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Il Covid, la “sinistra radicale” e Gagliardini

24 giugno 2020, e la ventisettesima giornata di un campionato appena ricominciato dopo il lockdown e in uno stadio Meazza completamente vuoto per via delle norme anti Covid si affrontano Inter e Sassuolo. Al diciottesimo del secondo tempo, mentre la squadra di casa è in vantaggio di una lunghezza, Lautaro Martinez entra in area dalla sinistra e passa il pallone indietro a Lukaku, l’attaccante belga tira di prima intenzione e sulla miracolosa respinta del portiere emiliano il pallone capita tra i piedi di Roberto Gagliardini. Il centrocampista nerazzurro si trova solo, a porta vuota, a poco più di un metro dalla rete e, incredibilmente, sbaglia, e manda il pallone contro la traversa e divorandosi un gol già fatto. Ecco, se dovessimo immaginarci una rappresentazione plastica della cosiddetta sinistra radicale italiana oggi, l’errore di Gagliardini ne sarebbe un esempio quasi perfetto.

La crisi epidemica, ancor di più di quella economica e sociale in cui siamo immersi, ha fatto emergere in maniera eclatante tutte le contraddizioni di un sistema dominato dal profitto. E lo ha fatto in una maniera assolutamente intellegibile anche da parte del cosiddetto “uomo della strada”, sicuramente molto di più di quanto non fosse accaduto 12 anni prima con la crisi dei mutui subprime. Questa volta non bisogna certo sapere cosa sia il capitale fittizio o essere addentro ai processi di finanziarizzazione dell’economia per rendersi conto di come, in un’epoca caratterizzata da un’abbondanza di merci e da una capacità produttiva senza precedenti nella storia dell’umanità, in tutti paesi, compresi quelli “avanzati”, si stanno manifestando in maniera paradossale tutta una serie di carenze e di penurie che sono costate la vita a migliaia di persone.

Nel giro di qualche settimana ci siamo tutti resi conto che mancavano gli ospedali, perché sia il centrodestra che il centrosinistra li avevano chiusi negli anni precedenti. E poi mancavano i posti letto, perché erano stati tagliati per risparmiare in ossequio alle prescrizioni neoliberiste. Mancavano le terapie intensive, mancavano i respiratori polmonari, mancavano addirittura le mascherine e i dispositivi di protezione individuali per gli operatori sanitari, che infatti si sono contagiati a migliaia e morti a centinaia. E poi non c’erano medici e infermieri a sufficienza, tanto da dover richiamare quelli in pensione. Mancavano i reagenti e mancavano pure i centri diagnostici per processare i tamponi.

Per evitare la diffusione del contagio ci è stato imposto di restare chiusi in casa, ma a decine di migliaia di famiglie mancava anche quella, oppure mancavano le stanze e i metri quadri sufficienti per evitare di vivere ammassati giorno e notte amplificando la diffusione del virus. E questo mentre star e starlette postavano video dalle loro ville per dire quant’era bello riscoprire come fare il pane a casa. E poi mancavano le scuole con le strutture adeguate, tanto da doverle chiudere per mesi costringendo gli studenti di ogni ordine e grado alla didattica a distanza. Ma in molti comuni mancava la rete e in molte famiglie non c’erano né tablet, né computer. E poi mancavano i mezzi di trasporto pubblici sufficienti a far spostare in sicurezza chi doveva comunque andare a lavorare e infine non c’erano luoghi di lavoro salubri in cui evitare di contagiarsi e soprattutto non c’era un sistema di protezione sociale che tutelasse davvero tutti quelli che perdevano il posto di lavoro. E dopo nove mesi tutto quello che mancava a marzo continua drammaticamente a mancare pure adesso.

Ma soprattutto, quello che è emerso in tutta la sua drammaticità, è che è mancata una forza politica che avesse la lucidità, la stazza e la credibilità per legare insieme tutte queste contraddizioni in una critica complessiva e generale al modello di società dominante. Come davvero poche volte accade nella storia, la critica sociale poteva finalmente spogliarsi dall’astrazione dei testi sacri e delle frasi scarlatte buone per ogni assemblea per diventare essa stessa un’arma, utile, se non a vincere, almeno a riconquistare un ruolo e un posto nella società; ad imporre un punto di vista originale. E invece quel gol a porta vuota lo abbiamo sbagliato, e proprio come Gagliardini siamo riusciti a prendere in pieno la traversa, permettendo alle classi dominanti di imporre la loro narrazione dei fatti. Ora, ad essere onesti, quel soggetto politico collettivo e complessivo a cui facevamo riferimento sopra manca in realtà già da qualche decennio e le ragioni sono talmente innumerevoli che anche a metterle in fila si farebbe fatica. Eppure c’è una dato, magari marginale, ma che in questi mesi si è manifestato in maniera prepotente e che forse aiuta a comprendere meglio le difficoltà in cui ci dibattiamo. Ci riferiamo al fatto che sull’onda dell’emergenza anche molti compagni siano finiti in un modo o nell’altro per introiettare il punto di vista del nemico di classe, fino ad assumere in tutto e per tutto un atteggiamento “compatibilista” che lascia davvero spiazzati e che li ha fatti diventare quasi più realisti del Re, o di Conte in questo caso.

Facciamo un esempio, quello più recente in ordine temporale e che sta animando il dibattito nazionale in vista dell’ennesimo DPCM previsto per lunedì. Di fronte alla prevedibilissima recrudescenza autunnale dei contagi alcuni presidenti di Regione hanno proposto la chiusura e la didattica a distanza per le scuole medie superiori allo scopo di decongestionare il trasporto pubblico. Le foto degli autobus strapieni e dell’assalto ai vagoni della metro stavano infatti creando agli sceriffi antiCovid più di qualche imbarazzo visto che sarebbe spettato a loro provvedere per tempo. Quindi, come abbiamo imparato bene in questi mesi, in assenza di una strategia ben definita si è pensato bene di procedere per anticipazioni: si butta li una sparata all’ansa, chiudiamo le scuole superiori, si testano le reazioni del pubblico e se lo share è alto ci si muove in quella direzione, altrimenti ci si orienta verso altre trovate estemporanee, ma che danno comunque alla collettività l’illusione che si stia facendo qualcosa. Nulla di nuovo sotto il sole, De Luca in questo modo c’ha preso il 70%.

Ciò che invece ci ha sorpreso, negativamente, è la reazione mostrata da una parte di quel pubblico che potremmo definire di estrema sinistra a fronte di questa ennesima boutade. Almeno a leggere i post e i commenti in rete alcune delle presunte avanguardie, se non politiche, quantomeno meno sociali e culturali di questo paese non solo sposano la necessità della chiusura delle scuole, parziale o totale che sia, ma addirittura auspicano l’implementazione oltre ogni misura dello smart working.

Ora, cari compagni “realisti”, cercheremo di dirlo nel modo più aulico e pacato possibile, perché forse non ne avete sufficiente contezza: la DAD era e resta una merda classista che penalizza soprattutto gli studenti proletari. E la didattica mista, quella con metà classe in presenza e l’altra metà abbandonata a casa davanti a un monitor per intenderci, se possibile, lo è ancora di più. La scuola non può essere considerata un parcheggio per minorenni e nemmeno può essere affrontata, come invece sembra facciate voi, come un problema puramente logistico, ma è il luogo in cui viene garantito il diritto all’istruzione. E sottolineiamo la parola “diritto”, perché chiuderla, in qualsiasi forma, equivale a negarlo. E poi, per dirla tutta fino in fondo, almeno per noi (e per voi?) la scuola non è, o almeno non dovrebbe essere, nemmeno un gigantesco imbuto per inculcare nozioni dall’alto verso il basso, ma un luogo in cui il sapere, soprattutto quello critico, si muove e si costruisce in maniera orizzontale, soprattutto attraverso la socialità tra pari. E fa davvero un po’ strano doverlo ribadire a degli interlocutori “di sinistra” o a degli ex leaderini studenteschi.

Per quanto concerne lo smartworking poi, chiedere di aumentarlo non significa altro che chiedere di aumentare lo sfruttamento, i ritmi di lavoro e il controllo per tutti quei lavoratori e quelle lavoratrici che in questi mesi hanno progressivamente visto diradarsi, ad esempio, la distinzione tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro. Un orizzonte, qiello dello smart working, che infatti è ampiamente condiviso dai padroni che in questo modo si ritroveranno con una classe lavoratrice ancora più individualizzata, ancora più atomizzata e ancora meno sindacalizzabile di quanto non sia già oggi. Una vera manna per i profitti, lavoratori su cui scaricare alcuni costi vivi (ad esempio la corrente, la connessione, ecc) mentre contemporaneamente si risparmia in infrastrutture e capitale fisso.

A quasi un anno dall’inizio della pandemia non si può più tollerare che ci si muova come se ci trovassimo di fronte a un’emergenza inaspettata. Il piano del ragionamento va completamente ribaltato, invece di preoccuparci di come negare il diritto all’istruzione o aumentare lo sfruttamento per risolvere ai governanti il problema dei trasporti, ad esempio, dovremmo lottare, come governati, per imporre l’aumento delle corse e l’assunzione di nuovi autisti. Se non si può lavorare perché c’è il rischio contagio, allora che si resti a casa, ma in malattia e a salario pieno. Se, come ormai abbiamo ampiamente compreso, l’unico modo per convivere con il virus è il distanziamento fisico (e non quello sociale, concetto orribile che lasciamo ai padroni visto che il linguaggio non è mai neutro) allora ci vogliono più aule, più professori, più ospedali, più medici e infermieri, più ricercatori, più case popolari, più mezzi pubblici, ecc ecc. E se non è adesso il momento di pretendere tutto questo, allora quando? E se non lo fanno i compagni, allora a che servono?

 

 

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18 comments to Il Covid, la “sinistra radicale” e Gagliardini

  • br1

    Daccordo, così è semplice ed efficace, ma quanto influisce secondo voi il punto in cui dite “..quel soggetto politico collettivo e complessivo a cui facevamo riferimento sopra manca in realtà già da qualche decennio..” ?? Anche perchè secondo me è già tardi, la crisi la stiamo già pagando, bisognava fare di più prima. Mi riferisco sia agli ultimi decenni, che agli ultimi 9 mesi, in cui, a mio avviso, decidere di chiudere tutto ha significato proprio quello..

  • Pablo

    “A che servono i compagni?” A niente, diciamocelo. Dal 1 marzo si sono accampati: da una parte i chierici del dpcm, dall’altra i negazionisti.
    Eppure bisogna dire che non è neanche così sbrigativa la faccenda. Dov’è che invece la “sinistra” (di qualsiasi tendenza) è riuscita a smarcarsi dal tecnicismo epidemiologico o dal complottismo negazionista? Non mi pare ci siano altri luoghi nel mondo in cui la crisi epidemica abbia favorito l’ascesa di discorsi radicali e alternativi. Questo è un fatto con cui fare i conti: ci sono cose che l’uomo non controlla, perchè l’uomo fa parte di un ecosistema più complesso e non lo determina completamente, quindi ci sono eventi che la società subisce e non governa. Mettiamocelo in testa una buona volta.
    Detto questo, rimane vera la critica di fondo: che si parli di scuola, di trasporti, di sanità o di produzione, la “sinistra” si accoda alla narrazione ufficiale, a volte rafforzandola (su Dad e smart working ad esempio), altre volte affidandosi alla magia (“blocchiamo la produzione”).
    L’unica consolazione è che non contiamo nulla. Altrimenti, avesse governato la sinistra questo paese, saremmo tutti morti verso il 15 marzo, o di coronavirus (“è solo un’influenza”) o di fame (“chiudiamo tutto e non riapriamo più nulla fino al vaccino”). Solo per questo, occorrerebbe essere cauti e non credere di avere la verità in tasca.

    • Fidelista

      “Questo è un fatto con cui fare i conti: ci sono cose che l’uomo non controlla, perchè l’uomo fa parte di un ecosistema più complesso e non lo determina completamente, quindi ci sono eventi che la società subisce e non governa. Mettiamocelo in testa una buona volta.”

      Non sono d’accordo, il legame tra l’insorgenza di alcune patologie, tra cui il sars-cov-2,e la pressione antropica sugli ecosistemi naturali è stata dimostrata scientificamente. La stessa OMS nel settembre 2019 aveva licenziato un rapporto sull’inevitabilità dell’arrivo di una nuova pandemia, e alcuni ricercatori già da anni indicavano nella Cina l’epicentro di nuovi possibili spillover. E questo non perchè i cinesi sono cattivi od omertosi, ma perchè lo sviluppo capitalistico impetuoso spinge inevitabilmente in quella direzione.

      Dopo di che sarà anche vero, come dici, che in altri luoghi del mondo non c’è stata l’ascesa di discorsi radicali, ma intanto in pochi mesi abbiamo visto Stati Uniti, Cile e Indonesia attraversati da movimenti di massa e conflittuali, mentre qui da noi la sinistra radicale, o una buona parte di quello che ne resta, si è chiusa in casa da marzo e sta a guardare le dirette FB di Conte.

      • Pablo

        Non so in Cile o in Indonesia, ma per ciò che riguarda gli Usa la protesta non è legata alla gestione dell’epidemia (e lì ce n’era per fare una rivoluzione mi pare), ma a tutt’altre dinamiche. Insomma, intendevo dire che non mi sembra che in altre parti d’Europa o del mondo si sia sviluppata una dinamica “gestione capitalistica della crisi sanitaria=rafforzamento di un’ipotesi di sinistra radicale”.

        Sul resto, ovvero che si poteva sapere, che c’erano dei chiari segnali, eccetera, si, ovvio. Ma anche un pò vago. Un pò come il cambiamento climatico: tutti sappiamo che il mondo, così com’è, non va. Ma da questa certezza a vedere stravolto il mondo domattina ce ne passa. Poi, se e quando succederà, dubito che la sinistra raccoglierà il testimone della verità (del tipo: “lo abbiamo sempre detto, lo vedete avevamo sempre avuto ragione”), perchè la verità è sempre concreta, contingente, mai astratta. Sapere che il mondo andrà incontro a crisi ambientali “nel prossimo futuro” equivale alla previsione che, “prima o poi”, il capitalismo finirà per le sue contraddizioni interne. Certo, siamo d’accordo, ma non per questo “avremo avuto sempre ragione”. E, meno ancora, qualcuno nella società ci darà retta per questo. Insomma i presagi di sventura sono facili a farsi, l’importante è avere proposte politiche per l’oggi, intestarsene la rappresentanza, ed è questo ciò che mi sembra mancare.
        Anche perchè, per tornare all’epidemia, se tutti sapevano che il problema sarebbe nato in Cina, vuol dire che in Cina è in corso “uno sviluppo capitalistico impetuoso”. Dunque la Cina è un paese capitalista. Posso pure essere d’accordo, ma bisognerebbe spiegarlo al resto del mondo, che vede la Cina governata da un Partito comunista. Insomma le questioni sono molto complesse, e la sinistra non ha dato prova di saperle decrittare oltre gli slogan. Come ad esempio, sempre rimanendo all’esempio cinese, elogiarla per la “gestione comunista” dell’epidemia (senza contare i dati ufficiali, quantomeno sospetti diciamo) e, al tempo stesso, criticarla per la natura capitalistica del suo sviluppo. O l’una o l’altra cosa. O è comunista o è capitalista. E se c’è un impetuoso sviluppo capitalistico, anche la gestione dell’epidemia è stata capitalistica.

  • Fidelista

    Sinceramente non capisco il senso del tuo ragionamento, nel primo commento hai sostenuto che “ci sono cose che l’uomo non controlla ed eventi che la società subisce e non governa”. Messa così sembra quasi che la pandemia si stata una sorta di meteorite, una fatalità impossibile da prevedere e da contenere, data una premessa del genere la conclusione che uno ne trae e che dunque non si sarebbe potuto fare nulla diveros da quanto è stato fatto e se permetti è un punto di vista che rischia di sovrapporsi a quello dei “chierici del dpcm” (definizione tua). Io ribadisco sempliemente che non è così, che c’è un nesso di causalità tra sviluppo capitalistico, crisi ambientale e insorgenza di nuove epidemie. E il fatto che la sinistra, o più specificatamente i comunisti, non sappiano rendere comprensibile questo nesso e non sappiano nemmeno farci politica è un dato di fatto che però non cambia la materialità delle cose. Tutto qui.

  • Carmine

    Mi accodo a chi afferma che è anni che la sinistra radicale è più realista del re. Aggiungo che si fa fatica a dialogare con i compagni, alla meno peggio ti danno del complottista, se no direttamente fascio.

    • Ingmar

      Ciao, dipende, quando ti danno del fascio? A volte si dice per qualsiasi disaccordo, ma in genere è per posizioni specifiche dal sessismo all’omofobia all’immigrazione,.

  • Filippo

    Onestamente bisogna riconoscere che il buon Cremaschi ci sta provando ad utilizzare il Covid per contestare il capitalismo ma con risultati che non sembrano significativi. Il problema di fondo resta che il senso comune generale non lascia spazio a soluzioni “collettive” ai problemi ma solo “individuali” … e dunque nessuno spazio per la sinistra radicale …
    Come se ne esce? Come si fa ad aprire una breccia nell’individualismo? Questo è il grande tema su cui dovremmo confrontarci e lavorare …. https://www.nessunoescluso.org/res/site62391/res719840_MAURIZIO-ZAFFARANO.pdf

    • Pablo

      Ma cosa vuole utilizzare Cremaschi per contestare il capitalismo…per contestare il capitalismo bisogna scendere in piazza e fare il casino, ponendo un problema reale e non una diatriba intellettuale. Questi si sono fermati alla parodia sorvegliata (sorvegliatissima) del conflitto, mimato in tutte le sue componenti e poi amplificato mediaticamente a dismisura attraverso paroloni che chiamano alla guerra civile. Se mai in un qualche tempo questa roba ha funzionato, non funziona più da decenni. Ma non è colpa del Cremaschi di turno, sia chiaro, è che quota cento aveva dato la possibilità a tutto un gruppo “”dirigente”" di andare in pensione e invece loro lì, ad accaparrarsi cariche onorifiche manco fossero Breznev e Kossighin che si scambiavano gagliardetti a vicenda a una qualche commemorazione della guerra patriottica.
      Insomma, siamo seri, dalla crisi politica della sinistra non se ne uscirà con la parodia del novecento, qualsiasi sia la sua forma, e quella di Cremaschi non è neanche la peggiore ovviamente.

  • maria

    concordo con Carmine Purtroppo è una vecchia storia di calcolo e “strategia” Una gara tra chi è più stratega dell’altro

  • Antonella

    Sulla scuola la sinistra tutta (estrema, moderata, riformista e chi più ne ha più ne metta) è in ritardo da almeno 30 anni. In nome dell’inclusione, del diritto al successo, di un egualitarismo idiota, non solo ha consentito, ma ha prodotto attivamente la costruzione di una scuola più classista ed emarginante di quella degli anni ’50. Un titolo non si nega (quasi) più a nessuno, ma è un attestato formale, che non ha più nessun valore né di emancipazione né di promozione sociale-culturale-economica. Chi può si costruisce un percorso individualizzato, fatto di scelte oculate (sia negli istituti pubblici sia in quelli privati), di corsi extra curricolari costosissimi, di esperienze all’estero, di master prestigiosi. Gli altri pubblicano sui social le foto delle loro lauree triennali con le corone d’alloro in testa e poi, privi di ogni consapevolezza di essere stati clienti profumatamente paganti di atenei che si autofinanziano con le loro tasse, difendono la loro piccola ascesa dalle pretese degli ultimi, dei disperati. Marx la chiamava falsa coscienza…

  • Cesare

    Tutto bello, tutto interessante.
    Rimane da capire voi cosa abbiate fatto e proposto, visto che la sinistra radicale non è un’entità astratta, ma un novero di realtà del quale fate parte anche voi.
    Chissà.

  • Militant

    @ Cesare

    Noi facciamo pienamente parte di questa crisi, ogni nostro ragionamento è anche un’autocritica. Tutto sta nel riconoscerlo, non fare finta di niente, come fanno in troppi, dalle nostre parti. Senza riconoscere le responsabilità e i motivi anche soggettivi della crisi, difficilmente ci sarà via d’uscita.

    • Hirondelle

      Quanto meno non vi siete tappati gli occhi davanti alla ue, oggi il principale braccio del capitale in questa parte del mondo.
      Purtroppo nel generale sfacelo è difficile farlo capire a un numero sufficiente di persone, quanto il loro disagio dipenda dallo strapotere di questa istituzione e quanto gli spazi di lotta siano bloccati dai suoi meccanismi stritolanti.
      Perché a guardarsi in giro, stiamo ancora a leggere che bisogna stare nella ue in nome di non si sa quale solidarietà, peraltro a senso unico, tra lavoratori. Come se l’internazionale fosse nata con la ue. Come se i lavoratori tedeschi fossero tutti insorti a difesa dei fratelli greci martoriati o degli spagnoli. Che malafede.
      Finché non crollerà questo muro di omertosa ignoranza non andremo da nessuna parte. Ma prima di estinguersi la sinistra è riuscita a seppellire questo tema facendolo passare per un cumulo di letame.
      Il fatto è che finché non si ammette che l’accettazione della ue e delle sue politiche è stato il mezzo attraverso cui la sinistra si è resa impotente a difendere non dico a migliorare le condizioni di vita dei proletari, non si potrà riguadagnare la fiducia di chi siè sentito giustamente tradito, e al più abbindolato dalle belle parole di cui si discuteva qualche post fa a proposito dell’associazionismo.
      Quindi le porte saranno spalancate al grillismo più elementare o al Salvini so più bieco. Con il vantaggio di poter strillare, da parte della pretesa sinistra così furbescamente compiaciuta di sé stessa, al populismo o alla sempre più ampia sfilza delle pretese fobie.
      Mentre i memorandum del mes avanzano inesorabili, la sinistra guarda e chiacchiera dall’altra parte, più inutile di un corteo di generali sconfitti col re alla propria testa.

  • t.

    scusate ma non sono d’accordo. la tragicità della sinistra radicale sta anche nelle illusioni che continua ad autocostruirsi e offrire ai suoi soggetti di riferimento. Per gli operai, almeno quelli accanto ai quali lavoro e discuto, oggi la scuola “deve” rimanere aperta perché se no non sanno dove sbattere i figli per andare a lavorare. Per i padroni la scuola deve rimanere aperta perché se no i loro dipendenti non sanno dove sbattere i figli per andare a lavorare. Gli interessi in prima battuta sembrano convergere. Bonomi l’ha detto chiaro a fine agosto, “chiarezza sulla scuola”, ed ecco che la scuola rimane aperta, come vuole Confindustria. Se si centra tutto il discorso sul diritto allo studio (abbastanza marginale nell’organizzazione scolastico/universitaria odierna) ci si illude e si illudono i proletari che la scuola abbia primariamente la funzione di passare cultura e valori piuttosto che 1) essere un parcheggio sociale (differenziato a seconda della provenienza di classe); 2) essere un luogo di disciplinamento sociale, dove impariamo ad essere cittadini obbedienti dentro lo schema diritti/doveri; 3) essere un luogo di formazione (lavorativa) delle nostre funzioni (di classe) del domani.
    Se si rivendica il diritto allo studio si sta parlando di qualcosa per cui la scuola non è mai stata ne pensata ne organizzata, e non si parla delle ragioni per cui esiste e per cui è mantenuta in funzione nonostante tutto in questi momenti di crisi da covid. Siamo sicuri che gli operai e i subalterni ci capiscano? Siamo sicuri di non confondere le acque sulla natura di classe delle istituzioni (scuola compresa)?
    Come mai la Ministra in uno dei primi provvedimenti di marzo invitava i docenti a restare nei loro ruoli, in DAD, per “mantenere la coesione sociale”? Non sarà che la scuola, e i docenti, hanno un ruolo specifico come spazio di inquadramento e corpo intermedio e che nella fase attuale difficilmente si porranno sul terreno di lotta? Non sarà che la collocazione di molti compagni nell’ambito scolastico/educativo ci fa guardare in modo distorto la realtà sociale, convinti che la funzione scolastica (soprattutto se la nostra, di docenti di sinistra) abbia un qualche valore positivo e che il diritto sia qualcosa di esistente di per sé e non invece qualcosa di astratto che acquisisce realtà solo dentro i rapporti di forza, tolti i quali non ha più nemmeno senso nominarlo?

  • Hirondelle

    Voglio dire che dal vostro post si evince che è mancata la spesa pubblica e l’intervento dello stato nell’economia, paradossalmente. Sia nel creare le situazioni di crisi generale che l’epidemia ha messo in luce in modo drammatico, sia nel rendere di fatto impossibile intervenire a crisi sanitaria già in atto.
    Quello che il dilaniarsi su test enfasi e tamponi permette di non dire o di non dire troppo, è che con un sistema appropriato di identificazione e isolamento dei focolai e trattamento domiciliare o in strutture protette e separate dagli ospedali, non ci sarebbe bisogno di chiusure, oggi.
    Ma questo significherebbe ricostruire una rete stabile e non affollata di precari di igiene pubblica e sanità territoriale dedita alla prevenzione e al contenimento, totalmente non lucrosa, ed è ciò che a tutti i costi si vuole evitare oggi. Sempre per via di quei rapporti e regole dei trattati ue che guidano ogni passo del governo delle istituzioni e della politica italiana.
    Quindi meglio accapigliarsi su cariche virali e test che fanno scendere il numero dei positivi, perché se no si cade nella spirale repressiva…

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