APPUNTAMENTI

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

NOI SAREMO TUTTO


Rete Nazionale

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Festival Antifascista

Caracas Chiama


Rete di solidarietà al Socialismo del XXI secolo

Comitato per il Donbass Antinazista


Coordinamento Operaio Ama


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

18 June :
1971 Nel solo mese di giugno sono più di 90 le aggressioni fasciste ai danni di militanti e sedi di sinistra

STATS

Piazza Fontana, la strage è di Stato 2/4

teddy-boys.jpg

Come abbiamo scritto qualche giorno fa il 12 dicembre ricorre l’anniversario di Piazza Fontana. Abbiamo ritenuto fosse utile realizzare, soprattutto per i compagni più giovani, una serie di approfondimenti che servissero sia come “riassunto” di quanto accadde prima e dopo di quella che pè stata indicata come la madre di tutte le stragi, sia come possibile traccia per ulteriori approfondimenti. Forse l’abbiamo presa un po alla larga, ma era necessario inquadrare il contesto storico che determinò quei fatti. La prima parte dell’articolo la trovate qui.


2/ E poi, e poi, e poi… ci chiamavano Teddy Boys

Nei primi mesi del 1960, quando ancora non si era spenta l’eco della vittoria della rivoluzione cubana, si assiste ad una serie di impressionanti agitazioni popolari nelle più lontane parti del mondo. Il 26 aprile una rivolta in Corea provoca la cacciata di Syngmann Ree, il 27 maggio cade il regime reazionario di Menderes in Turchia, il 10 giugno il portavoce del presidente nordamericano Eisenhower viene assalito da manifestanti giapponesi ed è costretto a scappare in elicottero. La popolazione locale è in rivolta contro la firma dell’accordo nippo-statunitense e la protesta spinge il governo di Tokio a chiedere ad Eisenhower di rinunciare ad alla visita programmata per ratificare l’accordo stesso. Nonostante questo il primo ministro Kishi sarà comunque costretto a dimettersi da un ondata di scioperi senza precedenti che paralizzerà il paese.

Anche nella politica italiana si assiste ad una ventata di nuovo, soprattutto all’interno della Democrazia Cristiana, dove si rafforza la “sinistra” che ha la sua base sociale nei lavoratori cattolici ed è legata alla nuova dirigenza industriale del settore pubblico rappresentata dal presidente dell’ENI, Enrico Mattei. Inizia a farsi strada nella borghesia italiana l’idea di una possibile apertura dell’area di governo al PSI. A spingere in tal senso contribuirà anche il mutato quadro internazionale. Il capitalismo per alimentare il proprio boom necessita di una forte politica di aumento salariale e tanto la destalinizzazione portata avanti da Krusciov in URSS quanto l’elezione di Kennedy negli USA rappresenteranno, anche simbolicamente, la possibilità di nuovi equilibri geopolitici più favorevoli. Kennedy sosterrà l’apertura a sinistra puntando all’isolamento del PCI e alla normalizzazione del PSI. Ed è in questo quadro che si spiegano i finanziamenti mirati della CIA alle forze trainanti di questi nuovi equilibri: la corrente morotea nella DC e quella autonomista nel PSI.

Tutto questo, però, nel marzo del 1960 appartiene ancora al futuro. Anzi, proprio il timore di un allargamento a sinistra spinge il segretario del Partito Liberale Italiano, Giovanni Malagodi, a revocare il proprio appoggio al governo di Antonio Segni, aprendo così una crisi che durerà per trenta giorni e che porterà sulla poltrona di primo ministro il democristiano Fernando Tambroni.

Ripercorriamo brevemente la cronaca di quei giorni. Dopo il ritiro dell’appoggio da parte del PLI, Giovanni Gronchi, presidente della Repubblica, riaffida ad Antonio Segni l’incarico di formare un nuovo governo che, però non riesce a trivare in parlamento i voti sufficienti ed è costretto a passare la mano. Gronchi, allora, gioca la carta Tambroni. Con i voti del MSI il parlamentare democristiano riesce a formare una maggioranza di centro-de­stra, ma viene invitato a dimettersi dal suo stesso partito per il significato im­plicito di un simile governo. Anche Tambroni, dunque, presenta le dimissioni e mentre i mis­sini, per ritorsione, tolgono la fiducia a tutte le amministrazioni di centro-de­stra presenti in Italia, la palla passa ad un altro democristiano, Amintore Fanfani. Questi, però, subisce forti pressioni da parte del Vaticano che è fermamente contrario al varo di un governo di cen­trosinistra. Così anche Fanfani è costretto alle dimissioni. E’ il caos. Da più parti si invoca lo “stato di necessità” e, con una decisione che non ha precedenti nella storia repubblicana, Gronchi torna a rivolgersi a Tambroni così che, pun­tualmente sostenuto dal Movimento Sociale, riesce finalmente a insediare il suo governo.

L’operazione politica vede il supporto dei più importanti organi di stampa, ma, di contro, determina anche un ribellione generalizzata nel “Paese reale” che non accetta la presenza di neofascisti al governo. Non a caso il 29 aprile, appena eletto, il primo atto di Tambroni consiste nel diramare a tutti i questori e i prefetti della penisola l’ordine di impedire rigorosamente ogni manifestazione contraria al proprio governo. Non passa neppure un’ora dalla diramazione dell’ordine che la polizia disperde a Milano e provincia dei cortei di giovani che manifestano chiedendo un governo antifascista. I giorni seguenti saranno una sequela di manifestazioni di sinistra vietate, di manifesti censurati e tipografie perquisite. Paventando la “preparazione di un complotto comunista internazionale del quale neppure il Sifar aveva notizia” Tambroni organizza al Viminale un apparato informativo parallelo a quello militare, che inizia a sorvegliare numerosi uomini politici e persino alcuni suo compagni di partito. Il neo presidente del consiglio eredita inoltre, dal suo predecessore e collega di partito Mario Scelba, un vero e proprio “esercito” preparato per la repressione di classe. Negli anni caldi che vanno dal 1948 al 1950 la celere forgiata da Scelba aveva dato prova di sicura affidabilità scatenando una repressione senza precedenti nelle fabbriche e nelle campagne italiane con un bilancio impressionante: 62 morti, 3126 feriti e 92169 arrestati di cui 19306 condannati a complessivi 8441 anni di carcere. Come sia stato possibile che lo Stato nato dalla Resistenza si sia poi rivoltato contro chi, in prima persona, aveva combattuto per la liberta dell’Italia è lo stesso Scelba a spiegarlo candidamente in un’intervista rilasciata a Federico Orlando nel 1988: < Allontanai con buonuscite o con trasferimenti nelle isole, per tutto il 1947, gli ottomila comu­nisti infiltratesi nella polizia e assunsi diciottomila agenti fidatissimi. Il ministro della difesa Fac­chinetti mi fu molto vicino. Si diceva che i comunisti avessero un piano insurrezionale, il famo­so piano K, che sarebbe scattato nell’autunno del 1947 dopo la partenza degli americani. E io che a quel piano non ho mai creduto, mi comportai come se effettivamente ci fosse. Perciò adottai le mie contromisure, sulle quali ritengo di dover ancora mantenere il riserbo. Posso solo dire che non avremmo ceduto il potere, ricordai a Togliatti che il coltello dalla parte del manico l’aveva­mo noi. Posso aggiungere che non mi limitai a reclutare forze di polizia affidabili, ma creai una serie di poteri per l’emergenza, una rete parallela a quella ufficiale, ma ad essa superiore, che avrebbe assunto automaticamente ogni potere in caso di insurrezione, lasciando che questa si di­rigesse contro i poteri formali>(1). Insomma, Tambroni poteva godere di un dispositivo di polizia e di intelligence che all’epoca era interamente in mano a funzionari di formazione fascista. Dei 64 prefetti di primo grado, 64 prefetti non di primo grado e 241 viceprefetti, soltanto 2 prefetti di primo grado non provenivano dall’ingranaggio fascista. Dei 135 questori e 139 vicequestori, che avevano tutti iniziato la loro carriera sotto il fascismo, solo 5 vicequestori avevano avuto rapporti con la Resistenza. Dei 606 commissari capo e 1030 tra commissari capo, commissari aggiunti e vice commissari, anche se molti erano entrati in polizia dopo la Liberazione, solo 34 avevano avuto qualche Rapporto con la Resistenza (2). Paradossalmente se nell’epoca del fascismo era possibile avere a che fare con funzionari di formazione prefascista, negli anni 50 e 60 questo era quasi impossibile.

D’altro canto anche la biografia politica di Tambroni parlava chiaro, e raccontava di come durante il fascismo il futuro presidente del consiglio, già segretario provinciale del Partito Popolare, non esitò ad abiurare per iscritto alle proprie idee e ad aderire al regime. Si legga, a tal proposito, la dichiarazione scritta il 13 novembre del 1926 ed indirizzata al triumviro federale di Ancona, il ragionier Adenati: <Il sottoscritto sul suo onore di cittadino e di italiano di abiurare la sua fede politica nel disciolto Partito Popolare e di disinteressarsi di qualsiasi attività che sia comunque contraria con il volere ed il pensiero del regime fascista, che rappresenta oggi la nazione risorta nella coscienza di se stessa. Quanto oggi il sottoscritto afferma è la conclusione logica del suo atteggiamento politico di più di un anno a  questa parte, atteggiamento alieno da ogni velleità di pensiero e di opere pubblicamente o privatamente esplicate ed espresse.  Dichiara inoltre che i dettami del regime, i quali hanno riconosciuto come forza spirituale ed elevatrice del popoli italiano la religione cattolica, identificano il suo passato e il suo presente di cattolico; riconosce in S.E. Benito Mussolini, restauratore della Patri italiana, l’uomo designato dalla provvidenza di Dio a forgiare la grandezza di un popolo al cospetto del mondo> (3). Caduto il fascismo, però, il cattolico Tambroni ci mette un attimo a dimenticarsi del suo solenne giuramento e in men che non si dica torna nell’ovile democristiano.

Ma torniamo al giugno del 1960. Fin dalla metà di maggio il MSI ha annunciato che il 2 luglio terrà il suo VI congresso nazionale a Genova e già il 19 giugno prova ad inaugurare una sua sede a Chiavari, ma migliaia di lavoratori bloccano la strada nella quale la sede dovrebbe aprirsi. Il 24 giugno viene vietato un comizio della CGIL e il giorno dopo i portuali scendono in sciopero contro la convocazione del congresso neofascista. Sempre il 25 un corteo di migliaia di giovani antifascisti, che vuole deporre dei fiori al sacrario della Resistenza, viene violentemente caricato dalla polizia. La piazza, però, reagisce all’aggressione e alla fine della giornata si conteranno decine di feriti. Il 26 giugno si riuniscono tutti gli ex aderenti al Comitato di Liberazione Nazionale della Liguria per decidere le forme di protesta e resistenza contro il congresso missino. Il 28, in piazza della Vittoria, Sandro Pertini parla a 30.000 lavoratori e proclamà uno sciopero generale per il 30 giugno. A peggiorare le cose, per i genovesi, era arrivato anche l’annuncio che a presiedere il congresso del MSI sarebbe stato Carlo Emanuele Basile, detto “il Boia”. Gli operai dell’Ansaldo, della SIAC e della San Giorgio se lo ricordavano bene: c’era lui dietro la scia di eccidi che, a Portofino, a Cravasco e a San Giuliano avevano insanguinato la Liguria. Capo della provincia di Genova durante la guerra, Basile era stato responsabile della deportazione di almeno duemila lavoratori genovesi molti dei quali morirono nei campi di concentramento in Germania. Malgrado l’indignazione generale e lo sciopero generale indetto dalla Camera del Lavoro, il governo, però, non recede e dichiara che il MSI dovrà celebrare comunque il suo congresso. La lotta non tarda a sfociare in una ribellione aperta, clamorosa. Il 30 giugno, alle ore 15 tutto il proletariato (…) scende nelle strade. Si forma un corteo (…) di 100.000 lavoratori che dai vicoli del porto e dalla cinta dei quartieri industriali, da Sanpierdarena, da Voltri, da Conegliano, da Bolzaneto, da Sestri Ponente, invade il centro e sfila in via garibaldi, via XXV aprile, piazza De Ferrari (4).  Finito il comizio la folla viene invitata a disperdersi, la coda del corteo cercando di defluire punta su piazza De Ferrari  e la polizia, forze impaurita, carica indiscriminatamente determinando la reazione dei genovesi. L’elemento nuovo è che tra la moltitudine di persone che protestano non ci sono solo i militanti comunisti o i partigiani iscritti all’ANPI. Spesso privi di un reale interesse per la politica ma diffidenti per natura nei confronti dei partiti “d’ordine”, pieni di una rabbia che una città come Genova può dare ai suoi figli, a intonare vecchie canzoni partigiane e ad insultare i celerini ci sono anche “i ragazzi con la maglietta a strisce” o, come li definisce sul momento la stampa conservatrice usando con disprezzo un termine inglese, i “teddy boys”. Ma i protagonisti della rivolta di Genova, i cosiddetti teddy boys, non sono altro che i nuovi giovani europei: sono quelli che, nati nelle periferie, non si rassegnano ad essere confinati nel ghetto e colgono le potenzialità di rotture insite nell’antifascismo militante. Questa nuova generazione di proletari non nutre alcun  timore reverenziale nei confronti della polizia e, supportata da tutta la città, si rende protagonista di uno dei più clamorosi episodi di guerriglia urbana nella storia dell’Italia contemporanea. I celerini sono bersagliati da un fitto lancio di bottiglie e sassi, le autoblindo vengono rovesciate e bruciate e i poliziotti che si azzardano a inseguire i manifestanti per i vicoli vengono “bombardati” dalla gente dei palazzi con ogni tipo di oggetto. La sera del 30 saranno gli stessi dirigenti dell’ANPI a dover cercare, non senza qualche difficoltà, di calmare gli animi per la paura che la polizia iniziasse a sparare sulla folla. Eventualità rea ancor più drammatica dal fatto che anche i rivoltosi avevano dimostrato di possedere armi da fuoco anche se, fino a quel momento, soprattutto come deterrente nei confronti delle forze dell’ordine. A fine serata si contano 200 poliziotti feriti, di cui 2 gravi. Mentre tra i manifestanti il bilancio è ancora più pesante e sono almeno 50 le persone arrestate. La cosa, però, non sembra sortire effetto e la folla non ha alcuna intenzione di ritirarsi.

La tensione della vigilia cresceva, diveniva drammatica in ogni via e in ogni casa, nel silenzio che la covava. Invano, i capi della Resistenza, i dirigenti dei partiti politici e del sindacato unitario avevano invitato e continuavano ad invitare il rappresentante del governo a rendersi conto della situazione. Il prefetto, che aveva ordini precisi, si stringeva nelle spalle allargando le braccia. Mancavano 24 ore all’inizio del congresso. L’attivo provinciale della camera del lavoro proclamava un nuovo sciopero generale di 24 ore a partire dalla mezzanotte dell’1 luglio. Tutti i lavoratori dovevano trovarsi fuori, pronti a manifestare per impedire il raduno fascista. Intanto correva voce che migliaia di fascisti armati erano arrivati a Genova insieme agli “uomini di Caradonna”.  (…) Un sordo fracasso scoppiò lontano, <che cosa accade?> chiesi <Pare che abbiano attaccato i fascisti negli alberghi>, mi risposero <girano e cantano “giovinezza”. I celerini li lasciano cantare, ma noi no>. Via Balbi era tutta affollata davanti alla sede della camera del lavoro. Là in mezzo venni a sapere degli scontri tra fascisti e antifascisti davanti ai lussuosi alberghi. (…) Le due non erano lontane. Gli operai arrivavano in via Balbi da ogni rione. Qualche dirigente che li persuadeva a tornare a casa era stato fischiato. Nessuno poteva più resistere in casa, la tensione aumentava (…) un grido ci fece voltare. Poi un’esplosione di gioia. Era il tocco e quaranta. In quel momento il prefetti di Genova aveva telefonato al segretario della camera del lavoro per comunicargli personalmente che il congresso del MSI non si sarebbe fatto (5).

Il Governo, dopo un’attenta valutazione dei rapporti di forza, aveva revocato annullato il congresso del MSI. Si calcola che 500.000 lavoratori fossero mobilitati e pronti a scendere al centro il 2 luglio. Inoltre, dagli scontri di Genova, che videro 98 arresti (di cui 43 poi processati), la lotta si era già generalizzata un po’ ovunque e sin dal 30 erano scese in sciopero generale Milano, Livorno, Ferrara ed altre città.

L’anomalia di quel 1960 non si esaurisce però, con i moti di Genova. Il 2 luglio un milione e mezzo di braccianti meridionali scende in sciopero per chiedere migliori condizioni di vita e a San Ferdinando , un paese della Puglia, i carabinieri sparano sulla folla ferendo gravemente 3 lavoratori. Il 4 luglio è la volta di Licata, in provincia di Agrigento. La popolazione ha appena saputo che la centrale termoelettrica promessa dai politici in campagna elettorale non verrà mai costruita, e con essa sfumano anche migliaia di posti di lavoro. E’ la goccia che fa traboccare il vaso in una cittadina che da mesi non ha più l’acqua corrente e che vanta una situazione occupazionale da terzo mondo. I sindacati, per protestare contro questa situazione, proclamano uno sciopero generale a cui aderiscono tutti, perfino il sindaco democristiano che la mattina del 4 si trova alla testa di un corteo di oltre 20000 persone. I manifestanti, nella speranza di farsi sentire dal governo, bloccano la stazione ferroviaria. Per tutta risposta partono le prime cariche delle forze dell’ordine che, almeno all’inizio, vengono messe in fuga dai manifestanti. Nel pomeriggio, però, convergono a Licata altre centinaia di poliziotti e carabinieri e gli scontri ricominciano. In prossimità della stazione, le forze dell’ordine sparano ad altezza d’uomo con i mitra. Una raffica colpisce al torace il venticinquenne Vincenzo Napoli uccidendolo mentre altri proiettili feriscono gravemente 5 persone.

Il 6 luglio il consiglio federativo della Resistenza indice una manifestazione a Roma. Il comizio è stato regolarmente autorizza e dovrebbe tenersi a Porta San Paolo, ma la sera prima la questura vieta senza alcun motivo la manifestazione. Fin dalla mattina, per evitare ogni assembramento, poliziotti e carabinieri presidiano la piazza in assetto da guerra. Un parlamentare comunista, Aldo Natoli, chiede di poter almeno far arrivare una delegazione con dei fiori sotto la targa che ricorda i caduti del 10 settembre del 1943, ma ottiene l’ennesimo rifiuto. E’ chiaro il tentativo, da parte del governo Tambroni di ottenere una rivincita politica dopo la sconfitta di Genova. Un piccolo corteo composto da poche centinaia di persone e guidato da un gruppo di parlamentari parte ugualmente e prova a scendere da viale Aventino con 4 corone di fiori. Ma la risposta è selvaggia, la polizia lancia una carica a cavallo e si concentra, malmenandoli, soprattutto sui parlamentari. E’ l’inizio di una battaglia campale che durerà per l’intera giornata. I romani dopo un primo sbandamento si riversano nelle strade e cominciano a bersagliare i cavalli con i sampietrini divelti dalle strade. La cavalleria carica i manifestanti con le spade sguainate fra gli squilli di tromba e per tutta risposta dai palazzi di Testaccio vola di tutto. Alle 21 torna momentaneamente la calma e le forze dell’ordine iniziano a rastrellare portoni e abitazioni in cerca degli antifascisti. Si forma allora un nuovo corteo e ricominciano gli scontri, ai poliziotti questa volta si affiancano anche squadre di fascisti che adoperano sbarre di legno e ferro. Il bilancio della giornata si conclude con la cifra record di settecento fermati e centoventi feriti, ed ancora una volta, anche a Roma come a Genova, sarà la generazione delle “magliette a strisce” la principale protagonista di questa nuova Resistenza che quando vede i blindati della polizia di stato avvisa i compagni gridando, come nel 1943: arrivano i tedeschi!.

Il 7 luglio i sindacati proclamano uno sciopero generale a Reggio Emilia dove l’atmosfera si era fatta calda a già a partire dal 26 aprile, quando un corteo antifascista era stato caricato dalla polizia. Il 30 aprile, poi, la protesta popolare aveva impedito che Almirante tenesse un comizio in Piazza Prampolini e il 4 luglio un corteo che chiedeva le dimissioni di Tambroni era stato violentemente caricato dalla polizia. La mattina del 7 la prefettura prepara la trappola ed emana disposizioni contraddittorie: viene categoricamente vietato ogni assembramento e, allo stesso tempo, viene concessa ai manifestanti una sala da soli 600 posti. L’assembramento quindi, quando nei pressi della sala si radunano oltre 20000 manifestanti è inevitabile. Alcuni operai delle Reggiane occupano il vicino monumento dei caduti intonando canzoni di protesta. La folla dei manifestanti, impossibile da contenere nella piccola piazza antistante la sala, finisce con lo straripare vicino ai reparti di polizia e dei carabinieri. I responsabili di piazza, il questore Giulio Cafari Panico e il tenente dei carabinieri Gian Maria Giudici, fermamente intenzionati a non subire un nuovo scacco di piazza, ordinano di caricare i manifestanti. E’ una mattanza. Le forze dell’ordine, al posto dei manganelli, imbracciano le armi. Qualcuno riesce a registrare con mezzi di fortuna quanto succede in piazza e il settimanale “Vie nuove”, qualche giorno dopo, riversa il contenuto su un disco dove si possono ascoltare chiaramente le parole di un militare che ordina <sparate ne mezzo!>. E i militari il 7 luglio sparano. Sotto il piombo di carabinieri e polizia muoiono assassinati: Lauro Farioli, un operaio di 22 anni; Marino Serri, operaio quarantunenne ed ex partigiano delle SAP; Ovidio Franchi, un operaio di diciannove anni; Emilio Reverberi, operaio di trentanove anni e anche lui ex partigiano della 144° Brigata Garibaldi e Afro Tondelli, operaio, ex partigiano e segretario di una sezione dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia).

Il clima politico nazionale diventa incandescente. La notte tra il 7 e l’8 luglio, giorno per cui è stato indetto uno sciopero generale nazionale, il questore di Roma ordina un rastrellamento casa per casa della Borgata Gordiani, ritenuta un covo di ribelli. Era dall’occupazione nazista che i romani non assistevano a scene del genere. Un provvedimento analogo viene preso anche nel comune di Gennazzano, mentre esplodono per le strade della capitale diversi ordigni di matrice neofascista. Uno di questi fa saltare in aria l’auto dello scrittore antifascista Carlo Levi.

L’8 luglio, a Palermo, va in scena l’ennesima carneficina. La polizia carica un corteo di lavoratori inseguendo i manifestanti fin nei vicoli e, come a Reggio Emilia, spara. Un colpo raggiunge nella sua casa Rosa La Barbera, una donna di 53 anni che spaventata dal trambusto che veniva dalla strada stava cercando di chiudere le imposte. Un operaio del PCI, Francesco Vella, viene colpito in fronte da un proiettile. Mentre un giovane ambulante di 19 anni, Andrea Gangitano, viene ferito alle gambe e lasciato morire dissanguato ai lati di una strada sotto lo sguardo immobile della polizia che impedisce a chiunque di soccorrerlo. Il più giovane delle vittime si chiama Giuseppe Malleo e ha solo sedici anni. Quel giorno riesce a sopravvivere a numerosi colpi d’arma di fuoco ma morirà per le ferite riportate qualche mese più tardi. Nello stesso giorno a Catania viene ucciso un altro lavoratore, Salvatore Novembre, prima colpito da un proiettile e poi finito a manganellate.

Undici morti, centinaia di feriti, migliaia di arresti, il varo di misure speciali e, tenuti ai margini delle notizie che si facevano via via più gravi, il fermo indiscriminato di un numero imprecisato di cittadini in tutta Italia. Di volta in volta accusati di adunata sediziosa, diffusione illegale della stampa, resistenza a pubblico ufficiale, disturbo della quiete pubblica. E’ questo il bilancio di governo di un uomo che che in poche settimane riuscì a fare peggio di Scelba e che, fortunatamente, non durò a lungo. Battuto dalla protesta popolare, Tambroni viene messo in un angolo anche in parlamento e, il 19 luglio del 1960, è costretto a presentare definitivamente le sue dimissioni. A sostituirlo arriverà Amintore Fanfani, a capo di un governo “vecchio stile” capace di tenere insieme la DC e i partiti satellite.

Come scrisse al tempo Carlo Levi, i moti del 1960 non sono un comune episodio di contesa politica, non si esauriscono negli scopi immediati, nell’impedimento del Congresso del Msi, ma sono il segno di una situazione, di un atteggiamento nuovo, la prova dell’entrata in campo di forze e di uomini nuovi e insospettati, l’indice che la lotta non si esaurisce nell’interno del sistema, ma che esi­stono forze che non accettano e non sono corrette dal sistema, e sono in con­dizioni di contribuire a spostare la vita politica e culturale su un piano diver­so, nel quale soltanto, problemi apparentemente insolubili possono essere intesi e risolti. [...] i politici devono tenerne conto, e cercano e cercheranno di servirsene o di contrapporvisi, ma i giorni di Genova hanno avuto un suo­no che pareva dimenticato e ignoto a molti: il suono della rivolta popolare. (6)

Una rivolta popolare che vide affacciarsi sulla scena nuovi protagonisti che cogli di sorpresa anche i partiti di sinistra tanto che, come aggiunge Raniero Panzieri: Tutti avvertiamo un certo divario tra la forza, l’ampiezza, gli scopi del moto democratico che si è manifestato nelle ultime settimane [...] e i ri­flessi che se ne hanno in Parlamento, nelle soluzioni politiche e organizza­tive indicate dagli stessi partiti di sinistra, nelle interpretazioni che anche la stampa comunista e socialista ne fornisce. [...]  per questo occorre, in­nanzi tutto, riconoscere i tratti del processo democratico che da lungo tempo è andato maturando nella nostra società, al di fuori, in gran parte, delle linee e degli obbiettivi perseguiti dai partiti di sinistra. Ciò che è ca­ratteristico di questo processo è che, nonostante la sua estraneità ai partiti, non ha per nulla i connotati tipici della “spontaneità”: il suo grado di co­scienza è fortemente sottolineato dalla capacità delle giovani leve operaie di “servirsi” del sindacato unitario (soprattutto) e anche dei partiti di clas­se nella stretta misura in cui la partecipazione e il sostegno delle organiz­zazioni operaie esistenti è necessario all’affermazione di uno schieramen­to unitario di classe. Perciò l’estraneità organizzativa ai partiti di decine di migliaia di giova­ni operai, che sono stati la punta avanzata del movimento, deve essere va­lutata come un rapporto di spinta, di azione critica esercitata da forze con­sapevoli – ora in modo chiaro, ora in forme incerte e travagliate – di rap­presentare esigenze e scopi di lotta più complessi e più avanzati di quelli offerti dalle organizzazioni e di dover esercitare con la loro autonomia una pressione perché queste si adeguino alla realtà dei rapporti di classe (7).

 

(1)    Federico Orlando, “Ecco come difesi la libertà degli italiani”, Prospettive dal mondo, 1988

(2)    Piergiuseppe Murgia, Il luglio 1960, Sugar

(3)    Giulio Bigi, Reggio Emilia 7 luglio 1960, Editori Riuniti, 1980

(4)    Renzo del Carria,Proletari senza rivoluzione, Savelli, 1977

(5)    Silvio Micheli, Le fiamme di quel giorno hanno lasciato il segno, Vie Nuove del 5 luglio 1962

(6)    Carlo Levi, Parole chiare 9, ABC,10 luglio 1960

(7)    Raniero Panzieri, Le lotte dei giovani e i compiti dl movimento operaio, in La città, 25 luglio 1960

 

Bibliografia articolo

Il nemico interno, Cesare Bermani, Odradek, 1997

Cuori Rossi, Cristiano Armati. Newton Compton,2008

Naufraghi, Ugo Maria Tassinari,

6098 letture totali 2 letture oggi

1 comment to Piazza Fontana, la strage è di Stato 2/4

Lascia un Commento

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>