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Ieri, durante una conferenza stampa. Berlusconi aveva paventato l’adozione della settimana corta (4 giorni lavorativi) anche in Italia sulla scorta di quanto proposto in Germania (il cosiddetto piano Merkel) come antidoto alla crisi. Oggi il corsera ospita un intervista a Ferrero che si dice favorevole a condizione che vengano inclusi anche gli atipici, i precari e i lavoratori delle piccole aziende. Un ragionamento analogo l’ha fatto anche Epifani. Entrambe, però, non hanno precisato un dettaglio di non poco conto: ma la riduzione d’orario sarà a parità di salario? C’ha pensato allora il Ministro Sacconi a fare chiarezza, si lavorerà di meno, certo, ma si guadagnerà anche di meno. Insomma la ricetta proposta è sempre la solita: i sacrifici, ovviamente solo per i lavoratori. Quì già si arriva a mala pena alla terza settimana, e la proposta è quella di togliere qualche altro giorno di autonomia. Come abbiamo già scritto, però, oltre ad essere iniqua questa misura è completamente sballata. La crisi, sembrerà un paradosso, non è da “penuria”, ma da “eccesso”. Lo ripeteremo fino alla noia: si producono molte più merci di quanto il mercato possa assorbirne, è quella che un vecchietto con la barba bianca chiamava sovrapproduzione. La contraddizione fra l’epifenomeno e la realtà che lo produce può forse essere di difficile comprensione per “l’uomo della strada” (che infatti crede che per uscire dalla crisi ci si debba rimboccare le maniche), ma il compito della sinistra non dovrebbe essere anche quello di far comprendere questi concetti? E allora, perchè non tornare a chiedere con forza la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario? O la ricostruzione di un intervento pubblico in grado di creare posti di lavoro in quei settori che “il mercato” snobba perchè non proficui (es gestione del territorio)?

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