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Di scivoloni e d’altri inciampi. Il caso Wu Ming e l’ironia della storia


Ci dicono che i Wu Ming abbiano preso il consueto granchio rossobruno. Capita anche ai migliori. Ne prendessero anche altri dieci, non ci sogneremmo mai di additarli alla pubblica vendetta in quanto rossobruni. Figuriamoci: sono compagni, con cui magari condividiamo ormai poco. Il problema è che per un decennio si sono intestati il ruolo di censori morali della sinistra non allineata. A cosa, non si capisce bene, visto che l’eclettismo la fa da padrone: soprattutto Foucault, un po’ di Zizek, tanta italian theory. L’importante, come detto, è stato marchiare di rossobrunismo tutto ciò che valicava il confine del rispettabile. Ovviamente, come ogni processo politico-culturale di questo tipo (e di questi tempi), l’operazione wuminghiana si è inserita su di un fenomeno esistente, sebbene dalle proporzioni notevolmente accresciute ad arte dagli accusatori: il rossobrunismo esiste effettivamente, ed è andato espandendosi in questi anni. Eppure, si trattava e si tratta soprattutto di un fenomeno marginalissimo e unicamente virtuale. Innalzarlo a problema decisivo dei nostri tempi, almeno a sinistra, ha fatto parte di un’operazione di costruzione del nemico utile, attraverso cui definire i campi dell’amicizia e dell’inimicizia.

Le giuste accuse verso determinati scivolamenti a destra, nella geopolitica e nell’ultra-realismo di stampo bismarckiano, statolatrico e apertamente nazionalista, si sono subito convertite in scomuniche verso tutti quei compagni e verso tutta quella sinistra che non coincidesse con le proprie posizioni. La lotta all’Unione europea, per dire. L’involuzione nazionalista di certo anti-europeismo – fenomeno da condannare – ha finito immediatamente per marchiare, a volte implicitamente altre volte esplicitamente, tutta quella sinistra anti-europeista come “equivoca”, “ambigua”, insomma una destra mascherata. Collegato a questo, ma su di un piano più generale, chiunque osasse, a sinistra, organizzare un discorso sulla questione nazionale nel XXI secolo in Occidente, chiunque proponesse un ragionamento originale, magari anche rischioso – perché no? – sul confine tra sovranità nazionale e sovranità popolare, anch’esso subiva la scomunica: rossobruno. Uscire dalle famigerate comfort zone vale solo per chi ha i quarti di nobiltà intellettuale a prova di interdizione, evidentemente. Ci si può allontanare solo in direzione di mettersi più comodi, mai di rischiare veramente pur di uscire dalla crisi.

Lo stesso dicasi per la questione sociale. Rossobruno veniva indicato colui che provasse a riconoscere uno specifico problema di impoverimento e di disorientamento di porzioni di proletariato locale (horribile dictu) senza intrecciare immediatamente e acriticamente tale discorso con la questione migrante. Questione importantissima, decisiva e, anche secondo noi, profondamente collegata alla questione sociale intesa nei termini più vasti. E però, anche qui, l’ipotesi stessa di ragionare sulle contraddizioni materiali, che non sempre coincidono nel discorso politico con le contraddizioni principali, trovava pronto l’anatema: rossobruno, sciovinista, cripto-razzista.

Sul campo della lotta antimperialista, poi, non ne parliamo. Chiunque non difendesse accanitamente le posizioni occidentali, chiunque provasse – in termini accorti e circostanziati – a sostenere “le ragioni degli altri”, siano questi la Cina, la Russia, il Venezuela o il Donbass, aveva sempre e comunque inequivocabilmente scavallato il campo, accampandosi tra le fila del nemico. L’imperialismo veniva, e viene, negato in nome del “tutti sono imperialisti”: lo sono gli Usa come la Russia, la Cina come la stessa Italia. Tutti sono imperialisti, dunque non è più possibile l’antimperialismo. A meno che non provenga da popoli derelitti, disorganizzati e destinati alla sconfitta, su cui costruire narrazioni artificiosamente mitopoietiche che disperdono una gerarchia di poteri secondo i quali esiste una scala di problemi definita, non tutta la realtà si presenta come problema indefinito.

Il fatto è che su queste ed altre questioni le difficoltà della sinistra di costruire una posizione originale e di classe si scontrano con la deriva geopolitica in corso da parte di alcuni, anche nella stessa sinistra. La critica doveva e dovrà continuare ad essere serrata. Ma la scomunica verso i compagni non ha aiutato, anzi: ha contribuito solamente ad approfondire il solco, facendo cadere alcuni a destra, altri nell’impossibilità di pensare davvero a una via d’uscita. E così, ricostruiti e rinsaldati i fronti pericolosamente vacillanti nel post-Genova, ecco di nuovo la comfort zone ideologica e intellettuale, l’accomodamento nel consentito e nel prevedibile, nel rassicurante e nell’appagante. Di qua “i compagni”, quelli veri, anzi: gli unici possibili; di là i geopolitici, i nazionalisti inconsapevoli, insomma i traditori. Verso cui è inevitabile la lista di proscrizione.

Ricapitolando, dunque: uno scivolone, anche fossero altri dieci, non cambia la natura di un collettivo, anche fosse di scrittori quali i Wu Ming. Non lo cambia per loro, ma non lo cambia – non lo ha cambiato – per tutti quei compagni che hanno provato a pensare diversamente in questi anni. Questa e solo questa sarebbe l’autocritica necessaria. Consapevoli, però, che farla significherebbe uscire veramente dalla comfort zone, decidere di confrontarsi davvero, e non con in mano il pulsante “fine di mondo” della scomunica ad arte, usata sovente per regolare conti politici che andavano ben al di là dei meriti della questione. Una dinamica perversa che, una volta inaugurata, non ha potuto portare ad altra soluzione che la scomunica vicendevole: rossobruni contro globalisti, sovranisti contro europeisti. Dove sono le ragioni di classe in questa dialettica?

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12 comments to Di scivoloni e d’altri inciampi. Il caso Wu Ming e l’ironia della storia

  • Manolo

    Ottimo articolo. Toccate diverse questioni centrali.

  • Baffone

    Sarebbe utile linkare lo scivolone dei WuMinchia nell’articolo.

    • Militant

      Il problema non è nel merito, di cui non ci frega nulla. Il problema è un metodo inquisitore, una volta si sarebbe detto “stalinista” (che poi lo portino avanti degli antistalinisti, non invalida il metodo, ma concerne quell’ironia della storia di cui sopra). Anni passati ad accusare qualsiasi cosa respirasse di rossobrunismo, per poi cadere nella contraddizione. Questo non ne fa dei rossobruni, ma se altri compagni seguissero il metodo proposto da Wu Ming, adesso dovrebbero partire le inchieste, i reportages, gli approfondimenti alla ricerca del “fascismo eterno” covato da quel collettivo, che ha atteso solo “il ruzzolone” per manifestarsi. Cazzate. Ma lo erano anche prima.

    • Giordano Bruno

      L’articolo è questo a cui rispondono con questo. Li metto qui così, con utilità, chiunque potrà fondare un’opinione e se quel “merito” è generalizzabile a un “metodo”.

  • Articolo più che condivisibile. Un solo appunto, anche se non mi sorprende, purtroppo, che la questione non sia stata citata perchè è una di quelle che prima delle altre fa immediamente scattare la scomunica. E cioè la critica all’ideologia cosiddetta politicamente corretta e al femminismo in particolare. In questo caso si toccano i fili dell’alta tensione, nel senso letterale della parola. Una cosa è certa. La narrazione femminista è considerata Incriticabile, Infallibile, Intoccabile. Guai a chi osa anche solo avanzare una sia pur minima critica. In questo caso una ideologia è stata elevata ad una sorta di Scienza perfetta, appunto, infallibile. Il che è una contraddizione in termini perchè anche la scienza è fallibile per definizione. In poche parole siamo di fronte ad un dogma assoluto, che tutti hanno terrore anche solo a sfiorare. Se siamo intellettualmente onesti, sappiamo che è così. E infatti nessuno o quasi osa farlo. Del rsto il rischio è altissimo. In questo caso la scomunica non riguarda la sola sfera politica e ideologica ma anche e soprattutto umana. Essere tacciati di maschilismo è oggi addirittura più grave dell’essere tacciati di fascismo. La scomunica, in questo caso, comporta l’emarginazione della persona, la sua esposizione al pubblico ludibrio (accompagnata da insulti e derisione: represso, sfigato, frustrato, misogino, fascista, reazionario, sessista, negazionista ecc. ), la chiusura di ogni spazio politico, professionale e pubblico.
    Insomma, alla fin fine, tutto è oggi sottoponibile a critica, tranne il femminismo, ormai da tempo ideologia dominante, vero e proprio spirito dei tempi.
    L’accusa di rossobrunismo nei casi citati nell’articolo (ripeto, del tutto condivisibile) è pesante, ma mai quanto essere accusati di maschilismo nel caso della critica al femminismo.
    Per quanto ancora dovrà durare questa situazione? O anche noi crediamo nella Perfezione?…

  • Cari Wu Ming. Credo che quel blocco asociale che chiamiamo sinistra sia più che altro dedita all’anticapitalismo estetico, di postura monumentale.
    Diciamola, è incapace di pensieri complessi, se ne sviluppi uno che non capiscono incominciano ad attaccarti sulla persona con i soliti stereotipi che non significano più nulla da molto tempo.
    Chiacchierano ma al dunque non trovi nessuno che vada sotto il Pirellone a chiedere le dimissioni della giunta per alta incapacità, la chiusura della confindustria come burattinaio della giunta e la messa al bando di CL per aver occupato la sanità lombarda e averla ridotta impotente di fronte al Covid19.
    Ci sono stati più morti che nella seconda guerra mondiale…
    Ma non di trova un indignato UNO che scendesse in piazza o abbia intenzione di scendere in piazza.
    Se solo la metà delle persone di Milano che hanno scritto libri sulla resistenza o sul ’68, scendessero in piazza sarebbe risolto.
    Questa è la sinistra dal passo (linguaggio) debole (per non scomodare Vattimo)!

  • Lele

    Chi intendete per popoli derelitti disorganizzati e destinati alla sconfitta ?

  • Emergenza femminista

    A Fabrizio Marchi

    Per fare una critica al pensiero femminista bisognerebbe saper entrare nel merito dei concetti di patriarcato e riproduzione sociale anziché esibire un piagnisteo vittimistico per il “pubblico ludibrio” alla virilità offesa. È un piagnisteo ridicolo e rancoroso che oggettivamente fiancheggia il dominio, lo sfruttamento e la violenza sulle donne. Sorprende che non abbia destato alcun dibattito.

    Tanto più che se ci si assume il rischio di ridiscutere la “questione nazionale” in termini socialisti o operaisti, e poi vi si aggiunge anche il disprezzo per le ragioni di un movimento tra i più importanti e rivoluzionari del Novecento come il femminismo, il risultato non può essere che fallimentare… Se non si prende in considerazione la liberazione delle donne, non si andrà da nessuna parte… Non c’è rivoluzione senza liberazione della donna e non c’è liberazione della donna senza rivoluzione!

    PS. Gli scivoloni rossobruni di Wu Ming sono molteplici e di vecchia data. Per dire solo l’ultima, qualche settimana fa hanno rivendicato la “ritualità del morire” citando uno storico dell’estrema destra francese, Philippe Ariès!

    • C.

      Basterebbe “piagnisteo ridicolo e rancoroso” o “virilità offesa” per qualificare il tenore del commento.
      Ma entriamo nel merito. Andiamo oltre all’ovvio, cioè che la guerra fra Uomo-donna e’ una riproduzione in altra salsa della famosissima guerra fra poveri (ovvio ma assolutamente reale e vero). Analizziamo come buona parte (non tutta per fortuna) del femminismo fiancheggi tale dinamica, ed apra la strada al nazifemminismo, cioè alla versione suprematista del genere femminile.
      Ormai e’ diventato articolo di fede che il patriarcato abbia creato il capitalismo, se non la divisione in classi in tutto e per tutto. I fenomeni sociali, i rapporti di produzione sono di per se IMPERSONALI, frutto della convergenza e della somma contraddittoria di molteplici cause, concause e fattori. Figuriamoci, allora, se hanno un sesso! Storicamente, il superamento delle prime società comunistiche per quelle divise in classi e’ avvenuto per colpa della subordinazione dell’uomo alla natura, e della bassa produttività, e non per il testosterone maschile. Vari antropologi, poi, ipotizzano l’esistenza di societa’ matriarcali e “lunari”, in cui esistevano comunque divisione in classi, sacrifici rituali umani, in una parola violenza e sopraffazione. Del resto, se la maggior parte della storia umana ha visto nei posti nominali di comando degli uomini (con varie eccezioni, comunque, nelle quali le donne al comando non sono certo state meno infami dei loro colleghi uomini), se vogliamo analizzare la storia in maniera non dico dialettica, impersonale, dinamica e (dio ce ne scampi!) marxista, ma semplicemente in maniera logica e razionale, bisogna partire dalla dinamica di potere classista di cui il re od il presidente di turno non era altro che un ingranaggio. In tale dinamica interna alla classe dominante, ne beneficiavano e ne erano protagoniste anche le donne della classe dominante. E del resto, nei secoli, non e’ esistito un movimento di donne della classe dominante che si battesse contro il potere della propria classe per una società’ egualitaria. Dunque, le donne della classe dominante sono state, in alcuni casi complici passivi dello sfruttamento di classe, godendone di tutti i vantaggi, senza nemmeno il disturbo di lavare i piatti, dato che avevano i servi; in altre circostanze sono state direttamente responsabili di tali nefandezze. Un esempio attuale, date le rivolte antirazziste odierne: nelle piantagioni schiavistiche americane, sovente il padrone era assente per procacciarsi nuovi schiavi o per altre amenità’ simili, dunque alla moglie spettava il compito di mandare avanti l’”azienda di famiglia” in loco, e le testimonianze degli schiavi ci raccontano che non fosse certo piu’ tenera del consorte. A proposito di riproduzione sociale, appunto! Affermare, come purtroppo a volte ho sentito, che la moglie dello schiavista fosse sfruttata anch’essa dal marito, come o quasi come gli schiavi e le schiave, vuol dire avere veramente una faccia da culo monumentale!L’equazione patriarcato=capitalismo, quindi per assonanza capitalismo=uomo, oltre cancellare l’ovvietà’ che le classi dominanti, ora come nella storia in generale, sono state formate da uomini e donne, ed oltre che negare l’impersonalità’ di tale fenomeno (come sono impersonali tutti i fenomeni economici, sociali, politici, storici, scientifici, ecc.), ha nascosto anche un’altra ovvietà’: il capitalismo sfrutta, in maniera diversa, definendo ruoli precisi, sia gli uomini che le donne. Dunque, come esiste uno sfruttamento particolare sulla donna in questo sistema, esiste anche uno sfruttamento particolare sull’uomo. Tali tipi di sfruttamento sono plasticamente rappresentati dalla “famiglia tradizionale”, in cui l’uomo doveva lavorare, e la donna stava a casa. Ora, chiunque dovrebbe convenire che il lavoro salariato non e’ una liberazione per chi lo subisce, ma e’ una iattura; però, sempre per non essere troppo marxisti, ma persone dotate di buon senso, dovremmo chiederci se era più’ salubre un campo, una fabbrica, un porto, una cantiere od una miniera, rispetto a casa propria, seppur fatiscente. Per anni, per esempio, l’aspettativa di vita di un maschio (soprattutto quelli che facevano certi lavori) era di 10, se non addirittura di 20 o 30 anni inferiore a quella femminile. Anche ultimamente, la maggior parte degli infortuni e dei morti di lavoro sono di sesso maschile. I suicidi, soprattutto legati a problemi economici, quindi figli della mentalità’ capitalistica per cui non sei un vero uomo se non badi alla propria famiglia economicamente (tradotto, se non puoi essere sfruttato dal borghese di turno, o se non hai l’opportunita’ di diventarci/restarci), colpiscono maggiormente i maschi. Per curiosità’ macabra, segnalo che tale dato sui suicidi e’ preso dalle nazifemministe come riprova della superiorità’ biologica e morale della donna! Ed esempi di questo tipo, ce ne sono quanti se ne vuole.
      Ora, chi si riconosce in questo scritto, non vuole certo fomentare esso stesso la guerra fra poveri, dunque, come accennato sopra, non si nega che esista uno sfruttamento capitalistico peculiare nei confronti della donna, del resto e’ nella natura del capitale usare ogni modalità’ possibile per riprodursi (per citarne una: la questione razziale), ma si vuole dimostrare che tale dinamica e’ legata ai ruoli che il capitalismo (e, prima di lui, gli altri sistemi divisi in classi) impone. Ruoli, attenzione, che oggi possono essere più’ INTERCAMBIABILI di epoche passate rispetto al genere. Una donna può’ essere a capo di una multinazionale o di uno stato. Ed un uomo può’ essere carne da macello sessuale sulla strada o su internet. Dunque, il ruolo rimane, ma può’ cambiare il sesso, o anche la razza (vedasi Obama). E’ inutile aggiungere che ciò’ rafforza il ruolo, e non lo scalfisce. Riprova che i ruoli sono impersonali, non hanno ne’ sesso ne’ razza. L’eterogenesi dei fini del capitale li plasma e li modifica alla bisogna. A proposito, di nuovo, di ”riproduzione sociale”. A supporto di questo andamento, sono il proliferare di “ricerche” pseudoscientifiche che affermano la superiorità’ della donna sull’uomo. Cose, del resto, già’ viste quando gli scienziati dell’epoca volevano dimostrare la supremazia bianca europea sulle altre etnie. Ma, cosa ancora piu’ subdola, alla base c’e’ questo ragionamento: dato che lo schifo attuale e’ colpa dell’uomo (e non degli odierni rapporti di produzione, forgiati impersonalisticamente), basta che comandino le donne e tutto si risolve; infatti le donne sono più’ di buon cuore (come la Thatcher!), sono naturalmente predisposte al dialogo, quindi il loro modo di governare ed esercitare i meccanismi di potere sara’ sicuramente migliore. Ecco una ennesima versione di riformismo che corre in aiuto al capitalismo in difficoltà; tale versione ne ricalca altre più antiche legate alla razza (stessa storia, la colpa e’ del bianco, quindi se mettiamo uno di un altro colore a comandare, cambia tutto!). Tale modo di pensare, fra i vari e’ espresso dal pessimo libro dell’ancora più’ pessimo, nonché’ servo prezzolato giornalista infame, Cazzullo (nomen omen), “Le donne erediteranno la terra”. Alla cui presentazione la Boldrini (quindi una esponente della classe dirigente, e non una disoccupata!) afferma tranquillamente che le donne sono migliori degli uomini (se un brutto maschilista avesse affermato il contrario, cosa sarebbe successo?!).
      Intendiamoci, non stupisce che ognuno ragioni “Cicero pro domo sua”, può essere comprensibile che un dato esponente di una categoria umana, o presunta tale (etnia, genere, ma anche legata al lavoro, ecc.), dica che la propria parte sia migliore delle altre, soprattutto se la sente più sfortunata delle altre, quindi che lo faccia anche per un senso di rivalsa; il problema nasce quando tale andazzo diventa sistema di pensiero e d’azione, adombrando che anche le altre categorie sono soggette, magari in maniera diversa, allo sfruttamento capitalistico. Molta parte del femminismo, invece, ha preferito ATTACCARE IL MASCHIO IN QUANTO TALE, magari con la scusa del famoso patriarcato. Si e’ attaccato l’elemento maschile, talvolta ricopiandolo schizzofrenicamente e malamente, giudicandolo ”tossico”, e negando il ruolo che l’uomo ha avuto nella storia, soprattutto della storia che interessa a noi, quella delle lotte di classe, delle rivolte e delle rivoluzioni. Ed oggi negando la pressione sociale a cui il maschio, specie delle classi subalterne, e’ soggetto. Ho già’ scritto dei morti sul lavoro e dei suicidi, e’ interessante notare che crescano i casi di violenza psicologica e fisica della donna rispetto all’uomo, tanto per riconfermare che al capitale interessa, per la propria stabilità e “riproduzione sociale”, che rimangano dei ruoli, chi li eserciti e’ secondario; sintomatico e’ che, come linea di tendenza, si riscontra che le vittime di tali soprusi siano uomini più svantaggiati economicamente e culturalmente rispetto alla propria partner. Del resto l’incattivimento delle relazioni umane, ad ogni livello (famigliare, amicale, amoroso, lavorativo, ecc.) sono anch’esse figlie dell’ imputridimento capitalistico, e se la famiglia tradizionale stile anni ’60 era contestualizzata ad un periodo di ascesa e di accumulazione capitalistica, il cimitero sentimentale e famigliare che persiste adesso in un periodo di crisi non e’ che l’altra faccia della medesima medaglia di come il capitale determina le relazioni umane. Di tutto ciò ci libereremo solo con la Rivoluzione.
      Già la Rivoluzione. Dire che il femminismo è stato rivoluzionario e’ semplicemente sbagliato semanticamente. Non ha portato e non può portare ad una Rivoluzione, se per essa si intende la distruzione degli odierni rapporti di produzione e, conseguentemente e parallelamente, il sovvertimento di tutto l’esistente ed un nuovo modello di vita umana. Le donne non sono un soggetto di per sé rivoluzionario, come non lo sono gli uomini od una razza particolare. Dunque la Rivoluzione sara’ liberazione universale, di tutti, delle donne, degli uomini, dei bianchi, dei neri e, persino!, dei borghesi, come ebbe a dire Engels, quando scrisse che “Il Comunismo e’ una causa di tutta l’umanità’, non soltanto degli operai”.Se non si parte da questo presupposto, altro che Rivoluzione! Gran parte del femminismo, infatti, di tutto ciò non si interessa. Basta che ci sia la donna imprenditrice, poliziotta, operaia, la scaricatrice, ecc., cioè o che sieda nei posti di comando o che faccia lavori usuranti (si lotta per non farli fare nemmeno agli uomini, figuriamoci se devono farlo anche le donne!). Cioè basta che ci sia un livellamento generale per chiamarla “parità”. E basta che, nel nostro miserabile ambiente “compagnesco”, vengano rispettate le liturgie sacre del movimento antagonista (come il “tutte e tutti” ed altre vacuità del genere), pena l’espulsione, l’ostracismo e l’imprimatur anche personale, come ricorda sopra il compagno.
      Se le femministe, non si discostano da tutto ciò, allora si che sono fiancheggiatrici della guerra all’elemento maschile in quanto tale, all’uomo, fomentando la guerra fra poveri, e favorendo la visione riformista e controrivoluzionaria che la donna al comando e’ la risoluzione dei problemi del sistema. Se le femministe non capiscono che anche gli uomini sono sfruttati dal capitalismo in maniera peculiare, ed a volte, come accennato sopra, in  maniera simmetrica alla donna, allora sara’ solo un movimento corporativo, come mille altri ce ne sono stati nella storia. Sarebbe a dire che si dovrebbe superare la visione solamente femminile (senza negandola ma sommandola a quella maschile), e questo vale anche per quelle femministe che si pongono da un punto di vista avanzato, classista e rivoluzionario; da parte loro, in primis, il primo passo. Un esempio: lo scandalo dei padri separati, di come viene trattato il padre dal sistema giuridico e dell’impoverimento che subiscono. Si obietterà’ che anche le madri separate vengano colpite economicamente… infatti il problema e’ sociale, non di genere!
      Dunque, se la compagna, quando afferma “sorprende che non abbia destato nessun dibattito” riferita al post precedente, voleva un dibattito, eccolo. Di cose da parlare ce ne sono. Se, invece (e spero di no), volesse essere un incitamento all’ennesimo linciaggio del “maschilista” ferito nella virilità’ offesa, non mi abbasso ad insulti legati al genere. Invito, chiunque, a non farne, ne’ da una parte né’ dall’altra, se non si vuole una reazione uguale e contraria.
      Hic Rhodus, hic salta!

    • Hirondelle

      Un pezzo brutto anche quello: sembrava un piagnisteo pretesco, un elogio del lutto in sé. Ovvio che non si è allegrissimi alla morte di un compagno, ma il compiacimento del dolore PUR di sostenere la propria tesi, francamente no.
      Però non farei come loro, per cui gli autori che citi rivelano sempre sotto sotto la tua vera genealogia e posizione: Ariès è un autore che ha segnato gli studi in quel campo, citarlo è del tutto ovvio, non basta per essere definiti di destra per questo.

  • ak-47

    già ai tempi della vecchia indymedia, il loro sodale mazzetta si scagliava come un cane rabbioso contro chi osasse sostenere o anche solo provare interesse per il Veneziela chavista

  • Hirondelle

    Difficile per quanto imbarazzante non cogliere l’occasione di questo post. Su quel blog vi ho letto per la prima volta. L’ho seguito per una decina d’anni e sicuramente ho imparato e scoperto cose a cui non intend(evo?) rinunciare. Certamente non alla prospettiva di genere che non ho scoperto lì, ma che in quel blog viene valorizzata in modo molto attento e costante.

    La frattura dirompente e totale per quanto tacita, non è stata per niente facile, come per tanti compagni intenzionati a restarlo. Nasce per me proprio sul tema della lotta alla UE-M. Dove i 3-4-5 paiono sposare la linea manifestina, quella che dalla « lotta » passa alla « rotta » d’Europa, per intendersi, già nel 2011-2012. Per trincerarsi in un silenzio di tomba di anni e anni mentre in giro per l’eurozona accade di tutto, seguito da un evidente rifiuto a discutere, persino a riconoscere, questi temi pure mentre durante la pandemia un governo sviscerato e giustamente inchiodato a ogni virgola di disposizioni giuridiche assunte a capocchia rispetto a ogni immaginabile sfumatura di danno recato a ogni possibile sottoinsieme degli idolatrati marginali, stava – e sta – tranquillamente decidendo di portare gli sfruttati d’Italia tutti, nel senso di tutti coloro che qui vivono, dentro un paio di memorandum.

    Non è stata facile perché vissuta come per troppi in solitudine, silenzio e autocensura: c’è stato un troppo lungo periodo in cui parlare voleva dire essere bruciati, punto e per carità non solo virtualmente su un blog.
    Ma a costruire quel brodo e quell’atmosfera hanno contribuito in maniera molto profonda e molto pesante. Così come adesso contribuiscono ancora a allontanare il più possibile un tema essenziale e ineludibile per la lotta di classe hic et nunc dalla coscienza e dal discorso dei loro lettori.

    L’idea di nazione continua a non essermi particolarmente cara, per quanto trattata dalla riflessione marxista più autorevole. Ma le leggi nazionali sono, o meglio erano, più favorevoli al la lotta di classe e al diritto del lavoro della normativa UE-M, esattamente come gli stati nazionali del secondo dopoguerra, per quanto capitalisti, non sono improntati nel loro ordinamento al principio della forte concorrenza che invece struttura fin dal 1957 i trattati comunitari.
    Altro che « il problema sono le politiche di austerità » ancora recentemente ribadito.

    Rinunciare e imporre il silenzio a tutta questa riflessione con stizzosa quando non persecutoria alterigia ha appunto impaludato in una comfort zone solo apparentemente « scomoda » una posizione che sembra ormai un fossile degli anni’90, in un contesto economico che non esiste più e i cui elementi hanno conosciuto un rovesciamento cruciale proprio durante quel decennio (culminato nella Prodi-Treu del 1997): e non esiste proprio per l’azione che la UE ha portato avanti in trent’anni, anche se da quelle parti ha potuto richiedere tempi più lunghi perché erano le più ricche e avanzate in Italia in termini di servizi e spazi, delle vetrine; per un certo periodo alcuni ambiti e luoghi di protesta erano diventati per il potere un’attrazione da difendere e sono stati fatti durare anche per questo.

    Se non ci fossero stati i trenta gloriosi permessi da quegli ordinamenti, che hanno rafforzato le richieste di classe espresse al di fuori e al di là dei partiti, culminate nella strage che se ne fece negli anni ‘70 dal PCI berlingueriano alla Digos, le esperienze degli anni ‘90, basate su un superiore livello diffuso di istruzione, sull’esistenza di nuovi pubblici, generi e autori per la produzione scritta e artistica, su un ceto urbano abbastanza numeroso con sufficiente disponibilità di tempo libero, non avrebbero potuto svilupparsi e durare. Il che non significa che vi fosse benessere ovunque e per tutti, semplicemente che i maggiori salari diretti indiretti e differiti permettevano maggiore libertà d’azione.

    I due pezzi in questione non mi sono piaciuti né l’uno (a firma singola) né l’altro. Era evidentissima la loro ambiguità. Lasciar passare la frase più o meno che non ci sarebbero state abbastanza tasse quindi niente spesa e stipendi pubblici, roba che tanfava lontano le mille miglia: appunto se rinunci, anzi rifiuti virtuosamente un certo dettaglio di analisi economica, in queste belle plaghe ci cadi subito e con tutte le scarpe, perché ci vuoi cadere.

    Insomma questa lunghissima pappardella per dirvi che avete ragione, e è vero: non c’è più molto in comune.

    Per quanto sia più saggio girare le spalle e andar per la propria strada, resta comunque una domanda, dando per scontato che non stiamo parlando di emissari della capa di una setta di pizzomaniaci: perché?

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