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Di seguito “la crisi economica in tre atti” un interessante articolo di Giovanni Mazzetti ospitato ieri dal Manifesto


Ha ragione Freud quando compatisce gli esseri umani per la loro evidente difficoltà di imparare dall’esperienza.Una difficoltà che si manifesta nel loro essere spesso vittime di una spinta a ripetere coattivamente alcuni comportamenti, nonostante in precedenza abbiano avuto esiti disastrosi. Ma ha ancora più ragione Marx quando sostiene che ogni ripetizione della storia si trasforma quasi inevitabilmente in una farsa. Soffermiamoci, dunque, sulla farsa in corso.
1980-2007 Primo atto, dominato dalla ripresa di quelle pratiche e di quei comportamenti finanziari che, a metà anni ’20 negli Usa, avevano dato adito alla più grande crescita del capitale quotato in borsa. Con sconsiderata baldanza sono state progressivamente smantellate le norme e le pratiche, che dopo il disastro degli anni ’30, erano state elaborate, proprio per impedire che la speculazione finanziaria finisse, come accadde allora, fuori controllo. Con grande protervia si è ingenuamente ripetuto, come si faceva prima del ’29 (vedi Galbraith, Il grande crollo), che, essendo il mondo profondamente cambiato e disponendo di nuovi strumenti analitici e previsionali, il capitale era ormai garantito dal rischio. Per questo Bernard Madoff, con la sua truffa da 50 miliardi di dollari scoperta in questi giorni rifà il verso a Charles Ponzi, con la sua truffa da 10 milioni di dollari del 1920.
2008-2009 Intervenuto il crollo, inizia la replica del secondo atto. Sullo sfondo della bufera borsistica comincia a levarsi il coro delle nenie ossessive di giornalisti, politici, imprenditori, perfino di cittadini qualunque, «sulla necessità che tutti sopportino dei sacrifici». A quel coro si intreccia il contrappunto dei cantori della natura salvifica della crisi, coloro che pensano che essa contribuisca a depurare l’organismo sociale delle tossine accumulate, e che tutto possa risolversi nella reintroduzione delle regole di cui si era preteso di fare a meno. La scena del secondo atto è però popolata anche da personaggi minori, apparentemente indipendenti dal quadro generale. Il Presidente del consiglio, ad esempio, sembra cadere al di fuori della cerchia di coloro che spingono per il ripetersi di riti sacrificali, ma anche di coloro che parlano di una salutare purga. Egli tuttavia incarna un’altra figura della coazione a ripetere, quella di chi non essendo personalmente sfiorato dalla crisi, dice che il sopportarla non è affatto necessario e insiste nel ripetere che è solo questione di agire come fa lui, cioè con «ottimismo». Il problema si sposta così dalla dinamica sociale alla componente soggettiva, trasformando la crisi in un semplice disturbo della personalità di chi la subisce. Il governo, dal canto suo, ha invece agito il quarto ruolo della ripetizione, quello canonico di chi è convinto che il problema esista, ma dispensando degli oboli si possano evitare le sue conseguenze più gravi. Ovviamente, poiché l’elemosina in questo caso è post-moderna, la si deve definire con un termine evocativo e altisonante, non la «carta dei poveri» di triste memoria, bensì una social card ricaricabile.
2009 – … E’ ovvio che se restiamo intrappolati in questa «commedia» siamo fritti. E per evitarlo dobbiamo riuscire a sottrarci dalla ripetizione di quello che è sempre stato il terzo atto rappresentato in occasione delle crisi economiche. Mi riferisco all’intervento di chi, schierato a sinistra, è convinto che la volontà alternativa sia sufficiente per invertire il processo in corso. Ritengo che sia piuttosto necessario un vero e proprio rovesciamento culturale, che muova da alcuni punti fermi:
1. L’idea che dei «sacrifici» possano contribuire a risolvere un qualsiasi problema è un’idiozia, e costituisce la spia del trascinarsi nella modernità di una cultura arcaica. Il sacrificio è infatti una rinuncia, una privazione, cioè un atto negativo. Viene in genere associato a un possibile esito positivo, da chi lo concepisce, solo perché il percorso che conduce a quell’esito gli è del tutto sconosciuto. Chi suggerisce di affrontare la crisi sacrificandosi confessa pertanto abbastanza chiaramente di non comprendere quello che sta accadendo, e di sperare di uscirne fuori in una forma mistica. Quando non approda addirittura, come ha fatto il segretario della Cisl, a veri e propri scongiuri, per salvarci da quella che, con grande acume analitico, ha definito la jella. Il fatto che sulla necessità dei sacrifici ci sia un vasto consenso non cancella questo giudizio, perché notoriamente la maggior parte delle persone – anche quelle acculturate – non capisce quasi nulla di economia.
2. Come ha sottolineato Nietzsche, spesso gli esseri umani confondono gli effetti dei fenomeni con le loro cause. Nel nostro caso, poiché la crisi li impoverisce essi desumono che la crisi sia causata da un impoverimento oggettivo, un venir meno delle risorse, al quale non potrebbero sottrarsi. In questa prospettiva, però, la crisi finisce con l’essere evirata della sua componente rivoluzionaria. Infatti, la crisi rappresenta il momento nel quale le argomentazioni ideologiche si dissolvono, e il movimento contraddittorio della società può essere colto con chiarezza. E’ vero che, nella crisi, «la società si trova ricondotta a uno stato di momentanea barbarie, perché l’industria e il commercio sembrano distrutti». Ma ciò non accade, perché le risorse sono venute meno, bensì «perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive che sono a sua disposizione non servono più a promuovere la civiltà borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono divenute troppo potenti per quei rapporti e ne vengono ostacolate, e appena superano questo ostacolo mettono in disordine tutta la società» (Marx, Il manifesto).
3. Ora, la cosiddetta sinistra ha sin qui fallito nel procedere a questo rovesciamento di prospettiva. Vale a dire che non ha saputo vedere e far vedere quel fenomeno apparentemente paradossale – la povertà determinata dall’abbondanza, descritto da Keynes – dimostrando così di non essere all’altezza del compito che ha ricevuto dalla storia. Ma per «vedere» l’arbitrarietà di una sofferenza sociale bisogna saper individuare gli elementi di trasformazione insiti nella situazione. Sembra che solo adesso, dopo la lunghissima crisi che abbiamo attraversato e al sopravvenire dell’inevitabile disastro, qualcuno a sinistra cominci a ripetere balbettando ciò che la rivoluzione keynesiana rese palese ben 80 anni fa e cioè che «la spesa di un individuo è il reddito di un altro individuo», cosicché senza spesa non può intervenire la creazione del lavoro che manca o la riproduzione del lavoro che c’è. Ma quel che resta della sinistra è lontana mille miglia dal comprendere ciò che è implicito in questo semplice fatto. Per questo urge un’esegesi della crisi. Se qualcuno di coloro che si sono spremuti le meningi per dare un voto alle cosiddette «primarie delle idee», e di coloro che hanno criticato il basso spessore culturale di questa iniziativa, spendesse un po’ delle sue energie intellettuali a capire il significato dell’affermazione di Keynes, forse, potrebbe accendersi un barlume di speranza di non dover ripetere coattivamente il terzo atto della farsa.

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