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1984 - A Bophal, in India, dagli impianti della Union Carbide (ora Dow Chemical) vengono liberate 40 tonnellate di gas velenosi. Moriranno 20000 persone mentre gli intossicati saranno 500000. nessuno di loro ha ricevuto un risarciimento

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Al bivio della protesta: insistere, rilanciare, o tornare a giocare alla politica

 

Dopo circa tre settimane di mobilitazione siamo ad uno snodo determinante. Le, anzi la manifestazione di Napoli dello scorso 24 ottobre, al di là delle sue notevoli ambiguità di fondo, ha segnato un passaggio politico a suo modo decisivo. Dopo dieci mesi di politica a distanza, di testimonianze inconcludenti, di riunionismo telematico e di sostegno al governo Conte, la situazione si è rimessa in movimento. Potere del conflitto. Ovviamente ciò che abbiamo visto in queste settimane è davvero troppo poco per incidere davvero sulla realtà e sulla coazione a riperdere della sinistra del paese. È un’evidenza talmente ovvia da non dover neppure essere ricordata. Eppure, è tutto ciò che abbiamo in questo momento. L’alternativa l’abbiamo vista: da febbraio a ottobre la sola idea di manifestare gettava nel panico le organizzazioni e i militanti. Figuriamoci quei settori sociali annichiliti dalla crisi, privi di sponde politiche e di orizzonti ideali alternativi al disciplinamento emergenziale. Ha poco senso allora lambiccare sui limiti di questa mobilitazione, di per sé, come detto, evidenti: siamo tutti vaccinati alla critica politica per intravederne i problemi. Molto più senso assume l’idea di provare a fare politica nella mobilitazione, spingendola fino alle sue estreme conseguenze, superando se stessa. Facendo i conti con quel che c’è, non con quello che vorremmo ci fosse. Questa è la ragion d’essere del nostro investimento nella costruzione di questo movimento.  

Fin qui la mobilitazione ha dato prova di raggiungere obiettivi fino a un attimo prima insperati. Manifestazioni di massa, cortei non autorizzati, azioni di protesta, assemblee pubbliche aperte e partecipate. È poco, ma è già qualcosa. Manca il salto di qualità: da un lato la composizione sociale della protesta è ancora troppo aderente agli aggregati militanti, vive del continuo sforzo dei compagni e fatica ad andare oltre loro, oltre noi; dall’altro quella radicalità che si esprime a parole e nei ragionamenti pubblici fatica a tradursi in pratica di lotta. Le critiche di chi non è mai uscito da Facebook lasciano il tempo che trovano, va da sé. Eppure è un problema reale: se stiamo qui a parlare di una mobilitazione è solo grazie all’esempio della piazza napoletana. Una piazza non replicabile, per una lunga serie di ragioni, altrove e soprattutto a Roma. Nondimeno, ha determinato un fatto politico in grado di imporsi. Stiamo tentando di raccogliere questa istanza, niente di più, niente di meno. Spurgandola, diciamo così, dalla contaminazione tossica dell’egoismo proprietario, piccolo borghese, bottegaro. Non ci interessano improbabili sintesi politiche tra imprenditori e lavoratori dipendenti e disoccupati. La crisi non è uguale per tutti, nonostante anche quel pezzo – e forse soprattutto quel pezzo – di borghesia uscirà con le ossa rotte da questa ricaduta pandemica autunnale. È la direzione politica della protesta che ci interessa, non includere o escludere questo o quel pezzo di società depauperata dalla crisi. Quella direzione fino a Napoli era in mano all’estrema destra – non quella folcloristica di Castellino ovviamente – ma quella proprietaria, evasora, parassita dell’assistenzialismo statale quando serve, prontamente evasora e antistatale quando tornerà a commerciare. La libertà di profitto non ci interessa.

Dopo Napoli qualcosa è cambiato: la destra ha perso agilità, rinfrancata soprattutto dai famigerati “ristori” con cui lo Stato, attraverso la fiscalità generale, sta sostenendo questa plebe borghese anarco-vittimista. È rimasta sul campo della reazione solo l’opzione ideologica neofascista o negazionista, ovvero le curiosità fisiologiche della politica italiana. Roba davvero poco interessante. Viceversa, l’unica alternativa presente è quella che in queste settimane si è presa piazza Indipendenza, e poi ancora via del Corso e il centro di Roma, Porta Pia e San Lorenzo, e che mercoledì, a piazza dei Mirti, si vedrà ancora una volta pubblicamente per ragionare insieme sul futuro di questo percorso fragile e ancora giovane, inesperto e stupito del suo resistere nonostante tutto. Infine, sabato 21 ci sarà la manifestazione di piazza del Popolo. L’appuntamento centrale, che segnerà un passaggio chiave della mobilitazione di queste settimane. L’appuntamento che indicherà se riusciremo ad andare oltre noi stessi o no. Converrà rischiare qualcosa allora. Abbiamo bisogno di ragionare su di un piano di proposte credibile, su di un “programma” concreto e ideale al tempo stesso, capace di dialogare con quell’enorme porzione di società marginale e di proletariato urbano priva di referenti e oggi disinteressata alla politica prima ancora che alla protesta. Non ce la caveremo coi “tu ci chiudi tu ci paghi”, fin troppo pregni di ideologia reazionaria. Abbiamo bisogno di pensare dunque. Ma prima ancora abbiamo bisogno di esistere, di essere visibili, di manifestare, di segnare una nostra presenza, di imporre una lotta di classe. Se la politica, come piace filosofare ai guardiani del bidone, è rapporto di forze, ecco allora la costruzione della nostra forza passa a Roma per questa mobilitazione. È ora di crederci.

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