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1983: BOMBE A BEIRUT

1990 - Andreotti ammette l'esistenza di una rete parallela ai servizi segreti militari, Gladio, nata con lo scopo di opporsi ad una eventuale invasione dell’Unione Sovietica. In seguito verrà alla luce che la Gladio è stata coinvolta nella strategia della tensione e in alcune delle vicende più oscure della storia recente italiana

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40 anni fa, Piazza Fontana…

mano fascista

Chi legge abitualmente il nostro blog sa bene che uno dei capisaldi della nostra attività politica ruota intorno alle questioni della difesa della nostra memoria e dell’uso politico che si fa della storia. Proprio per questo siamo felici di aver ricevuto e di poter pubblicare l’introduzione di un quaderno sulla strage di Piazza Fontana redatto in occasione del quarantennale dai compagni di Contropiano. Siamo convinti come loro che se anche la verità giudiziaria sugli anni dello stragismo non arriverà mai, quella politicà e storica è ormai incontrovertibile: LE BOMBE NELLE PIAZZE E NEI VAGONI, LE HANNO MESSE I FASCISTI, LE HANNO PAGATE I PADRONI.

Dalla strage di Piazza Fontana a oggi

Una strage lunga quaranta anni

Questo quaderno di Contropiano realizzato in collaborazione con la libreria “Quarto Stato” di Aversa, nasce con due ambizioni. La prima è quella di risultare utile a chi oggi ha meno di trenta anni per capire cosa è stata la “guerra di bassa intensità” che  con la Strage di Piazza Fontana il 12 dicembre del 1969, è stata scatenata in Italia quaranta anni fa contro il movimento operaio e la sinistra e che ha fatto quasi seicento morti, ha prodotto più di cinquemila detenuti per motivi politici, ha visto centinaia di persone ammazzate per le strade e nelle piazze, ha introdotto leggi speciali liberticide e l’uso della tortura. L’incredulità di quando racconti tutto questo ad un ospite straniero o lo stupore di una studentessa di fronte al fatto che tutto questo non è stato il copione di una riuscita fiction televisiva ma la storia reale del recente passato del nostro paese, ci ha spinti in occasione dei quaranta anni dalla strage di Piazza Fontana, a cercare di spiegare e sistematizzare quaranta anni di storia e di provare a spiegarla ad almeno due generazioni politico/anagrafiche successive a coloro che l’hanno vissuta. Questo tentativo ha all’attivo già  una buona pubblicazione – “Cuori Rossi” di Cristiano Armati -  che riteniamo sia un’opera che i più giovani dovrebbero assolutamente utilizzare. Ci sembra inoltre di poter condividere il nostro lavoro e quello di Armati anche  nella lettura del conflitto politico che c’è stato in Italia inteso come una “Guerra di Bassa Intensità”  scatenata dai poteri dello Stato italiano  e dagli apparati USA contro i movimenti sociali e la sinistra. Gli effetti di questa guerra di bassa intensità, a nostro avviso,  agiscono ancora oggi sul piano politico e conformano tuttora lo scenario in cui agiscono – come soggetti ed oggetti – forze formalmente diverse da quelle protagoniste di quella guerra. Una dimostrazione di questa continuità, in molti l’hanno potuta vedere, verificare  e in alcuni casi sperimentare sulla propria pelle a Genova nel luglio 2001. Quel conflitto è stato scatenato da un blocco di forze che ha avuto come cemento ideologico l’anticomunismo e l’odio di classe, che a ben vedere è lo stesso cemento che tiene insieme il blocco sociale di potere che oggi governa il paese ed egemonizza ideologicamente larga parte della società in cui siamo chiamati a dare battaglia politica, sociale, culturale, sindacale. La seconda ambizione è quella di riportare al presente una verità storica e politica che la verità giudiziaria non avrà mai la possibilità di stabilire né di ricostruire. Le pagine di atti giudiziari sulla Strage di Piazza Fontana, sulla stagione delle stragi di stato, sugli eventi sanguinosi e perversi della guerra di bassa intensità vissuta dall’Italia sono ormai decine di migliaia. Ma molti dei  documenti più importanti su tutto questo non potranno mai essere svelati, neanche dall’eventuale abrogazione del segreto di stato, perché molte prove sono state distrutte. E’ stata una guerra brutale condotta in segreto e nella sfera pubblica, che ha lasciato tracce nella storia ma non prove, almeno dal punto di vista giudiziario. E’ per questo che abbiamo deciso di ripubblicare uno dei più coraggiosi scritti corsari di Pierpaolo Pasolini, quello in cui rivela di sapere chi è stato a concepire e gestire una sorta di colpo di stato permanente allevato però dall’apparato stesso dello Stato. In questo percorso tra passato e presente, abbiamo deciso di pubblicare anche due inchieste di Contropiano.  Entrambe sono dedicate al ruolo delle organizzazioni neofasciste che agisce ancora oggi, un ruolo di infiltrazione e aggressione contro le organizzazioni, i progetti e i soggetti della trasformazione sociale già sperimentato in passato contro i movimenti e i governi progressisti sia in Italia che nel continente latinoamericano. Ospitiamo inoltre il contributo di uno dei protagonisti del 12 dicembre 1969, Roberto Mander, che fu accusato insieme ad altri compagni anarchici e che per anni ha condotto una battaglia di verità su quella ed altre vicende storiche del nostro paese. Abbiamo arricchito la documentazione anche con alcuni passaggi delle audizioni del giudice Salvini alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle Stragi e con una ampia bibliografia ragionata per argomenti che consenta a chi vuole conoscere, studiare, approfondire di sapere su quali fonti può attingere. Infine ci siamo concessi la licenza di rimettere in circolazione una “chicca” dal punto di vista storico e artistico. Si tratta del film “Processo Politico” di  Francesco Leonetti, uno degli intellettuali del Gruppo ’63, girato nel 1970 e dedicato al processo per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, “suicidato” nei giorni successivi alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. E’ un film d’epoca, realizzato con uno stile molto francese che ricorda quello di Jean Luc Godard, ma che serve a visualizzare con gli occhi e i colori dell’epoca quel pezzo di storia nei mesi immediatamente dopo la strage di Piazza Fontana.

In Italia non è ancora finita la “guerra dei quaranta anni”
L’ambizione di mettere insieme memoria, storia e chiavi di lettura utili ancora per l’oggi, è una sfida politica e culturale azzardata nell’epoca del rovescismo storico (“la fase suprema del revisionismo storico” come direbbe il prof. D’Orsi) e del dominio della dimensione congiunturale nell’analisi della realtà. Eppure come militanti, ricercatori e mediattivisti abbiamo ritenuto opportuno stabilire un punto di resistenza attiva nella memoria storica e nell’identità politica ancora oggi decisiva per tenere aperta una ipotesi di cambiamento radicale nel nostro paese. La guerra di bassa intensità combattuta in Italia dagli anni sessanta a oggi – che chiameremo la “guerra dei quaranta anni” -  ha avuto fasi diverse di maggiore o minore brutalità. Oggi sono in molti – con una convergenza apertamente bipartizan – a voler mettere sotto il tappeto la spazzatura, i morti, i feriti, gli orrori e gli errori di questo conflitto. Ma questo conflitto resta aperto e riemerge qua e là sotto forma di polemica giornalistica o storica, di allarme politico, di rovesciamento della verità a fini politici. Sono molti infatti coloro che considerano quella guerra non conclusa (vedi le esternazioni di molti ministri) e altrettanti che lo hanno dichiarato apertamente, rifiutandosi ripetutamente di varare – ad esempio – un provvedimento di amnistia per i reati politici commessi durante la guerra di quegli anni che sancisse in qualche modo la fine del conflitto. Questo processo di “pacificazione”, è avvenuto in tutti i paesi dove c’è stato un sanguinoso conflitto interno: dalla Francia all’Uruguay, dall’Argentina all’Irlanda del Nord.  Nel nostro paese no, al contrario, l’armamentario politico, ideologico, legislativo, poliziesco protagonista della “guerra dei quaranta anni” è tuttora vigente. Emblematico è come l’unico paese europeo compagno di strada di questa logica di continuità della guerra sia proprio la Spagna, dove le eredità del franchismo sono ancora forti e dove l’intero apparato politico e statale ostacola e impedisce il negoziato e la pacificazione sul conflitto nei Paesi Baschi. Ciò spiega perché venga tuttora negata e annebbiata la verità sulle Stragi di stato, sul ruolo delle organizzazioni neofasciste, sulla regia dei servizi segreti statunitensi, israeliani, NATO nella guerra dei quaranta anni. Dopo quaranta anni di inchieste giudiziarie, processi, sentenze, commissioni d’inchiesta le stragi non hanno colpevoli…. e incredibilmente non succede niente sul piano politico. Il depistaggio nelle inchieste sulla strage di Piazza Fontana e sulle stragi di Stato, non è solo giudiziario, è stato un aperto depistaggio politico che è servito a depotenziare i movimenti antagonisti al sistema ed a stroncarli con “ogni mezzo necessario” da parte degli apparati dello stato e della classe dominante.

Dalla Guerra Fredda alla Guerra di Bassa Intensità. Il cambio di passo degli anni Sessanta
Il Partito Atlantico – composto da partiti politici e poteri forti legati agli USA – che ha sempre agito trasversalmente nella situazione politica italiana, scatenò nel nostro paese una nuova guerra negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale.
Il suo obiettivo era inizialmente impedire che l’Italia mettesse in discussione gli equilibri di Yalta e che l’Italia rimanesse a tutti i costi nella sfera di influenza USA/NATO. Ma via via che la storia sociale del paese progrediva, questa guerra non dichiarata è uscita dai canoni della guerra fredda tra est e ovest, per assumere i canoni di una guerra di bassa intensità concepita e gestita soprattutto sul “fronte interno” sulla base dell’odio di classe, lo stesso che ispira il blocco sociale reazionario oggi dominante. Sta qui il cambio di passo e la rilevante differenza qualitativa tra la “guerra dei quaranta anni” combattuta in Italia e invece la rapida normalizzazione politica del ’68 in altri paesi europei come Francia e Germania. In Italia le classi dominanti hanno impiegato almeno dieci anni per normalizzare la rottura sociale apertasi parzialmente nel’68 studentesco, potenziatasi con le lotte operaie nell’Autunno Caldo del ’69 (contro cui venne scatenata la strage di Piazza Fontana), radicalizzatasi con il movimento del ’77 fino alla normalizzazione violenta dei primi anni Ottanta e alla normalizzazione politica in corso dagli anni Novanta a oggi. Il 1969 vide mobilitarsi circa 7,5 milioni di lavoratori che produssero 302 milioni di ore di sciopero e di conflitto sociale aperto nel paese. In quello stesso anno, prima della strage di Piazza Fontana, esplosero circa 145 bombe. Ad agosto del 1969, quattro mesi prima della strage del 12 dicembre a Piazza Fontana, i fascisti fecero esplodere 10 bombe sui treni (2 non esplosero) provocando decine di feriti. Una parte dell’esplosivo glielo fornirono i comandi militari USA e NATO delle basi del Triveneto (Verona, Vicenza ed altre). Il Partito Atlantico – imperniato intorno alla DC ma non solo ad essa – ha dunque scatenato e combattuto una guerra sporca nel nostro paese. Si è servito di uomini politici, dei servizi segreti italiani e stranieri (e non solo di quelli USA), dei carabinieri, dei gruppi neofascisti e in alcuni casi anche delle organizzazioni criminali. Si è servito degli apparati di  intelligence del regime fascista e della Repubblica di Salò tutelando, assoldando e arruolando criminali fascisti che sarebbero dovuti finire davanti al plotone d’esecuzione. Ha creato diverse reti di “Uomini neri” disponibili a mettere bombe nelle banche, sui treni, in piazze e stazioni affollate, a uccidere senza scrupoli, a far sparire persone e documenti compromettenti. Ha riempito di soldi, armi e coperture i gruppi neofascisti nati come funghi già negli anni Cinquanta. In sostanza ha organizzato e gestito quella che gli strateghi militari statunitensi hanno definito “Guerra di bassa intensità”, una guerra in cui l’elemento propriamente militare è ridotto, in cui prevale la commistione civile-militare e il target sono individui o organizzazioni sociali più che forze armate avversarie. In Italia, il ricorso all’uso della violenza politica da parte di settori della sinistra extraparlamentare e del movimento operaio negli anni Settanta, va dunque contestualizzata ad uno scenario in cui la violenza statale e quella dei fascisti contro la sinistra era sistematica, ripetuta, pianificata e impunita. Per  molti aspetti fu una sorta di autodifesa collettiva giustificata dalle circostanze e non pianificata:  Solo successivamente – e drammaticamente per tutti – divenne un progetto politico fondato sulla militarizzazione dei movimenti sfociato talvolta in terrorismo. Ricostruire le reti che il Partito Atlantico ha usato in questa guerra a bassa intensità, è stato difficilissimo per tutti. Ad esempio l’inchiesta milanese del giudice Salvini – quella che è andata più in profondità – schematizza efficacemente in “Cinque Entità” queste reti (vedi la documentazione più avanti), ma si è dovuta arenare davanti al fatto che un procedimento giudiziario ha bisogno di prove certe (ad esempio testimoni in vita e non deceduti) e davanti agli ostacoli che dentro e fuori la stessa magistratura sono stati opposti alle sue investigazioni. Anche Salvini ha denunciato i depistaggi che hanno cercato di complicare la sua inchiesta, ma quella dei depistaggi rischia di diventare una clausola auto-consolatoria se non se coglie la sua dimensione politica e non giudiziaria. Le audizioni del giudice Salvini davanti alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla stragi sono un preciso atto di accusa alla “politica”. Salvini dice esplicitamente ai parlamentari della Commissione che lui con le sue indagini è arrivato fino al punto massimo al quale si poteva arrivare attraverso gli strumenti giudiziari. Le conclusioni storiche e politiche di quella inchiesta non potevano essere tirate da un magistrato ma solo dalla politica, e questo non è accaduto. E’ su questo che si apre la piaga delle corresponsabilità anche nella storia e nel presente della sinistra italiana.

La Madre di tutti i depistaggi: la tesi del “Doppio Stato”
Il depistaggio, non possiamo negare che sia una responsabilità che porta con se anche il più grande partito comunista europeo dell’epoca: il PCI. Il gruppo dirigente del PCI, pur conoscendo molto di come stavano le cose sin da prima della strage di Piazza Fontana del ‘69, preferì mettere i freni alle conseguenze di quello che sapeva (e che in gran parte sapevano tutti come afferma  Pasolini). Lo fece per timore del colpo di stato? E’ una tesi resa plausibile per il contesto storico di quegli anni. In Europa, l’Italia ritenuta l’anello debole del sistema NATO, è stata circondata da ben tre dittature militari (Spagna, Grecia, Portogallo) che  in alcuni casi durarono fino al 1978 e questa minaccia fu resa ancora più incombente dalla lettura che venne fatta dal PCI sul colpo di stato in Cile nel ’73. Il PCI depistò perché in nome della governabilità del paese doveva salvaguardare i rapporti con una parte della classe dominante collusa con gli apparati della guerra di bassa intensità? E’ una tesi estremamente plausibile. Lo fece perché doveva dare l’idea di uno Stato positivo che affondava le radici nel patto costituzionale dentro e contro cui agiva uno Stato parallelo eversivo? E’ la tesi che ha prodotto l’idea del “Doppio Stato” che alla luce dei fatti appare consolatoria e giustificazionista a posteriori.
E’ diventato così più facile dis/orientare l’attenzione pubblica sulla Loggia P2, sulla banda della Magliana, sulla mafia che, seppur coinvolti in questa guerra, ne erano parte dell’apparato ma non la cabina di regia. Il PCI, i suoi giornalisti e i suoi uomini nello Stato, hanno dunque alimentato anch’essi il depistaggio politico dando spazio a mille ipotesi, a mille piste, a mille suggestioni dentro cui si perdeva e si confondeva la pista giusta. L’accettazione della NATO e dell’alleanza subalterna agli USA da parte del PCI, è stata decisiva per impedire che si giungesse a conclusioni ovvie ma scomode e piene di conseguenze. Allo stesso modo l’interlocuzione con la DC andreottiana, tesa raggiungere prima il compromesso storico con la Democrazia Cristiana e poi il governo di solidarietà nazionale, hanno bloccato qualsiasi seria conclusione sulle responsabilità politiche nella guerra dei quaranta anni scatenata in Italia dal Partito Atlantico. Non solo. Già nella prima metà degli anni Settanta, il PCI incalzato dalla crescita di influenza politica della sinistra rivoluzionaria, si prestò a collaborare con gli apparati dello Stato (come ammette l’ex ministro degli interni Taviani) non solo contro le organizzazioni neofasciste, ma anche contro le organizzazioni della sinistra extraparlamentare. La tesi del “Doppio Stato” serve così agli eredi politici e agli orfani del PCI per giustificare una lealtà e una collaborazione inaccettabile con gli apparati statali e contro i movimenti antagonisti. Secondo la tesi del “Doppio Stato”, c’era uno “Stato legittimo” erede del Patto Costituzionale con il quale bisognava collaborare contro le trame eversive e c’era uno “Stato parallelo” che invece era il protagonista delle medesime strategie eversive. I fatti ci hanno dimostrato che così non era, tant’è che le stragi sono rimaste senza colpevoli e che lo Stato – se non in settori minoritari e via via marginalizzati – non ha mai dichiarato conclusa la guerra dei quaranta anni contro le forze della sinistra e i lavoratori.

Il sovversivismo permanente delle classi dominanti
Il sovversivismo del blocco sociale costruito da Berlusconi, trae origine da questa storia eversiva delle stesse classi dominanti che hanno dominato nei fatti lo Stato costituzionale nella storia del nostro paese e che in alcune occasioni sono state costrette al compromesso dalla forza del movimento dei lavoratori, dalla società democratica e dall’esistenza dei paesi del socialismo reale. Mettere fine a questi compromessi e liquidare i fattori che li avevano determinati, è stato l’obiettivo perseguito ferocemente negli anni Ottanta dagli USA, dalla NATO e dalle forze del Partito Atlantico a livello internazionale ed anche nel nostro paese. In Italia questa partita è stata parzialmente chiusa in quella fase e resta ancora aperta su diversi versanti. La denuncia da parte degli ambiti collaterali al PD del carattere eversivo del progetto berlusconiano da un lato sembra dimenticare tutto questo, dall’altro depista nuovamente la mobilitazione dell’opinione pubblica democratica non traendo – come allora – le conseguenze di questa pericolosità. Delle due l’una: si grida al lupo, si grida al regime, al rischio di un moderno fascismo ma non si adegua l’elaborazione e l’azione politica a questa valutazione. Al contrario, si rinnova quotidianamente il dogma della governabilità e della gestione bipartizan di tutti i passaggi politici decisivi delle sorti del paese, incluse le modifiche costituzionali, istituzionali ed elettorali. Per cercare di mettere a fuoco la crisi politica ed ideologica della sinistra e la cooptazione del PD nella logica della governabilità a tutti i costi, c’è dunque un peccato originale che va compreso fino in fondo.
Conoscere meglio la storia recente del nostro paese ci aiuterà senz’altro a capire meglio il presente.

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1 comment to 40 anni fa, Piazza Fontana…

  • Gesù

    davvero ben fatta.. illuminante ssotto certi punti di vista; un prodotto di massima utilità viste le numerose e poco fortuite analogie con il presente politico del nostro paese. Cambiano gli attori, ma la regia è la stessa.

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