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Il cor(ro)sivo della Militant

Il razzista olandese Geert Wilders ha abbandonato la cosiddetta Nexit. Il populista Salvini ha chiarito che la sua intenzione non è rompere la Ue, ma “riformare i trattati”. La nazionalista Marine Le Pen ha dichiarato che non vuole uscire dall’euro, ma costruire “un’altra europa”. Ci verrebbe da chiedere cosa hanno da dire adesso quelli che additavano la posizione “No UE, No euro” come “oggettivamente rossobruna” poichè simile alle rivendicazioni del Fronte Nazionale o della Lega. Oggi che i “sovranisti” usano le stesse parole d’ordine di Tsipras, Varoufakis e De Magistris. Chi di sillogismo ferisce… di sillogismo perisce.

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7 comments to Il cor(ro)sivo della Militant

  • Premesso che il vostro concetto di antieuropeismo è un altro.
    Il sovranismo è l’altra faccia dell’europeismo come, storicamente, liberalismo e fascismo si sono alternati per la bisogna e continuano ad operare sottotraccia nelle nostre società occidentali. Ma anche nazionalismo e globalizzazione. L’uno non esclude l’altra, ma entrambi corrono sulla stessa linea delle necessità capitalistiche. Il sovranismo a là Le Pen serve, con parole adatte ad irretire le masse, a tutelare gli interessi del capitale. Non è mai esistito, nei programmi di questi signori, nulla di anticapitalistico o che potesse/volesse far danno al mercato. Se mi è sfuggito qualcosa in tal senso, gradirei una lista di queste mirabolanti posizioni rivoluzionarie.
    Ma se gli “aristotelici” avevano torto, la posizione di Le Pen e Salvini, allora, era giusta?

  • Militant

    Hai ragione. Il problema di questi anni è però convincere quel 60% di italiani che condivide il discorso sul recupero di sovranità nazionale delegata a istituzioni sovranazionali. Siccome in quel 60% c’è tanto proletariato, il problema non è aggirabile. E quel pezzo di popolo lo condivide perchè lo traduce istintivamente in recupero di quote salariali, welfare state, indipendenza politica. Un discorso maledettamente controverso, che non verrà risolto nelle posizioni ideali eccessivamente astratte (à la “nostra patria è il mondo intero”, se poi questo mondo è patria solo dei flussi finanziari), ma neanche – fai bene a rammentarlo – in quelle che solleticano il nazionalismo della piccola borghesia. Va trovata una quadra, ma il nostro discorso, da un pò di tempo a questa parte, è che questa famosa quadra non può essere trovata in vitro, in assenza di movimento reale, di conflitto e di partecipazione. Non se ne esce escogitando la migliore posizione teorica. Se ne esce con le lotte di classe, entro le quali un movimento (sempre più) cosciente saprà trovare la maniera migliore di articolare questi problemi che oggi sembrano irrisolvibili. oppure accantonarli, spostando il discorso altrove, imponendo nuovi ordini del giorno. Di certo non verranno risolti dalla pletora di Bismarck su facebook, ma neanche dal contraltare cosmopolita di un certo movimentismo che rimastica temi e parole di un ventennio fa in un mondo completamente altro.

  • quetzal

    e viceversa….se le parole sono le stesse aveva ragione anche tsipras…

  • Sono sostanzialmente d’accordo con la vostra risposta. Tuttavia, vorrei far notare che
    1) il proletariato è dappertutto nella realtà, mica solo nella questione dell’uscita dall’UE. Non concentriamoci solo lì.
    2) un tempo la quadra si trovava non in vitro, ma nella lotta di classe. Certo. Ma non è che forse la soluzione in vitro potrebbe essere (al livello di chiarimento della questione – leggi lotta di classe – cui siamo giunti noi di questi tempi) proprio quella della lotta (per ora piuttosto….. astratta) all’UE? Voglio dire: a parte il voto, un pò di rabbia e malcontento, nulla più! E abbiamo visto com’è finita in Grecia.
    3) le posizioni teoriche e le parole sono strumento di lotta potentissimi. Ho conosciuto dei proletari che si sentivano “sostenuti” in ciò che facevano “perché erano stati scritti dei libri” sul socialismo, eccetera. Libri che non avevano mai letto. D’altro canto la Chiesa è presente da due millenni su parole che hanno mobilitato (oggi di meno, certo) eccome. Si tratta dell’astratto che diventa concreto e non c’è nulla di più concreto delle teorizzazioni indecenti delle classi dominanti. Per rimanere in ambito religioso, le cose e le teorie che non hanno basi concrete, osservabili, come la concezione di Dio, si sono dimostrate di una pericolosità (ancor oggi!) pazzesca.
    4) Sull’Italia non ho dati sufficienti, quindi al momento non mi sbilancio, ma tempo fa studiai la composizione di classe del populismo in GB: non è che ci fosse così tanto proletariato tra i votanti dell’UKIP.

  • Militant

    Sul punto 2, la lotta alla Ue, per quanto al momento “astratta”, rientra nell’individuazione teorica di uno dei “problemi principali” dei nostri giorni. Il fatto che sia cavalcato dalla destra in chiave nazionalista non lo rende meno centrale nell’attuale strutturazione del potere politico-economico che ci riguarda direttamente. Così come il vago antiamericanismo di destra non rende meno centrale per la sinistra il problema dell’imperialismo statunitense. Insomma, il parallelo forzatissimo secondo il quale se una cosa “interessa” alla destra poi non può essere di sinistra è una sciocchezza (ovviamente non stiamo dicendo che tu stia dicendo questo, ma, ad esempio, il ridicolo dibattito sul “rossobrunismo” lì va a parare: siccome la lotta alla Ue viene scimmiottata a destra, allora è di destra. E via delirando).
    Sul punto 3, hai ragione: nessuno – tanto meno noi – solletica gli istinti anti-intellettuali e anti-teorici cavalcati dalle classi dominanti. Ci mancherebbe altro, noi crediamo nel valore delle posizioni intellettuali, teoriche, ma solo quando queste lo sono davvero! Il dibattito che si parla addosso della piccola elite “intellettuale” del nostro paese non rientra in questo, e crediamo vada proprio per questo smascherato con violenza, quindi colpendolo là dove gli fa più male: demolendo l’aura di sacralità di cui si sentono investiti gli “intellettuali” in questo paese (e in Europa più in generale).
    Sul punto 4, non c’è proletariato tra i votanti dell’Ukip, ma – crediamo – ce ne è tra i sostenitori della Brexit. L’Ukip è un soggetto politico di destra. La Brexit non è un fatto politico di destra, ma un fatto cavalcato dalle destre, che è una cosa diversa (e infatti oggi si vedono tutti i limiti del falso confronto tra nazionalismo piccolo-borghese e liberismo europeista:l’uno non riesce a fare a meno dell’altro).

  • Punto 2: secondo me il cosiddetto “rossobrunismo”, triste termine ma così è, è una cosa che stà tra una teoria revisionista del marxismo e l’azione interessata di chi ci combatte (con gradazioni e modulazioni differenti a seconda dei casi). Potrebbe essere corretto trattare la cosa in questo modo.
    Punto 3: assolutamente d’accordo.
    Punto 4: non ho detto che non ci sia proletariato nell’UKIP. C’è come in tutte le altre formazioni politiche. Sostengo non sia maggioritario. Alle ultime elezioni ha votato il 72,99% degli aventi diritto e su questi il 60% circa ha espresso un consenso verso le formazioni populiste. In termini assoluti, parliamo del 42-43% della popolazione italiana. In questo 42-43% non c’era solo proletariato, ma molta classe media impaurita che non riesce a mantenere certi piccoli o grandi privilegi (qui il discorso darebbe lungo).
    Da circa vent’anni, dopo la rovinosa fine dell’esperimento sovietico, ed il rimescolamento di carte conseguente, abbiamo sentito – per esempio – l’ineffabile D’Alema (ed altri) sostenere che la Lega (partito populista, no?) fosse una costola della sinistra e che fosse un partito operaio. Cosa indimostrata, peraltro. Il dibattito sul populismo e la sua composizione di classe, perciò, non è per nulla nuovo, ma ha assunto nuova vitalità a causa della sostanziale pace sociale vigente nel nostro paese. Siamo tutti in cerca di ispirazioni e punti d’appoggio, è normale.
    Mentre la finta sinistra pesca al centro, noi dovremmo prenderci o interessarci all’unica cosa che si muove. Ok, d’accordo, ci può stare. Tuttavia, secondo me, fatto salvo il discorso sull’uscita dalla UE come parte di una strategia più larga e complessiva, dovremmo rimettere al centro del discorso la critica al modello esistente e la necessità di un suo superamento. A prescindere dal momento e dalla situazione contingente.
    Lo so: è una parola!

  • Ingmar

    Il punto è infatti perchè si voglia uscire dall’Europa, per rifiutare alcuni diktat capestro che impediscono di prendere provvedimenti a favore del lavoro e sempre in difesa del capitale anche quando volto allo sfruttamento, alle multinazionali.
    Anche così ci sono cose da considerare, perchè i popoli devono rimanere uniti, internazionalmente, soprattutto gli sfruttati, secondo lo spirito di Marx, ma anche di quello originale del progetto Europeo. Mai distruggere, prima di aver creato un’alternativa ed un progetto.

    So che Fassina anche se parla di patria non è un “rossobruno”, per come si è espresso contro l’accanimento sui migranti come capro espiatorio e la guerra tra poveri e la povertà del pensare di stare meglio non accogliendoli quando poche persone possiedono più della metà della ricchezza italiana ed il governo del cambiamento gli abbassa le tasse e gli fa i condoni. Orwellianamente “la guerra è pace e il condono è pace fiscale”. Tra l’altro si è espresso contro l’ennesimo golpe statunitense.
    Il problema è sempre, con il concetto di Patria, quando invece che amore e cura della terra dove si nasce o direi ancor meglio, dove si abita, per motivi logistici e pratici, diventa un discorso di competizione tra nazioni. Come trova spazio il fatto che bisogna combattere lo sfruttatore che si trovi in Italia o in Germania o a Bruxelles?
    In questo senso un’Europa divisa fa comodo all’America.
    Abbiamo visto che il sovranismo non esclude ingerenze esterne, perchè vuole solo liberarsi di quelle interne e massimizzare il potere e la leva ricattatoria economica e militare.
    Stranamente molti di questi sovranisti sono in cerca di legittimazioni marxiste, come l’associazione tra migranti ed esercito di riserva in cui la vogliono distillare e degradare.
    Fassina può non intendere personalmente nulla di reazionario, parlando di interesse nazionale, di patria ma bisogna fare attenzione all’impostazione del discorso e spero lo faccia. Il discorso in parte comune al sovranismo è che l’Europa talvolta impedisca di fare l’interesse nazionale ai suoi paesi membri. Ma in cosa identifichiamo questo interesse, materialmente? Ecco la domanda chiave, questo interesse non può non essere identificato con gli sfruttati e gli svantaggiati. E non è certo lo sfruttato, il disoccupato o la piccola impresa (se non è sfruttatrice n.b) straniera il nemico da combattere. Capiamo quindi che il nemico non ha nazionalità e la contrapposizione su base nazionale non ha senso.
    Ma nella contingenza pratica sembra apparentemente vincente l’armamentario protezionista, chi può, quindi, usa i dazi per riportare il consumo all’interno del paese e alla base c’è la reazione ad una globalizzazione che ha portato quella retorica della competizione su scala mondiale, fino a scaricarsi sul lavoratore mettendone in crisi il potere d’acquisto.
    Questo si è prevedibilmente dimostrato insostenibile, perchè in forza di questo stesso meccanismo e della concentrazione di ricchezza, più altri complessi fattori si compra all’estero e le imprese locali ne hanno sofferto, poichè è impossibile competere. Altri hanno delocalizzato, spesso per avidità e per pagare meno tasse e massimizzare il profitto.
    Ovviamente gli impiegati rischiavano e perdevano i posti. La retorica del primato dell’impresa è infatti comune ai sovranismi come a Renzi, solo che con lui si stava ancora scommettendo sull’efficientismo liberista, attrarre gli investimenti, ridurre le tutele per incentivare le assunzioni, etc.
    La retorica xenofoba è mirata principalmente ai disoccupati, quando si parla di competizione per il lavoro e batte sulla sicurezza ed il pericolo criminalità straniera, invece, per i vari piccoli commercianti, gioielleri, etc.
    La presenza di una globalizzazione e di un discorso sociale mediatico prevalente molto debole su lavoro e redistribuzione, ha permesso l’attechimento di una narrativa e di proposte basati sulla contrapposizione tra nazione e resto del mondo, con i relativi cospiratori “traditori della patria”, invece che sulla classe, proprio per l’effetto apparentemente benefico e immediato a breve termine del protezionismo, quindi il consumo che ritorna in patria, le assunzioni che aumentano. L’immigrato è parte e vittima oltre che delle circostanze che lo costringono a scappare anche di questa narrativa interessata, che appropria anche sfacciatamente il concetto di “esercito di riserva”.
    Il tutto acuendo al contempo le ingiustizie capitaliste a livello locale, appunto abbassando le tasse, sanando chi delocalizza, persino i pensionati milionari al 7%. Cosa che aumenta nel brevissimo termine le assunzioni, uno sfacciato favoritismo mascherato dalla solito cortina di pseudorealpolitic a correnti alterne a cui siamo stati abituati, che è necessario, che aumenta i posti di lavoro. Esatto perchè con la crisi sembra che anche un posto di lavoro diventa un lusso, nulla di nuovo sotto il sole, Monti e Renzi dicevano sostanzialmente la stessa cosa, che con questa crisi i diritti sono un lusso che non ci si può permettere e con questa narrativa di scarsità artificiale giustificare il far pagare ai più svantaggiati la crisi, perchè “i poveri sono di più” a dispetto della matematica dei pochissimi che possiedono da soli oltre il 60% di ricchezza, dato ormai confermato e alla luce del sole, e salendo un po’ si arriverebbe forse al 90% e più.
    E’ possibile accusare i banchieri, i “buonisti milionari radicalchic con i soldi altrui” e riuscire ad aizzare all’invidia sociale contro queste persone sulla base della loro ricchezza (vera o presunta, per i buonisti o votanti pd), mentre li si favorisce sfacciatamente senza che questo stesso target batta ciglio?
    Se invece che usare i dazi, azzarderei, si osasse colpire selettivamente le imprese che più sfruttano ed il dazio lo si mettesse sulla plus valenza, premiando invece chi ne fa minore utilizzo? Sarebbe un’idea di tassa sulle disuguaglianze, che colpirebbe indistintamente in patria come altrove. Ma sia chiaro che è solo una delle proposte possibili ed aperta a discussione, :) . Perdonate la lungaggine, ma è un tema con molte labirintiche sfaccettature e secondo me la chiave di volta per sbugiardare la narrativa sovranista.
    Anche Landini oggi a Piazza Pulita, meglio di nulla, secondo me è andato abbastanza nel cardine della questione.

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