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3 December :
1984 - A Bophal, in India, dagli impianti della Union Carbide (ora Dow Chemical) vengono liberate 40 tonnellate di gas velenosi. Moriranno 20000 persone mentre gli intossicati saranno 500000. nessuno di loro ha ricevuto un risarciimento

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Tu ci chiudi? Tu ci paghi!

«This morning i woke up in a curfew»

Burnin’ and lootin’


Neanche cinque mesi dall’apertura della fase di “convivenza” con il Covid-19 che ci risvegliamo tutti – come cantava il re del reggae – sotto l’ennesimo “coprifuoco”. Cinque mesi di sostanziale amnesia rispetto alla gestione disastrosa della crisi Covid-19. Cinque mesi di sostanziale rimozione di quella “seconda ondata” che, se ci riflettiamo un attimo, sotto lockdown era il mantra quotidiano su tutti i giornali, secondo solo al “quando arriverà il vaccino?”. Adesso le fredde statistiche, più che le considerazioni ragionate, hanno preso per i capelli quanti gridavano “vittoria” – riaprendo le discoteche ma vietando i cortei – e fatto scomparire – fateci caso – tutto quell’indistinto magma negazionista e social-confuso che abbiamo visto, nostro malgrado ma con grande interesse di psichiatri e antropologi in erba, sfilare in città.

Eppure il piano inclinato in cui ci siamo ritrovati senza neanche rendercene conto sembra acquistare progressivamente sempre più pendenza. La tendenza generale appare chiara e anche le prime frizioni tra Governo e Regioni, se la progressione al contagio rimarrà costante, cederanno inevitabilmente il passo alla chiusura progressiva (come ha tentato di fare De Luca in Campania e come sta facendo Emiliano in Puglia), tentando di rimediare all’irrimediabile dopo che in tutti questi mesi le uniche manovre in grado di arginare il contagio non sono state messe in atto. Eh sì, perché si parla tanto di emergenza, di virus come “unico nemico” e della necessità di serrare i ranghi di fronte all’agente invisibile ma oggi più che mai il nemico, quello vero, ce l’abbiamo in casa ed è ben visibile: si chiama gestione padronale della crisi.

I numeri della “ripartenza” parlano chiaro e se consideriamo i tre settori strategici per tentare almeno di governare il fenomeno del contagio in una società che riprende progressivamente a vivere – sanità, scuola, trasporti –, si chiarisce come la tanto decantata “ripartenza” sia stata solo una falsa partenza.

Prendiamo la sanità: dopo lo scenario da “linea del fronte” in cui era piombato il Nord-Italia lo scorso marzo, con la chiamata alla leva per i neo-specializzati e gli spasmodici tentativi di accaparrarsi materiale tecnico sui mercati internazionali ci troviamo, in piena seconda ondata, con un aumento del numero delle TI di circa 1.913 unità (da 5.179 quali erano a 7.092, su 8.732 programmate dal decreto Rilancio) di cui il 30% (2128) riservato ai pazienti Covid.  un numero certamente insufficiente a “reggere botta”. A questo si aggiunge un numero di medici e personale sanitario sostanzialmente invariato, con assunzioni irrisorie e sufficienti solamente a tamponare il turn over dei pensionamenti. Per il settore cruciale dei trasporti, servizio che secondo i dati del Comitato tecnico-scientifico garantisce a 30 milioni di italiani di raggiungere il proprio posto di lavoro o di studio, e dunque, se non potenziato adeguatamente e reso fruibile, anche al virus di raggiungere questi 30 milioni di salariati e studenti con inedita facilità, è stata stanziata dal MIT la cifra di trecento milioni di euro. Fino ad ora, di questi soldi ne sono stati utilizzati poco meno di centoventi milioni. Tradotto, tra mezzi fermi e rimessi in servizio, il ricorso ai bus turistici ormai fermi da marzo e i vari servizi privati sono stati mobilitati in tutto circa 1.600 mezzi, su un totale di 40 mila mezzi già in servizio nelle 144 aziende di trasporto locale. Misure che è inutile dire quanto siano insufficienti a gestire una convivenza con il virus. Da ultima la scuola, servizio fondamentale per chiunque abbia dei figli e soprattutto per i lavoratori, che vivrebbero come una tragedia anche solo una chiusura parziale (visto che le scuole si fermano ma la fabbrica no), ma soprattutto – dimensione che è colpevolmente scomparsa da qualsiasi dibattito –  la necessaria tutela del diritto all’istruzione e alla formazione, mortificato da quella merda classista chiamata DAD che pure tanti professori invocano, e che con la gestione avuta fino ad ora rimarrà solo una bella parola scritta sulla carta. In questo caso, dell’ampliamento delle strutture scolastiche e dell’assunzione di nuovo organico, i due problemi strutturali che azzoppano l’istruzione pubblica da molto prima che il Covid-19 vi si affacciasse, non vi è stata nemmeno l’ombra, con i concorsi banditi dal MIUR che sono rimasti lettera morta, una gestione delle graduatorie per i supplenti e precari a dir poco disastrosa e l’idea di un serio piano per l’edilizia scolastica che viene ormai considerata una lontana utopia.

A fronte della sostanziale insufficienza delle misure imbastite dal governo per garantire una convivenza con il virus che, verosimilmente, fino a quando non ci sarà un vaccino sarà necessaria troviamo, da contraltare, il partito di Confindustria che brandisce il suo “nuovo” programma per “l’Italia di domani” – presentato a Viale dell’Astronomia il mese scorso – che senza lasciare nulla all’immaginazione, (ri)propone licenziamenti “rapidi e indolori”, privatizzazione selvaggia della sanità e una scuola piegata alle funzionalità del mercato. Non risparmiando, ovviamente, una stoccata al modello “Sussidistan”, com’è stato ironicamente chiamato, ma dimenticandosi che mentre il reddito di cittadinanza è costato circa 7 miliardi del bilancio annuale, lo Stato, secondo Bankitalia, garantisce una cosa come 40 miliardi l’anno tra contributi agli investimenti e aiuti alla produzione, senza contare i riflessi benefici delle commesse dello Stato per le infrastrutture e l’acquisto dei beni intermedi.

Come far fronte, dunque, al vero nemico politico, a quella gestione padronale della crisi che precipita il paese in una cura più mortifera della malattia? Le varie piazze che sono esplose in questi giorni, e soprattutto quella napoletana, ci ricordano almeno due cose. 1) che l’unico momento in cui il potere politico comincia a ragionare è quando le piazze si riempiono. Un aspetto che può apparire scontato e banale ma che, in una fase di sostanziale pacificazione e bloccata dalla paura del contagio, non è superfluo ribadire. 2) e poi che se queste piazze, anche intelligentemente, cercano di praticare momenti di conflitto, riescono a guadagnare terreno politico e una maggiore centralità. Ma le piazze di questi giorni ci dicono anche che, nonostante la natura composita ed eterogenea che le caratterizzava abbia dato spazio alla quasi totalità dei settori sociali, la presenza di una sinistra di classe organizzata e con delle parole d’ordine chiare è risultata sempre rarefatta e poco visibile. Questo in uno spettro che va dall’esempio napoletano in cui, in virtù delle peculiarità di quella metropoli e della capacità dei compagni di “saper stare” in contesti spuri e contraddittori, la piazza ha determinato un risultato politico chiaro; per arrivare poi a quello romano dove, per adesso, le uniche piazze che si sono determinate erano il palcoscenico di goffi tentativi della fascisteria di cavalcare i malumori di una piccola borghesia in fermento, o vere e proprie iniziative sponsorizzate dal leaderino dei commercianti di turno. Passando ovviamente per tutto il resto d’Italia, in cui si sono determinate altrettante piazze con le rispettive contraddizioni.

È necessario dunque battere un colpo anche in questa città, e farlo intelligentemente, tenendo conto che non siamo a Napoli e che non possiamo dimenticarci quanto profonda sia la vocazione bottegaia e commerciante di questa città, da sempre bacino di sostegno di tutti i soggetti reazionari che si sono susseguiti e, almeno da altrettanti anni, impermeabile a qualsiasi tentativo o parola d’ordine proveniente da sinistra. Una vocazione estremamente composita e stratificata, che tiene insieme il baretto a conduzione familiare e in via di fallimento, e quindi anche roba nostra, con veri e propri proprietari di piccoli imperi della ristorazione che, verosimilmente, beneficeranno di tutti gli incentivi governativi alla piccola impresa a differenza delle migliaia di lavoratori in nero che sfruttano.

Nonostante questo, però anzi: proprio per questo, la necessità per la sinistra di battere un colpo, con il countdown della chiusura definitiva che è scattato, rimane vitale.

Per ribadire che la gestione padronale della crisi non sarà pagata ancora una volta dai proletari di questa città, che un secondo lockdown non sarà indolore perché a subirne i costi saranno sempre la periferia e le fette più vulnerabili di questa società e, sopra ogni cosa, che i ricatti della Confindustria avallati dal governo troveranno un’opposizione determinata e conflittuale anche nelle strade e nelle piazze della Capitale.

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2 comments to Tu ci chiudi? Tu ci paghi!

  • Ernesto

    verrò a protestare, sarò a piazza indipendenza, ma leggere le vostre etichette date alle proteste precedenti che si sono svolte a roma restituisce la misura della vostra pochezza intellettuale di cui già i numeri ne sono amari testimoni!
    a sinistra della sinistra ( di quale? leggo cremaschi nei commenti e mi vengono i brividi…) non c’è più nessuno proprio perché continuate a guardarvi i piedi, la battaglia contro l’Europa e i suoi dogmi, lo stop alle guerre capitaliste neocolonialiste, la rinazionalizzazione delle industrie strategiche del nostro paese, la rinascita del blocco ministero del tesoro e banca d’italia, ect., insomma quando?

  • maria

    Di sabato alle 18 e in Piazza Indipendenza C’è un motivo particolare?

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