposto per un attentato. L’avvocato Steccanella chiese a Guido Lorenzon di preparare un memoriale. Il 27 dicembre gli appunti finirono al procuratore del­la Repubblica di Treviso. Il 31 il giovane insegnante di francese si presentò al pubblico mi­nistero di Treviso Pietro Calogero. Il 12 febbraio 1970, dopo aver subito fortissime pressioni da par­te di Giovanni Ventura e Franco Freda, affinché ritrattasse le sue di­chiarazioni, Guido Lorenzon venne sentito dal giudice istruttore di Roma Ernesto Cudillo. A conclusione di un tormentato iter, in cui furono anche segre­tamente registrate, grazie allo stesso Lorenzon, alcune conversazio­ni, il 9 aprile 1971, il giudice istruttore di Treviso Giancarlo Stiz de­cise l’arresto di Giovanni Ventura, Franco Freda e Aldo Trinco per associazione sovversiva. Un secondo mandato di cattura venne emes­so, il 30 giugno 1971, questa volta per gli attentati del 25 aprile e dell’agosto sui treni, oltre che per il reato di ricostituzione del par­tito fascista. Gli indiziati vennero comunque rilasciati poco dopo, il 12 lu­glio 1971. La svolta il 5 novembre, quando a Castelfranco Veneto, nella sof­fitta della casa di Giancarlo Marchesin, un esponente locale del PSI, alcuni operai, durante lavori di ristrutturazione, ritrovarono un de­posito di armi. Mitra, pistole e cartucce, più un drappo nero con un fascio littorio. Marchesin ammise di averle avute in consegna da Franco Comac­chio, che a sua volta le aveva ricevute da Giovanni Ventura. Dalle sue dichiarazioni risultò che inizialmente, fra le armi, si trovavano anche candelotti di esplosivo, poi occultati in altro luogo. Tale de­posito, sostenne Comacchio, era in dotazione a un’organizzazione eversiva facente capo a Freda e Ventura. Aggiunse inoltre di aver avu­to da Ventura proposte per collocare bombe sui treni. Gli esplosivi, ben 35 candelotti, vennero recuperati dai carabi­nieri e immediatamente distrutti senza prelevare campioni per co­noscerne la natura, facendo così spariere altre prove importanti. Sulla base delle fotografie scattate i periti stabilirono co­munque che i candelotti contenevano binitrotoluolo, certamente presente anche nell’esplosivo usato alla Banca Nazionale dell’Agri­coltura. Si arrivò a individuare in un altro giovane, Ruggero Pan, la fi­gura che prima di Comacchio aveva custodito la santabarbara. Pan disse che fu Giovanni Ventura, nel dicembre del 1969, a chiedergli di nascondere le armi dopo la denuncia di Guido Lorenzon.  Il 12 dicembre 1971 il giudice istruttore di Treviso Giancarlo Stiz emise nuovamente mandato di cattura nei confronti di Giovanni Ventura e Franco Freda. Nel corso delle indagini Ruggero Pan scrisse in un memoriale di essere stato in contatto con Marco Pozzan, bidello all’istituto per cie­chi “Configliachi”. Costui gli aveva confidato la responsabilità di Franco Freda negli attentati dell’aprile, compreso quello al Rettora­to dell’università di Padova. Giovanni Ventura, dal canto suo, lo ave­va, invece, messo al corrente di aver organizzato la collocazione del­le bombe sui treni. Freda stesso, successivamente, gli aveva propo­sto di entrare a far parte dell’organizzazione terroristica. Nel dicembre 1971, su segnalazione confidenziale, erano stati nel frattempo acquisiti una serie di documenti custoditi in una casset­ta di sicurezza intestata alla madre di Giovanni Ventura, presso la Cassa di Risparmio di Montebelluna, tali da apparire provenienti da un servizio segreto. Riguardavano argomenti di politica interna e in­ternazionale. Si riesaminarono da parte degli inquirenti anche alcune intercet­tazioni telefoniche disposte in passato sull’utenza di Freda. I magi­strati scoprirono in questo modo l’acquisto, nel settembre del 1969, da parte dello stesso Freda, di 50 timer presso la ditta Elettrocon­trolli di Bologna. I timer risultarono dello stesso tipo di quelli uti­lizzati il 12 dicembre, marca Diehl da 60 minuti, dotati dell’esclu­sivo dischetto segnatempo prodotto dalla Targhindustria. Uno di questi era stato trovato nella borsa rinvenuta il 12 dicembre nella Banca Commerciale di Milano. Nei colloqui registrati venne alla luce anche l’organizzazione di una riunione con una persona giunta da Roma, avvenuta a Padova il 18 aprile 1969. Negli interrogatori del 21 febbraio e del 1° mar­zo 1972 Marco Pozzan rivelò che si era trattato di un incontro con Pino Rauti nel corso del quale si era «convenuto di approfittare del­la tensione politica e sociale in atto inserendosi con iniziative atte ad acuirla». In data 2 marzo il giudice istruttore emise mandato di cattura nei confronti di Pino Rauti, contestandogli le stesse accuse mosse a Freda e Ventura. Rauti si difese sostenendo di essersi trovato a Roma, al suo po­sto di lavoro, presso la redazione de Il Tempo. Marco Pozzan il 14 marzo ritrattò tutto. Giancarlo Stiz non ritenne credibile il voltafac­cia, addebitando il fatto al clima di paura che si stava instaurando nei confronti dei testimoni. Inviò, a questo punto, il 21 marzo 1972, avviso di procedimento per strage a carico di Franco Freda, Giovanni Ventura e Pino Rauti e trasmise contemporaneamente tut­ti gli atti all’autorità giudiziaria di Milano. Si dette così il via alla seconda inchiesta parallela sugli attentati del 12 dicembre 1969. A Milano venne affidata al giudice istruttore Gerardo D’Ambro­sio e ai sostituti procuratori Luigi Fiasconaro ed Emilio Alessandrini. Il direttore e quattro redattori de “Il Tempo” confermarono la pre­senza di Rauti il 18 aprile 1969 nella redazione del giornale. Il 24 aprile 1972 il giudice istruttore di Milano ne ordinò la scarcerazio­ne. Il 7 maggio successivo Pino Rauti venne eletto in Parlamento nel­le liste del Msi-Destra nazionale. Franco Freda si difese dalle accuse sostenendo, riguardo i timer, di averli acquistati su incarico di un capitano dei servizi segreti al­gerini, tale Hamid, per essere adoperati nella guerriglia arabo-israe­liana. I servizi di sicurezza israeliani smentirono questa eventualità, facendo sapere che mai, dal 1969, contro di loro erano stati utiliz­zati ordigni con temporizzatori a tempo marca Diehl. Giovanni Ventura, da parte sua, cominciò a rilasciare dichiara­zioni sempre più compromettenti. Disse che alla riunione di Pado­va del 18 aprile era intervenuto Stefano Delle Chiaie e non Pino Rau­ti, che con Avanguardia Nazionale si era instaurato un rapporto po­litico-operativo, che Freda era certamente il responsabile dell’atten­tato al Rettorato di Padova e che i rapporti informativi rinvenuti nel­la cassetta di sicurezza provenivano da un personaggio legato all’ambasciata rumena a Roma, di cui non intendeva rivelare il nome, ma per conto del quale era stato infiltrato nel gruppo di Freda. Riconobbe anche come veritiere molte delle affermazioni rilascia­te da Guido Lorenzon.

 

Riaffiorò, in questo quadro, la vicenda del commissario Pasquale Ju­liano, dirigente della squadra mobile di Padova, a cui il questore Fe­derico Manganella si era rivolto, insoddisfatto delle indagini condot­te dall’ufficio politico, dopo i diversi attentati in città che nel 1969 avevano colpito la redazione de “Il Gazzettino”, in febbraio, la sede del PSIUP, in marzo, e l’ufficio dei rettore dell’università, il 15 aprile. Attraverso alcuni confidenti il commissario, nel giro di poche set­timane, raccolse dettagliate informazioni sulla cellula di Freda e Ventura. In questo ambito arrestò a Padova Giancarlo Patrese, appena usci­to dalla casa di Massimiliano Fachini, stretto collaboratore di Freda, con un pacchetto contenente una pistola e un ordigno esplosivo. Il commissario venne rimosso con l’accusa di aver precostituito le prove. Un suo confidente, si disse, aveva consegnato a Patrese l’in­volucro incriminato, allo scopo di incastrare il gruppo. Il portiere dello stabile Alberto Muraro testimoniò a favore di Juliano, soste­nendo di aver visto entrare e uscire Patrese già con il pacco in ma­no e nessun altro. Non servì a nulla. Da Roma partì l’ordine di so­spendere il funzionario dall’attività e dallo stipendio. Fu successiva­mente trasferito a Ruvo di Puglia. Solo nel maggio del 1979, dieci anni dopo, una sentenza del tri­bunale di Padova lo assolverà definitivamente da questa infamante montatura. In un suo memoriale del 6 settembre 1969, inviato ben prima del 12 dicembre al giudice istruttore di Padova Francesco Ruberto, già denunciava l’esistenza di «,un’organizzazione che faceva capo a certo avvocato Freda da Padova, a certo Ventura, un librario di Treviso, e a un bidello del “Configliachi” di Padova» [Marco Pozzan, n.d.a]. I1 13 settembre del 1969 il portiere Alberto Muraro, ex carabi­niere, sarà rinvenuto morto nel vano dell’ascensore di casa Fachini, dopo un volo di diversi metri. Il cadavere non fu sottoposto ad au­topsia e il fatto archiviato come incidente. Il 28 agosto 1972 il giudice istruttore di Milano, Gerardo D’Am­brosio, emise mandato di cattura per strage nei confronti di Fran­co Freda e Giovanni Ventura.

 

Pochi giorni dopo il settimanale L’Espresso segnalò ai giudici che a Padova, in una valigeria, erano in vendita borse identiche a quella usata dagli attentatori per deporre l’ordigno inesploso all’interno del­la Banca Commerciale di Milano. Si giunse così a scoprire l’esistenza presso la Questura di Padova di un «promemoria», datato 16 dicembre 1969, spedito il giorno suc­cessivo alle questure di Milano, Roma e all’Ufficio Affari Riservati, in cui il proprietario del negozio Al Duomo testimoniava di aver ven­duto il 10 dicembre a un giovane quattro borse (modello 2131 pro­dotte in Germania dalla ditta Mosbach & Gruber), uguali a quella rinvenuta a Milano e pubblicata in fotografia su tutti i giornali. I magistrati ne erano stati tenuti all’oscuro. L’istruttoria proseguì. Si accertò che solo dalla partita dei timer acquistati da Freda potevano provenire quelli utilizzati per gli atten­tati del 12 dicembre. Nessun altro cliente dal marzo al dicembre 1969 ne aveva, infatti, comperati di quel tipo più di cinque, quan­ti gli attentati compiuti. Si appurò anche che la carta servita a intasare l’esplosivo all’in­terno di uno degli ordigni scoppiati sui treni di agosto (a Grisigna­no di Zocco) era dello stesso tipo di quella adoperata da Freda nel suo studio legale. Giovanni Ventura, dal canto suo, nell’ambito di successivi in­terrogatori, affermò che Freda «non era estraneo» ai fatti del 12 dicembre e fece il nome di Guido Paglia come suo possibile colla­boratore. Un tentativo vano di separare le responsabilità. Ventura il 12 di­cembre 1969 era infatti certamente a Roma. II suo alibi, basato su una visita al fratello colpito da crisi epilettica, crollò miseramente. A testimoniarlo anche le schede dell’albergo Locarno dove pernottò più notti, dal 5 all’8 dicembre e dall’11 al 12. La notte del 12 la pas­sò invece ospite a casa dell’amico Antonio Massari.

 

Guido Lorenzon, nelle sue deposizioni davanti al giudice istruttore di Treviso, aveva fatto il nome di Guido Giannettini come riferimen­to di Giovanni Ventura a Roma. Nel corso di una perquisizione nell’abitazione di Giannettini, il 15 maggio 1973, furono acquisiti documenti battuti con la stessa macchina da scrivere difettosa adoperata per i rapporti informativi ritrovati nella cassetta di sicurezza intestata alla madre di Giovanni Ventura. Medesima anche la grafia con cui erano state apportate al­cune correzioni a mano, così i timbri. Ventura dichiarò, a questo punto, che Giannettini lavorava per lo Stato maggiore della difesa e che era un agente del SID. Il giudice istruttore di Milano, il 27 giugno 1973, chiese chiari­menti ai vertici del servizio segreto. Il 12 luglio il SID comunicò di non poter aderire alla richiesta in quanto le notizie erano coperte dal segreto politico e militare. Il 24 ottobre l’ammiraglio Eugenio Henke, all’epoca capo del SID, chiuse la vicenda dichiarando che Giannettini non aveva mai fatto parte del servizio. Guido Giannettini si era nel frattempo già reso latitante dal febbraio. Il mandato di cattura nei suoi confronti fu emesso il 9 gennaio 1974. Il 15 e 16 marzo fu intervistato a Parigi dal giornalista Mario Scia­loja per conto del settimanale “L’Espresso”. Negò di aver mai lavorato per il SID. Tre mesi dopo il ministro della Difesa Giulio Andreotti lo smentì rivelando che Guido Giannettini era un informatore re­golarmente arruolato e che per «coprirlo» era stata precedentemen­te organizzata un’apposita riunione a Palazzo Chigi. Emerse anche il nome in codice di Guido Giannettini: «agente Zeta». Giannettini in una seconda intervista ammise e parlò dei suoi riferimenti negli apparati, tra gli altri fece il nome del generale Maletti. L’8 agosto si presentò all’ambasciata italiana di Buenos Aires e il 14 dello stesso mese rientrò in Italia. In un suo memoriale confessò di aver continuato a ricevere, pur latitante, contributi finanziari dal SID attraverso il capitano dei ca­rabinieri Antonio Labruna, con cui si era più volte incontrato. L’espatrio, per sottrarlo ai magistrati, era stato ovviamente orga­nizzato dallo stesso SID, che lo fece accompagnare a Parigi dal ma­resciallo Mario Esposito. Fu così anche per Marco Pozzan. A portarlo a Roma, nel gen­naio 1973, l’amico Massimiliano Fachini, a riceverlo lo stesso Gian­nettini e il capitano Labruna, che lo nascosero in un appartamen­to a disposizione del servizio segreto, in via Sicilia, apparentemen­te un ufficio della Turris, la casa distributrice di pellicole cinemato­grafiche. A spedirlo a Madrid, con tanto di passaporto falso intesta­to a Mario Zanella, il solito maresciallo Esposito.

 

La prima inchiesta contro gli anarchici del gruppo «22 marzo» si era nel frattempo già conclusa. Il 20 marzo 1971 il giudice istruttore di Roma aveva infatti rinviato a giudizio per strage Pietro Valpreda, Emilio Borghese, Roberto Gargamelli e Mario Merlino, rimasto incastrato dal suo stesso gioco. Con l’imputazione di associazione a delinquere, furono invece rinviati Emilio Bagnoli ed Enrico di Cola. Per Olivo Della Savia l’accusa fu di detenzione e trasporto di esplosivi. Infine per Maddale­na Valpreda, Ele Lovati, Olimpia Torri e Rachele Torri, il reato con­testato fu di falsa testimonianza. Sempre per falsa testimonianza, in favore di Mario Merlino, era stato rinviato a processo anche Stefano Delle Ghiaie, latitante. Il processo si aprì il 23 febbraio 1972. Dopo poche udienze, il 6 marzo, la Corte riconobbe la propria incompetenza territoriale e rispedì gli atti a Milano. La pronuncia fu motivata con la considerazione che il colloca­mento dell’ordigno alla Banca Commerciale di Milano non potes­se essere qualificato come semplice detenzione e trasporto abusivo di materie esplodenti, bensì come terzo e ultimo episodio del delit­to di strage. Questa decisione trovò l’opposizione del procuratore generale di Milano Enrico De Peppo, che in data 31 agosto avanzò alla Corte di cassazione la richiesta di un nuovo trasferimento da Milano per motivi di «ordine pubblico e legittima suspicione». Scrisse che la piaz­za era nelle mani degli extraparlamentari di sinistra, intenzionati «a dimostrare, al di fuori del processo, la pretesa innocenza di Valpre­da e degli altri coimputati». Il 13 ottobre 1972 la Corte di cassazione accolse l’istanza, dispo­nendo che a occuparsi della strage di piazza Fontana dovesse essere la Corte di assise di Catanzaro, a 1.254 chilometri da Milano. Il 18 aprile e il 10 giugno 1974, con due sentenze, la Corte di cassazione decise definitivamente che tutti gli atti andavano rimes­si «alla Corte di assise di Catanzaro per la trattazione dibattimenta­le unitaria del processo». Solo poco prima, il 18 marzo, il giudice istruttore di Milano, Ge­rardo D’Ambrosio, aveva depositato l’ordinanza di rinvio a giudizio per strage nei confronti di Freda, Venturi e Pozzan, stralciando la posizio­ne di Guido Giannettini e Pino Rauti, oggetto ancora di indagini. Si ritrovarono così sullo stesso banco degli imputati: gli anarchi­ci (Pietro Valpreda, Emilio Bagnoli, Emilio Borghese, Roberto Gargamelli, Olivo Della Savia e Enrico di Cola), i familiari di Valpre­da (Maddalena Valpreda, Ele Lovati, Rachele Torri e Olimpia Tor­ri), i neofascisti (Franco Freda, Giovanni Ventura, Stefano Delle Ghiaie, Marco Pozzan, Piero Loredan di Volpato dei Montello e Ste­fano Serpieri) e alcuni ufficiali del Sid (Gianadelio Maletti, Anto­nio Labruna e Gaetano Tanzilli). A costoro, per decisione sempre della Corte di cassazione, il 3 aprile 1975, si aggiunse anche Guido Giannettini, che passato di competenza dal giudice istruttore di Milano a quello di Catanzaro, venne rinviato a giudizio e associato, il 18 gennaio 1977, al proces­so in corso. Lo stesso giudice istruttore di Catanzaro prosciolse in­vece Pino Rauti il 31 luglio 1976.

 

Il castello accusatorio contro gli anarchici, anche a seguito dei cla­morosi risultati ottenuti dai magistrati trevigiani e milanesi, aveva comunque cominciato a franare. Sotto la spinta di un fortissimo movimento d’opinione, cresciu­to nel paese anche grazie all’uscita di una controinchiesta, «La stra­ge di Stato», il 15 dicembre del 1972 era stata approvata in Parlamento la legge n. 773, la cosiddetta «legge Valpreda», che stabiliva la facoltà di concedere «la libertà provvisoria all’imputato che si trova nello stato di custo­dia preventiva [...] anche nei casi di emissione obbligatoria del mandato di cattura». La Corte d’appello di Catanzaro si ritrovò a decidere sull’istan­za di libertà provvisoria avanzata dai difensori di Pietro Valpreda, Emilio Borghese, Roberto Gargamelli e Mario Merlino. Il 29 dicem­bre l’accolse. Il processo iniziò il 27 gennaio 1975. Il 23 febbraio 1979 la Cor­te condannò Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini all’ergastolo. Il solo Giannettini fu arrestato in aula. Freda e Ventura si erano nel frattempo resi latitanti, fuggendo dal soggiorno obbligato. Franco Freda sarà rintracciato nell’agosto del 1979 a San José del Costarica, tratto in arresto e consegnato alle autorità italiane. Ventura rimase invece sempre in Argentina da dove non fu mai estradato. Maletti venne condannato a quattro anni per favoreggiamento e falsa testimonianza, Labruna e Tanzilli a due. Valpreda, Bagnoli e Gargamelli furono assolti per insufficienza di prove per il reato di strage, ma condannati per associazione a de­linquere, rispettivamente a quattro anni e sei mesi, due anni e un anno e sei mesi. Merlino, a sua volta assolto per la strage, si vide condannare a quattro anni e sei mesi per associazione a delinquere. I reati di falsa testimonianza addebitati ai parenti di Valpreda e a Stefano Delle Ghiaie furono infine prescritti. Il 20 marzo 1981 la Corte di assise d’appello di Catanzaro as­solse tutti, neofascisti e anarchici. Freda e Ventura furono condannati a 15 anni per associazione sovversiva e per gli attentati dell’aprile e dell’agosto 1969. Maletti e Labruna si videro ridurre la condanna a due anni e a un anno. La Corte di cassazione, il 10 giugno 1982, annullò la sentenza con rinvio a Bari per un nuovo appello, assolvendo definitivamen­te il solo Giannettini. Il 1° agosto 1985 la Corte di assise d’appello di Bari confermò le assoluzioni e le condanne per Freda e Ventura, riducendo a un anno la pena a Maletti, ormai latitante in Sudafrica, e a Labruna, dieci mesi. Il 27 gennaio 1987 la Corte di cassazione mise la parola fine con­fermando la sentenza di Bari.

 

L’ultima istruttoria prese avvio dalla confluenza di più filoni d’in­chiesta riguardanti: le attività eversive di Ordine Nuovo; la cessione di 36 bombe a mano, tipo SRCM, da parte di Paolo Signorelli, sem­pre di Ordine Nuovo, un tempo appartenute al gruppo milanese de La Fenice, residuate dopo l’utilizzo nel corso di una manifestazio­ne dell’MSI a Milano, il 12 aprile 1973, in cui fu ucciso, colpito al petto proprio da una bomba, l’agente di polizia Antonio Marino; il rinvenimento a Milano nell’archivio della contro-informazione di Avanguardia Operaia, nel corso delle indagini sull’omicidio del gio­vane di estrema destra Sergio Ramelli, di un documento, cinque pa­gine dattiloscritte, in cui si riportavano alcune confidenze attribui­bili a Nico Azzi riguardanti la disponibilità da parte del gruppo La Fenice dei timer rimasti dopo gli attentati del 12 dicembre.

I procedimenti finirono tutti nelle mani del giudice istruttore di Milano Guido Salvini che ben presto si ritrovò a indagare su rap­porti e circostanze che conducevano direttamente alla vicenda di piazza Fontana. Dopo una lunga serie di colloqui investigativi, condotti a parti­re dall’inizio del 1993 con l’ausilio di una squadra del Reparto ever­sione del ROS (Raggruppamento Operativo speciale), entrò nell’istrut­toria Martino Siciliano, un tempo nella cellula di Ordine Nuovo di Mestre, divenuto rappresentante di giocattoli a Tolosa in Francia. Se­gnalato fra il 1991 e il 1992 da alcuni suoi ex camerati come coin­volto nell’esecuzione degli attentati del 12 dicembre, fu raggiunto, nell’agosto del 1993, da una prima informazione di garanzia. Subi­to licenziato alla notizia, comparsa sulla stampa, di un suo possibi­le collegamento con la strage, Martino Siciliano si rivolse inizialment­e, per trovare un aiuto anche economico, al suo vecchio amico e ca­merata Delfo Zorzi. Delfo Zorzi si era fin dal 1975 trasferito in Giappone, dove, do­po aver assunto il ruolo di corrispondente del quotidiano della De­mocrazia Cristiana “Il Popolo”, sotto lo pseudonimo di Alfredo Rosset­ti, aveva impiantato un’attività assai redditizia di import-export di pelli e accessori per abbigliamento. Un giro di affari colossale, con diramazioni in Italia, Russia e Corea, non sempre irreprensibile se solo si pensi ai diversi guai giudiziari patiti dallo stesso Zorzi e dal fratello Rudi, accusati e condannati in Italia, in primo e secondo gra­do, per associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale.

Dal 5 dicembre del 1994 Delfo Zorzi aveva anche assunto la cittadinanza giapponese, divenendo per il paese del «Sol levante» il signor Roi Hagen. Dopo un incontro a Parigi nel giugno 1994, Siciliano ricevette da Zorzi la proposta di un impiego in una piccola ditta a lui colle­gata in Russia a San Pietroburgo. Siciliano, non vedendoci chiaro e forse temendo per la propria vita, decise di rifiutare. Si avviò in que­sto modo una collaborazione in Italia con la magistratura dietro la richiesta di un compenso di 50 mila dollari per potersi rifare la vi­ta in un altro paese.

 

Martino Siciliano, figlio di un ex repubblichino, già implicato nel fal­lito attentato del 4 ottobre 1969, proprio con Zorzi, alla scuola slove­na di Trieste, e nel confezionamento della bomba che esplose il 15 ot­tobre 1971 all’Università Cattolica di Milano, venne ascoltato dal giu­dice istruttore Guido Salvini la prima volta il 18 ottobre 1994. Ricostruì in una serie di interrogatori la storia e l’organigramma di Ordine nuovo nel Veneto. Raccontò che fu Rauti, nel 1966, nei giorni immediatamente suc­cessivi all’alluvione di Firenze, a presenziare a Mestre al rilancio del­la struttura di Ordine Nuovo nel Triveneto, alla saletta White Room del cinema Corso. «Eravamo alle spalle di Rauti, facevamo sevizio d’ordine con degli scudi di legno con l’ascia bipenne» testimoniò Si­ciliano «C’era Freda, i due fratelli Vinciguerra per Udine, Neami e Portolan per Trieste, Malpezzi per Bolzano, Soffiati e Besutti per Ve­rona». Successivamente si organizzò una riunione più ristretta all’Ho­tel Plaza, di fronte alla stazione ferroviaria. «C’erano solo Rauti, Mag­gi, Romani, Molin, Freda, Zorzi e il sottoscritto» continuò «Si parlò del fatto che in Italia era in atto una situazione prerivoluzionaria in quanto il Pci stava per prendere il potere [...]. Rauti, Maggi e Fre­da concordarono sul fatto che Ordine nuovo doveva aver pochi iscritti, mentre gli altri camerati dovevano restare liberi di muover­si senza essere tenuti d’occhio dalla polizia [...]. Delfo Zorzi era il capo di Ordine nuovo di Mestre, riferiva direttamente al dottor Car­lo Maria Maggi, il quale, a sua volta, riferiva a Roma al professor Palo Signorelli. Presumo che quest’ultimo, che era la fine della cate­na, ne rendesse edotto Pino Rauti». In questo stesso periodo Ordine Nuovo accumulò armi ed esplo­sivi in grande quantità, addirittura nella sede di Mestre, che Zorzi utilizzava come seconda casa. «Vidi saponette di tritolo e detonato­ri sia elettrici sia al fulminato di mercurio» raccontò Siciliano «uno dei quali io utilizzai per l’attentato all’Università Cattolica». Martino Siciliano partecipò anche, nella primavera del 1969, a Padova, nella libreria Ezzelino di Freda a una riunione ristretta in cui fu delineata la strategia degli attentati. Non si parlò solo di at­tentati ai treni, ma anche in luoghi pubblici al fine di creare pani­co e insicurezza. «Eravamo presenti Freda, Trinco, cioè quello che faceva da commesso, io, Maggi, Molin e Zorzi». Martino Siciliano, anche per le sue frequentazioni, venne inca­ricato di favorire i contatti con il gruppo La Fenice di Milano. «Ver­so settembre del 1969 Delfo Zorzi» sono sempre le sue parole «mi chiede se conosco qualcuno a Milano per fondare anche lì il grup­po di Ordine nuovo. Io decido di portarlo da Rognoni e così ho fat­to. Siamo stati ospiti di Rognoni, io e Delfo, per un paio di giorni, e Rognoni è venuto molte volte a Mestre in quel periodo». In un interrogatorio del 7 giugno 1996, la svolta. Lo scenario è quello della festa di Capodanno del 31 dicembre 1969 a casa di Gian­carlo Vianello a Mestre. «Il discorso capitò inevitabilmente sulle bombe di Milano e Roma e Delfo Zorzi fece chiaramente capire che gli anarchici non c’entravano. Non si attribuì personalmente la re­sponsabilità, ma disse in sostanza: “Siamo stati noi a fare quella ro­ba, noi come organizzazione”». Nel corso delle deposizioni, Siciliano portò gli inquirenti anche sulle piste di Carlo Digilio, l’armiere del gruppo.

 

Il nome di Carlo Digilio era in verità già emerso al tempo dell’istrut­toria che aveva poi portato a processo Stefano Delle Ghiaie e Massimiliano Fachini. Alcuni avevano riferito di aver appreso in carce­re da Freda che colui che aveva fornito gli esplosivi per gli attenta­ti del 12 dicembre era una persona non giovane, veneta, sopranno­minata “Zio Otto”, presto identificata in Carlo Digilio. Fuggito dall’Italia dove era stato condannato a dieci anni di car­cere per traffico di armi e precedenti attività eversive in Ordine Nuovo, Carlo Digilio era stato espulso da Santo Domingo e conse­gnato alle autorità del nostro paese nell’ottobre del 1992. Le prime dichiarazioni le rilasciò al giudice istruttore Guido Salvini nel giugno del 1993. Fu l’inizio di una collaborazione assai faticosa e travagliata, per altro interrottasi, tra il maggio e l’ottobre 1995, per un grave ictus che lo colpì in un momento centrale del­le sue rivelazioni. Digilio raccontò di essere in realtà stato per 12 anni un infiltra­to per conto della CIA in Ordine Nuovo e di aver ereditato, come informatore, il ruolo e lo stesso nome in codice, «Erodoto», dal pa­dre, già al servizio degli americani. Il referente, secondo queste deposizioni, era Sergio Minetto, un ex repubblichino di Verona, che gli chiese di mettersi «in contatto con un professore di Vittorio Veneto che aveva bisogno di una per­sona come me esperta di armi». «Conobbi il professore che si chiamava Franco» continuò Digi­lio «aveva combattuto nella Repubblica sociale italiana [...]. Mi disse di andare in una libreria di Treviso [...] così feci e conobbi Ven­tura [...] di lì a pochi giorni [Ventura] mi accompagnò con la sua macchina, una Mini Minor rossa, partendo da Treviso sul posto che dovevamo raggiungere [...]. Si trattava di un casolare un po’ isola­to in provincia di Treviso [...] nella stanza di sinistra lungo il mu­ro sotto un telo c’era ammassato un quantitativo di armi [...] c’e­rano due cassette metalliche color verdastro, di tipo militare, che io aprii rapidamente e dentro le quali c’erano dei candelotti di tritolo di quelli in uso all’esercito, c’erano anche alcune mine anticarro [...] i sacchi di plastica [...] contenevano invece una ventina di chili di sostanza a scaglie di color rosaceo che era un tipo di esplosivo che non sarei in grado di definire». Il casolare di cui parlò Digilio si trovava nel comune di Paese e l’esplosivo era ammonal. Il professore era invece Lino Franco, già vo­lontario nei reparti dell’esercito tedesco, animatore a Vittorio Vene­to del gruppo Sigfried. Di queste sue attività Carlo Digilio riferì non solo a Minetto ma direttamente al suo reclutatore nella CIA, il capitano David Carret della base Nato di Verona. In buona sostanza gli americani, oltre al SID di Guido Giannetti­ni, controllavano a loro volta la cellula di Franco Freda e Giovanni Ventura, fino al punto di offrire, di fronte alle difficoltà tecniche, uno dei loro uomini più esperti per garantire il salto di qualità stragista.

 

Nei suoi interrogatori Carlo Digilio ricostruì le fasi preparatorie del­la strage. Dapprima ricevette da Carlo Maria Maggi, all’inizio di quel di­cembre, la notizia che nel giro di una settimana vi sarebbero stati «gravi attentati», poi che avrebbe ricevuto «una chiamata da Zorzi». «Mi chiamò per telefono» questo il suo racconto «dicendomi che aveva bisogno di una “consulenza” [...]. Arrivai a piazza Barche [a Mestre], dove mi aveva dato l’appuntamento nel tardo pomeriggio e Zorzi mi accompagnò in quella zona un po’ isolata vicino al ca­nale [...]. Sono quasi certo che quanto sto per raccontare avvenis­se uno o due giorni prima dell’Immacolata, che cade 1’8 dicembre [...]. Mi portò in un punto molto riparato dove era parcheggiata la Fiat 1100 di Maggi. Qui aprì il portabagagli posteriore in cui c’era­no tre cassette militari con scritte in inglese, due più piccole e una un po’ più grande. Aprii tutte e tre le cassette e all’interno di ciascuna c’era dell’e­splosivo alla rinfusa e in particolare quello a scaglie rosacee che ave­vo visto a Paese e dei pezzi di esplosivo estratto dalle mine anticarro [...]. In ogni cassetta, affondato nell’esplosivo, c’era una scatoletta metallica con un coperchio, come quelle che si usavano per il cacao, che conteneva il congegno innescante che era stato pre­parato, come lui mi disse, da un elettricista [...]. Mi disse che di li a qualche giorno doveva trasportare queste cassette fino a Mila­no e che comunque aveva previsto una fermata a Padova appun­to per cambiare macchina e prenderne una più molleggiata, oltre che per mettere a posto il congegno [...]. Io lo rassicurai circa la sicurezza generale dell’esplosivo [...] piuttosto avrebbe dovuto far molta attenzione all’innesco che mi sembrava la parte più delica­ta [...]. Faccio presente che in ciascuna delle due scatole piccole c’era almeno un chilo di esplosivo e un po’ di più nella terza più grande». Carlo Digilio riferì anche che Maggi pochissimi giorni dopo Natale gli disse che «per gli attentati del 12 dicembre erano partiti alla volta di Milano Delfo Zorzi e i mestrini di sua fiducia viaggian­do con la Fiat 1100» e che Giovanni Ventura aveva coordinato l’in­tera operazione. Aggiunse che «i fatti del 12 dicembre erano solo la conclusione di quella che era stata la nostra strategia» e che «c’era una mente or­ganizzativa al di sopra della nostra, che aveva voluto questa strate­gia». «L’incriminazione degli anarchici» concluse «era una mossa strategica studiata dai servizi segreti». Carlo Digilio ebbe poi conferma di ciò dallo stesso Delfo Zorzi che gli confidò nel gennaio-febbraio 1970 che egli aveva personal­mente partecipato all’azione di Milano e che, nonostante tutti quei morti «era stata importante perché aveva ridato forza alla destra e colpito la sinistra nel Paese». Le testimonianze di Martino Siciliano e Carlo Digilio si comple­tavano a vicenda.

 

L’elettricista che aveva preparato il congegno, menzionato da Zorzi, era Tullio Fabris, già testimone al processo di Catanzaro in quan­to intermediario per conto di Freda nell’acquisto dei timer. Interrogato nell’ambito della nuova inchiesta, nel novembre 1994, rilasciò una testimonianza decisiva, spiegando le sue preceden­ti reticenze con il fatto di aver ricevuto pesantissime minacce da par­te di Massimiliano Fachini e Pino Rauti. Disse che nel 1969, in un primo incontro nello studio legale con Freda e Ventura, venne pro­vato l’innesco formato da: batteria, filo elettrico al nichel-cromo e il fiammifero antivento. Successivamente, dopo l’acquisto dei timer, «nell’ottobre-novembre 1969», venne invece effettuata la «prova pratica» di collegamento dell’innesco a un timer «anche questa vol­ta nell’ufficio del dr. Freda». Tullio Fabris asserì anche che Franco Freda, dopo il 12 dicembre, gli chiese, nella prospettiva di un «colpo di Stato», una collaborazio­ne stabile. «La pagheremo bene» queste le sue parole esatte «e sarà pro­tetto in quanto se dovessero verificarsi dei problemi, anche a noi, stia tranquillo che c’è una persona importante a livello governativo che ci darebbe una mano e che proteggerebbe anche lei». Fabris interruppe a quel punto ogni contatto.

 

«Le dichiarazioni di Carlo Digilio» scrisse, il 18 marzo 1995, il giu­dice istruttore Guido Salvini nella sua sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio «sono davvero di importanza straordinaria perché per la prima volta rendono possibile leggere dall’interno quale sia stata l’at­tività di controllo da parte degli americani sulle dinamiche eversive negli anni ‘60 nel nostro paese e quanto profonda sia stata la com­mistione, soprattutto in Veneto, fra mondi come Ordine nuovo, i Nuclei di difesa dello Stato (e cioè una struttura militare italiana), servizi segreti italiani e servizi segreti americani». Ma le indagini soprattutto individuarono le reti di intelligence americane, che operarono illegalmente sul nostro territorio, reclu­tando fin dalla fine del secondo conflitto mondiale ex repubblichi­ni, criminali nazisti, come Karl Hass, uno degli ufficiali nazisti re­sponsabili del massacro delle Fosse Ardeatine, e terroristi neofasci­sti. La squadra dei ROS, impegnata nell’inchiesta, ricostruì minuzio­samente la vasta struttura operante nel Veneto. Venne in conclusione definitivamente delineata la vera natura di Ordine Nuovo. Risultò che non un solo esponente di questa orga­nizzazione fosse estraneo a rapporti di dipendenza dai servizi segre­ti italiani e statunitensi, a partire da Pino Rauti strettissimo colla­boratore dell’ammiraglio Henke, capo del SIFAR prima e del SID poi, dal 1966 al 1970. Oltre a Giovanni Ventura e Franco Freda, attraverso Guido Giannettini, fu legato ai servizi anche Massimiliano Fachini, in rap­porto a sua volta con il capitano Labruna. Lo stesso Delfo Zorzi, se­condo le testimonianze di Vincenzo Vinciguerra, Carlo Digilio e Ce­sare Turco, fu collaboratore del SID, reclutato dall’Ufficio Affari Ri­servati tramite Elvio Catenacci, già questore di Venezia. Così dicasi di Nico Azzi, informatore del SID per sua stessa am­missione; di Giancarlo Montavoci, autore di un attentato mortale al Gazzettino di Venezia nel 1978, meglio noto all’interno del SID come «fonte Mambo»; di Gianni Casalini e Maurizio Tramonte, ri­spettivamente “fonte Turco” e “fonte Tritone”; di Manlio Portolan e Dario Zagolin, quest’ultimo collaboratore sia del SID (lo ammise a Catanzaro), sia dei servizi segreti americani. Almeno quattro infine le pedine all’interno di Ordine Nuovo “di­rette” dai servizi Usa: Carlo Digilio, Marcello Soffiati, il professor Lino Franco e Sergio Minetto. Al vertice nel Triveneto Carlo Maria Maggi, il «reggente», in stret­to contatto con il generale Adriano Magi Braschi, uno dei massimi esperti delle tecniche della guerra non ortodossa, responsabile all’i­nizio degli anni Sessanta del Nucleo guerra psicologica del Sifar.

 

Il 18 marzo del 1995 il giudice istruttore di Milano Guido Salvini depositò una prima ordinanza di rinvio a giudizio nei confronti di Giancarlo Rognoni e Nico Azzi (per associazione sovversiva e ban­da armata), di Paolo Signorelli e Sergio Calore (per detenzione e por­to di bombe a mano), di Carlo Digilio (per documenti falsi) e di Et­tore Malcangi (per favoreggiamento aggravato nei confronti di la­titanti e terroristi). Nell’aprile del 1995 l’inchiesta passò dal giudice Salvini, che aveva indagato come giudice istruttore con il vecchio rito, al pubblico mini­stero Grazia Pradella, affiancata successivamente da Massimo Meroni. Nel luglio dello stesso anno Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi furono iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di strage. Il 14 giugno 1997 il giudice per le indagini preliminari Clementina For­leo emise nei loro confronti due ordini di custodia cautelare. L’ar­resto di Delfo Zorzi rimase ineseguito. Le autorità giapponesi ne­garono sempre l’estradizione, come ancor oggi per il mandato di cat­tura internazionale per la strage di piazza della Loggia. L’8 giugno del 1999 vennero rinviati a giudizio per strage Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Con la stessa im­putazione si aggiunse in seguito anche Carlo Digilio. Per favoreggia­mento nei confronti di Zorzi fu invece imputato Stefano Tringali. Il 16 febbraio 2000 iniziò il processo davanti la seconda Corte di assise di Milano. Il 30 giugno 2001 Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni furono condannati all’ergastolo. Per Car­lo Digilio intervenne invece la prescrizione a seguito delle attenuan­ti concesse per la collaborazione. Stefano Tringali ebbe infine tre an­ni per favoreggiamento. Il 12 marzo 2004 la Corte di assise d’appello assolse tutti. An­che la condanna a Stefano Tringali fu ridotta a un anno. Il 3 maggio 2005 la Corte di cassazione confermò le assoluzioni.

 

Nelle 642 pagine delle motivazioni della Corte di assise d’appello depositate il 13 aprile 2004, si scrisse che «La corresponsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura in ordine ai fatti del 12 dicembre 1969 appare sufficientemente dimostrata». Quasi una beffa ribadita nelle 73 pagine delle motivazioni del­la Corte di cassazione, depositate il 10 giugno 2005. Si sostenne che per Zorzi e Maggi «la prova» era «rimasta incom­pleta», che le dichiarazioni di Carlo Digilio non erano «quasi mai cor­redate da necessari elementi esterni di convalida», mentre le testimo­nianze di Martino Siciliano, per quanto veridiche e genuine, erano à loro volta «incomplete». Freda e Ventura erano invece certamente colpevoli anche se ormai questo «approdo» non poteva «provocare ef­fetti giuridici di sorta nei confronti di costoro» in quanto «irrevoca­bilmente assolti dalla Corte di assise d’appello di Bari». Martino Siciliano è ancora oggi al centro di una coda giudizia­ria. Ritrattò a un certo punto le proprie dichiarazioni, nel marzo 2002, si scoprì dietro il compenso di 115 mila dollari, provenienti da Delfo Zorzi. Due degli avvocati, accusati di aver svolto un ruo­lo di intermediazione, furono assolti. Altri due, al momento in cui scriviamo, attendono invece ancora di essere giudicati: Fausto Ma­niaci e Gaetano Pecorella. Nel maggio 2005 l’ultima notizia. I familiari delle vittime scris­sero al Capo dello Stato per salvare dal deperimento in uno scanti­nato del tribunale di Catanzaro i fascicoli processuali. Nella lettera in cui si richiedevano i fondi per informatizzare gli atti, formularo­no una domanda: «Cosa diremo alle nuove generazioni quando ci chiederanno spiegazioni di questo: che il deficit pubblico è aumen­tato e che quindi è giusto sacrificare la memoria del paese nonostan­te spesso abbiamo sentito dire che un paese senza memoria è un pae­se senza futuro?».

 

Bibliografia articolo

Le stragi di Stato/Saverio Ferrari

La strage di Stato/AAVV

La strage/Maurizio Dianese e Gianfranco Bettin

La sottile linea nera/Mimmo Franzinelli

 

 

 

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  • SOMES

    state a fa davvero una bella cosa….ci vuole piu luce su questi fatti…sempre poco chiari…aspetto il pdf per dare un giudizio sul contenuto!:P!
    grazie rega!
    ah ma per contattarvi tipo una sede o recapito sarei interessato alle vostre iniziative….arigrazie…!

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