APPUNTAMENTI

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Comitato per il Donbass Antinazista


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

5 June :
1975 Ad Acqui Terme viene assassinata Margherita "Mara" Cagol, moglie di Renato Curcio e fondatrice delle Brigate Rosse.

STATS

Per non tornare al mondo di prima. La sinistra di classe e l’esigenza di tornare a pensare insieme

 

Il prolungarsi indefinito della crisi epidemica e sanitaria sta mutando il mondo che eravamo abituati (e rassegnati) a conoscere. La storia sembra essersi rimessa inaspettatamente in moto. Una frase sentita molte volte in questi anni, eppure mai come oggi prossima alla realtà. Le classi dirigenti dei principali paesi occidentali (e non solo) hanno subìto l’epidemia, rincorrendo l’evoluzione del virus sempre un attimo dopo gli eventi. Negazionismo e drammatizzazione sono parte di una stessa retorica, fatta propria da politiche inadeguate a reggere l’urto della realtà. L’incidenza di una epidemia di questo tipo avrebbe, forse, lasciato interdetto qualsiasi potere: inutile oggi riempire le fosse del senno del poi. Per quanto, sia detto esplicitamente, la gestione dell’emergenza sanitaria ha còlto impreparato un intero sistema di relazioni sociali non solo per la sua carica catastrofica naturale – cioè incontrollabile – ma anche perché si è scontrata frontalmente con un modello di sviluppo determinato. Se il virus appare un fatto naturale, la gestione sanitaria dell’emergenza è sicuramente un fatto politico, che svela il carattere anti-umano delle politiche liberiste di questo trentennio.

La crisi sanitaria prima o poi, però, passerà. La fine di questa coinciderà con l’aggravarsi di una crisi economica inaudita in tempo di pace. Ed è riguardo a questo nuovo mondo che le classi dirigenti dell’Occidente – e soprattutto quelle italiane – non sapranno cosa fare. Rimarranno attonite, tentando di incasellare nei ragionamenti di ieri un quadro di soluzioni e prospettive inservibili per il mondo di domani. Il dibattito pubblico già in corso ne svela d’altronde tutte le caratteristiche. Da una parte c’è il solito refrain liberista, declinato principalmente nella chiave ordoliberale che garantisce il libero mercato attraverso l’interventismo giuridico-repressivo dell’apparato statuale; dall’altro il variegato fronte della critica neokeynesiana, che spinge verso la “condivisione del debito” e alla costruzione di un’Europa finalmente federale. Politica dell’austerity versus politica del debito. Le “soluzioni” di ieri applicate al mondo di domani.

Tra queste due visioni impotenti del futuro, la sinistra di classe rischia di ritagliarsi un ruolo ancor più marginale di quanto avuto sino ad oggi. Rassegnandosi ad interpretare il fronte del NO a tutto e della chiusura ad oltranza, questa sinistra rischia di non cogliere la sfida che già oggi è in gestazione e gravida di potenzialità: mai come oggi il disorientamento delle classi dirigenti squarcia la politica politicante, favorisce soluzioni originali, costringe ad immaginare nuovi modelli di civiltà, un nuovo modo di intendere la modernità, una modernità finalmente non in contrapposizione all’uomo e all’ambiente che lo circonda; mai come oggi la carica inaspettata di idee nuove potrebbe farsi strada in pezzi di classe dirigente posti di fronte al baratro della crisi epocale.

Il dibattito sulla ripresa rischia di essere egemonizzato da Confindustria e dai suoi rappresentanti politici. Renzi, ma anche Salvini; il Pd, ma anche la schiera di “tecnici” – Draghi in primis – figli di un mondo che non ha più presa sulla realtà. Nei fatti, le uniche proposte concrete alternative alla chiusura sine die delle relazioni sociali del paese vengono dal fronte padronale: l’abbattimento, se non direttamente l’abolizione, di quote di fiscalità generale che gravano sulle imprese del paese; la riapertura indiscriminata della produzione ferma allo status quo ante, come se la crisi nella quale siamo ancora immersi fosse un’antipatica parentesi da lasciarsi alle spalle quanto prima; l’assistenzialismo quale orizzonte ultimo di ogni politica sociale. Abbiamo il dovere di ribaltare l’orizzonte di senso che le classi dominanti tentano di ricostruire garantendosi dagli imprevisti insiti in ogni crisi. È la crisi il terreno su cui lavorano i comunisti.

Abbiamo il dovere di immaginare il mondo di domani attraverso proposte ardite e originali. Dobbiamo dire esplicitamente che l’economia del debito non è la soluzione strutturale all’economia dell’austerity. Che il sostegno ai redditi dispersi dalla crisi – pure doveroso in questa fase e per il tempo necessario – è una misura tampone, e non l’obiettivo generale di una politica alternativa. Dobbiamo tornare a parlare di produzione rovesciando e abbattendo il “paradigma Taranto” che si vuole estendere a tutto il paese: o la salute o il lavoro. Salute e lavoro marciano uniti nel mondo di domani, ma per rendere concreta e realistica una proposta di tal fatta abbiamo bisogno di andare (molto) oltre i facili slogan a cui eravamo abituati nel mondo pre-crisi. Altrimenti, il rischio è di ritrovarci in autunno con ulteriori “liberalizzazioni” del mondo del lavoro e ristrutturazioni presidenzialistiche dei rapporti politico-rappresentativi, veicolati attraverso la narrazione “dell’emergenza”.

Per fare questo, però, c’è bisogno di alimentare un dibattito oggi bloccato anche al nostro interno. È oggi il tempo di farlo, non domani, non a giugno o in autunno. Allora, sarà troppo tardi. La borghesia evasora, rentier e anti-nazionale, europeista o populista, finanziaria o assistita, per quel tempo avrà già avuto modo di ri-organizzarsi. Se non attraverso politiche effettivamente all’altezza dei tempi (figuriamoci), attraverso la neutralizzazione del dibattito, agitando false flag ideologiche che non convinceranno nessuno, ma che persisteranno a dominare attraverso la coercizione diretta e indiretta. E con l’ausilio – come sempre – dei dominati, di quell’universo di subalternità sociale che non avrà altro modo di esprimere la propria proiezione ideale se non assecondando questa o quella finzione dialettica tutta interna al regime liberista.

Dovremmo cambiare anche noi dunque. Accettando la sfida che la realtà ci sta imponendo, stimolando un dibattito tra idee diverse, sicuramente non “ortodosse”, purché inaudite. Non per gusto di provocazione o di eclettismo. Ma perché il mondo di ieri finisce anche per noi e per il nostro teatrino. L’alternativa è farsi promotori di politiche irrealistiche, ideologiche, distopiche, disconnesse dalla realtà politica e sociale che invece richiede a gran voce – ma senza una voce cosciente – qualcosa di nuovo a cui credere. Un nuovo inizio dunque, che non può coincidere con restaurazione.

Impossibilitati all’azione politica, almeno per qualche altra settimana, è dunque il momento di favorire pensatoi comuni, con l’obiettivo di formulare e poi intestarci battaglie determinate per il dopo. Farci trovare pronti alla riapertura, questo l’unico obiettivo che dovremmo darci nel breve termine. E poi si vedrà.

21915 letture totali 50 letture oggi

29 comments to Per non tornare al mondo di prima. La sinistra di classe e l’esigenza di tornare a pensare insieme

  • riso

    Bravi. Lodevoli spunti e condivisibili come sempre. Incontriamoci online ora, proviamo a fare dibattito. Cambiamo e partiamo dal linguaggio!

  • Condividiamo, giusto ieri cercavamo di sviluppare un ragionamento simile parlando delle questioni legate alle relazioni internazionali, con particolare riferimento alle scelte della UE.

    Lo incolliamo (Collettivo Comunista Genova City Strike.

    Durante la Conferenza Stampa di sabato 28 marzo, il Presidente del Consiglio e il ministro dell’economia del Governo Italiano hanno annunciato alcune norme per combattere l’emergenza sociale che si potrebbe verificare nei prossimi giorni, perdurando la crisi innestata dalla pandemia in Italia.

    Che alcuni provvedimenti siano urgenti e doverosi lo ammettono tutti.

    Al termine delle relazioni, i giornalisti presenti hanno comunque deciso di non commentare le misure concentrandosi sulle questioni più generali relative ai rapporti tra l’Italia e la UE. In questo senso, le risposte di Conte e Gualtieri sono state reticenti e interlocutorie, ma è emersa comunque una distanza di prospettive che, fino a una settimana fa, era addirittura impensabile.

    Probabilmente, le misure annunciate di contrasto alla povertà immediata sono deboli, insufficienti e discutibili sulle modalità. Si potrebbe dire sempre meglio che niente, ed effettivamente questo ragionamento ha una sua logica. Il problema è però più generale ed attiene nell’immediato alle capacità di spesa reali dell’Italia visto che ogni accordo complessivo in sede UE è per lo meno incerto e tutto da verificare.

    L’Unione Europea ha festeggiato da poco i suoi 50 anni di esistenza. Una esistenza la cui vocazione è emersa in maniera inequivocabile almeno dagli anni 90 del secolo appena trascorso. L’Unione Europea ha festeggiato da poco i suoi 50 anni di esistenza. Una esistenza la cui vocazione è emersa in maniera inequivocabile almeno dagli anni ‘90 del secolo appena trascorso. Dopo la fine dell’esperimento socialista nella galassia sovietica, l’Unione Europea è stata la specifica risposta che le classi dominanti e i governi europei hanno deciso di darsi all’interno di una nuova fase dei rapporti internazionali, caratterizzati dalla fine delle alternative, da nuovi tipi di competizione internazionale, da una redistribuzione delle filiere produttive su scala mondiale.

    Il processo di costituzione dell’Unione Europea entra quindi, dal trattato di Maastricht in poi, in una fase completamente nuova fino alla creazione della moneta unica, passando per l’elaborazione del Trattato di Lisbona che la dota di una sorta di costituzione informale, fino all’allargamento ai paesi dell’Est europeo.

    Non è questa la sede per analizzare i singoli passaggi ma appare con tutta evidenza, e la pandemia con le sue conseguenze immediate e future non fa che rendere il tutto più chiaro, urgente e inequivocabile, che l’Unione Europea ha fallito in tutti i suoi obiettivi. Sicuramente ha fallito nei confronti dei diritti di gran parte del corpo sociale dei paesi membri a cominciare da quelli dei lavoratori, dei cittadini a basso reddito, delle piccole imprese. Fallimento che oggi può impattare duramente anche su quei settori che, invece, ci hanno guadagnato in ricchezza e potere a scapito dei più deboli. Contrazione generalizzata dei salari, aumento a dismisura della precarietà sociale, distruzione del welfare costruito dopo il secondo conflitto mondiale, disoccupazione generalizzata, distruzione del servizio sanitario nazionale, smantellamento dei servizi pubblici in generale, nessuna traccia di pianificazione economica se non di quella necessaria alle grandi imprese per competere su un mercato internazionale che altro non produce che enormi bolle finanziarie non risolvibili ma solo tamponabili attraverso ulteriori scarichi di responsabilità e oneri verso i lavoratori e verso interi stati (il caso della Grecia è forse il più emblematico del nostro continente).

    Oggi la pandemia rischia di far saltare definitivamente il tappo a una situazione che era insostenibile già da tempo. Il disastro della sanità, con l’elenco dei tagli che ci sono stati negli ultimi decenni, non solo in Italia, ne è l’emblema. Ma anche i balbettii con cui i paesi europei e l’Italia affrontano il tema delle misure di contenimento del contagio, ci racconta di un sistema che rischia di travolgere se stesso (a cominciare dal macello sanitario lasciato indisturbato ad agire contro i lavoratori) senza nessuna possibilità di intervento da parte di governi in totale balia degli interessi dei padroni. La novità è che il sacrificio imposto a lavoratori e operatori sanitari, non può passare inosservato, non può essere considerato, cinicamente, alla maniera classica del capitale, come un fatto normale e necessario per competere; diventa impossibile non capire che attraverso queste politiche, la diffusione del contagio non risparmierà neppure le grandi imprese che rischiano di essere spazzate via lo stesso da uno tsunami internazionale.

    Noi non possiamo sapere come finirà l’inedito braccio di ferro che sembra contrapporre il nostro e altri governi europei al governo tedesco e ai suoi alleati. Siamo in una situazione completamente diversa da quella che era stata affrontata dal governo di Syriza nel punto più drammatico della crisi greca nel 2015. In quel caso, Tsipras capitolò senza nessun aiuto concreto da nessun paese membro; lì si trattava di sacrificare i lavoratori e le classi popolari greche e l’Unione Europea, mostrando il suo volte feroce ed inumano, lo fece per salvare se stessa e le sue classi padronali. Ora, il volto feroce del MES, l’approccio di alcuni paesi che stanno nascondendo la reale natura della crisi in funzione di un aumento competitivo del proprio sistema industriale per il dopo pandemia, rischiano di essere crudeltà inutili. Quindi, quale sia la reale natura della contrapposizione in seno alla UE e a cosa allude per il nostro futuro va compreso bene; da una parte c’è chi ritiene che la crisi pandemica si risolverà con il sacrificio di milioni di persone e che tutto questa debba essere affrontato con iniezioni economiche che salvaguardino lo status quo: soldi per l’emergenza mantenendo uno stretto vincolo sulla destinazione a banche ed imprese e sacrifici da scaricare nuovamente su welfare, lavoratori e classi popolari. Questa è l’idea di fondo degli Stati legati al blocco tedesco ordoliberista. Dall’altra parte Italia, Francia e Spagna, che vorrebbero un meccanismo in cui i soldi possano essere destinati direttamente agli Stati per l’emergenza e per una ricostruzione del tessuto industriale. Le due ipotesi non sono equivalenti in quanto la prima serve esclusivamente a mantenere i rapporti di forza tra Stati esattamente come sono e, se possibile, acuire il divario tra paesi “virtuosi” e paesi “cicala”. La seconda allude a un meccanismo più solidale tra stati ma rischia comunque di essere insufficiente in quanto manterrebbe inalterato il meccanismo interno ai singoli stati nella divisione ineguale delle risorse e non affronterebbe nessun problema strutturale di fondo.

    Ciò di cui abbiamo bisogno è di un meccanismo completamente ribaltato: bisogna ricostruire totalmente un rapporto sociale distrutto dalla fase neoliberista del capitalismo: i soldi devono essere usati per la ricostruzione del welfare, per il recupero dei diritti dei salariati, per la diminuzione della precarietà e della disoccupazione, per la reinternalizzazione dei servizi, per la scuola pubblica, per la riconversione del sistema industriale nel suo complesso.

    Abbiamo bisogno di ricostruire il sistema industriale e sociale, per farlo non servono solo risorse ma anche recuperare il concetto di pianificazione e azione pubblica nell’economia, una idea di futuro che tenga conto dell’intera collettività. Un meccanismo solidale in cui i deboli e i lavoratori siano al centro di una esperienza collettiva. Abbiamo bisogno di tornare a muoverci dal punto di vista delle relazioni internazionali non più per alimentare contrapposizioni tra blocchi, guerre per il controllo delle risorse, devastazioni ambientali, ma per istituire relazioni solidali.

    Con tutte le contraddizioni che si portano dietro, oggi assistiamo a uno spettacolo in cui paesi come Cina, Cuba o Venezuela ci stanno dando una lezione solidale. Non esiste un reale modello immediatamente trasferibile all’Italia date le differenze di cultura storica e di contesto. I patti di azione tra quei paesi ci sono ma sono legati anche ad interessi concreti non sempre idealizzabili. I sistemi economici e di governo sono diversi e si portano dietro enormi contraddizioni. Ma è difficile non vedere come nel mondo esistono comunque differenti modelli (anche se interconnessi tra loro in maniera non necessariamente virtuosa) che, in questo come in altre crisi, danno risposte qualitativamente diverse, non solo a livello di salvaguardia per le fasce meno protette ma anche a livello di risultati pratici.

    Oggi possiamo anche valutare come tendenzialmente positiva la posizione del Governo italiano nei confronti della UE, lavorare e sostenere gli sforzi per una “svolta epocale” (come sostenuto da Conte) per la UE. Molto probabilmente non si arriverà a questa svolta e si troverà un compromesso da valutare. Le responsabilità, le attitudini e i referenti sociali del nostro governo non permettono comunque nessuna illusione di fondo. Ma la situazione è tale che anche questa possibile “svolta” non ci porterà fuori dal pantano in cui siamo immersi. L’Unione Europea è un progetto fallito anche se proverà (o per lo meno sarà costretta) a cambiare parte della propria natura. Prima questo mostro salterà in aria meglio sarà, non solo per noi, ma per tutti i lavoratori e gli sfruttati in Europa.

    I popoli e i lavoratori europei nel loro complesso hanno bisogno di altro.

    Hanno bisogno di istituzioni e governi che si rendano autonomi da un modello di sviluppo fallimentare, hanno bisogno di una prospettiva socialista, solidale e collettiva in grado di relazionarsi in maniera solidale con l’intero pianeta. Ciò di cui dobbiamo decidere è che tipo di relazioni sociali vogliamo avere, quale potere avranno i lavoratori nelle scelte da intraprendere, come vogliamo che siano la sanità, la scuola, i trasporti. Dobbiamo decidere se l’Italia debba continuare a produrre armi o apparati medici, se vuole continuare ad applicare sanzioni e ad alimentare guerre, se vuole costringere interi paesi a perire mentre si scatenano guerre per le risorse e milioni di persone sono costrette a migrare per essere emarginate e sfruttate nei paesi ricchi oppure vuole lavorare per una sana cooperazione tra popoli. Dobbiamo scegliere se vogliamo sacrificare le nostre vite per profitti di pochi, morire per guerre, pandemie prossime venture, se vogliamo essere considerati eroi da chi continua, oggi come ieri, a mandarci al macello oppure lavorare per una impresa collettiva in cui i sacrifici li facciamo per noi e non per padroni e governanti avidi, corrotti e incapaci.

    Ciò ci interroga anche come militanti e attivisti comunisti: oggi è in gioco un modello di ricostruzione; la pandemia agisce e agirà come una tabula rasa rispetto a una guerra di posizione in cui ognuno di noi faceva per se stesso. Abbiamo oggettive difficoltà a intervenire in qualsiasi dibattito a causa delle nostre divisioni storiche sia a livello del nostro paese sia a livello internazionale. Vale forse la pena di sviluppare un ragionamento complessivo sulla situazione attuale e futura, capire se vogliamo intervenire e provare ad incidere su un processo di rinnovamento che comunque ci sarà per forza di cose, capire quale è il modo per provare a farlo. Tra le cose da comprendere nella fase che si apre c’è anche il fatto che l’atteggiamento tenuto fino a ora come comunisti ed anticapitalisti è stato totalmente inadeguato ed è giunto il momento di affrontare anche questa questione con urgenza e spirito unitario.

    Collettivo Comunista Genova City Strike

  • Militant

    @ roberto

    Grazie del contributo, che condividiamo per intero soprattutto nella parte propositiva, che indica in una nuova pianificazione economico-produttiva lo strumento per superare le aporie del capitalismo nella sua fase liberista. In effetti, l’ordoliberalismo non si traduce in *assenza di pianificazione*, cioè in liberismo “puro”, ma in una pianificazione di un certo tipo, volta ad assicurare ai flussi (di merci, capitali, finanziari, di popolazione) totale libertà di movimento, a cui dovremmo saper opporre una pianificazione diversa. Ma prima dovremo saperla “pensare”, cioè capire nel concreto cosa significhi pianificare un’economia, onde evitare il ripetere dei soliti luoghi comuni della sinistra comunista, di per sè validi ma altrettanto incapaci di trovare ascolto nella popolazione.
    Abbiamo un compito primario: farci ascoltare. La lotta è decisiva, ma in questo tempo sospeso occorrono anche idee nuove.

  • Pienamente d’accordo. L’urgenza è quella di escogitare delle parole d’ordine per noi e con le quali raggruppare poi offline.

  • Potrebbe essere un inizio:
    1.No Eurobond e no ad alcuna forma di indebitamento.
    2.Abolizione del debito e del suo pagamento
    3.Occupazione per tutti
    4.Fuoriuscita dall’Europa e dai suoi schemi economici (Sfruttamento nord – sud)
    5.No alla svendita patrimonio nazionale, di qualsiasi tipo esso sia
    6.Nazionalizzazione banche e industrie

  • Militant

    @ Flacons 2.1_

    Schematicamente: i primi due punti sono complessi. Gli Eurobond sarebbero, in teoria, uno strumento per uniformare i livelli di indebitamento finanziario dei vari Stati membri della Ue. Approvarli significherebbe rafforzare strutturalmente l’Unione europea, ma al contempo vorrebbe dire anche eliminare il vantaggio competitivo della Germania, che in sostanza usufruisce di un marco indebolito artificialmente che gli garantisce il livello impressionante di esposizione all’export della sua economia. Il cambio di paradigma rafforzerebbe l’euro e, di conseguenza, limiterebbe la capacità di esportazione dell’economia tedesca, che al quel punto dovrebbe stimolare, attraverso il debito, la propria domanda interna. Si può fare ovviamente, ma non converrebbe al capitalismo tedesco. Questo per dire che gli Eurobond sono uno strumento importante, diremmo quasi epocale, che non va sottovalutato, perchè muterebbe alla radice le ragioni dell’Unione europea. Non sono l’alfa e l’omega di una politica monetaria e men che meno economica, ma sarebbero, letteralmente, un salto di paradigma che non va minimizzato.

    Sull’abolizione del debito, occorre ragionare. Quel debito è stato prodotto dalle politiche predatorie della borghesia nazionale. Dovrebbe essere abolito, ma se a trarre i frutti di questa ristrutturazione volontaria è quella stessa borghesia, sarebbe l’ennesimo escamotage per socializzare le perdite privatizzando i futuri guadagni. E’ lo stesso schema interpretativo degli Eurobond: per poter ripartire occorre fare debiti. Può essere vero, *a patto* che siano fatti dopo aver espropriato (almeno parzialmente) i profitti di quella borghesia che si è arricchita anche attraverso l’economia del debito. Espropriata come? Attraverso una patrimoniale ad esempio, stabilita in virtù di una “solidarietà nazionale” che imponga a chi ha di più di pagare di più. E’ una soluzione che verrà avversata fino alla morte dal capitalismo nazionale, ma su cui andrebbe avviata una battaglia di civiltà, *proprio in virtù dell’emergenza*.

    “Occupazione per tutti” rimanda ai primi due punti: o la realizzi moltiplicando il debito, o attraverso una fiscalità fortemente progressiva che farebbe “scappare” una parte delle aziende del paese. A quel punto dovresti impedire giuridicamente di traslocare altrove, e questo si scontrerebbe con il regime giuridico europeo, aprendo una battaglia anch’essa epocale. Una battaglia che la nostra borghesia non ha nè la forza nè la voglia di portare avanti, ma su cui andrebbe inchiodata da una mobilitazione di massa.

    Il punto 4 è collegato direttamente a tutto ciò che abbiamo detto sopra.

    I punti 5 e 6 dovrebbero costituire la base dalla quale ripartire. La produzione strategica dovrebbe essere difesa da strettissimi vincoli giuridici, cosa peraltro già presente negli altri paesi della Ue.
    Sulle nazionalizzazioni, invece, bisognerebbe andare oltre il feticcio fatto proprio anche dall’attuale classe politica. Anche Alitalia è stata nazionalizzata, ma con lo scopo di poterla spacchettare e rivendere meglio una volta “risanata” (cioè una volta fatti pagare alla fiscalità generale i debiti creati dalla gestione privatistica – seppure formalmente statale – dell’azienda). Andrebbe fatto un ragionamento complessivo sullo strumento delle nazionalizzazioni, che non possono voler significare gestire in perdita i servizi fondamentali, pur accettando che un servizio basilare (come il trasporto pubblico aereo) possa prevedere servizi che si mantengono *anche* in perdita.

    Più avanti risponderemo in termini meno schematici. E’ una discussione che va avviata daccapo e con proposte nuove.

  • maria cristina

    Grazie Spero che la sinistra radicale sappia cogliere questa grande opportunità E poi se non ora quando? E’ un momento storico irripetibile e molti si stanno finalmente svegliando

  • Punti non corrispondenti a quelli precedenti, se non in parte:
    1.l’esposizione all’export della Germania non è un “trucco finanziario” (virgolette mie) poiché “in sostanza usufruisce di un marco indebolito artificialmente”. O meglio, tutte le “leve finanziarie” hanno un senso, ma non è semplicemente quello. Innanzitutto la Germania HA mantenuto una forte presenza industriale, diversamente dagli altri.
    2.Degli Eurobond che metterebbero sulle nostre teste altri debiti – finché durano questi rapporti sociali – e quindi maggiori sacrifici, i maggiori beneficiari (teorici), poiché maggiori azionisti del sistema, sarebbero i tedeschi. Allora perché non li emettono? Perché intaccherebbero il saggio generale del profitto (rendite finanziarie incluse) di cui l’export è una parte, ma non il tutto. Intaccherebbero il saggio nelle condizioni date di oggi (non di un altro momento storico) in cui il rapporto capitale costante/lavoratori (fonte del profitto) è tale da non permettere interventi keynesiani salva-capitalismo: il rapporto è molto sproporzionato dalla parte delle macchine, i profitti sono scesi tendenzialmente in questi ultimi decenni, facendoci arrivare allo stallo.
    Peraltro, la distruzione di uomini e capitale che sta avvenendo può ridare fiato al sistema. Vedremo in che termini.(Non in termini keynesiani, comunque, ma sulla linea dell’ulteriore indebolimento del mondo del lavoro).
    3.La patrimoniale sta molto bene alla borghesia nazionale che ne riparla (cercate su Google). L’ultima patrimoniale camuffata fu del 2012 con la reintroduzione dell’IMU prima casa, eccetera. Non è una cosa mai fatta. Si tratta di un trasferimento di ricchezza. I più forti si difendono meglio nei confronti del trasferimento, ma ne risentono tutti. Se poi mi dite che esiste la patrimoniale “loro” e quella “nostra”, si, certo, lavoriamoci inauditamente. Per ora mi soffermo sull’unica versione attuata.
    4.Sull’ “occupazione per tutti” bisogna lavorarci. Avete detto di essere inauditi!
    5.Sul resto, discutiamone.

  • Fred

    dico quel che penso, drastico e poco corretto.
    1) progressiva ma dichiarata uscita dall’EUROpa e nulle le modifiche costituzionali che si sono succedute dall’adesione
    2) nazionalizzazione dei trasporti aerei, treni, marittimi, rinazionalizzazione delle autostrade, della Banca d’Italia e della galassia delle partecipate interinali sorte a livello anche locale (scuola,comuni,cultura,ospedali,trasporti ect.) e assunzione in toto dei loro lavoratori
    3) azzeramento/scioglimento dei sindacati confederali, stracolpevoli (lavoro, sanità,scuola, casa, ect)
    4) azzeramento spese militari e devoluzione e degli investimenti in scuola/università/ricerca
    5) reintroduzione del finanziamento pubblico ai partiti, del sistema elettorale proporzionale, a doppio turno insomma facciamo che qui è la fine dell’elenco delle cose urgenti e forse ne ho dimenticata anche qualcuna di più importante, ma insomma sono sono decenni che ci diciamo le stesse cose…il contenuto intellettuale? ancora?

  • Militant

    La prima grande riforma, drastica ma realizzabile anche nel quadro degli attuali rapporti politici, sarebbe l’abolizione o ridefinizione dell’attuale articolo 81 della Costituzione, cioè il pareggio di bilancio sancito come obiettivo strategico costituzionale. Non si capisce perchè non venga messo sul piatto della trattativa tra Italia e Europa. Non volete gli Eurobond? Allora noi accettiamo il Mes, ovviamente senza alcuna condizionalità aggravante, ma eliminiamo anche quei vincoli giuridici che l’Europa stessa ci ha imposto.

    Sull’export tedesco: è vero quanto dici, ma parziale. La forza dell’industria tedesca è tale perchè può garantirsi margini di profitto determinati proprio perchè, attraverso l’euro, può esportare a minor costo ciò che invece, se fosse destinato alla sua domanda interna, avverrebbe a costi di produzione maggiori. In altri termini, un conto è far assorbire dal proprio mercato interno le merci prodotte (determinando così un innalzamento dei salari), un altro è farle assorbire a “qualcun altro”. Di conseguenza, l’euro forte ha prodotto una moderazione salariale tedesca che ne garantisce la produttività. Salari più alti comportano produttività minore, dunque maggiori investimenti e prezzi finali più alti. Una dinamica che, in piccolo, ha distinto anche l’economia italiana, forte di una manifattura in ristrutturazione ma in ogni caso ancora importante rispetto agli altri Stati europei.

    Su di un altro piano, non economico stavolta, andrebbe segnalato l’assalto che si produrrà a “fine epidemia” sulla struttura politico-rappresentativa del paese. La crisi imporrà soluzioni presidenzialistiche, accentramento decisionale, ulteriore restrizione dei rapporti tra eletti ed elettori, riforme costituzionali di vario tipo ma di unico segno. Questo sarà uno dei frutti avvelenati che ci ritroveremo a combattere. Però, per farlo meglio, occorrerebbe una sorta di “teoria dello Stato” che proponga riforme politico-istituzionali di diverso segno, a difesa dei principi democratici sanciti idealmente in Costituzione ma in grado di “dialogare” con il presente. Ad esempio, uno dei lasciti di questa crisi è l’inaudito scontro di poteri tra Stato, Regioni e Comuni, riflesso (anche) di una gestione della Sanità differenziata per venti Regioni diverse, ognuna col suo sceriffo-governatore che si pone come potere alternativo a quello statuale. Non sappiamo se un processo di “ricentralizzazione” dei poteri sia la strada, ma di sicuro il teatrino Stato-Regioni deve finire.

  • Francesco (M)

    Benissimo, proprio il tipo di reazione che voglio vedere. Sono d’accordo sulla necessità di proposte ed approcci nuovi e credo bisogni scegliere due o tre “campi” in cui è oggettivamente possibile ottenere risultati. Il numero di campi d’azione dipende anche dalla risposta all’appello, quantitativa ma anche qualitativa; io dubito che siano molte le organizzazioni della “sinistra di classe” capaci di svecchiarsi e di abbandonare il fatalismo, ormai strutturale a molti, e il settarismo. Ma spero di sbagliarmi di grosso. Spero che si approfitti sia di questo momento che di quello immediatamente successivo, quando ci si potrà vedere fisicamente, e che questo attraversi tutto il territorio nazionale, così da permettere ad ogni militante, anche “imbozzolati” da tempo, come me, di partecipare. Credo, però, che sia necessario fin da ora porsi due punti: 1) ovvero come uscire dalla marginalità e riuscire ad incidere sulle cose che si osservano all’interno dei campi d’azione scelti e qui mi pare che bisogna cominciare a partire dalle varie situazioni osservabili e in divenire e a proporre a raffica (i migliori articoli analitici, alcuni su Contropiano ad esempio, sono solo osservazioni di quello che succede, proposte zero; questo atteggiamento deve cambiare e subito) con l’ottica di sintetizzare le proposte in un obbiettivo coerente, come dite; e anche un occhio al linguaggio, senza feticizzarlo 2) l’autodifesa, bisogna porsi la questione, a tutti i livelli, giuridico non certo ultimo di come non esporsi alla reazione indifesi e divisi, cosa che ormai è stata lasciata cadere da tempo da quasi tutti, come indicavate qualche post fa.

  • @Fred: proposte interessanti da approfondire.
    @Militant: sull’articolo 81 della Costituzione siamo d’accordo; sulla Germania dovremmo parlare per giorni, ma comunque non siamo distanti; sull’assalto alla struttura politico-rappresentativa che si produrrà, siamo d’accordo. Bisognerà pur dire qualcosa sul tema.
    @Francesco(M): il problema che sollevi è giustissimo, sia al punto 1 che al punto 2. In ogni caso, non credo ci si debba rivolgere “alla sinistra di classe” (avrei anche dei dubbi sul senso di certe affermazioni oggi). Ogni rappresentante di quel ceto politico o aspirante tale “ha la verità in tasca”, non necessita di discutere con nessuno, si oppone a qualsiasi messa in discussione dei ruoli sociali e politici dominanti. Questa è politica vecchia. Credo sia necessario superare le derive del passato, siamo 30 anni fermi nelle elaborazioni e in buona parte nelle lotte e nelle loro forme (dopo la caduta del Muro, il buio), credo ci si debba rivolgere alla società nel suo insieme con un messaggio di partenza tipo questo: “il capitalismo ha causato questo, superiamolo!”. Superare per sopravvivere, per la specie umana, altrimenti c’è il baratro.

  • Militant

    @ Francesco (M)

    Sulle “analisi” siamo tutti “bravi” (e in realtà, anche su questo, abbiamo seri dubbi). Le proposte però non potranno mai venire da “una” organizzazione”, un “partitino”, “un” sindacato ecc. Questa è la verità che le micro-organizzazioni della sinistra dovrebbero fare loro. Eppure non avverrà neanche in questo caso, perchè l’ansia di escogitare, tirando fuori dal cilindro, “la” proposta, sommato ai rapporti rancorosi e impostati sull’invidia del vicino, renderanno impossibile predisporre un effettivo confronto. Certo, a parole tutti si dicono e si diranno “per l’unità” e altre baggianate simili, dette per autoconvincersi che questa unità non la vogliono gli altri, quelli a cui di volta in volta si propone. E’ così da decenni, continuerà per sempre, non c’è possibilità di redenzione per un ceto politico imbolsito dall’età e dall’esperienza accumulata.

    E in tal senso, ha ragione @ Flacons 2.1_ quando dice che questo discorso non dovrebbe parlare “alla sinistra di classe”, ma neanche “al proletariato”s’è per questo. E’ alla società che bisogna parlare, cercando di cogliere i motivi per cui tutta la società, non solo “i proletari”, non può più vivere come prima. La “rivoluzione” non è la traduzione economicistica di una vertenza sindacale. Cosa che, però, si scontra i riflessi ideologici, le carenze strutturali e i limiti numerici di questa sinistra.

    Tutto andrà per il peggio dunque? Come sempre nella storia, non è mai detto. C’è necessità però di qualcuno e di qualcosa che ci sostituisca, tutti: anche noi. Non diremmo una “nuova generazione”, ma una diversa componente politico-sociale, un diverso istinto di trasformazione, presente anche in una (piccola) parte di ceto intellettuale e, chissà, dirigente lato sensu del paese. Il “qualcosa” forse è stato trovato nel virus, che costringe alla società, nel suo complesso, di fare i conti con se stessa. Il “qualcuno” non c’è ancora. In tal senso, va preservato il lavoro dei compagni, perchè senza alternative. Coscienti però del fatto che è sempre più un lavoro di resistenza e non di costruzione. In un periodo, però, in cui – per citare Walter Siti – resistere non serve a niente. Serve andare oltre se stessi, credendoci veramente, senza infingimenti. Avverrà? Ne dubitiamo. Provarci, però, è necessario.

  • Francesco (M)

    Non mi piace prendere troppo spazio, ma vorrei provare a dire ancora qualcosa. Concordo nel giudizio sulla “sinistra di classe”, vostro e di Flacons, e non penso ad un’unità di quell’area. Ma, appunto, una modalità per rivolgersi alla società bisogna trovarla e su questo bisogna proporre, non solo sul dire ma sul come. Se emergesse un soggetto sociale nuovo dobbiamo farne parte, sciogliendoci in esse, usando ciò che è utile dell’esperienza di lavoro e dell’analisi; penso si possa provare ad iniziare non con un “appello ai compagni”, ma con un tentativo di mettersi a ragionare, per agire, tra coloro che è possibile contattare a prescindere dai gruppuscoli, meglio ancora esterni ad essi o che ne sentano i limiti; anche solo con chi ha la voglia o necessità di fare e con cui si abbia un contatto. Pensando anche al momento in cui ci si potrà incontrare. E adattare il da farsi a seconda della risposta. Perchè, avete ragione, resistere non serve a niente, quindi bisogna trovare un modo per trasformare in azione questo momento; almeno di fare un passo in questa direzione. I temi ci sono, mi viene in mente l’aumento previsto dei prezzi e l’aggravamento della crisi con le sue conseguenze sociali come esempio, tema concreto su cui agire, individuando modi e priorità, e che dà la possibilità di parlare di temi politici più ampi collegati (l’Europa, ecc.). Sono convinto che se le cose andranno male non è perchè non avrebbero potuto essere altrimenti. E allora, chi può sul proprio territorio e cercando di stimolare anche gli altri deve, penso, iniziare una fase propositiva non sulle analisi, o non solo, ma proprio su come partecipare e contribuire ai movimenti della società che possono emergere in questa fase; questo darebbe un riferimento anche a chi ora è isolato e non sa come trovare un collegamento. Partecipare e contribuire, non fare le pulci che pensano di cavalcare la tigre o pensare di creare lotta sociale dal niente, e non mi riferisco certo a voi. E nel farlo elaborare proposte di difesa, ripeto, è essenziale; senza di questo non c’è possibilità di azione. Quello che dico è inadeguato, certo, ma è un tentativo di dire qualcosa sul provarci.

  • Fred

    quante belle analisi! Davvero chapeau! Ma quando tra quindici giorni, un mese, due si ricomincia, chi non avrà più uno straccio di occupazione che gli proponiamo? Queste belle analisi? Quando tra dieci, venti giorni ci ritroviamo con Mes, Mes2, Sure e con “er Drago” a fare da garante al cappio stretto sul nostro collo e su quello dei nostri figli, che facciamo? Ancora analisi?
    1) Uscita EUROpa
    2) Nazionalizzazione Banca d’Italia
    3) Abolizione modifiche costituzionali dall’adesione all’Europa
    4) Abolizione modifiche art. 18 e assunzione immediata precari scuola, università, sanità, enti locali, statali, trasporto pubblico, con riacquisizione di tutte le partecipate sorte dalla liberalizzazione
    Basta! E’ ora di dire BASTA! Obiettivi concreti, difficilissimi ma comprensibili e sopratutto necessari per tutta massa di ex e nuovi proletari, sconfitti da decenni di barbarie liberiste!

  • berja

    E’ alla società che bisogna parlare, cercando di cogliere i motivi per cui tutta la società, non solo “i proletari”, non può più vivere come prima.

    questa è una chiara e sincera prospettiva, vi ringrazio per averla esplicitata, sembra non sia molto chiara.
    qui e la’ fate anche una critica implicita al “sindacalismo” di certe porposte e posizioni, critica giusta, purtroppo però per molti di noi l’aspetto “sindacale” è l’unico in cui ci sia stata un poco di agibilità politica, quindi ci siamo tutti un poco adattati, sicuramente sbagliando.
    personalmente non vedo alcuna componente sociale “nuova” all’orizzonte, nemmeno le premesse, ma la clausura non aiuta, sicuramente a breve termine, brevissimo, ci saranno dei problemi di esistenza materiale per moltissime persone, questo cambierà molte prospettive.

  • Fred

    Mentre al capitale verrà concesso altro credito il cui interesse a debito ricadrà su di me, sui miei figli, sui miei compagni, sui lavoratori, sulla società chi guiderà questa massa d’incazzati che non desidera altre che di ristabilire un minimo di giustizia sociale? I miei punti sopra descritti riassumono non totalmente le necessità dei subordinati, dei proletari vecchi e nuovi, dell’enorme scontento generato dalla politica degli ultimi trenta anni, ma di una cosa sono pressoché certo: del sol dell’avvenire ci siamo rotti tutti il cazzo, lo zero virgola dei voti ad ogni tornata elettorale ne è la più plastica delle dimostrazioni. Ancora Tafazzismo, bene anzi male perché significa che la storia ad alcuni non insegna nulla..

  • Sono assolutamente d’accordo con @Fred.
    E fra qualche settimana o mese si allenterà questa situazione che non ci permette di dire e fare nulla. Quindi, disoccupati, precari, sofferenti vari, dovranno pur dire e far sentire la propria voce. O forse no? Forse si risolverà tutto saccheggiando i risparmi della nonna in attesa di tempi migliori? Non è che li, fra questi incazzati bisognerà esserci per obbligo partecipativo, ma molti di noi ci saranno perché questa è la situazione che li colpisce. Poi da cosa nascerà cosa. Questa è la questione. Ma come si convocherà questo popolo che si è rotto i cabbasisi? Questa è una domanda che mi pongo. Arriverà inaspettatamente come il Corona virus oppure arriverà perché un gruppo di persone scenderà in piazza? Un punto di raccordo, di partenza, ci dovrà essere.
    Questo lo dico anche perché vedo dei piccoli sommovimenti in corso che vanno in direzioni “tipiche”:
    quel che resta di Rifondazione parla di reddito per tutti e tutte; i sindacati di base (la CUB, forse pure SGB) farà un giro di conferenze sul nuovo sindacalismo (!); Infoaut invoca reddito per tutti; Contropiano non mi sembra esprima delle opzioni possibili.
    Francamente non credo noi stiamo parlando o invocando questo, cioè il sindacatino o il partitino che, dopo una collaborazione più o meno esplicita nel far marcire la situazione e dopo un giro di post sui Social, ci dica di scendere in piazza.(Cosa che peraltro non succederà! Staranno tutti bene attenti a come muoversi.)
    E nemmeno sappiamo bene quanto la legislazione emergenziale durerà.
    @Militant; si, superare sé stessi. Questo sarebbe d’obbligo. Non vedo ancora questo spirito.

  • Fred

    bene Flacons, scendere in piazza, convocati dalla disoccupazione, dall’austerity che sarà, dalla rabbia della clausura, dall’incertezza che regna sovrana!
    Scendere in piazza, poi i detentori di cartelli vari, i marchettari giornalisti, gli intellettuali col culo sul morbido seguiranno a ruota, vedrai! Poi i sociologi analizzeranno, noi dovremmo scendere in piazza e basta…

  • Militant

    Si @Fred, l’almanacco dei programmi di transizione al socialismo è fatto proprio e declamato da una certa quantità di partitini comunisti, supercomunisti, criptocomunisti, nonché di sindacati di base, di movimento, incazzati, superincazzati. Non è che mancano le proposte e le parole d’ordine. Sono le stesse da un secolo e mezzo, e tutte rivendicate in base alla “necessità”, alla “inevitabilità” della situazione, che “impone” il socialismo o la barbarie. E invece siamo sempre al punto zero, almeno da qualche decennio.
    Una volte terminati gli improperi contro quel “popolo” o quella “classe” che non vuole saperne di seguirci, ci chiederemo infine, veramente, con onestà politica e intellettuale, come fare a uscire dalla situazione odierna? Perchè questa crisi dovrebbe costringerci a ragionare sul serio. In questo senso è anche una grande possibilità: lasciamoci alle spalle il passato, diamo forma a una nuova politica antagonista.
    Non basta dire “no-euro”, “no-nato”, “nazionalizziamo”, “espropriamo”, e poi “patrimoniale” o “redditopertutti”. Sono discorsi vuoti, parole testimoniali senza significato reale. Certo: per farsi ascoltare occorre farsi riconoscere. In attesa di tornare a una semi-normalità, però, impieghiamo questo tempo per escogitare parole nuove, trasmesse con nuovi linguaggi. Il tempo delle “parole ardite” tornerà, ma oggi non siamo nel 1848.

  • Fred

    La reintroduzione dell’ art.18 qualche anno fa raccolse più di un milione di firme così come gli altri no declinati nei miei commenti precedenti furono oggetto della campagna elettorale di m5s e lega, vincitori delle ultime tornate elettorali con milioni di voti, salvo rivelarsi altre facce della stessa medaglia ( quota 100 e reddito di cittadinanza non sono male uniche due briciole gettate alla povera gente ), noi alla mercé di Casalino & Co.alla ricerca di strade e parole nuove!
    Scusate, molto probabilmente sono io che non capisco…

  • Francesco (M)

    Flacons, concordo, con troppe parole cercavo di dire quello che mi sembra dici tu. Penso che ci ci possano essere necessità e situazioni nuove e che questo possa far sviluppare nuovi contesti. Non sappiamo come, quindi è proprio sul come collegarsi a qualunque cosa possa succedere senza andare allo sbaraglio che penso sia necessario discutere adesso. Come “farsi conoscere” nel contesto a venire. E come fare per non lasciare da parte forze disposte a partecipare e a svecchiare l’approccio; questo lo dico perchè è la mia situazione, per esempio, ma sono sicuro di non essere l’unico. “Scendere in piazza”, come dice Fred… se è quello che succede, che la gente scende in piazza, allora bene, con quello ci si rapporta, spero avendo pensato bene come farlo per non subire passivamente la repressione; ma spero non si torni alla manifestazione come rito magico, speranza non scomparsa presso “la sinistra di classe” (heh), e che si identifichino modalità di azione efficaci. Più che analisi, proposte, flessibili (che con cosa ci si può trovare ad avere a che fare non lo spappiamo) ma fattive, su come affrontare qualunque cosa possa venire, che siano mobilitazioni, un equilibrio precario diverso dal precedente, ecc. Avendo le idee chiare, possibilmente valutando i temi su cui è maggiormente possibile che scoppi qualcosa, così che si possano fare proposte politicamente chiare adatte alla situazione, standoci all’interno non pensandosi gruppetto/i che pensa di guidare dal niente “la classe risvegliata” o che so io, ma neanche senza criterio. Visto che ci sono compagni come Militant che fanno questa riflessione, penso ce ne siano altri; chi può, penso, deve cercare di stimolare questa possibilità. Mi dispiace l’intervento ripetitivo ma lo faccio, spero più chiaramente, proprio perchè io non posso stimolare nulla, ma neanche voglio rimanere immobile se se c’è modo di agire senza muoversi allo sbaraglio e penso lo stesso valga per altri. Comunque ho preso troppo spazio, aspetto le prossime analisi.

  • Fred

    Ciao Francesco, al mio liceo c’era un gruppo di compagni che oltre a farsi canne, scambiarsi dischi e cazzeggiare su vari temi raccoglieva spunti, critiche e proposte che si proponevano come stimolo di riflessione e di critica alla direzione didattica come alla società nel suo complesso e questo accadeva nei migliaia di licei italiani. Anche all’università il confronto con gli altri studenti era frequente e perfino necessario. Vicino dove abitavo e abito tutt’ora c’era un’associazione culturale dove oltre che berti una birra a prezzi popolari, farti una partita a carte o leggerti un libro, vedere un film, potevi confrontarti con altre persone che a vario titolo frequentavano l’associazione. La stessa era sede di dibattiti con invitati e relatori politici o protagonisti di altre discipline. Io oggi sono un’uomo adulto, non frequento più quei luoghi, i figli mi dicono sia tutto diverso, dove c’era l’associazione culturale ora c’è un supermercato. Qui e in altri blog a volte sento la necessità di scrivere, di far sentire la mia voce o di esprimere il mio disagio. Ammiro la forza e la costanza che hanno spinto per più di un anno il movimento dei Gilet Gialli, detesto il movimento sindacale della triplice, e non ho idea di come possa organizzarsi a livello nazionale una protesta che non abbia obiettivi altri se non quelli di cui ai punti che ho descritto nei precedenti commenti.
    Sono un’idealista, sono un uomo, ho 58 anni, sono incazzato e aspetto!

  • berja

    oltre alle ovvie proposte sul reddito e sul controllo statale dei mezzi di produzione e distribuzione (la mancanza dei DPI è stato una tragedia per tutti) forse si potrebbe iniziare a pensare anche a una adeguata tassazione dei profitti che ricaverà la GDO da tutta questa vicenda, a una patrimoniale sui capitali investiti in borsa e nei fondi, a una politica industriale degna di questo nome.

  • Walter P.

    A emergenza finita, forse potremmo ri-INIZIARE con delle serie e continue manifestazioni, volantinaggi, dibattiti e boicottaggi di tutta quella filiera che distoglie soldi da sanità/istruzione/sociale per darli a NATO, fabbriche di armi e spese militari.
    Spiegare per bene ai parenti delle vittime nell’operoso industriale e piccoloborghese triangolo Brescia-Bergamo-Milano, che i loro parenti e amici morti non sono morti per una fatalità, ma direttamente per il gretto interesse padronale di pochi legati alle solite mangiatoie ed egoismi e a causa delle scelte scellerate dei politicanti infami che dette visioni sostengono.
    ——————————
    BASTA SOLDI ALLA NATO
    BASTA TRUPPE AI GUERRAFONDAI
    ——————————
    Il modello di società americano, basato su diseguaglianze e sfruttamento: NON FUNZIONA, E’ DANNOSO, E’ CRIMINALE.
    ED E’ E DEVE ESSERE IL NOSTRO PRIMARIO NEMICO.

  • Una traccia e una domanda:
    1. Liberare i bisogni.
    2. Questa cosa della potenza di fuoco del governo? Origine e cornice della potenza stessa?

  • Walter P.

    “Non è che mancano le proposte e le parole d’ordine. Sono le stesse da un secolo e mezzo” [cit.]
    Il problema è proprio che sono esattamente le stesse da un secolo e mezzo.
    Un secolo e mezzo in cui le cose/i rapporti/gli Stati/le società/le tecnologie/i lavori/i tempi e modalità di produzione/i controlli polizieschi e massmediatici/i valori e nemmeno la fame e la povertà sono più le stesse.

    Cmq, purtroppo, quando poi finalmente la buriana virologica sarà passata, statevi pure tranquilli che non cambierà nulla. Al massimo una leggera spruzzatina di soldi in più alla Sanità (truffe, mafia, tangenti e baroni inclusi).
    Non vi sognate nemmeno una nazionalizzazione e statalizzazione del privato (specie in campo sanitario). Non vi sognate ‘lacciuoli’ di garanzia e sicurezza dei lavoratori a Confindustria.
    Passata a buriana dell’infezione, al comando resteranno esattamente gli stessi (partito piu o partito meno), mentre i cambi che sogniamo e auspichiamo -che son cambi che per essere attuati necessitano di legiferazione e controllo da parte dello Stato- non hanno sponda politica che possa sostenerli.
    Non c’è un Partito Comunista in Italia (e manco socialista, per dire il livello infimo a cui siamo giunti). Non c’è chi dovrebbe chiedere quei cambi. Non c’è proprio. Non bastano un paio di collettivi e qualche centro sociale (per il resto pure abbastanza invisi a prescindere alla media della gente) per cambi nazionali e sovranazionali di simile portata.
    E quando anche la loro/nostra forza bastasse a scuotere qualche coscienza sfruttando l’onda emozionale che il virus ha generato, tempo una settimana e tornerebbero alla ribalta i soliti personalismi, i soliti slogan modaioli tagliagambe di sempre, ed il solito immancabile pallone.
    Fino a che i Compagni non avranno ben chiaro che l’unica chiara e netta direzione di manovra che -alla lunga (ma con tutto il tempo che siam abituati ad aspettare…)- porterà un cambio alle nostre società è quello di opporsi nettamente all’America, che è lei la portatrice da un centinaio di anni e più di ogni forma di sfruttamento e teorizzazione dello stesso, schierandoci a fianco, apertamente e senza fare tanto gli schizzinosi, e concretamente quando possibile, di tutte quelle forze/Stati che al suo dominio si oppongono [The Axis of Resistance]: non si caverà un ragno da al buco. Continueremo ad essere bellissimi e inutili microcosmi frazionati contro un monopolico titanico gigante (dai piedi d’argilla), che sfrutta corrompe colonizza fa guerre crea profughi e pone embarghi (anche sulla pelle degli infettati) dall’alto del suo auto-”eccezionalismo”.
    Continueremo a farci le pippe sulla (non)democrazia dei 5s, sul reddito di cittadinanza (e per fortuna che almeno loro ne hanno de facto obbligata l’introduzione!), sui Salvini cattivi e le Karole buone, e le solite menate di sempre.
    Noi, come al solito, sfoggeremo tutta la nostra aura di colta superiorità e non ricorreremo a slogan ‘banali’ come “no alla Nato/no alle spese militari” (la cui quota ci costa che di ospedali ne costruiremo a bizzeffe); ma parleremo di ‘proletariato’ (confuso al posto di ‘poveri’) e delle sue aspirazioni (confuse al posto di edonismo dei consumi).
    Un secolo e mezzo non solo buttati al vento, ma peggio visto che non solo si sono perse battaglie (ci sta) ma si è proprio perso l’anima, lo spirito e la concretezza del Comunismo e dell’Essere Comunisti.

  • maria

    e provare ad aprire questa discussione oltre i nostri confini?

Rispondi a berja Annulla risposta

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>