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La sinistra dello zero percento

 

Le elezioni umbre costituiscono certamente un fatto locale: irrilevante il numero di elettori coinvolti (700mila, di cui votanti circa 400mila: poco più degli abitanti di Cinecittà) per trarne indicazioni generali. Si conferma Salvini, e da una settimana è tutto un dire che “lo sapevamo”, “era scontato”, “non poteva andare diversamente”. Ma in realtà ci sono due dati che trovano nell’Umbria un trend generale, perché inseriti in una direzione che li precede e li seguirà probabilmente in futuro: la sconsolata e comica ritirata del M5S e la curiosa caparbietà della sinistra elettorale di essere caricatura di se stessa.

Sul M5S è inutile insistere: la trasformazione del partito da “populista” a liberale non ha fatto altro che sovrapporlo al partito della stabilità per eccellenza, il Pd. Partito, nonostante tutto il male che ne possiamo pensare, decisamente più attrezzato a svolgere il ruolo per il quale è nato: tradurre in italiano i diktat europei formulati in inglese. Di conseguenza, ahinoi, il Pd rimarrà a galla, e persino il voto umbro ne conferma una certa resilienza: al di là delle incapacità dei suoi dirigenti, rimarrà sempre nel paese un pezzo di società comodamente rappresentato dalle istanze liberal-democratiche incarnate dal Pd. Rimarrà sempre una quota di lavoro dipendente pubblico, semi-colto, para-intellettuale, che sopravvive decentemente al ripiegamento dell’economia nazionale e alla moderazione salariale: questo zoccolo duro è preparato a votare Pd, Renzi, Draghi o il Gabibbo, l’importante è azzeccare i congiuntivi in tv e seguire il breviario euroliberista. Porsi – come sta facendo il M5S – come “alternativa di stabilità” è farsesco: il M5S vince elettoralmente solo se sta all’opposizione, sbraita (giustamente) contro tutto e tutti, se ne frega della coerenza e svolge l’unica funzione di megafono delle insofferenze popolari. La prova del governo non è praticabile: per incapacità, come evidente; ma per essenza politica, soprattutto. Il M5S, come ogni populismo, non è nato per governare ma per influenzare chi governa, costringerlo a mediare tra gli interessi del grande capitale privato, da una parte, e le sofferenze piccolo borghesi, dall’altra. È il partito del vittimismo popolare, che sterilizza ogni forma di partecipazione attiva, meno che mai conflittuale, in funzione dell’autocommiserazione plebea mediata dai famigerati “portavoce” grillini. Un ruolo che ha avuto  sicuramente una sua importanza: meglio il vittimismo che l’anestetica accettazione dello status quo. Eppure, anche qui, il gioco non poteva durare. Ad ogni modo, quella fase, la fase cioè del M5S “di lotta”, è definitivamente tramontata. Impossibile (certo in politica, e in Italia, nulla è davvero impossibile) pensare di ricostruire una sua verginità dopo l’ultimo anno e mezzo (e i tre anni di giunta Raggi a Roma), in cui persino i più affezionati al partito grillino vengono disciplinati attraverso promesse di carriera o con la coercizione. Non ci crede più nessuno, si tratta solo di amministrare la ritirata. Operazione per cui il M5S è il più sprovveduto dei partiti, visto che non ha alcuna impalcatura ideologica e nessuna strutturazione pratica per resistere alla burrasca. Non è detto che questo comporti immediatamente una scomparsa del partito dalla scena politica. Se il sistema elettorale si muove verso il proporzionale (ma è tutto da vedere che si finirà davvero con l’approvarlo), persino un partito del 6-9% può tornare utilissimo nelle alleanze post-voto. È lo stesso ragionamento che si è fatto Renzi, che ha intuito – prima di altri – che il bipolarismo distorto avuto in Italia tra il ’94 e il 2011 è stato superato senza che i partiti se ne accorgessero. Ma veniamo alla sinistra dello zeropercento, perenne fonte di appagamento: come si fa a non volerle bene, in fondo?

Anche in Umbria – come ovunque in questi venti anni – trova smentita il ragionamento secondo il quale, laddove non esista già in partenza una forte presenza sociale, questa può essere aggirata sfruttando opportunisticamente il momento elettorale per costruirsi quantomeno una visibilità, e di lì un embrione di presenza politica. Da questo punto di vista l’Umbria è invece una magnifica cartina tornasole per leggere i ritardi politici (e mentali) di questa sinistra. L’Umbria è infatti una delle pochissime ridotte territoriali del paese in cui poteva persistere un certo voto “ideologico”, che al di là della conflittualità sociale, al di là della composizione di classe, al di là del ripiegamento politico di questi decenni, al di là dunque della realtà, poteva premiare (certo in percentuali irrisorie) non la “presenza”, ma un’idea. L’idea del comunismo, variamente inteso (à la Rifondazione, à la Rizzo, à la Pap, à la Pci). L’idea – più affettiva che razionale – di trovare nella falce e martello, o negli ideali che ad essa ecletticamente vorrebbero richiamarsi, un porto sicuro. E invece lo zero percento della sinistra comunista è lì a svelarci il meccanismo mentale inceppato di chi, nonostante la realtà, persiste nell’errore.

Le elezioni non producono di per loro alcun mutamento – anche infinitesimale – dei rapporti politici: fotografano ciò che già esiste e ciò che già non esiste. Non “concedono” alcuna platea, nessuna visibilità ulteriore, nessuno strumento di relazione privilegiato con pezzi di elettorato che già non si siano intercettati prima della chiamata al voto. La sinistra, per rappresentare elettoralmente qualcosa, deve prima conquistarselo nella società, poi cercare di tradurlo in voti. Ovviamente una cosa non esclude l’altra: si può benissimo cercare di intessere relazioni sociali, praticare (si parva licet) del “conflitto”, e contestualmente presentarsi comunque alle elezioni, sapendo da prima dell’impresa impossibile. Ma se questo è il pensiero che muove i compagni, allora il discorso bisognerebbe prenderlo ancora più a monte.

Persino nell’Umbria del trionfo salviniano non solo la Lega perde l’1,2% dei voti rispetto alle europee, ma – soprattutto – la gran parte dei voti in uscita dal M5S si dirige verso l’astensione più che verso altri partiti (sebbene un flusso di una certa importanza dal M5S alla Lega). La differenza qualitativamente decisiva di questi anni non è tanto quella tra “populismo” e “liberalismo”, ma tra chi vota e chi non vota. Poi, certo, nei rapporti di forza politici vale unicamente ciò che viene impresso per via elettorale, soprattutto in una fase di pacificazione sociale come questa in cui viviamo da decenni. Ma la frattura determinante è tra chi “crede” nel sistema – sia esso liberale o “populista” – e chi non ci crede più. È dentro questo magma sociale incompreso e incomprensibile di astensionismo disilluso e rassegnato che la sinistra comunista deve ricostruire relazioni sociali. Anzi: relazioni, prima di tutto, “umane”, etiche, di riconoscimento reciproco. Eppure il goffissimo tentativo è sempre quello di presentarsi “come gli altri”. Certo, “diversi” ideologicamente da tutti gli altri, ma questa traduzione ideologica non viene più recepita, non può essere più compresa. Diceva bene Alessandro Portelli qualche giorno fa sul «Manifesto» (Dalle fallite lotte degli operai alla folla solitaria): guardate che un certo modo di “sopravvivere” alle “sfighe” della vita (quantomeno della vita lavorativa) è sempre stato presente nel tessuto operaio. Se prima l’organizzazione collettiva, la “lotta”, il “partito”, permettevano di mascherare quel certo individualismo egoista proletario, oggi che è venuto meno quel mondo è rimasta sul terreno unicamente una forma di reazione che va compresa, con cui bisogna confrontarsi, ma su cui non è possibile più agire per via ideologica. Non sono gli “operai”, o i “proletari”, che sono cambiati: siamo cambiati noi, è cambiata la lotta per il comunismo. O meglio, è finita. Magari ritornerà, ma oggi non c’è più. Cercare di rappresentare per via unicamente ideologica un pezzo di società che non può più riconoscerne i lemmi è la più idealistica delle vie elettorali alla lotta di classe. E infatti non funziona. Non funzionerà mai.

Tutto ciò non significa che le elezioni non possano essere sfruttate, che a volte sia necessario candidarsi, farsi eleggere anche in posizioni di minoranza, “piazzare” qualche nostro esponente dentro le assemblee rappresentative. Lo si fa, però, quando tutto ciò è utile. Quando si può perdere, ma si ha qualcosa da rappresentare. Oggi noi non abbiamo nulla da rappresentare. Torniamo a farlo, intestiamoci porzioni di società (società, non ridotte ideologizzate di gente “come noi”), e allora – solo allora – diamo battaglia. Ma così è un farsi ridere dietro, e non ce lo meritiamo.

P.s. Persino Renzi non si è presentato in Umbria. Non ci vuole Lenin, basta la scaltrezza realpolitica democristiana a decidere, di volta in volta, quando conviene e quando non conviene farlo. Ma tant’è.

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11 comments to La sinistra dello zero percento

  • Votti

    In realtà credo che questo comunicato risuoni più come un qualcosa di identitario e settario che altro. Sembra di leggere uno di quei sermoni del PMLI, dove si trionfa se vince l’astensionismo. Ricordo ancora un manifesto con scritto “Abbiamo Vinto”, peccato che quelle elzioni le vinsero PD e Forza Italia, dando vita a una lunga stagione di governi tecnici e tecnici al governo. Ma siccome siamo marxisti e quindi materialisti dialettici, dobbiamo anche “esaminare la classe” di riferimento.Innegabilmente molti proletari votano Lega oggi per essere di protesta a sto governo (sempre di traino PD) come ieri votavano M5S per lo stesso identico motivo e quindi..Che far se oggi la quantità e la qualità di militanti o di proletari disposti a lottare sono sempre meno? Vale ancora il discorso del “duro,puro e bello” che ha portato tutti i collettivi “movimentisti” a essere poco più che runioni di condominio? Che ha portato a una carenza pratica,teorica e ideologica al movimento comunista che oggi soffre di mancanza di nuove avanguardie? Sembra quasi di essere tornati al 1926 con le “tesi di Lione” di Gramsci solo che qui non c’è nessun “Biennio Rosso” da rimpangere ma solo movimenti che continuano a fare le stesse pratiche (fallimentari) degl’anni 90 e 2000. COn questo non dico che ogni “cartello elettorale” velatamente di sinistra sia un qualcosa di “rivoluzionario”, bensì capire la differenza tra chi vuole il socialismo tramite elezioni (Rizzo e Rifondazione) e sono impenetrabili al confronto teorico e ideologico e invece movimenti più omogeni,meno “ortodossi” ma che possono crescere sopratutto in “militanza”. Analizzare un movimento che decide di presentarsi alle elezioni solo quando questo si presenta alle elezioni, comporta un certo elettoralismo anche nelle vostre analisi, dove solo chi raggiunge un risultato elettorale soddisfacente può poi avviarsi a esssere “partito della rivoluzione”. Questo è sbagliato uno perchè è elettoralista come analisi al pari di chi si presenta per rubare una poltrona, due perchè se il 20% dei 1500 voti diventassero militanti effettvi significherebbe una crescita qualitativa e numerica di militanti che possono partecipare alla “lotta di classe” che si vive tutti i giorni e quindi,come dite voi,dare battaglia.

  • Militant

    @ Votti

    1) Questo non è un “comunicato”, ma una riflessione collettiva pubblica, come tutto ciò che scriviamo. Noi non scriviamo comunicati, non siamo un partito; questo non è un luogo di “direzione politica” ma di confronto, promosso dal collettivo Militant.

    2) “Sembra di leggere uno di quei sermoni del PMLI, dove si trionfa se vince l’astensionismo”. Inutile andare a ricercare *tutti* gli interventi in cui abbiamo scritto e ribadito sino alla nausea che l’astensionismo, di per sè, non rappresenta nè un dato positivo nè un dato negativo. Non ce ne frega nulla se “vince l’astensionismo”, se poi non si intessono relazioni con quel tipo di società che ha smesso di votare. Solo per rimanere a questa riflessione,se l’avessi letta fino alla fine, scriviamo: “Tutto ciò non significa che le elezioni non possano essere sfruttate, che a volte sia necessario candidarsi, farsi eleggere anche in posizioni di minoranza, “piazzare” qualche nostro esponente dentro le assemblee rappresentative. Lo si fa, però, quando tutto ciò è utile”.

    3) “Vale ancora il discorso del “duro,puro e bello” che ha portato tutti i collettivi “movimentisti” a essere poco più che runioni di condominio?” In realtà in questi due decenni è avvenuto esattamente il processo inverso: *tutti* i collettivi movimentisti, prima, poi o sempre, hanno ceduto alle sirene del cartello elettorale di turno, all’accordo elettoralistico, all’appoggio interno o esterno, alla contrattazione di posti nell’amministrazione municipale o comunale o nazionale. Il risultato è lo stesso che dici: siamo “poco più che riunioni di condominio”. Ma per il motivo opposto a quello che individui.

    4) “se il 20% dei 1500 voti diventassero militanti effettvi significherebbe una crescita qualitativa e numerica di militanti”. In questi venni anni (non venti mesi), questo fatto non è mai successo. E’ stato sempre presentata questa opportunità, e sempre è stata smentita dai fatti. Perchè insistere nella favola che una percentuale di voti si dovrebbe trasformare in “militanti”? Non è successo, non succede, non succederà mai: i militanti prima si formano *al di là* delle elezioni, poi casomai li porti anche a votare. Nessun passaggio inverso è mai avvenuto nella storia della nostra Repubblica. Bisogna prendere atto che il ritornello va cambiato.

    5) “Analizzare un movimento che decide di presentarsi alle elezioni solo quando questo si presenta alle elezioni, comporta un certo elettoralismo anche nelle vostre analisi”. Noi queste cose le diciamo, sul blog e dal vivo, da circa 15 anni, ben prima di ogni tornata elettorale. La nostra analisi è sempre quella, e sempre dimostrata: non è dalle elezioni, in vitro e in assenza di partecipazione e conflitto sociale, che la sinistra si riorganizzerà elettoralmente. Va ribaltato il ragionamento, ma per ribaltarlo veramente serve un altro approccio alla politica e tempi decisamente più lunghi. E’ questa la fatica, sempre aggirata dalla scorciatoia elettoralistica, che porta sempre e inequivocabilmente all’insuccesso. Un insuccesso che, lungi dal riguardare solamente chi si candida, travolge tutti, tutta l’estrema sinistra, anche noi.

    • Hirondelle

      Mi permetto di aggiungere che l’astensionismo non vince mai un accidente, in assenza di quorum.
      Poi ci possono essere n ragioni per astenersi, per carità.
      Ma al momento la situazione è quella di un incitamento crescente al non voto non già da parte della sinistra bensì proprio delle forze EU-liberiste, attraverso una progressiva attrazione nel loro programma economico di qualsiasi partito su piazza, variamente pittato col gesso e lustrini di una pretesa eticità, in un contesto in cui la pressione di una mobilitazione di massa extra istituzionale è di fatto assente. I ceti più bassi smettono sempre più di votare e si estraniano dalle decisioni di coloro cui l’astensionismo “vincente” non ha impedito né di essere eletti né di agire.

    • Ingmar

      Una piccola provocazione, forse si dovrebbe martellare invece senza paura tutti i giorni il fatto che siano proprio Salvini ed i sovranismi a non avere davvero un programma, soprattutto quando stanno all’opposizione. Avete notato che sa solo dire tasse, manette, a ma l’unica cosa che sa proporre è porti chiusi, flat tax, quota 100, utonomie e, urla il nord, “sud ladrone” senza dire come tale facile proclama dai facili consensi per quanto persino iniquo possa essere sostenibile economicamente, perchè ci riescono tutti a dire basta tasse, anche progressive, cattivi e vampiri, però nonostante tutto il consistente mancato gettito dalle imprese più ricche, avremo solo i benefici, assunzioni e costi più bassi, ma come per magia non si dovrà toccare sanità, scuola, quota 100.
      Mi sembra comunque che questo governo non sia il governo Monti e neanche troppo simile a quello Renzi.
      5 stelle su Arcelor Mittal ha detto “bei sovranisti a fare i servi delle multinazionali”, se non si ha il prosciutto negli occhi si deve capire il trucco,
      aggiungerei rilevare il fatto che dà solo degli incapaci a chi è al governo quando nemmeno prende posizione su Mittal condannandone il comportamento, tenendosi libere tutte le mani dialettiche contro il governo, senza dover proporre nulla di concreto. Non che i 5 stelle a volte non lo facessero.
      Ora secondo me dovrebbero concentrarsi a mettere in atto questo programma che non sarà rivoluzionario, ma la lotta alla grande evasione, la missione di tassare i giganti del web pone la premessa per una chiave di lettura che dovrebbe essere cara alla sinistra, il concetto di tassa all’origine a prescindere dalla sede legale, riuscire a mantenere i benefici della globalizzazione cercando di globalizzare anche i diritti contrastando la competizione al ribasso, sia a livello fiscale che di tutele.
      Se si porta a casa qualcosa si riconquista il consenso, non voglio essere ottimista, ma è che altrimenti si deve sperare che Salvini governando incappi in quelle contraddizioni e nell’irrealizzabilità delle sue assurde oltre che inique promesse, almeno a livello economico e cercare di rilevarlo in ogni modo.
      Bisogna però capire che sembra che gli elettori non siano propensi, come è stato per M5s a volere rimettere alla prova le forze attualmente al governo, non credendole, in parte a ragione in parte per induzione mediatica, capaci nè buone proposte, quindi avrebbero difficoltà a far passare le loro proposte sia in campagna elettorale sia al governo a meno del manifesto fallimento di quelle salviniane, perchè “non attacca più”, per questo motivo è importantissimo sfruttare questa occasione per dimostrare di essere uniti da un buon programma, di cui si riesca a portare a casa quanti più punti possibile e i cui effetti si dimostrino positivi e portatori di giustizia sociale.

  • 1) Tutti coloro che vi seguono, penso, sono d’accordo sul fatto che presentarsi, come fa la cosiddetta sinistra, a tutte le tornate elettorali, senza avere un sia pur abbozzato programma credibile per coloro che non si sono arresi, sia solo che deleterio.
    2) E la lotta al posto del cartello elettorale? Quale credibilità avrebbe? “Oggi noi non abbiamo nulla da rappresentare. Torniamo a farlo, intestiamoci porzioni di società (società, non ridotte ideologizzate di gente “come noi”), e allora – solo allora – diamo battaglia.”. Ok, benissimo. Ammesso che non si sia ancora trovato un modo per fare ciò che dite (come mai?), sappiamo tutti che, veniamo da una storia in cui tutto questo (e solo fino a pochi decenni fa) è stato fatto ed anche fortemente e, malgrado tutto, non ha funzionato. Qualcuno potrebbe obiettare: e allora?
    Non esiste nulla che duri in eterno, chiaramente. Ma avere avuto degli epiloghi del tipo che vediamo oggi fa pensare.
    Riprovare, provare ancora, riprovare ancora? Non possiamo fare altro? Probabilmente, ma forse è filosoficamente meglio “sapere di non sapere”.
    2.1) Chi dovrebbe lottare? Chi sarebbero quelle porzioni di società, chi dovrebbe riconoscere quelle forze (o debolezze) che si “intestano” le loro lotte? E: lottare per risolvere dei problemi pratici? (La carta igienica nelle scuole, la difesa del salario, ma anche l’agibilità politica, i medici negli ospedali, università a tasse zero, ecc.). Il “sogno” non c’è più, si può solo lottare per le cose immediate e pratiche…magari sperando che facciano sorgere la “coscienza” in qualcuno. Non possiamo fare altro? In mancanza del sogno….
    2.2) Il treno è stato perso e non tutti hanno fatto i conti con una sconfitta storica che è stata tale. Ma nemmeno si è fatto i conti con la rivoluzione del capitale che ha impoverito noi, ma ha arricchito 600 milioni di cinesi. (Certo la Cina non è l’Occidente, il volano principale della produzione non è il profitto, ma l’investimento sociale, però se l’Occidente è ancora in piedi lo dobbiamo proprio alla Cina. Grossa contraddizione.). Grandi sono le contraddizioni in seno al popolo, dall’emergenza climatica che i sindacati e i lavoratori tentano di esorcizzare, al fatto che, appunto, le nostre lamentazioni nei confronti della “globalizzazione” in realtà sono un flatus vocis che non cambierà la nostra condizione di progressivo declino come Occidente.
    2.2.1) Molti un luogo ormai comune: “Quarant’anni fa la bilancia di potere fra le classi ci era favorevole, oggi tutto ci viene eroso”. Certamente, ma ciò fu reso possibile soprattutto da un predominio mondiale dell’Occidente che, in buona parte, depredava il resto del mondo. Lo si denunciava, questo, da comunisti e lo si voleva cambiare, certo, ma il malloppo lo si voleva comunque suddividere in modo a noi favorevole con la borghesia. Non si rifiutava, il malloppo.
    3) Concludendo: certo l’insediamento e la lotta. Però prima di intestarsi qualcosa, dovremmo capire (veramente) dove vogliamo arrivare, con quale messaggio e con che avversario abbiamo a che fare.

  • Militant

    La cosa difficile, ma paradossalmente favorevole, è che non c’è uno schema preciso che si dovrebbe attivare/produrre/rintracciare. La mobilitazione e di lì il conflitto e di lì la sintesi/rappresentanza politica di questo potrebbero nascere nel momento e nel modo meno previsto. Potrebbero nascere domani stesso, sulla scorta di eventi imprevisti e imprevedibili. Non c’è uno schema che sancisca un prima (il lavoro sociale) e un dopo (la sintesi politica), un piano “strutturale” (le lotte economico-sociali) da uno successivo (le evoluzioni politico-ideologiche). Le lotte di classe si attivano per motivi imperscrutabili: potrebbe essere una “nuova” crisi economica, una riforma universitaria, un terremoto, una guerra. Senza Prima guerra mondiale niente Rivoluzione d’ottobre, con buona pace di Lenin e del leninismo, delle sue famigerate capacità d’organizzazione politica, di polemica, eccetera. Eppure, il leninismo si è fatto trovare pronto. E allora?

    E allora, però, in assenza di tutto questo è bene lavorare come se questo schema esistesse, per poi essere duttili quel tanto che basta ad inserirsi per tempo nel nuovo quadro creato da elementi nuovi che scompaginano il suddetto quadro. Insomma, bisogna avere un’analisi della società e della propria strategia politica, non innamorarsene, essere aperti al mutamento se questo si rende necessario. Ma non abdicare alla ricerca di una previsione. Si fa politica scommettendo sulle previsioni d’altronde, cioè sulla forma probabile che assumerà il futuro. Si rischia, in altri termini. Ci si fa trovare preparati.

    Per venire a noi e alle elezioni. Dubitiamo del fatto che “Tutti coloro che vi seguono, penso, sono d’accordo sul fatto che presentarsi, come fa la cosiddetta sinistra, a tutte le tornate elettorali, senza avere un sia pur abbozzato programma credibile per coloro che non si sono arresi, sia solo che deleterio”. In realtà, ad occhio, è vero il contrario: da una parte l’atteggiamento anarcoide di chi rifiuta il momento elettorale in quanto tale; dall’altra chi in qualche modo è attirato pavlovianamente da esso. Non c’è mai una valutazione “caso per caso” in base alle possibilità e alle convenienze della lotta di classe. Si ragiona in termini elettorali unicamente in base alle esigenze di visibilità della propria organizzazione. Non si capisce che la sconfitta di uno equivale alla sconfitta di tutti, perchè chi insiste a presentarsi senza legami sociali rappresenta non il suo unico partito, ma una parte della sinistra comunista. Lo zeropercento di Pap&Rizzo non riguardano i due partiti, ma lo zeropercento dell’estrema sinistra. Questa la proiezione della società che ha la sinistra comunista oggi. Conviene farsi contare e inserirsi in un gioco elettorale al momento usato ideologicamente contro le ragioni del cambiamento politico-sociale? Noi non crediamo. Siamo rimasti in pochi a crederlo, però. Noi e la realtà.

    Ma sono questioni di poco conto. In realtà la (nostra) partita è talmente residuale che ognuno può fare ciò che vuole senza pagare il prezzo di queste scelte. Il risultato è uno zeropercento presentato ogni volta come “successo”, “passo in avanti”, “avanzamento”, “cambio di segno”, “l’importante è partecipare”. E’ una parodia, tutto qui.

  • sandrone

    magari non sarà il meglio, ma…
    ma se invece di piccarsi di esprimere la propria su ogni cosa, ci si limitasse a pochi, immutabili, basilari principi, forse si riuscirebbe almeno a ricrearsi una identità.

    Non è possibile avere come parola d’ordine un anno il no-nucleare, quello dopo il no-tav, poi il no-licenziamenti, poi il no-precariato, poi il no-europa ma anche si-europa, poi il no-guerre, poi una volta è vota e l’anno dopo è astieniti, poi un altro il si-palestina e quello dopo il si-curdi, un anno è tutto LGTB e quello dopo è tutto migranti, un anno la parola d’ordine è no-global e quello successivo un altra, etc etc etc

    e provare invece a limitarsi ripartendo da pochi punti ‘semplici’ e ‘chiari’ (che al loro interno hanno le potenzialità di svilupparsi su tanti syb-temi ed eventi specifici):
    1° Antifascismo
    2° antiimperialismo
    3° lotta alle spese militari a favore delle spese per il sociale
    4° lotta per i diritti dei lavoratori

    non c’abbiamo nè i numeri nè la forza per metter il becco in tutto (purtroppo). concentriamoci almeno su quello che (almeno dovrebbe) unire i ‘pochi’ e fornire loro un fedele e chiaro, facile da capire, biglietto da visita verso l’esterno.

  • “Torniamo a farlo, intestiamoci porzioni di società (società, non ridotte ideologizzate di gente “come noi”), e allora – solo allora – diamo battaglia. Ma così è un farsi ridere dietro, e non ce lo meritiamo”.
    Non sono d’accordo. Questa “sinistra radicale” o pseudo antagonista, autoreferenziale, imbevuta di ideologia neoliberale e politicamente corretta, dogmatica (molto più di quella ultra identitaria alla Rizzo, per intenderci) fino all’ottusità, se lo merita eccome di essere ridotta in quel modo. E per quanto mi riguarda, prima si estingue e meglio sarà. Perché oggi come oggi, nonostante le sue microscopiche dimensioni, rappresenta un problema. Perché finchè continuerà ad esistere la gente continuerà a vedere in quella “roba” lì la Sinistra.
    Bisogna invece voltare completamente pagina, rompere sia con la “sinistra” liberale (del tutto organica al capitale, come giustamente sottolineato nell’articolo) che con quella “radicale” (che lo è senza neanche rendersene conto…) e lavorare alla costruzione di un nuovo soggetto di classe, neo marxista e neosocialista capace di entrare in una relazione dialettica con la realtà, cioè di entrare in relazione con la gente, con i ceti popolari, in grado di interpretare correttamente e dare una risposta adeguata alle contraddizioni vecchie e nuove prodotte dal sistema capitalista in tutte le sue articolazioni.

    • Hirondelle

      Mi sembra pero’ che il post non volesse affatto sostenere a priori la “sinistra radicale” (cosiddetta) di cui il blog ha anzi sempre sottolineato l’ambigua inconcludenza, teorica e pratica.
      Quella “sinistra” ormai non più tale neanche come ombra di sé stessa, deve certo sparire politicamente, perché di fatto acquiescente al liberismo di UEritorno, quindi incapace di iniziativa come di relazioni.

  • Flora

    Non c’è nniente da fare,consumare la sconfitta fino alla fine.
    Questo sembra essere il liet-motiv del torsolo dopo anni di affettazione della sinistra che ha smesso d’interrogarsi sulle ragioni del mondo e le sue forze telluriche.
    La solita litania: presenza, visibilità, un soldo per l’esistenza.
    Avanzi che si muovono nel brodo di cultura piddina fanno eco agli slogan del Nazzareno; di proprio solo qualche estensione letterale: fiancheggiatori questuanti di un posto a tavola del centro sinistra.
    Quale domanda che li rende operanti al di là dell’agenda elettorale, oltre l’economicismo sindacale quale concezione del mondo?
    Solo un trauma ci salverà

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