APPUNTAMENTI

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Comitato per il Donbass Antinazista


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

29 September :
1944 - Fra il 29 settembre e il 5 ottobre i nazifascisti fanno strage dei civili considerati vicini ai partigiani, dopo sei giorni di violenze, il bilancio delle vittime civili si presentava spaventoso: oltre 800 morti

STATS

Il pensiero inutile di fronte alle lotte di classe

 

Sulla rivolta di Minneapolis, nel frattempo tracimata in ribellione sociale in tutto il paese, si sono come di consueto formati due campi ideologici della sinistra inutile. Da una parte il rioters di professione, immarcescibile prodotto dell’Occidente post-novecentesco, a cui la rivolta americana provoca brividi di godimento proprio perché ne valorizza il lato “impolitico”, “disorganizzato”, “insorgente” e, quindi, svincolato completamente da quel Novecento che, al contrario, presentava la politica come fatto mediato da un pensiero e da un’organizzazione strutturati; al lato opposto il “marxista” smaliziato, pronto a derubricare le rivolte americane a “riot” in quanto non ne scorge l’azione politica consapevole di un qualche “partitocomunista” o “sindacatodiclasse” alle sue spalle o alla sua testa. Ambedue questi atteggiamenti raccontano della crisi della sinistra, almeno di quella italiana.

In primo luogo, la rivolta di Minneapolis va riconosciuta per quello che è: una lotta di classe. Non altro, non di meno. Non è una rivolta semplicemente “antirazzista”, sicuramente non nei termini e nel valore che tale concetto ha in Europa, per ragioni storicamente determinate. In secondo luogo, è una lotta di classe organizzata e cosciente, sebbene non nelle forme tradizionali a cui siamo abituati in Europa. Abitudine, anche qui, formata per determinazioni storiche che differenziano le due sponde dell’Atlantico. Il dato di fatto, scarsamente ri-conosciuto alle altezze della politica italiana, profondamente introflessa e provinciale, è il grado e la natura di classe di queste rivolte, che ciclicamente esplodono per motivi profondi, che si coalizzano attorno alle “ragioni dei neri” perché è proprio attorno a quel pezzo di società americana che si ritrovano le fratture di classe e i suoi antagonismi fondamentali.

Non è certo Minneapolis che rende evidente questo processo politico-sociale traumatico e fervido di coscienza radicale. Sono decenni che le lotte di classe negli Usa avvengono su di un terreno più avanzato, più radicale e più cosciente delle lotte di classe in Europa. È questo il fatto determinante che dovremmo imparare a riconoscere. La violenza ragionata, la radicalità politica e la consapevolezza sociale che tali rivolte ogni volta palesano, in connessione con pezzi di società profonda americana, e quindi per nulla “avanguardistiche” o scollegate dalla realtà, può non essere replicabile nei contesti europei, ma andrebbe riconosciuta per quel tanto che può insegnare alle lotte di classe di questa parte del mondo.

Esistono delle differenze che impediscono a queste lotte di agire, influenzare e piegare i rapporti della rappresentanza politica alle ragioni di queste lotte di classe. Un sistema di potere stratificato che impedisce, al momento, di convogliare queste lotte in un progetto politicamente organizzato e influente. È un dato di fatto: l’anticapitalismo nordamericano non riesce a varcare le soglie del duopolio repubblicano-democratico, ed è dentro questa logica che trovano ragione e razionalità le scelte di lottare dentro il partito democratico da parte di alcuni esponenti di queste lotte di classe e di “liberazione razziale”. Consapevoli, tutti quanti, che non è dentro quel sistema chiuso e corrispondente alle ragioni del monopolio industriale (e militare-industriale, altra caratteristica locale senza paragoni in Europa), che si troverà la soluzione dei problemi della società americana, ma – al tempo stesso – costituisce una manovra tattica per sopravvivere e intercettare la massima parte di quel proletariato americano che si situa lungo una linea del colore che – anche qui – non trova ancora aderenze paragonabili nel contesto europeo.

Sono lotte di classe “malate”, così come è malata la società americana. Lotte di classe che per innescarsi hanno bisogno di un fatto particolare e plateale (ma non sono così tutte le lotte di classe?), e che hanno come combustibile una società nera che corrisponde, in sua massima parte, al proletariato povero americano. Non quella forma di “aristocrazia operaia” impoverita e sconvolta dalla retrocessione sociale che ha votato Trump, ma quel pezzo (enorme) di società subalterna, e su cui si scaricano, in aggiunta, le dinamiche perverse dell’esclusione razziale, della ghettizzazione, della ulteriore marginalizzazione culturale. Il comburente, invece, è dato dalla repressione poliziesca, e poi militare, di una violenza anche qui “malata”, diversa dalle latitudini europee – se di differenza repressiva è possibile parlare. Una linea di classe che si innesta su di una linea del colore che taglia verticalmente – e non trasversalmente – la società americana, secondo parossistiche determinazioni altrove sconosciute, almeno a questo grado di profondità.

È dalla massima alienazione che può scorgersi la massima liberazione. E una società radicalmente alienata come quella nordamericana promette istanze di emancipazione altrove meno gravide di potenzialità. Non per questo è destinata ad un avvenire di sicuro progresso, ma quel che conta, per noi, è qualcosa di molto più importante: che anche nel ventre dell’impero è possibile la lotta di classe, ed è proprio qui che è possibile una sua più cosciente radicalità, di pensiero e di azione. Quel proletariato in lotta non leggerà Marx o Lenin, ma di sicuro lo sta applicando alla realtà meglio dei tanti glossatori nostrani. È questo il vero insegnamento che proviene da Minneapolis, Minnesota, Usa.

19954 letture totali 22 letture oggi

5 comments to Il pensiero inutile di fronte alle lotte di classe

  • Luca

    Quindi riconoscere il *fatto* che non ci sia l’azione politica consapevole di un partito comunista e interrogarsi sul perché e sul come far sì che ci possa essere è un atteggiamento “ideologico”, oltre che “inutile”?
    O implica necessariamente la derubricazione della rivolta e/o il suo disconoscimento come lotta di classe?

  • Militant

    @ Luca

    Se si è aggrappati al feticcio di un qualcosa nominato “partitocomunista”, si. Perchè l’organizzazione consapevole di queste rivolte esiste, è cosciente dei livelli di lotta, riesce a mantenerli ad un livello di radicalità eccezionale non disperdendo con questa radicalità il consenso sociale dei settori proletari della società americana. E’ un’azione in grado di politicizzare settori enormi di società americana (si vedano le parole d’ordine, apertamente socialiste; l’immaginario creato, le simbologie, i comportamenti, eccetera, che ci parlano di qualcosa che fa parte della nostra storia, e dei suoi momenti più avanzati), in connessione con altri settori proletari (si veda l’atteggiamento dei lavoratori dei trasporti, che si sono rifiutati di portare gli arrestati nelle carceri), generando consenso nell’opinione pubblica proletaria che altrove, ad esempio qui in Europa, sarebbe rimasta inorridita e/o spaventata del livello di conflittualità messo in campo. Questa e non altro è l’azione cosciente di organizzazioni che possono anche non nominarsi “comuniste”, ma agiscono come tali. Anche perchè, a saper andare oltre i titoli dei giornali, si scoprirebbero complessità interpretative, ideologiche e rivendicative – in una parola *politiche* – decisamente superiori ai vari riformismi europei che pure si fanno forti del nome “comunista” nelle loro organizzazioni.
    Questo non per porre gli uni contro gli altri, ma per mettere fine al senso di superiorità europeo, e italiano in particolare e in quanto provinciale, sui livelli di lotte di classe altrui, non conosciuti e quindi non ri-conosciuti, e proprio per questo banalizzati.
    L’azione di un partito comunista è nella mobilitazione cosciente che riesce a produrre, nelle sue strategie e tattiche di lotta, non da un nome. Riconosciuto questo, non è possibile chiamare altrimenti che lotte di classe anticapitaliste e antimperialiste ciò che sta avvenendo negli Usa. In altre parole rivoluzionarie. Che poi queste rivolte non condurranno alla rivoluzione, è un’ovvietà che però viene accollata a una presunta arretratezza americana laddove al contrario, in Europa, viene accollata al contesto avverso. Ma questo non c’entra con la realtà, ma con una sua rappresentazione deviata di questa.

  • Militant

    Ad esempio, un errore frequente è sovrapporre tout court le lotte di classe americane – intimamente intrecciate con la questione razziale – con le rivolte europee sulla falsariga del “modello banlieue”. Sebbene ambedue i fenomeni rispondono a evidenti dinamiche di classe, sono due cose diverse, che non possono essere equiparate dal “colore dei rivoltosi”, o da una certa scenografia urbana. Le lotte di classe americane “esplodono” su di un terreno già seminato dalle organizzazioni di classe e su di una cultura resistente/conflittuale dagli specifici caratteri politici; le rivolte delle banlieue, non per forza di cose francesi, come i riot inglesi del 2012, per dire, rispondono ad altre dinamiche. Dinamiche importantissime e, anch’esse, intrecciate con le fratture di classe di quelle società specifiche, ma ci sono delle differenze importanti.

  • Luca

    Quindi queste rivolte non solo sono organizzate, ma sono anche *consapevolmente* organizzate. Quindi si può dire che c’è l’azione politica consapevole di una cose che non si chiama partito comunista ma che lo è nei fatti.
    Ma se le cose stanno così, scusate, che bisogno c’è del partito e dell’organizzazione (che si chiami essa partitocomunista o pinco pallo)?
    (E poi mi sembra un po’ riduttivo dire che l’azione di un partito comunista è nella mobilitazione cosciente che riesce a produrre.)

  • Pablo

    Il dubbio, semmai, è che se ci fosse davvero un qualche “partito comunista” in quelle lotte, e se questo fosse ritagliato sul modello europeo secondo-novecentesco, questo “partito comunista” starebbe in quelle lotte per ridurle, per ricondurle alle ragioni della rappresentanza mediata dai suoi dirigenti, per imbrigliare la forza di quelle piazze dentro gli schemi della lotta politico-parlamentare, o politico-rappresentativa.
    Che forme di lotte del genere non possano bastare a se stesse, è chiaro. L’esplosione, così come cresce velocemente, velocemente si sgonfia. Ma che l’azione cosciente di un partito che si dica comunista serva solo a ridurne la portata, a ricondurre il tutto dentro un gioco prestabilito e depotenziante, questo è il dramma del comunismo occidentale da qualche decennio a questa parte. Quello di essere contro la rivoluzione, e non in suo aiuto.
    Come diceva Majakovskij: “partito, rimani amico dei ragazzi di strada”. Il problema, un secolo dopo, è ancora attuale.

Rispondi a Pablo Annulla risposta

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>