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Tra Salvini e Open society: il futuro dell’anticapitalismo nell’inverno della sinistra

 

Unione europea, questione nazionale e migranti hanno scavato l’ennesimo solco nella sinistra radicale. Eppure questo decennio di contrapposizione (esclusivamente) intellettuale lascia dietro di sé macerie su cui costruire ben poco. Non saremo forse di fronte a false flags su cui ci accaniamo in assenza di lotte di classe dal basso? Favorito dalla chiacchiera social, ben presto il confronto è scaduto sul piano della scomunica: “rossobruni” contro “dirittoumanisti” è l’unico terreno di confronto, il punto di mediazione è l’anatema vicendevole. Siamo davvero sicuri che da ciò potrà nascere qualcosa di fecondo nella piccola ridotta dell’anticapitalismo italiano? È lecito dubitarne. La polarizzazione ha invece schiacciato le due posizioni a ridosso l’una del “sovranismo” reazionario, l’altra del liberalismo illuminato, fronte entro cui trovano posto il Pd, la Chiesa di Francesco e le Ong quali modus ideologico dell’attivismo umanitario. Portare acqua al mulino altrui, soprattutto quando questo è nel caso o nell’altro chiaramente avverso alle sorti di una società migliore, può costituire una strategia? Il dubbio, fin troppo evidente, impone una verifica di ciò che siamo diventati, riconoscendo preliminarmente però un dato di fatto: in assenza di lotte di classe (cioè di lotte politiche, non di vertenze sindacali), questa esasperata conflittualità avviene su di un piano irrilevante. Non ci stiamo giocando nessuna partita politica: perché dunque tanto amore per la scomunica? Forse perché, consapevoli di ciò, sappiamo di giocare senza farci male, simulando una dialettica che in altri tempi avrebbe avuto una sostanza, e oggi è solo ritualità. Qui c’è bisogno di demolire gli idoli che di volta in volta innalziamo a difesa delle nostre ragioni, che molto spesso si rilevano parziali, incomplete, inefficaci.

Bisogna dunque sottoporre a verifica molti dei topos di questo decennio triste. Il populismo elettoralmente e culturalmente trionfante ha scardinato il giochetto entro cui, tutto sommato, vivacchiavamo: da una parte il babau berlusconiano, dall’altra il fronte progressista. La “battaglia di civiltà” avveniva entro un continuum più o meno chiaro: il Pds-Ds, erede del Pci, era a sinistra di Forza Italia, della Lega Nord e di tutto il resto del carrozzone reazionario. Si poteva criticare e combattere, ma entro un tradizionale quadro di rapporti politici che resisteva almeno dal secondo dopoguerra: la sinistra radicale dei movimenti anticapitalisti; la sinistra radicale dei partiti confluiti in Democrazia proletaria prima e in Rifondazione comunista poi; la sinistra riformista (e poi socialdemocratica) del Pci-Pds; e poi le varie destre, dalla Dc a Forza Italia e via degradando. Dentro questo quadro i riferimenti politico-culturali erano immediati e le alleanze rispondevano a una tattica comprensibile. Con la caduta del Muro, l’accelerazione europeista e la nascita del Pd quale soggetto politico (idealmente) cardine del liberalismo del paese, versione aggiornata di una Democrazia cristiana sfrondata della destra andreottiana, a venire meno è il quadro sinteticamente tratteggiato. Il Pd non ricopre più il ruolo della “sinistra riformista”, le sue differenze con la destra altrettanto “riformista” vengono meno, nuove fratture politico-culturali irrompono nel pensiero medio della società italiana, si frantumano i rapporti di rappresentanza tra settori sociali e referenti politici, l’intero schema delle relazioni politiche viene travolto da nuove sfide a cui la sinistra risponde impreparata e disorientata. Ragiona ancora oggi, questa sinistra “radicale”, secondo uno schema secondo-novecentesco venuto completamente meno. Sublimando l’irrilevanza con la ricerca di un “menopeggio” che però non è più quello di ieri. Premessa la discutibilità di una tattica simile, che ricerca fuori da sé le ragioni della propria sopravvivenza, se si sbaglia anche l’analisi poi la tattica elementare (fuori di metafora: accordarsi col Pd per combattere il “sovranismo” reazionario) finisce per amplificare il problema più che ridurlo.

L’Unione europea è davvero il terreno principale sul quale riproporre l’eterna querelle tra “riformisti” e “rivoluzionari”? Per molto tempo lo abbiamo pensato. Ancora oggi, pensiamo che la costruzione europeista risponda ad una necessità di lungo periodo del capitalismo continentale che va combattuta e non favorita, perché regressiva e non progressiva (“oggettivamente” parlando, s’intende, se ha ancora senso ricercare nei fenomeni storici una loro necessità che prescinde dalle intenzioni di chi li mette in opera). Credere che possa sussistere o determinarsi una contraddizione tra la proiezione ideologico-culturale della Ue (il cosmopolitismo delle élite sociali del continente funzionale al superamento delle costruzioni statuali-nazionali) e la sua sostanza economica (la Ue come strumento di governo delle contraddizioni della globalizzazione da parte del grande capitale franco-tedesco), e pensare che agendo su questa contraddizione si possa infine condizionare la sostanza economica stessa della Ue (come pensa il coro della “altra Europa”, variamente articolato), vuole dire non aver compreso (colpevolmente o meno) che il piano dei rapporti culturali è determinato in ultima istanza dai fattori economici alla base della costruzione della stessa Ue. Non c’è contraddizione tra l’internazionalismo dei capitali e il rivestimento retorico attraverso cui viene presentata la Ue come contraria al nazionalismo statuale. Credere che il piano economico stia pervertendo il “sogno” europeista fa retrocedere la nostra capacità d’analisi a molti decenni prima dell’opera di Marx ed Engels, che svelava per l’appunto la relazione necessaria tra la realtà e le forme ideologiche mistificate attraverso cui essa si presenta.

Se questo però è il quadro “macro”, al livello della nostra capacità d’intervento tale piano si presenta come eccessivamente astratto. Corretto, ma scollegato dalle lotte reali. Che, giustamente, dovrebbero contenere dentro di sé una critica alle ragioni ultime del modello produttivo, e quindi anche una critica della Ue, ma che appunto riguarda tali ragioni ultime, e non le prime. Non le premesse. E invece il fronte antieuropeista – nel quale ci schieriamo anche noi – utilizza l’analisi della Ue e il suo carattere reazionario come premessa, come condizione basilare della propria politica “rivoluzionaria” (concetto al momento disattivato, che utilizziamo solo per capirci). Un decennio di sperimentazione in tal senso non ha prodotto i risultati sperati. Sebbene una certa critica della Ue sia effettivamente un “fatto di massa”, fatto proprio – ancorché nelle forme necessariamente mistificate che la fase politica consente – da grandi parti di popolazione sconfitta e impoverita dalla globalizzazione, questo stesso fatto è racchiuso in altre critiche, che si esprimono riguardo ad altri problemi, che agiscono su piani diversi. Sebbene, per fare un esempio, gran parte dell’elettorato leghista o grillino covi questo malessere verso la Ue, una manifestazione apertamente antieuropeista coinvolgerebbe probabilmente molto meno “popolo” di quello che elettoralmente affida al duopolio populista le ragioni di questa critica. I motivi possono essere molti, quello che è importante rilevare è che questa dinamica vale anche per noi. Dunque, dopo un decennio di dispute accademiche e para-intellettuali sul ruolo della Ue, bisogna riconoscere che queste non hanno prodotto nient’altro che cataste di libri invenduti, di convegni di provincia, di presenzialismo mediatico, malinconica autopromozione social, più utile alle ragioni dell’europeismo che alla sua critica. D’altronde, viene da pensare, se la lotta alla Ue viene veicolata mediaticamente da personaggi quali Fassina e Fusaro, forse è meglio tenersi stretti Junker e Draghi che finire governati dai deliri parodistico-intellettuali di Bagnai e compagnia. Eppure Bagnai, a sua insaputa, è al governo. Ma ci sta contro l’idea che stia lì perché è simbolo della critica alla Ue. Sta lì perché il meccanismo politico della Lega (e in questo Salvini si è rivelato politico sagace, nonostante la sua dilettantesca gestione della crisi governativa) è riuscito nell’impresa di dare voce ai problemi reali attraverso una critica delle questioni generali (problemi “reali” non vuol dire problemi “veri”, ma problemi effettivamente esistenti e così percepiti da parte della popolazione).

Le contorsioni europeiste hanno riattivato da un decennio anche la questione nazionale, considerata sepolta dalla convergenza continentale e dalle politiche liberali-liberiste dello scorso ventennio. Relegare tale questione alla destra, sulla scorta dei cristianraimo di turno, vuol dire garantire sine die l’egemonia culturale della destra stessa, che riesce a mettere in relazione le questioni generali coi problemi immediati della popolazione, ovviamente a suo modo, cioè stravolgendone i significati. Eppure il problema è più ampio. Non si tratta di consegnare alla destra il privilegio di saper parlare agli ultimi, ai poveri, agli sconfitti. Significa decidere di non capire la società, opponendo alla realtà il proprio piano ideologico.

Le scienze sociali dell’ultimo trentennio ci hanno spiegato che lo Stato non va esaurendo il suo ruolo, e che anzi la costruzione europeista nella globalizzazione impone un ruolo maggiore, più pressante, coercitivo, giuridico, repressivo dello Stato stesso, che aumenta la propria forza più che disperderla. L’ordoliberalismo è la traiettoria che impone allo Stato di estendere i suoi poteri, di farli più pervicaci e pervasivi, perché di fronte a forze economiche incontrollabili o lo Stato estende i suoi poteri o è destinato alla dissoluzione, fenomeno questo che terrorizza il capitalismo molto più dei suoi critici. A venire meno è il “carattere nazionale”, cioè il suo ruolo economico, lo Stato come agente pianificatore. Il passaggio è il riflesso diretto della fine delle lotte di classe in Occidente. Erano quelle che imponevano un ruolo statuale-nazionale di regolazione tra politica ed economica. Il keynesismo è concepibile solo in virtù di lotte anticapitaliste, che obbligavano il Capitale e razionalizzarsi, seppure parzialmente. Venute meno le lotte, a venire meno è la necessità del Capitale di mediare con se stesso attraverso la regolazione pubblica. Ecco perché la “scomparsa della nazione” non si traduce in scomparsa dello Stato, ma riflette la scomparsa delle lotte di classe. È dunque un fatto di destra, non di sinistra. Viceversa, la richiesta di “più nazione”, che prorompe sconclusionatamente dalle retoriche populiste fatte proprie da molta parte della popolazione, non va combattuta tout court, non va negata indeterminatamente, perché promuove un messaggio che in sé non è reazionario, anche se fatto proprio da forze reazionarie per il motivo di cui sopra: perché riescono a fare oggi quello che la sinistra riusciva a fare qualche decennio fa, cioè mettere in relazione i problemi generali con quelli immediati. Decretare la regressività di questo processo significa cedere alle narrazioni dominanti dell’epoca, quelle del cosmopolitismo borghese che presenta come progressiva la liberazione dei (pochi) freni che ancora oggi legano forzatamente i flussi dell’economia ai territori e alle popolazioni, cioè alla politica. Questo il motivo del ritorno della questione nazionale, decisamente più profondo delle intemerate intellettualistiche della sinistra liberal che accredita come fascismo qualsiasi richiesta di “più Stato”, cioè più intervento pubblico, più politiche di controllo, regolazione e irreggimentazione delle dinamiche economiche. Se la razionalizzazione dei processi produttivi, cioè l’economia al servizio dell’uomo e non viceversa, è un fatto di sinistra, questa non può che essere promossa da una pianificazione, operazione che richiede per definizione un pianificatore, cioè una forza pubblica che decide cosa si può fare e cosa non si deve fare, come produrre e come non produrre, dove destinare le risorse materiali della società e dove non destinarle, e via dicendo. L’autoregolazione delle forze economiche, in tal senso, non può avvenire in presenza di economia privata. Serve un potere coercitivo esterno e collettivo.

Eppure, anche qua, chi ha tentato di resistere alla vulgata globalista ha finito per accodarsi alle retoriche della destra, accettando di fatto le forzature retoriche “sovraniste” in nome di una tradizione che non esiste, e che semmai rimanda a taluni passaggi tattici della fase declinante del Pci. Che, per l’appunto, non è “la tradizione”, ma una vicenda particolare del comunismo italiano, nella fase in cui non era più comunismo. Sebbene infatti la storia del Pci può essere valutata in blocco, almeno dal ’44 in avanti, bisogna pur essere coscienti che questo “blocco” è in realtà attraversato da continue evoluzioni, interne e internazionali. Non ripercorreremo, per ragioni di spazio e di interesse, questa storia. Quel che invece può essere colto in questa sede, è che la “tradizione” a cui si fa riferimento è quella del Pci avviato alla convergenza nazionale prima e al consociativismo politico dopo, un partito che cerca di uscire dallo spavento degli anni Settanta accantonando definitivamente l’idea di una società diversa, socialista – anche nella sua versione “riformistico-strutturale” – integrandosi perfettamente non solo nel “palazzo”, e cioè nella politica italiana nella versione peggiore, ma integrandosi con la liberaldemocrazia. Il Pci è infatti transitato, senza traumi significativi, senza strappi determinanti, da partito comunista ma non rivoluzionario – quello cioè di Gramsci e Togliatti – al partito liberaldemocratico di Berlinguer e Natta, senza attraversare la fase socialdemocratica. Il Pci e la sua classe dirigente sono divenuti la classe dirigente liberale del paese, non solo ormai integrata ma protagonista della politiche liberali e liberiste del paese dagli anni Ottanta in poi (e certo poi perdendo ogni dignità dagli anni Novanta). Ecco, la “tradizione” a cui si rimanda riguardo alle “politiche forti” su sovranità e statualità nazionale, rispetto del diritto, e persino oggi con la questione migrante, fanno riferimento a questo Pci, non all’idea storica del Pci, che è qualcosa di più vasto e di meno macchiettistico. A suo volta, questa storia non è la storia del comunismo novecentesco, ma una sua particolare e sintomatica vicenda, troppo particolare per essere generalizzata. Insomma, per farla breve: aggrapparsi al ruolo costituzionale del Pci per appoggiare da sinistra politiche di destra significa costruire una narrazione storicamente falsata per fini speculativi dell’attualità. Potrebbe essere anche comprensibile, l’idea cioè di presentare come “di sinistra” politiche di destra, eliminandone l’aspetto razzista per salvaguardarne il proposito “regolativo”. Il problema è che non può riuscire: una politica di destra avrà sempre e comunque più forza (almeno elettorale) se portata avanti dalla destra. Tra l’originale e la fotocopia, l’elettore sceglie sempre l’originale, più coerente, meno spaventato dall’eresia (che per lui non è tale).

Dunque tocca inventarci qualche cosa, perché se la sinistra cosmopolita non funziona, in quanto articolazione culturale della destra economica, non funziona neanche la sinistra sovranista, in quanto anch’essa articolazione culturale della destra. Cambiando l’ordine dei fattori non cambia il risultato, cioè la subalternità politico-ideologica alla destra. Le soluzioni a questi problemi non verranno però da una riflessione scritta. Non solo perché non c’è nessun Marx in giro a “darci la linea”, ma perché questa non può che venire dalle lotte, e dall’autoriflessione che il pensiero rivoluzionario più consapevole può trarre da queste stesse lotte. Il problema allora è starci nelle lotte di classe. E qui si presenta il primo fattore dirimente. In questo decennio chi ha abbandonato (e in qualche modo giustamente) le stanche ritualità del movimentismo italiano, il suo pensiero dominante tanto nelle assemblee quanto nei dipartimenti universitari (un significativo specchio di questa egemonia), ha poi abbandonato anche il terreno delle lotte reali. Viceversa, chi anima le poche e raffazzonate lotte (ma questo va ancora più in merito di chi non si è arreso) non riesce a escogitare il nesso tra l’immediata rilevanza dei problemi quotidiani (siano essi sindacali, territoriali, eccetera) e le soluzioni che possono qualificarci solo su di un piano generale, universale. La sinistra non ha risposte semplici a problemi complessi (terreno della destra), ma risposte complesse ai problemi immediati. Ma questi due capi della vicenda vanno tenuti insieme, ed è questa la difficoltà oggi. Vale anche per la questione migrante, soggiogata tra l’incudine del razzismo sovranista e il martello dell’accoglienza umanitaria. Finché questi due estremi continueranno a non trovare collegamento, le sorti della sinistra nel nostro paese rimarranno tali, di cartello elettorale in cartello elettorale, alla disperata ricerca di qualche deputato che possa farci svoltare la carrierina politica o il restauro del centro sociale. Non sta funzionando, non può funzionare. Torniamo a pensare veramente.

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14 comments to Tra Salvini e Open society: il futuro dell’anticapitalismo nell’inverno della sinistra

  • Un post molto interessante come al solito. Mi trovo d’accordo su moltissime cose, non del tutto con il vostro consueto ragionamento sullo Stato-nazione, ma tant’è. Apprezzo molto anche l’impostazione autocritica.
    Il post si può riassumere nel “che fare” finale: torniamo a pensare veramente. Essendo l’ottimo post una premessa per arrivare all’esortazione finale a pensare, credo che la questione sia posta male.
    Mi spiego: nel mondo contemporaneo c’è talmente tanta elaborazione teorica che proprio non c’è bisogno della nostra. Basterebbe avere un’adeguata conoscenza di ciò che si è fatto, appurato, scoperto, elaborato in questi ultimi decenni ed avervi applicato un’adeguata e conseguente sintesi. Ma forse volevate dire lo stesso anche voi. Il cervello collettivo sociale ha lavorato molto, ecco.
    Ciò che oggi manca, credo, non è il pensiero, ma l’azione, forse anche un’azione “volontaristica”, e per qualcuno magari effimera, un’azione che rimetta in gioco la credibilità di una proposta che non sia quella dei notai del fatto compiuto e dell’amministrazione del presente. Cioè del capitalismo liberista post, post, post. Tanto per fare un esempio (neanche il massimo che si poteva fare): anche una plateale, motivata e pubblica rinuncia alla politica nel sistema, poteva essere l’inizio. Invece……

  • Militant

    Ma certo, condividiamo. C’è stata in questi anni, in questi decenni, ma possiamo dire da sempre, una superfetazione teorico-ideologica di vario segno. Non mancano certo pensieri ai quali ispirarsi, quello che manca è chi li mette in pratica: non tanto i “soggetti reali”, cioè pezzi di proletariato disponibile alla mobilitazione, ma le organizzazioni politiche che sappiano *rischiare davvero* qualcosa che vada al di là dello schema precostituito entro cui si decide di fare politica. Anche l’azione “volontaristica”, come la definisci tu, ha – avrebbe – un suo profondo significato politico. D’altronde, storicamente, molte praterie hanno preso fuoco da una qualche scintilla “volontaristica”.
    Eppure, anche questa è una visione di comodo, a ben guardare. Non convince la narrazione per cui in determinati anni c’erano dei compagni o delle organizzazioni che sapevano concretizzare la propria idea del mondo, e anni come questi in cui sono spariti compagni e organizzazioni in grado di farlo efficacemente. La dispersione di materiale umano e collettivo è anch’essa frutto di una determinata fase politica, non la causa della fase stessa. Insomma, il materiale “grezzo” è lo stesso, è il contesto che è cambiato. Non c’è “tradimento” o “opportunismo” che causa l’attuale pacificazione, o almeno non c’è in misura superiore rispetto a quanto c’è sempre stato in passato, anche nei momenti più alti della lotta di classe.
    E dunque? Ecco, quello che diciamo è che sembra impossibile uscirne “a parole”. Figuriamoci con le scomuniche, che poi si risolvono non tanto nello stigma individuale, ma nella repressione di idee concorrenti. Non se ne esce se non con le lotte materiali, eppure queste non si attivano in termini significativi perchè manca l’organizzazione politica che sappia organizzarle. Sembra un cane che si morde la coda, e forse lo è. Non sapremo se, quando e perchè si attiverà un nuovo ciclo di lotte. Sappiamo solo che quando ciò avverrà, il compito dei comunisti sarà quello di starci *davvero*, cioè non rappresentarle ma organizzarle, sapendo stare alla testa di queste mobilitazioni traendone una sintesi politica. E rischiando.
    Ma anche così, è solo un girare intorno al vero problema. Il fatto strutturale, decisivo, è che è cambiato radicalmente il paesaggio sociale entro cui ci troviamo a fare politica. E se non troviamo il modo di relazionarci *davvero* con questo stravolgimento, potremmo continuare a scrivere libri, organizzare assemblee, indire manifestazioni, procedere cioè col rituale cerimoniale dell’attivismo politico, ma non ci sposteremo di un millimetro. Chi può davvero rispondere alla domanda “che fare?” oggi?

  • Nessuno oggi può rispondere alla domanda “che fare”?
    Brevemente: 1) nella fase della decadenza (non certamente del crollo) del capitale, quella attuale lo è nel senso che diceva Marx – la rovina delle classi in lotta da cui non nasce una nuova organizzazione sociale – le lotte di classe si fanno rarefatte (dimostrato da studi interessanti); 2) i comunisti (non la “classe”) che possono fare? Continuare ad esistere! Il problema è la sopravvivenza; 3) chi si è attrezzato a sopravvivere nell’era del controllo e dell’orientamento prefabbricato di Internet e soprattutto dei Social Media?

    Noterella: al contrario vostro, credo sia proprio cambiato il materiale grezzo. Dopotutto, gli sforzi pluridecennali del capitale non sono andati a vuoto. (Scusate il mio pessimismo).
    Per il resto, sono d’accordo.

  • sandrone

    il problema è che -a parte l’assioma binomio “sfruttati e sfruttatori” – tecnologia e lavaggio del cervello mainstream hanno trasformato nel profondo le teste e i cuori anche delle classi, intese come insieme di singoli cervelli (non)ragionanti.
    l’ammaestramento a guardare al dito e non alla luna, ha prodotto i suoi frutti (avvelenati).
    Prendiamo ad esempio la tanto decantata cattiva Europa… milioni di parole spese anche a sinistra a parlare (pro/contro) l’Europa, cortei, proteste e bla bla bla come se l’Europa non fosse un fantoccio, molto ubbidiente, dell’imperialismo americano (che è quello che con la mafia del dollaro governa banche, rivoluzioni arancioni, guerre, privatizzazioni e globalismo).

    che senso ha ancora lottare in uno sciopero sottocasa quando qualsiasi risultato quella lotta può portare risulta essere infinitesimamente minuscolo e assolutamente slacciato dal contrasto all’imperialismo che è il filo conduttore (sottotraccia ma visibilissimo e pericolosissimo) degli attuali mali globali delle società?
    e soprattutto -come giustamente fatto notare da Militant- che senso ha farlo in totale assenza di un contenitore capace di assumersi le sue responsabilità di Partito?

  • Vo Nguyen Giap

    Mi collego all’ultimo intervento di Sandrone che chiude ricordando il ‘contrasto all’imperialismo’. Recentemente mi sono trovato in una discussione dove militanti ‘storici’ dell’area anticapitalista sostenevano che la Cina andava difesa dalle critiche al regime e che queste non erano altro che un prodotto dell”imperialismo americano’ e del ‘neocolonialismo britannico’ (testualmente). Francamente, avendo ‘dimestichezza’ con la Cina e avendo molti amici cinesi, mi sono cascate le braccia (soprattutto considerando il ‘prestigio’ militante di chi parlava). Posto che la Cina di antiimperialistico ha giusto la retorica (e nemmeno quella, se non sono in gioco interessi specifici) e che semmai rappresenta l’imperialismo emergente del XXI secolo (basta guardare all’Africa o alla roba prodotta dai vari think thanks pro-cina che sta girando sull’Italia come enclave cinese con Trieste e la Sicilia): ma non sarà che, forse, avremmo bisogno di rimettere in discussione termini e concetti che, quantomeno, dopo oltre un secolo non hanno più un contatto con la realtà effettiva? Perfino Lenin riteneva che fosse necessario rivedere e correggere il testo sull’imperialismo scritto di getto come, potente, razionalizzazione del disastro della socialdemocrazia rappresentato dallo scoppio della guerra nel ’14: possibile che anche minimi accenni critici vengano ancora attaccati come tradimento della teoria o trattando con sufficienza chi li esprime? In che senso, un approccio di questo tipo ci è di una qualunque utilità? In che modo può rispondere a problemi e situazioni reali in modo efficace? Io mantengo più dubbi che certezze.

  • sandrone

    @Vo Nguyen Giap
    di eterei sofismi, nasini altezzosi, borghesissimi tonynegrismi di inesistenti equidistanze, buonismi da boyscout e chiesa cattolica: ne avrei personalmente piene le palle.

    Cina, Iran, Russia, Venezuela, Siria, Cuba, (e pochissimi altri esempi) sono l’unica reale barriera ed opposizione rimasta al guerrafondaio, mafioso, rackettaro e assassino espansionismo imperialista americano e alle sue politiche mafio-economiche e repressivo-sociali.

    Si, proprio quell’unico imperialismo delle decine di guerra post WWII, degli squadroni della morte in sudamerica, dei golpe e dei golpisti, delle guerre permanenti, delle invasioni, delle guerre asimmetriche, della vendita d’armi e coperture alle “opposizioni democratiche” che sgozzano e tagliano le teste ai prigionieri e bombardano i civili, della militarizzazione dello spazio, dell’uscita dai trattati di non proliferazione nucleare, delle torture, delle Guantanamo, delle imposizioni mafiose di embarghi che colpiscono tutta la popolazione, delle false flag, delle censure e delle manipolazioni delle notizie e dei media, del fregarsene di ogni regola e ogni decisione degli organismi internazionali, etc.

    E se non ne sei contro: ne sei a favore.
    nessuna terza via, perchè proprio non c’è (se non nella falsità o nell’ignoranza dei fatti).

  • Vo Nguyen Giap

    Mai hai idea di cosa sia la Cina? Hai una qualche idea di cosa sia ‘La nuova via della seta’e la AIIB che ne rappresenta il braccio finanziario?Sembrano ricalcate sui piani delle vecchie concessioni di fine ’800, quelle ‘imperialiste’, sai? Lo sai che nei prossimi venti anni sarà la Cina la prima economia capitalistica globale e che se un operaio (di quelli alla catena di montaggio, vecchio stile)prova a protestare (non dico a scioperare…) fa una gran brutta fine. Il PCC rappresenta un partito borghese la cui base è costituita dalla (nemmeno più ‘nuova’) borghesia cinese, ed è guidato da una oligarchia di gerarchi e capitalisti, al cui capo sta il signor XI Jinping, un ‘principino’, come dicono i cinesi: vale a dire, uno che proviene da una famiglia (ricca, molto ricca) della ex aristocrazia rivoluzionaria, che girava in Ferrari da ragazzo, che ha studiato ad Harvard e alla famigerata ‘scuola di Chicago’ con Friedman, dove ha sviluppato una enorme ammirazione per la signora Thatcher. Oltre a questo è anche un convinto nazionalista (vecchia maniera: più tendenza fascio che tendenza zio HO, con tanto di recupero di vaghe atmosfere suprematiste, per quanto limitate all’ambito culturale). Per usare le tue parole, la Cina è il nuovo ‘espansionismo imperialista con le sue politiche mafio-economiche e repressivo-sociali’. Di ‘Comunista’, o anche solo di ‘sinistra’ in Cina non c’è più niente: gli ultimi comunisti nell’Ufficio Politico del Partito, li ha fatti fuori proprio Xi Jinping. Francamente, quello che scrivi, e soprattutto le ultime due righe, sono il vero epitaffio dell’antiimperialismo di maniera, del tutto innocuo e inoffensivo, in grado di esprimersi solo con stanche e rituali manifestazioni minoritarie, ma del tutto incapace di incidere nella realtà vera, perché guarda ad un mondo che non esiste se non nel suo (perverso) immaginario: ‘perverso’ perché se il tuo orizzonte sono la Russia di Putin, la Siria e la Cina di Xi, credo proprio che con il buon vecchio Carletto abbia davvero poco a che fare.
    Finchè si scriveranno e diranno stronzate del genere, l’anticapitalismo resterà nella tomba, dove lo hanno messo becchini tanto ‘anti americani’, quanto innocui per il capitale. E ti ricordo che lo ‘zio Ho’ e il buon Giap non sono mai stati antiamericani, pur essendosi battuti contro gli USA come nessun altro: ti sfido a trovare una sola loro espressione che si riferisca ad un ‘antiamericanismo’ di principio. Il nemico non sono gli americani e mai lo sono stati: il nemico è il capitalismo. Ricordando, in parafrasi, il vecchio, ahimè, Billy Bragg: ‘Nor Washington, nor Beijing but International Socialism’. E viva i compagni che ad Hong Kong si battono contro il regime fascista di Xi.

  • Hirondelle

    Sinceramente voi siete matti. Roba simile non si scrive manco per scherzo. Fassina e quell’altro che non nomino sono delle nullità. Juncker e Draghi hanno messo in ginocchio un continente intero suscitato governi infami che hanno distrutto i diritti del lavoro ovunque privatizzato a morte seminato morte. Nella pavida nullità della sx altro europeista che si maschera dietro alle “critiche al paradigma” pur di non rompere senza ambiguità con l’ide di un’istituzione ue variamente declinabile ma ipso facto positiva; gli uni perché vi vedono in alternativa allo stato, gli altri un vago umanitarismo decontestualizzato. Nel frattempo la ue costringendo alla miseria sta erodendo forze e spazi di lotta e perciò stesso andrebbe combattuta senza sé e senza ma. Invece ci si accapiglia in mediocri polemicucce di bassa lega per riportare l’ortodossia tra i supposti transfughi che hanno cercato chiavi di lettura un po’ meno vuote dell”è colpa del capitale!!!” a cui grazie ci eravamo arrivati persino da noi. Con una simile mistificazione mediatica mente trionfante a sx che diamine se non una confusa e insicura consapevolezza piena di sensi di colpa poteva tracimare nelle rivendicazioni delle lotte quotidiane? Salvini ha successo? Certo, perché a parole libera il risentimento antiue da sensi di colpa e soggezione in cui la sx continua a lasciare immersi, con tutti i suoi frigni sui paradigmi sposati alla fissa deflazionista fatta salva l’emergenza climatica roba squisitamente allineata a un bel po’ di capitalismo tedesco perché noi siamo nelle contraddizioni vabbè… La sx non riuscirà a coagulare nulla se non un perbenismo umanitario vagamente zitellesco finché non oserà parlare a viso aperto di questi temi invece di tassonomia are chi devia dallortodossia.

  • Hirondelle

    tassonomizzare

  • Ingmar

    Scusate ma perchè non moderate il mio commento sopra? Ci sono solo un paio di link.

    • Militant

      E’ WordPress che blocca in automatico i commenti con due o più link. Appena ce ne accorgiamo li sblocchiamo, non sempre riusciamo a farlo in tempi brevi, perdonaci.

      • Ingmar

        Grazie, immaginavo infatti che il problema fosse quello e non altro, volevo solo farlo presente perchè era già accaduto :) . Figurati

      • Ingmar

        L’unico problema è che è avvenuto troppo tardi perchè qualcuno potesse notarlo e rispondere.
        Dove potrei riproporre tali tematiche? :)

  • Ingmar

    Mi sa che mi tocca di nuovo inserirmi in una posizione di mezzo tra Sandrone e NguyenGiap, ma anche Hirondelle, come fare diversamente quando c’è del vero in tutte queste ragioni? :)
    La Cina è un paese abbastanza repressivo, anche se la rivolta di Hong Kong non sembra repressa così violentemente come vogliono farla passare, qualche lacrimogeno è annunciata con lo stesso tono con cui si parlerebbe di altri che sparano sulla folla per molto meno, in proporzione al comportamento di molti rivoltosi che lanciano molotov e incendiano auto. In Russia c’è stata molta più violenza ma ne hanno parlato con meno gravità, perchè per i media è la Cina il grande pericolo, il grande cattivo.
    Forse mi sbaglio, ma allora i media non riescono a rendere l’idea per quanto si sforzino. Mi sembra che con i Gilet gialli siano state usate misure simili.
    Certo la Cina non è comunista, è forse un capitalismo con aspetti socialisti e di inclusione sociale, programmi di equalizzazione stipendi, etc, tuttavia autoritario come sistema. Potremo dire che è espansionista, ma materialmente all’atto dei fatti, i colonialisti sono principalmente gli Stati Uniti e Israele, accidenti a Gantz e Liebermann che non riescono a mettersi d’accordo e quali percentuali sperano di conquistare, Idem in Spagna!
    Qui ha un punto Sandrone, mentre il punto di stare con gli oppressi ce l’ha Giap, nel mostrare le contraddizioni di un sistema. Quindi alleati ma critici con la Cina e con cautela, ma applicare questo senso critico equanimamente.
    Idem, tra appoggiare Guaidò e Maduro non ha mai sbagliato ci sono delle vie di mezzo ragionevoli, dove in questo contesto si appoggia Maduro contro un vergognoso colpo di stato coloniale e pretestuoso. Il caso Hong Kong ha certamente tratti simili dove molti manifestano per il liberismo a cui la cina bene o male ha messo delle regole, anche maggiori che in passato.
    Non so la distribuzione della ricchezza, ma è uno dei pochi paesi in cui i diritti e le tutele aumentano invece che diminuire.
    Senza fare il gioco degli americani si può di certo separatamente supportare chi lotta per la democrazia e contro l’aristocrazia nazionalista. Come un conto è supportare i libertari contro Assad, un conto è se al banchetto si uniscono Al qaeda, Isis e fratelli musulmani.
    Innanzitutto Fassina non è assimilabile ai deliri di Fusaro, Fassina non parla di taxi del mare e non cerca di rivestire di parole forbite e nobilitare di marxismo e preoccupazioni per l’uguaglianza il concetto che se ne dovrebbero stare a casa loro perchè poverini sono sradicati e deportati.
    A proposito di immigrati, questo che dice gabrielli roma.corriere.it/notizie/cronaca/19_ottobre_04/gabrielli-meno-reati-ma-sempre-piu-stranieri-commetterli-2e24d684-e699-11e9-9d63-abc92eac7ace.shtml
    “Nel 2016, su 893mila persone denunciate e arrestate, avevamo il 29,2% degli stranieri coinvolti; nel 2017 la percentuale è salita al 29,8%, nel 2018 al 32% e in questo 2019 che sta quasi finendo il trend è lo stesso, siamo quasi al 32%. Tenendo conto che gli stranieri nel nostro Paese, sono il 12%, tra legali e non, questo dà la misura del problema”
    Ma negli ultimi due anni o qualcuno prima? Forse è aumentato anche il numero?

    fa a pugni con questo
    http://www.fanpage.it/politica/immigrati-e-criminalita-come-stanno-davvero-le-cose/

    “Proviamo a fare un po’ di chiarezza, contestualizzando i dati che sono a nostra disposizione. Cominciamo da una premessa: il numero dei reati è in calo (https://www.agi.it/fact-checking/gentiloni_ha_ragione_in_italia_negli_ultimi_anni_ci_sono_sempre_meno_violenze-1496295/news/2017-02-15/), anche quelli commessi dagli stranieri. Non c’è, lo dicono i numeri, alcun allarme criminalità nel nostro Paese. E non c’è, dunque, alcuna correlazione fra l’aumento degli stranieri e quello della criminalità,”

    “Questo aspetto è ben evidenziato da un lavoro di Michelangelo Alimenti, che mostra come a fronte di un aumento del 71,18% di stranieri in 10 anni
    e addirittura di un +681,69% di richiedenti asilo, il numero di reati “attribuibili” a cittadini stranieri sia cresciuto solo del 2%:”
    Quindi sarebbe diminuito in proporzione all’aumento, forse il trend si è invertito?
    E sia chiaro che non è per non affrontare il problema, soprattutto nelle periferie, o la maggiore proporzione in generale.
    Ma vuol dire che combattendo le disuguaglianze in generale la situazione di integrazione migliorerebbe ancora di più per gli immigrati di quanto non stia già succedendo. Quindi politica.

    Siamo sicuri che il problema sia l’Europa? In parte lo è, ma non fare leggi per cui le tasse si pagano dove si percepiscono le rendite a prescindere dalla sede legale. Se l’Europa impedisce di farlo almeno capiremmo dove sta lo strappo, su che punto si potrebbe voler uscire. Sarebbe una tassa sul trasferimento? Perchè impedirla se non abbiamo una tassazione uniforme?
    E’ possibile fare, invece che i dazi, subordinare gli acquisti da aziende estere al rispetto per particolari regole ecologiche, sulle condizioni dei lavoratori, per impedire competizioni al ribasso, senza invece toccare aziende che li rispettano. Secondo me questo sarebbe un esempio di internazionale nel mettere in relazione gli sfruttati, unirli e globalizzare invece i diritti. Ovviamente ci sarebbero delle reazioni complesse, ma bisogna affrontarle e non temerle, combattere coinvolgendo altri.
    Ma anche agevolare le piccole imprese e facilitare l’accesso ai mezzi di produzione.
    La patrimoniale, se non si distingue per reddito, può rischiare di espropriare i più poveri.

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