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26 September :
2006 - Silvia Baraldini, ai domiciliari per motivi di salute dal 2001, viene finalmente scarcerata

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Costruiamo la nostra Fase 2

 

Domani saranno passati circa tre mesi dall’inizio della crisi epidemica e dall’entrata in lockdown del Paese. Tre mesi che, come scriveva qualcuno che di rivoluzioni ne capiva, potrebbero davvero valere come anni, a dimostrazione che il tempo della politica non scorre mai in maniera lineare. La crisi epidemica ha avuto quanto meno il “merito” di dimostrare, qualora ce ne fosse ancora il bisogno, l’assoluta insostenibilità del sistema economico dominante. Da anni la comunità scientifica ammoniva sulla inevitabilità di un evento pandemico di questa portata e quello che era in discussione non era tanto il “se”, ma piuttosto il “quando” si sarebbe manifestata una nuova pandemia. E questo perché la corsa all’accumulazione capitalistica tende a generare le condizioni sociali ed ecologiche affinché eventi del genere si verifichino con sempre maggiore frequenza. Eppure le classi dominanti si sono dimostrate sorde a questi appelli, ed anzi hanno contribuito a rendere ancora più fragili i sistemi sanitari nazionali attraverso i processi di spoliazione e privatizzazione che sono stati portati avanti in questi decenni di controriforme neoliberiste, tanto dalla destra quanto dalla cosiddetta “sinistra”.

Anche da questo punto di vista la crisi epidemica ha avuto la capacità di inchiodare alle proprie responsabilità storiche e sociali un’intera classe politica, ma forse a questo punto del ragionamento sarebbe meglio iniziare ad usare il condizionale e scrivere più correttamente che “potrebbe avere” queste potenzialità disvelatrici e “potrebbe assolvere” a queste funzione politica. Perché qui entrano in gioco tutti i nostri limiti e le nostre incapacità politiche che troppo spesso ci impediscono di cogliere al balzo le opportunità che la storia ci pone di fronte. Pensiamo, appunto, alla questione sanitaria. In questi mesi siamo stati sommersi da messaggi retorici sui medici “eroi” e sugli infermieri “angeli delle corsie”, e a propinarceli sono stati gli stessi che solo fino a qualche settimana fa chiudevano gli ospedali e tagliavano posti letto perché rappresentavano un “costo irrazionale”, bloccavano il turn-over, non rinnovavano i contratti ai lavoratori del settore e imponevano il numero chiuso all’università. Gli stessi che non riuscendo a garantire la disponibilità e la distribuzione dei dispositivi di sicurezza adeguati in poche settimane hanno fatto si che oltre 27mila operatori sanitari si contagiassero e che più di 200 di loro morissero. Poi, però, per pulirsi la coscienza li hanno chiamati martiri, quando in realtà sono morti sul lavoro.

Ebbene, nei mesi che ci si profilano davanti dovremo avere la capacità di porre all’ordine del giorno lo lotta contro questo “stato di cose presenti”, per chiedere l’abolizione della regionalizzazione del sistema sanitario, la fine delle privatizzazione e la requisizione degli istituti privati, l’abolizione dell’aziendalizzazione della sanità pubblica, il potenziamento delle piante organiche attraverso la stabilizzazione, l’internalizzazione e l’assunzione dei lavoratori e delle lavoratrici della sanità. Tutte cose che possono sembrare perfino banali agli occhi di un militante politico o sindacale, ma che oggi, alla luce del disastro sanitario che abbiamo vissuto, possono però suonare come “ragionevoli” o addirittura “indispensabili” anche a quei pezzi di classe e di società con cui da tempo fatichiamo a interloquire.

Anche perché la lotta per il diritto alla salute ci permette di andare oltre la singola vertenza, la singola rivendicazione, per quanto importante, e di rimettere in circolo un’idea stessa di società antitetica a quella dominata dal profitto e dal mercato. E lo stesso ragionamento può essere fatto per il diritto allo studio, per quello alla casa o per quello al lavoro. Se non saremo in grado di cogliere questa occasione il rischio, nemmeno troppo lontano nel tempo, è che a pagare il conto della crisi economica che si profila all’orizzonte saranno ancora una volta i salariati di questo paese, attraverso l’aumento del livello di sfruttamento e di precarietà, magari condito con la retorica del sacrificio collettivo e dell’unità nazionale.

Per questa ragione domani pomeriggio scenderemo in piazza, e come noi lo faranno migliaia di lavoratrici e lavoratori in decine di città italiane, con la consapevolezza che si tratta solo di un inizio, che il percorso che porta alla costruzione di un unico fronte di lotta va allargato e approfondito, ma anche con la determinazione di chi sa che da qualche parte si deve pur cominciare. In questo momento, in questo paese, nessuno può pensare di essere autosufficiente o di poter fare in proprio, tutti però possono (e devono) essere utili. Ma perché questo accada occorre avere la forza e la maturità di superare la balcanizzazione di cui da troppo tempo è vittima la sinistra di classe, buttare giù chiesette e parrocchie che davvero non servono più a nessuno e, senza per questo dover rinunciare alla propria specificità, provare a riunire tutte le lotte in un unico fronte di classe. Altrimenti tra qualche mese ci ritroveremo qui a discutere di come, collettivamente, avremo perso l’ennesima occasione per tornare ad essere un’opzione politica e sociale concreta e non più una curiosità folkloristica che sopravvive negli interstizi della società.

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5 comments to Costruiamo la nostra Fase 2

  • Luciano da Roma

    Due mesi fa chiedevate, in un accorato appello, di “tornare a pensare insieme”, onde evitare di perdere l’ennesima occasione che la storia, con sottile ironia, aveva continuato a porre davanti a noi. Due mesi dopo mi sembra che questo appello, di per sé ragionevole e – figuriamoci – fatto proprio da chiunque lanci il proprio “percorso unitario”, sia caduto nel vuoto. Non questo appello specifico, di per sé marginale, ma la tensione unitaria che tutti, dietro lo schermo del computer, dicevano a gran voce di coltivare.
    Ebbene, il “percorso unitario” vale solo se si aderisce a quello altrui, mai se questo imponga una condivisione di sovranità. Questo è il punto a cui è giunta la sinistra, covid o non covid. Ovviamente, mi pare di capire che “percorso unitario” non significhi nè costruzioni di baracconi elettorali, nè nuove e inconcludenti costituenti.
    Tutto questo fa ancora parte del teatrino in cui si muove la sinistra. Se non l’ha smossa neanche il covid, immagino che nulla, in futuro, potrà davvero mutarla. Se non una questione anagrafica che porti via con sè la masnada di liderini egotici – peraltro oramai in pensione – che la compone. Ancora una volta, dobbiamo affidarci alla natura.
    Insomma, a me pare che si sia persa l’ennesima occasione, il tempo – che in politica è tutto – è stato disperso ed è alle nostre spalle. Davanti abbiamo l’estate, cioè la sospensione della realtà; poi l’autunno, già un’altra stagione, in cui il capitale si sarà riorganizzato a dovere (vedi fondi europei), e quindi chi vivrà vedrà. Staremo a vedere.
    Il ceto politico “di sinistra” si è dimostrato più forte del covid. Andrebbe studiato con la stessa perizia dei virologi alle prese con il virus. Perchè questo ceto politico è esattamente questo: un virus.

    • Forse andrà come dici tu e come è sempre andata, però, almeno per il momento, crediamo convenga coltivare “l’ottimismo della volontà” piuttosto che il “pessimismo della ragione”, anche perchè ci sembra che il tempo per la lotta e per la politica non sia ancora alle nostre spalle, anzi. Viviamo in una fase di relativa (e speriamo momentanea) pacificazione sociale perchè gli effetti della crisi economica non si sono ancora dispiegati appieno. Come capita con gli tsunami, ci troviamo in quel lasso di tempo che intercorre tra l’evento sismico e l’arrivo dell’onda, ed è un tempo che va speso nella direzione che abbiamo provato ad indicare senza dare già per persa la partita. Per quanto riguarda i limiti dell’attuale ceto politico, che dire, siamo d’accordo con te e sappiamo anche che, almeno in parte facciamo tutti parte del problema, noi compresi, e che solo un nuovo ciclo di lotte di classe avrà la forza di far saltare tutte queste incrostazioni. Una ragione in più per lavorare in questa direzione.

  • Daniele

    Molto bello anche l’ultimo passaggio sulle parrocchie , io però butterei giù anche l’intera parrocchia della sinistra , il termine sinistra è desueto e ormai concertativo e non rappresenta i comunisti e le aree anticapitaliste .
    Questo non per sposare teorie eclettiste e rossobrune ma perché anche la sinistra più radicale è stata fagocitata dal capitale .

  • Francesco (M)

    Partendo da quello che ho detto altre volte, sono arrivato a pensare che il pessimismo della ragione non vada mai coltivato: deve essere l’elemento critico necessario per valutare situazione e difficoltà, contrastare la disconnessione delle teorie con le cose, ma va sempre subordinato al lato propositivo, connesso alle possibilità del momento, chiaro. Se il pessimismo della ragione eccede degenera in nichilismo o qualcosa di affine, diviene paralizzante e questo è un rischio non minore dell’eccesso di ottimismo ingiustificato; forse anche maggiore. Quindi ben venga questa vostra chiamata e qualunque segno di vita. Sono d’accordo sulle “parrocchie”, ma va considerato che ognuno di noi sarà costretto a scegliere tra le realtà presenti nel proprio territorio, che potrebbero non essere quelle più adatte: se c’è possibilità di azione bisogna provarci, però, lavorando con i limiti (anche propri).

  • Luciano da Roma

    Ho partecipato alla manifestazione di ieri pomeriggio, e in effetti i numeri rincuoravano, almeno in riferimento al contesto e ai tentativi fatti nei giorni scorsi e nelle scorse settimane. Sul “pessimismo della ragione” non saprei che dire, a volte si confonde il realismo col pessimismo in funzione di una convinzione scambiata per ottimismo. Dirci che “tutto andrà bene”, che “stiamo sulla strada giusta”, che si parte dalle “piccole cose” può rassicurare il militante ma non consente una valutazione dei limiti, degli errori soggettivi e della situazione oggettiva. Non per buttarci giù collettivamente, attenzione, ma per capire che non va bene per un cazzo la sinistra di questo paese, ed essere ottimisti non farà che reiterare l’eterno anno zero in cui siamo immersi almeno dal post-Genova. La convinzione di insistere e organizzarci è una cosa; l’ottimismo di chi pensa che insistendo *in questo modo* poi un giorno si tirerà fuori il classico coniglio dal cilindro e la situazione si rimetterà in moto, un’altra. Il primo è un atteggiamento giusto, il secondo è il sonno della ragione. Che notoriamente genera mostri.

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