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La questione ambientale ha a che fare direttamente con il politico. Non è una questione scientifica (meno che mai “tecnica”), non ha connotazioni trasversali (“né di destra né di sinistra”), e soprattutto una cosa: prevede soluzioni originali, che non possiamo recuperare dal passato, neanche fosse un “nostro” passato al quale aggrapparci in nome della lotta al capitalismo. Come giustamente indicano i due autori di questi saggio, «il principale mutamento portato dal cambiamento climatico è l’adattamento del politico». La questione ambientale sta trasformando la politica, ma questa cosa, lungi dall’essere (per forza) un bene, si sta presentando come gigantesca TINA (there is no alternative) che piega le ragioni di chi si oppone e, viceversa, rafforza paradossalmente quel modello produttivo che è alla radice degli attuali problemi climatici globali. Serve dunque ragionare di ambiente, ma soprattutto serve «una filosofia politica del cambiamento climatico», uno sforzo interpretativo che, nel momento stesso in cui lega i fili che portano al “colpevole”, ragioni di come la questione ambientale stia mutando tutta la politica: di destra e di sinistra, capitalista e anticapitalista.

Svelare la direzione di questa grande trasformazione è il cuore del saggio. Da una parte, ci indicano i due autori nordamericani, il progressivo deterioramento dell’ecosistema sta portando – porterà sempre di più – alla costituzione di entità tecniche sovranazionali che si intesteranno l’obiettivo di governare il cambiamento climatico, attraverso accordi internazionali che espandano progressivamente la sovranità politica di queste istituzioni. Il cambiamento climatico è l’arma ideologica “fine di mondo”, perfetta e politicamente corretta, attraverso cui presentare come “inevitabile” una spoliazione di sovranità dei paesi della periferia globale concentrandola nelle mani di pochi, pochissimi, forse una sola entità governamentale investita dell’autorità di decidere sullo stato di emergenza: è il nuovo Leviatano climatico, secondo definizione degli autori. Un’autorità statuale sovranazionale che avrà il potere di governare per mezzo dell’emergenza, un’emergenza che – nel momento in cui disattiva le contraddizioni politiche (“il clima non è né di destra né di sinistra”, “siamo tutti sulla stessa barca”, ecc…) – si autoinveste del monopolio delle decisioni pubbliche, che sono tutte, sempre, decisioni politiche. È l’orizzonte verso cui tendono gli accordi internazionali sul clima, i vertici globali, e tutto ciò avviene con la più grande compromissione della sinistra. È la sinistra, “riformista” e “radicale”, che organizza ideologicamente la necessità dell’accordo climatico, della mediazione capitalistica in nome di un presunto “bene comune” ecologista, di cui la formazione di entità capitalistiche sovranazionali prive di legittimità democratica aggirata in nome del there is no alternative: o così o il caos. Difatti, come giustamente evidenziato dagli autori,

Alle proteste contro la World Trade Organization, nel 1999 a Seattle, l’obiettivo era impedire la riunione ministeriale dell’organizzazione. Le dimostrazioni contro la guerra in Iraq presero di mira le istituzioni statali; Occupy Wall Street si impadronì di uno spazio pubblico. La maggior parte dei membri del movimento per la giustizia climatica, invece, non volevano sabotare gli incontri dell’Onu o della Cop21. Al contrario, volevano indurre i delegati a spingersi oltre. In quella situazione il manifestante di sinistra diventa, seppur ironicamente o suo malgrado, una “cheerleader” per le organizzazioni d’elite: meno “Blocchiamo tutto!” e più “Trovate un accordo!”. Come protestare contro un forum internazionale che si vorrebbe diverso e più efficacie, e del quale si potrebbe in effetti essere sostenitori, se si dimostrasse più concreto e radicale?

È il cuore (violento) della contraddizione climatica a sinistra: si giudica, secondo un riflesso pavloviano introiettato inconsapevolmente, il “capitalismo” come fonte dell’attuale questione ambientale, ma si sostiene questo stesso capitalismo nel momento in cui chiede ancor più potere decisionale, ancora più “governabilità”, privata finalmente di tutti quei contropoteri politico-sociali che rallenterebbero le decisioni “giuste” sull’ecologia, sui “beni comuni” ambientali, in nome della “salvaguardia della terra”.

Quale è il problema della costruzione di questo sovrano assoluto, vero e proprio Leviatano sorretto dalle ragioni ideologiche dell’emergenza climatica? Il suo carattere elitario. Il nuovo Leviatano non si presenta come governo mondiale in cui tutti gli Stati (e soprattutto: tutti i popoli) possiedono gli stessi diritti e gli stessi poteri. Si tratterebbe, più propriamente, di «un blocco capitalista liberale in declino guidato dagli Stati Uniti [che] collaborerà con la Cina per creare un regime planetario che, alla luce della crisi politica ed ecologica, non tollererà alcun tipo di opposizione, rivendicando la necessità di proteggere il futuro dell’umanità, per il quale si propone come prima e ultima linea di difesa». E ancora, «questa autorità sarà ammantata del camice bianco della competenza tecnico-scientifica. […] È la Ragione contro lo stato di natura. Tra l’una e l’altro c’è il sovrano planetario, colui che dichiara l’eccezione (sperimentale) nel nome della vita stessa. La sovranità planetaria, pertanto, emerge in quello che potrebbe essere chiamato Weltrecht, l’arrogazione dell’autorità e il dovere di ricostruire il mondo per salvarlo».

Dal punto di vista della filosofia politica, ogni autorità sovranazionale (l’esempio della Ue, in tal senso, è illuminante) prevede costitutivamente che ogni Stato che la compone sia il rappresentante di una volontà politica uniforme (la volontà dell’Italia, della Francia, degli Stati Uniti…). Eppure la realtà si presenta opposta: all’interno di ogni singolo contesto nazionale esistono lotte, che siano politiche, di classe, di opinione, culturali o di religione eccetera, che ribadiscono permanentemente che non esiste una volontà politica generale, ma una dialettica in costante divenire. L’entità governativa sovranazionale non replica questa dialettica, ma assume le volontà univoche di chi di volta in volta rappresenta gli interessi elettoralmente maggioritari del singolo contesto statuale. Quale è la volontà “dell’Italia” sui cambiamenti climatici? Non esiste una volontà univocamente intesa: in Italia – come in ogni altro Stato – è presenta una varietà di posizioni in forte contrasto tra di loro. Eppure, nell’ambito di una entità sovranazionale, l’Italia sarà rappresentata secondo le volontà politiche contingenti (e spesso socialmente minoritarie) del governo di turno. Questa è la distorsione fondamentale, che nella costruzione di entità sovranazionali riduce drasticamente gli spazi del politico, annullandone quelli del dissenso quando non intestati per intero a singoli Stati. È peraltro il motivo che rende anche l’Unione europea un’entità ontologicamente antidemocratica, perché fondata sulla volontà di Stati e non di popolazione, volontà dunque geopolitica e non politica.

Ma se la progressiva costruzione di entità governative sovranazionali, la costruzione cioè di questo nuovo Leviatano assoluto, è la direzione di marcia del capitalismo liberale, cosa c’è oltre il Leviatano? Chi ne contrasta gli interessi e le funzioni? Chi si pone in alternativa ad esso? Fuori dal Leviatano c’è il caos, identificato dagli autori del saggio in Behemoth. Se il Leviatano presenta chiaramente i connotati del sistema ordoliberale, un’economia di mercato dai caratteri fortemente interventisti e dirigisti (ovviamente non nel senso di un’economia “mista” di compresenza di pubblico e privato, ma di ruolo statale nell’implementazione delle logiche di mercato nella società), il “Behemoth climatico” può avere due direzioni: la prima, che in questi anni va per la maggiore, è quella del populismo reazionario; la seconda, della «democrazia antistatale rivoluzionaria». L’opposizione all’ordoliberalismo, come evidente da tempo, può dunque prendere la strada del liberismo senza compromessi – secondo il modello trumpiano, replicato in sedicesimi qui in Italia da Salvini e da tutto il “sovranismo” – oppure di una resistenza anticapitalista o – quantomeno – antiliberista. Al momento, però, decisamente minoritaria.

Fuori dal sovrano climatico, oggi, c’è il negazionismo climatico; fuori dalla “green economy” – rimanendo nell’ambito del capitalismo – c’è una “old economy” stretta attorno alle ragioni del capitalismo fossile, tecnologicamente arretrato, ad alta intensità di capitale variabile e rivolto al mercato interno dei singoli contesti nazionali. Il populismo negazionista non è la risposta, ma la reazione, ai fenomeni globali di cui sopra. Una reazione che avviene in nome del “vecchio” contro il “nuovo”, ma pericolosa perché in nome del vecchio tiene con sé, mistificate, le ragioni del lavoro contro quelle dell’automazione, della tecnologizzazione, della dispersione di manodopera:

Le elite che sostengono il negazionismo climatico hanno bisogno di alleati all’interno dei gruppi sociali subalterni. Nei principali paesi capitalisti, in particolare dove il settore dell’energia fossile è esteso (Stati Uniti, Canada, Australia), hanno trovato i loro più convinti alleati tra quei segmenti del proletariato che percepiscono il cambiamento climatico non solo come una minaccia per i loro impieghi e per un’energia a basso costo, ma anche come un sistema sofisticato per dare potere a un’oligarchia di esperti e ostacolare l’esercizio della sovranità nazionale (e nazionalista). […] L’elettore di Trump e quello di Modi provengono da gruppi e classi sociali differenti, e potrebbero essere mobilitati attorno a forme particolari di pregiudizio razziale, nazionale o di genere. Ma ciò a cui si oppongono quasi all’unanimità è la legittimità di un’entità politica distintamente internazionale, soprattutto se questa ha la facoltà di disciplinare il capitale (nazionale).

Se il Leviatano è una costruzione oligarchica, il Behemoth liberista si presenta come alleanza sociale populista, che utilizza il proletariato in funzione plebea e demanda la direzione di questo a presunte elite “anti-illuminate”, borghesi ma “nazionali”, ricche ma “fatte da sé” o “venute dal basso”. È una forma di reazione naturale e, in qualche modo, legittima: se il Leviatano oligarchico presuppone, per dirla con Mike Davis, «la creazione di oasi di opulenza permanentemente verdi e recintate su un pianeta altrimenti derelitto», tutto ciò che è fuori dall’oasi capitalista del nord del mondo resisterà al mostro oligarchico-liberale, cementando l’alleanza di fatto tra “sovranismo” nord-occidentale e interessi del mondo escluso dalla “comunità dei liberi” (liberi, o quantomeno protetti, dagli effetti devastanti del cambiamento climatico). È uno scontro di classe, insomma, ma in cui le classi subalterne non hanno voce se non mediata dalle borghesie “nazionali” del nord capitalista. Il confronto-scontro tra Leviatano e Behemoth, ordoliberalismo e liberismo, è senza vie d’uscita per il mondo e per la sua maggioranza della popolazione, perché è uno scontro tutto interno a diversi tipi di borghesie, in acerrima lotta tra di loro ma unite nell’interesse di reiterare il privilegio della privatizzazione dei profitti generati socialmente.

L’alternativa è la “X climatica”, secondo gli autori: «la crisi planetaria è, tra le altre cose, una crisi di immaginazione, una crisi dell’ideologia», e non potremmo essere più d’accordo. Il clima costringe a pensare diversamente, diversamente anche dai nostri riferimenti ideologici. Eppure, anche qui, non si tratta di procedere a liquidazione del nostro patrimonio politico, come invece sembrano propendere i due professori nordamericani gettando nella spazzatura della storia tanto lo status quo capitalista quanto l’alternativa socialista (anch’essa “sovranista”, nella loro idea). Il socialismo, è una realtà di fatto, non ha saputo dare risposte alla questione ambientale, e il suo modello produttivo si è dimostrato storicamente inquinante tanto quanto il modello produttivo capitalista: altre epoche, altri problemi, altra tecnologia. Ma se il capitalismo, in quanto tale, non può che essere inquinante, anche nella sua versione “green”, perché fondato sul valore di scambio e sull’accumulazione allargata e potenzialmente infinita, il socialismo può essere, almeno in via teorica, concretamente sostenibile ecologicamente, perché fondato sulla pianificazione delle decisioni politiche, nonché sulla produzione di valori d’uso non subordinati al mercato. Il socialismo è stato inquinante dunque, ma se l’unica soluzione – paradossalmente immaginata persino dal capitale – non può che essere quella di una pianificazione (e addirittura una pianificazione globale del consumo di risorse energetiche), questa traiettoria non può che ricostruire quella necessità del socialismo data per dispersa in questo trentennio inglorioso. Il cambiamento climatico può essere una molla di trasformazione allora, ma di trasformazione politica, non dell’ambiente.

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1 comment to Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Il nuovo Leviatano, di Geoff Mann e Joel Wainwright, Treccani 2018

  • sandrone

    L’inquinamento ed il riscaldamento globale sono colpa dei palestinesi, di Assad, dell’Iran e di Putin.

    Smartphones per tutti! Socials al Popolo!

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