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Il sovranismo populista di Marcos

 

[Più di vent'anni dopo, un testo che sembra scritto oggi. Che però verrebbe scambiato per il report dell'ultimo consiglio dei ministri giallo-blu, o forse per la lezione inaugurale del think tank di Steve Bannon. Cambiano i tempi, non le mitologie che si costruiscono attorno alle diverse posizioni politiche].

“Noi stiamo dicendo che nella nuova fase del capitalismo, il neoliberismo, si verifica una distruzione dello Stato nazionale. Noi diciamo che la patria non c’è più. Si sta distruggendo il concetto di nazione, di patria, e non soltanto nella borghesia, ma anche nelle classi governanti. È molto difficile pensare che vi siano settori del governo che difendano il concetto di nazione. Coloro che difendono il concetto di nazione sono assassinati o espulsi. Il progetto neoliberista esige questa internazionalizzazione della storia; pretende di cancellare la storia nazionale e farla diventare internazionale; pretende di cancellare le frontiere culturali. Il costo maggiore per l’umanità è che per il capitalismo finanziario non c’è niente. Il capitale finanziario possiede solo dei numeri di conti bancari. E in tutto questo gioco viene cancellato il concetto di nazione. Un processo rivoluzionario deve cominciare a recuperare i concetti di nazione e patria”.

“Nosotros estamos planteando que en la nueva etapa del capitalismo, el neoliberalismo, se da una destrucción del Estado nacional. Para nosotros, una tesis fundamental del frente nacional es la de la existencia de la burguesía nacional. Nosotros decimos que no hay patria. Se destruye el concepto de nación, de patria, no sólo en la burguesía sino incluso en las clases gobernantes. Sería muy difícil pensar que hay sectores del gobierno que están por defender el proyecto de nación. A quienes defienden el proyecto de nación, los asesinan o los expulsan. El proyecto neoliberal exige esta internacionalización de la historia; exige borrar la historia nacional y hacerla internacional; exige borrar las fronteras culturales. El gran costo para la humanidad es que para el capital financiero no hay nada, ni siquiera patria o propiedad. El capital financiero sólo tiene números de cuentas bancarias. Y en todo ese juego se borra el concepto de nación. Un proceso revolucionario debe comenzar por recobrar el concepto de nación y de patria”.

Subcomandante Marcos, 1995. qui il testo completo.

 

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17 comments to Il sovranismo populista di Marcos

  • Nicola Campostori

    Credo che il concetto di nazione e patria di Marcos fosse un po’ più inclusivo di quello si Salvini.

  • Militant

    Certo, nessuno sta dicendo che i due pensieri sono sovrapponibili. Peraltro, non stiamo neanche dicendo che bisogna essere d’accordo con Marcos, figuriamoci.
    Il passaggio riportato serve *unicamente* a dire questo: non esiste alcuna relazione tra un discorso politico che tenga dentro ragionamenti sullo Stato nazionale e il cosiddetto “sovranismo”, nè tutto ciò che si muove fuori dalle retoriche del cosmopolitismo è per forza di cose “populismo”, nè – infine – questo, per le trasformazioni a cui è andato incontro, può essere sovrapposto al concetto di “estrema destra”.

    A forza di rimasticare chiacchiere da osteria, veri e propri ideologismi replicati un tanto al chilo, abbiamo espulso dai ragionamenti della sinistra di classe qualsiasi idea utile – davvero utile – a capire il presente con le sue contraddizioni.
    Marcos – soggetto oltre ogni sospetto reazionario immaginiamo – ci dice, con il passaggio citato, esattamente questo: per un secolo e mezzo siamo stati noi a parlare di sovranità popolare, di una Stato che costruisse insieme ai vincoli burocratici anche quelli sociali e solidali, che fosse l’ambito entro il cui costruire una comunità umana più giusta, fondata su relazioni finalmente umane, cioè politiche, e non economiche.
    Ci dice anche – Marcos, non Fassina o Bagnai – che è il capitalismo neoliberista che procede dileguando le frontiere, le dogane, i confini, le barriere, distruggendo lo Stato nazionale per come è stato costruito (dalle lotte di classe!) in questi due secoli.
    Ora, non c’è, in noi, alcuna nostalgia. Non c’è nessun ritorno ai bei tempi, come invece qualcuno si ostina a pensare, che possa risolvere le contraddizioni dei nostri giorni. Pensare, e sperare, ad un ritorno all’antico è sbagliato. Forse è anche, marxianamente, “reazionario”, cioè si sta combattendo il mondo di oggi con gli strumenti di ieri. Tutto vero, e però di quali strumenti dotarci se quelli di ieri sono superati e quelli di oggi, i nostri attuali discorsi, non fanno altro che coprire a sinistra l’ideologia coerentemente internazionalista del grande capitalismo transnazionale?
    Chiediamocelo una buona volta, non lasciamo la dialettica confinata da una parte alle destre nazionaliste e, dall’altra, a quattro scemi che scambiano il comunismo per una versione sofisticata del bismarkismo. La sinistra di classe – non i quattro scemi di cui sopra che sopravvivono grazie a facebook – ha il dovere di riconsiderare e recuperare il suo patrimonio di teorie e di pratiche anticapitaliste. Il dibattito sulla questione nazionale è una di queste. Per un secolo e mezzo la sinistra marxista ha sviluppato un confronto imponente. Poi tutto è andato perduto, confuso ed etichettato sotto la voce “populismo”, “estrema destra” e “sovranismo”. Basterebbe aprire qualche (serio) libro a caso tra il 1848 e il 1989 per accorgersi del clamoroso fraintendimento a cui stiamo prestando fede.

  • Premessa: non mi piacciono i sovrani, sotto qualsiasi spoglia si presentino. (Questo meriterebbe una dissertazione troppo lunga).

    1. Dite: Marcos – soggetto oltre ogni sospetto reazionario immaginiamo – ci dice, con il passaggio citato, esattamente questo: per un secolo e mezzo siamo stati noi a parlare di sovranità popolare, di una Stato che costruisse insieme ai vincoli burocratici anche quelli sociali e solidali, che fosse l’ambito entro il cui costruire una comunità umana più giusta, fondata su relazioni finalmente umane, cioè politiche, e non economiche.Marcos – soggetto oltre ogni sospetto reazionario immaginiamo – ci dice, con il passaggio citato, esattamente questo: per un secolo e mezzo siamo stati noi a parlare di sovranità popolare, di una Stato che costruisse insieme ai vincoli burocratici anche quelli sociali e solidali, che fosse l’ambito entro il cui costruire una comunità umana più giusta, fondata su relazioni finalmente umane, cioè politiche, e non economiche.
    Ok, ma 1) non sono per nulla sicuro che siamo stati proprio noi a parlare di sovranità popolare e nazionale e 2) si parlava pure di estinzione dello Stato, se ricordo bene.

    2. Dite: Ci dice anche – Marcos, non Fassina o Bagnai – che è il capitalismo neoliberista che procede dileguando le frontiere, le dogane, i confini, le barriere, distruggendo lo Stato nazionale per come è stato costruito (dalle lotte di classe!) in questi due secoli.
    Bene, ma non credo ad una società liberata con confini e dogane. La lotta di classe, inoltre, si fà, non può essere cristallizzata nel passato.

    3 .Dite: Ora, non c’è, in noi, alcuna nostalgia. Non c’è nessun ritorno ai bei tempi, come invece qualcuno si ostina a pensare, che possa risolvere le contraddizioni dei nostri giorni. Pensare, e sperare, ad un ritorno all’antico è sbagliato. Forse è anche, marxianamente, “reazionario”, cioè si sta combattendo il mondo di oggi con gli strumenti di ieri. Tutto vero, e però di quali strumenti dotarci se quelli di ieri sono superati e quelli di oggi, i nostri attuali discorsi, non fanno altro che coprire a sinistra l’ideologia coerentemente internazionalista del grande capitalismo transnazionale?
    Chiediamocelo una buona volta, non lasciamo la dialettica confinata da una parte alle destre nazionaliste e, dall’altra, a quattro scemi che scambiano il comunismo per una versione sofisticata del bismarkismo. La sinistra di classe – non i quattro scemi di cui sopra che sopravvivono grazie a facebook – ha il dovere di riconsiderare e recuperare il suo patrimonio di teorie e di pratiche anticapitaliste. Il dibattito sulla questione nazionale è una di queste. Per un secolo e mezzo la sinistra marxista ha sviluppato un confronto imponente. Poi tutto è andato perduto, confuso ed etichettato sotto la voce “populismo”, “estrema destra” e “sovranismo”. Basterebbe aprire qualche (serio) libro a caso tra il 1848 e il 1989 per accorgersi del clamoroso fraintendimento a cui stiamo prestando fede.
    Ecco, qui il discorso si complica. Certo che la sinistra marxista ha discusso profondamente e talvolta violentemente su questi temi perché erano temi che ne minavano l’unità e quindi la forza, tuttavia, noi sappiamo della loro esistenza e profondità principalmente (ma non unicamente, certo) a causa delle scelte operate dall’URSS dopo che la rivoluzione ad Occidente non era più possibile. Le questioni nazionali e dei popoli oppressi ha avuto luogo da lì, come possibile sbocco ed alleanza del potere sovietico. È il prodotto storico e storicizzato di una sconfitta, non di una vittoria, anche se ci ha fatto vincere la II^ guerra mondiale, diciamo così. È inutile ricordare quanto le questioni nazionale e sociale abbiano diviso il movimento operaio e comunista e non credo – certamente – che i nazionalismi si possano abolire per decreto. Tuttavia, credo che almeno si possano non aiutare, i nazionalismi, e ridare al marxismo ciò che è proprio del marxismo: il fatto di aver spiegato scientificamente la finitezza del sistema capitalista. Per dare un futuro alla specie umana, allora, si deve ricostruire un polo di classe che non indugi sul nazionalismo “progressivo”, ma è una mia modesta opinione.
    Anche perché, come diceva Hobsbawm, anch’egli oltre ogni sospetto reazionario, il capitalismo globale non teme i nazionalismi che, in quanto tali, saranno sempre deboli, piccoli e battibili senza grosse difficoltà.
    Allora, se rompere l’unione europea è un passaggio verso la ricostituzione di un polo di classe, ok. Si deve dire con chiarezza: vogliamo rimescolare le carte, anche passando attraverso una drastica riduzione dei livelli di vita del popolo italiano (perché si andrebbe incontro a questo, inutile nascondercelo), per ridislocare le forze. Se invece dobbiamo metterci a lavorare sulla ricostruzione del capitalismo italiano, non credo questa sia un’idea così nuova ed originale. E a proposito di libri di storia, certo, si parlava di altro, visto che i tempi erano veramente altri, con colonie ed imperi ancora in vita. Ed è quantomeno azzardato mettere insieme il 1848 e il 1989. Peraltro, molto rossobrunismo ha utilizzato queste parole d’ordine “sociali e nazionali” per costruire tutta una serie di stronzate.
    Correggetemi se ho capito male.

  • Hirondelle

    L’avete fatta grossa: ecco che arrivano gli europeisti apocalittici… tipo i referendari apocalittici, quelli che sventolavano le previsioni di Confindustria.

  • Militant

    @ Flacons 2.1

    Ti rispondiamo seguendo i punti che hai esplicitato:

    “1) non sono per nulla sicuro che siamo stati proprio noi a parlare di sovranità popolare e nazionale e 2) si parlava pure di estinzione dello Stato, se ricordo bene”

    Riguardo al primo punto, sono state le lotte di classe, specificatamente in Francia dalla Rivoluzione francese in avanti, soprattutto nel biennio 1793-’94, poi successivamente nel 1831 e soprattutto nel 1848, ad aprire e approfondire il confronto nella sinistra tra internazionalismo e questione nazionale. Per restringere solo il campo al marxismo (una delle correnti, e neanche la principale, delle lotte di classe francesi ed europee attorno alla metà del XIX secolo), la questione nazionale, anzi: le diverse questioni nazionali, costituivano *il* tema all’ordine del giorno del dibattito, quello su cui, probabilmente, più si è scritto in quegli anni. Marx e Engels, in merito, non esprimeranno mai una posizione strutturata, codificata: al contrario, muteranno spesso opinione, adeguando le proprie teorie sia ai diversi contesti sia alle evoluzioni continue che avvenivano nelle lotte di liberazione nazionale presenti all’epoca. La questione nazionale *non è* il “nazionalismo” – con relativo dibattito – che è invece una posizione politico-culturale interna al pensiero borghese-reazionario.
    Successivamente, la questione nazionale rimane al centro del dibattito della Seconda internazionale, attraverso le riflessioni di Renner, Bauer, Kautsky, Bernstein, Luxembourg, Strasser, Pannekoek, eccetera. A parte il cosiddetto “ultrainternazionalismo” di Pannekoek, tutto il resto del dibattito interno al socialismo europeo di impostazione rivoluzionaria (per quanto controverso fosse quello della Seconda internazionale, ovviamente) volgeva alla ricerca dell’equilibrio tra questione/i nazionale/i e propensione internazionalista delle lotte del proletariato. Equilibrio, appunto, e non rifiuto.
    Riguardo al periodo della Terza internazionale, va da sè, il tema è notoriamente al centro delle riflessioni, estremamente dialettiche in tal senso, addirittura empiriche: la questione nazionale, dal XIX secolo alla seconda metà del Novecento, fu sempre valutata in rapporto al caso specifico in questione.

    Sul secondo punto, cioè sulla “estinzione dello Stato”, tutto si regge sul passaggio contenuto nel Manifesto del partito comunista (“i proletari non hanno patria”), un passaggio letto spesso in via unilaterale e che invece andrebbe, secondo le indicazioni dello stesso Engels, visto in maniera dialettica. Esattamente come la nota definizione di religione data da Marx (oppio dei popoli *e* sospiro della creatura oppressa), gli operai “non hanno patria” non solo perchè le differenze di classe scavalcano quelle nazionali, ma anche *perchè non la possiedono*.
    Al netto di tutto ciò, certamente il comunismo, quale punto d’arrivo della storia – intendendo con ciò il periodo di compiuta autocoscienza dell’uomo – abolisce insieme allo stato di cose presenti anche lo Stato, cioè la struttura burocratica del potere di classe. Ma in attesa della fine dei tempi un discorso sullo Stato si dovrà pur produrre, e infatti il socialismo e il comunismo lo hanno costantemente prodotto. Lo Stato – *proprio in quanto strumento del dominio di classe* – continuerà ad esistere anche sotto il socialismo. Motivo per cui è inutile sperare in una sua scomparsa addirittura dentro una fase pienamente capitalista. Questo peraltro è l’errore clamoroso che compie il pensiero di matrice hegeliana à la Preve (e pure da Marcos, se ci pensiamo bene), che scambia la trasformazione dello Stato nell’attuale fase ordoliberale per sua scomparsa. E questo, infine, il motivo per cui il movimento comunista deve avere la capacità di produrre (e aggiornare) il proprio pensiero sullo Stato e in particolare sui caratteri nazionali dello Stato, che non corrispondono, ribadiamo per l’ennesima volta, ai caratteri “nazionalistici”. Non è lo Stato a scomparire, ma quei caratteri nazionali (ancora: non nazionalistici) determinati dal governo delle lotte di classe. Senza lotte di classe non viene meno lo Stato, ma la nazione, perchè non più necessaria.

    “Bene, ma non credo ad una società liberata con confini e dogane. La lotta di classe, inoltre, si fà, non può essere cristallizzata nel passato”.

    La prima parte della frase contiene una dose importante di idealismo ci sembra. A patto di non considerare la società di cui tu parli *tutta* la società umana, il fatto che in un dato ambiente, cioè in un dato Stato, si possa realizzare una forma di socialismo non comporta e non comporterà mai l’assenza dei confini di tale Stato. Più in generale, cioè astrattamente, è sicuramente vero che in un mondo socialista non ci sarebbero più confini. Siamo in questa fase ora? Lo saremo di qui a, poniamo, il prossimo anno? Dubitiamo.
    Sulla seconda parte della frase invece concordiamo: la lotta di classe si fa, non si replicano modelli del passato. Cosa c’entra tutto questo con la questione in oggetto invece ci è più oscuro.

    Sul terzo punto, come si evince dal resto nostro commento, dissentiamo. L’Urss c’entra fino a un certo punto. La questione nazionale esonda letteralmente le strategie dell’Unione sovietica. Fanon o l’Algeria, per dire, c’entrano poco con l’Urss, così come c’entra poco con l’Urss il pensiero strategico cinese da un certo punto in avanti (o meglio c’entra di rimando, ma è un pensiero indipendente, non legato a ragioni di legittimazione politica come lo possiamo trovare nei partiti comunisti italiano e francese). Dunque dovremo stare attenti a legare una questione pratico-teorica più che secolare alla vicenda del socialismo realizzato in Unione sovietica.

    Infine: che il “rossobrunismo” (il primo decreto del nuovo governo sarà abolire questa parola) utilizzi per fini strumentali porzioni mal comprese di tutto questo dibattito è un’ovvietà. Che questo dibattito sia per ciò stesso relegato e relegabile al “rossobrunismo” è una boutade antistorica. L’unico modo per non farci sottrarre costantemente pezzi di pensiero di classe è proprio quello di riformularli, non rifiutarli. Il dibattito sulla questione nazionale è uno di questi pezzi oggi rifiutati. Il rifiuto lascia spazi a destra e al cosiddetto “populismo”, spazi che andrebbero al contrario riconquistati. Proprio per questo oggi è più che mai decisivo tornare a parlare di questione nazionale. Laddove avviene (Catalogna, Euskal Herria, Irlanda, America Latina e Asia, e nei molti “altrove” che neanche conosciamo) la sinistra ha ancora un ruolo politico. Dove viene rifiutato, la sinistra scompare. Non tutto è collegato alla questione nazionale ovviamente, ma rifiutarla è il modo migliore per uscire dal novero dei soggetti politici credibili.

  • sergio falcone

    Un sovranismo di sinistra è una contraddizione in termini. Facciamola finita di scimmiottare concetti e di usare parole che vanno per la maggiore. Il nazionalismo è veleno, al pari del liberalesimo, che ricordo essere l’idea portante del capitalismo.

    • Hirondelle

      Infatti: trattasi in entrambi i casi di definizioni operate dall’avversario quando non dal nemico politico. Esse mirano a collegare con concetti riprovati da tempo nel pensiero come nella prassi della sx ogni radicale opposizione al liberismo restaurato in Europa dalla UE attraverso l’esautorazione delle legislazioni nazionali di tutela del lavoro e del welfare, quindi, come risultato finale, della cancellazione delle politiche economiche autonome.

      Insomma propaganda griffata e manco della migliore qualità o novità retorica.
      Propaganda che ha avuto effetto più che per il rigore dell’analisi o l’efficace valutazione del contesto, per l’intimidazione, il senso di colpa, lo spaesamento e la paura di chi a sinistra si vedeva tacciato da potenziale agente controrivoluzionario a sua insaputa – e per sua colpevole ignoranza, questo si’, come pure per la colpevole e compiaciuta abdicazione alla analisi economica dei meccanismi in atto da parte di ogni organizzazione o punto di riferimento intellettuale della sx.
      La risposta di Militant spiega bene perché.

      Dettaglio biografico: persevero nella mia allergia al concetto di patria come nel proibizionismo dei sospiri. Non c’è bisogno né dell’uno né degli altri per porre come indispensabile e prioritaria la liberazione da UE(M) nella lotta di classe oggi.

      E per smettere di provare qualunque soggezione verso chi non vuole vederlo: avrà le sue personalissime ragioni, ma lui si’ ci sta portando, anzi, ci ha già riportato, alla miseria.
      Bye.

  • Giuliano

    La recensione di Vladimiro Giacché al libro di Alessandro Somma “Sovranismi. Stato, popolo e conflitto sociale”.
    https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-sovranismi_stato_popolo_e_conflitto_sociale_finalmente_un_po_di_chiarezza/82_26636/

  • Secondo me, sommariamente:
    A) vostra prima risposta del punto 1: si e no. I temi in quel periodo, francamente, erano i più diversi. Il Marx (ed Engels) del Manifesto e dell’alienazione è il Marx giovane che, ad un certo punto, anni dopo si autodefinirà come “un bambino” dal punto di vista politico. In quel periodo si trattava di strutturare una critica alla società borghese nel suo insieme e, ad ogni pié sospinto, i due cercavano di spostare l’attenzione sugli interessi di classe complessiva. È il periodo in cui si gettano le basi per la Prima Internazionale dove, certamente, la questione nazionale ha il suo peso, ma non è il centro del dibattito. Il Marx più maturo capirà che la questione fondamentale risiede nell’economia, cioè nei pilastri di ogni formazione sociale umana, che “in ultima analisi” è quella attraverso cui comprendere il “movimento” della società capitalistica. Personalmente, dubito che la questione nazionale sia stata così al centro del dibattito in quegli anni: se andiamo a vedere tutte le elaborazioni del movimento operaio del tempo c’è anche altro. Poi; mettere insieme 1^, 2^ e 3^ Internazionale (magari per necessità di sintesi, lo so) non fa giustizia di quella storia. Nel senso che ci sono differenze apprezzabili fra le tre, proprio nelle ragioni che le fanno scaturire, oltre che nelle strategie politiche che le contraddistinguono.
    Ma in sostanza in 160 anni Stati e Nazioni sono mutati radicalmente e non possiamo rimanere alle considerazioni di quell’epoca.
    Vostra seconda risposta del punto 2: non credo proprio che tutto si regga sul passaggio “i proletari non hanno patria”. Dove lo mettiamo “Stato e rivoluzione”?
    Sulla religione: non possiamo dividere (come fanno i…cattocomunisti) l’affermazione di Marx in due parti, estrapolandone una a seconda di ciò che vogliamo dire e, non solo la religione rimane oppio dei popoli (confermato in molteplici situazioni) ma rimane sospiro della creatura OPPRESSA e non liberata (!).
    Sul resto del punto sono sostanzialmente d’accordo.

    B) sulle dogane e i confini: dal discorso di Marcos sembra che delle “protezioni” di questo tipo siano necessarie. Se ho capito male Marcos allora ditemi voi cosa proponeva e propone lui (con tutto il rispetto, ovviamente). Su ciò che segue della vostra risposta non ho da eccepire nulla.

    C)URSS e questione nazionale. Solo nel senso che l’URSS è stata a sua volta un determinato prodotto storico ed ha influenzato sempre ciò che si è svolto in seguito: da Baku 1920 al Sudafrica di Mandela, al PCI, al PCF all’Algeria. Questo per sommi capi.

    D)Non ho detto assolutamente che il dibattito sia relegato o relegabile al rossobrunismo. Ciò che intendo dire è che bisogna trovare anche nel linguaggio delle modalità di operatività politica difficilmente attaccabile. I discorsi sulla nazione sono attaccabili poiché patrimonio della borghesia. Perciò , parafrasando qualcuno: tra l’originale e la copia scelgo l’originale.

    Ribadisco: se la questione (nazionale) dell’uscita dall’UE è solo una tattica per polarizzare la società italiana e rimetterne in discussione le gerarchie e le strutture portanti, all’interno di una strategia rivoluzionaria, ok, ma dovremmo dichiararlo più chiaramente (non lo si fa mai). Altrimenti…..

    Ma ciò che voglio qui restituirvi è la seguente riflessione, secondo me marxisticamente fondamentale, di cui si è persa traccia nei vari dibattiti:
    marxisticamente (e leninisticamente perché Lenin si riferisce al Marx maturo, quello del Capitale) parlando la questione nazionale è vista in relazione allo sviluppo capitalistico, come sistema progressivo per l’umanità. Lo è stato infatti. Finché ci sono delle aree da conquistare al capitalismo e ad i suoi nuovi rapporti sociali (Lenin, Imperialismo….) abbiamo una funzione progressiva del sistema. Quando ormai non c’è più un angolo del pianeta che possa essere conquistato al nuovo modo di produzione, allora inizia la fase delle devastanti guerre imperialiste (ancora Lenin) per – letteralmente – appropriarsi delle aree di influenza altrui e/o di territori altrui. Secondo Lenin era “iniziata l’era della rivoluzione proletaria”. Cosa significava? Che il proletariato non aveva più bisogno di allearsi con la borghesia in una coalizione nazionale (per costruire/sviluppare la propria zona di sovranità economica e politica), ma poteva agire autonomamente per l’attuazione del programma comunista. Questo dalla 1^ guerra mondiale in poi. Questo è il punto debole del sovranismo nella sua versione di sinistra (si, una contraddizione in termini). Qui veramente non si è fatti i conti con la nostra storia.
    Poi con la vittoria staliniana e la sconfitta della rivoluzione, cioè nell’impossibilità di allargare la rivoluzione in tempi brevi ci sono dei “compromessi al ribasso”, quindi alleanze con forze borghesi (e nell’intelligenza della dirigenza sovietica, pure criminalmente anticomuniste). Vedi Cina eccetera.
    Qual è oggi la posizione dell’Italia nella catena internazionale del valore? Ancora, concretamente: grazie all’interdipendenza mondiale dei componenti di questa catena mondiale del valore oggi l’Italia, mettiamola semplicemente, è oppressa e sfruttata dall’UE, ma contemporaneamente opprime e sfrutta altri paesi. Perciò c’è (ci sarebbe) bisogno della rivoluzione socialista e non di altro.

  • Robson

    Condivido ampiamente la vostra analisi in risposta al commento di Flacons.

  • Militant

    Affermare che ci sia bisogno di riprendere in mano un “discorso sulla nazione” non significa certo dire che bisogna trattarlo come è stato fatto nei due secoli precedenti. Tutto il dibattito precedente era infatti influenzato e viziato dai diversi casi specifici: l’autodeterminazione del popoli e il diritto delle nazioni oppresse/senza storia a esprimere una propria statualità, nel periodo della Prima internazionale e della Seconda internazionale. La liberazione delle popolazioni colonizzate, nella Terza e successivamente. E’ un tema che è proceduto sempre per via empirica, e Marx da questo punto di vista è emblematico, vedasi il caso irlandese, dove prima assegna agli operai inglesi il compito di liberare l’Irlanda tramite la liberazione sociale dell’Inghilterra. Successivamente cambia registro e assegna agli irlandesi il compito, liberandosi, di favorire la rivoluzione in Inghilterra. E così via.

    Oggi stiamo riprendendo e aggiornando il tema nazionale, o da molto – troppo – tempo lo abbiamo semplicemente espunto dai nostri ragionamenti? A noi sembra la seconda ipotesi. O meglio: da una parte della sinistra il tema è accostato quale sinonimo di nazionalismo e quindi di destra; poi c’è un altro tipo di sinistra che sul tema, per “curvare il bastone dall’altra parte”, per dirla con Lenin, cade nell’eccesso opposto, un guazzabuglio di togliattismo bismarkiano keynesiano presuntamente illuminato che costituisce un problema, perchè non coglie le determinazioni di quello schema politico (condannabili o meno, erano il prodotto della guerra fredda e della coesistenza, non altro), e lo eleva a modello socialista a-storicamente valido.

    L’unico modo per sottrarre il dibattito a questo confronto inconcludente è rielaborarlo, accettando che esiste una dimensione nazionale, e questa non significa solo confini e frontiere, ma anche modelli sociali, culturali e politici determinati. Ci costringe d’altronde il periodo storico: ad un sistema di relazioni produttive pienamente internazionale corrisponde, sfasato nel tempo, un tentativo della politica di adeguarsi e governare queste stesse relazioni. La Ue esiste perchè la dimensione dei mercati non è più gestibile per via nazionale. Questa grande trasformazione produce delle resistenze, che assumono certamente la forma della reazione piccolo-borghese (il ritorno alle “patrie”), ma che pure con queste resistenze dovremmo intrecciare i nostri discorsi/percorsi. La reazione all’impoverimento determinato dalla grande trasformazione produttiva internazionale sarà pure “di destra” (tra molte virgolette), ma l’impoverimento di masse enormi di salariati è un fatto reale. Questo fatto reale viene banalizzato dalla sinistra, che lo etichetta come fenomeno consustanziale alla storia (del tipo: “la globalizzazione c’è, non è possibile fermarla, e nel lungo periodo è pure positiva”). Insomma, un secolo dopo siamo ancora al “tempo omogeneo e vuoto della storia”, quello per cui il comunismo dovrebbe favorire le naturali spinte economiche perchè tendono inevitabilmente a rafforzare il comunismo stesso.

    Ecco, di fronte a questa perversione ideologica i comunisti hanno il dovere anzitutto di distruggere le strutture di comando politico del capitale. In primo luogo, dunque, l’Unione europea. Non si scampa da questo. E distruggere l’Unione europea significa, concretamente e realisticamente, passare per un riassetto nazionale dei poteri devoluti alla Ue. Sarà brutto dirlo ma è così, almeno ragionandoci oggi, in futuro chissà, d’altronde le lotte di classe insegnano che gli scenari evolvono strada facendo. Anzi ne siamo sicuri: dentro una grande crisi in cui viene giocato un ruolo dai comunisti, questi potranno elaborare soluzioni creative al problema, creando alleanze ora impensabili, giocando su più piani, sia geopolitici e sociali, insomma l’inventiva delle lotte di classe è proverbiale. Però oggi da dove partire se non dalla parola d’ordine della lotta alla Ue?

    • Hirondelle

      Si potrebbe anche ricordare come a metà del XIX secolo la restaurazione postnapoleonica e postrivoluzionaria contro cui insorgeva mezza Europa passasse per un sistema di alleanze e controlli più o meno diretti di alcune potenze su altre dove avevano riportato al potere le vecchie dinastie nel tentativo impossibile di ripristinare l’assolutismo di diritto divino. Si trattava di un contesto che non poteva essere ignorato da una prospettiva rivoluzionaria, e in effetti, giustamente, non lo fu. Era al contrario necessario farci i conti, fosse pure in modo empirico, legato al singolo caso e quindi passibile di cambiamenti di prospettiva e di tattica anche molto rapidi e radicali. Come oggi non ha senso politico ignorare il cappio UE in nome della rivoluzione vs nazionalismo. Purtroppo sembra che per un malinteso, quando non ambiguo, anelito a tutelare l’approccio di classe nella sua purezza si sia del tutto perso di vista quanto quell’approccio già alle sue origini fosse consapevole e sensibile all’esistenza di un problema di rapporti di forza tra nazioni e tra ceti dominanti di quelle stesse nazioni (del resto spesso erano pure parenti). L’Austria non rimase inattiva nella repressione del ‘48.

  • Militant: “Però oggi da dove partire se non dalla parola d’ordine della lotta alla Ue?”
    Certo. Su questo ci siamo. Ma come parola d’ordine di rottura dei progetti della borghesia imperialista europea, non come fine in se e per se.
    Sulla vostra ultima riflessione non aggiungo niente. Mi sembra possa essere di stimolo ad ulteriori approfondimenti.
    Ho scritto questo pezzo (in anteprima per voi :-) ) che, in parte contraddice la vostra visione della “devoluzione” dei poteri. A cui io non credo . Rimane, tuttavia, la questione da me posta dello sviluppo del capitalismo che, in questa fase non va aiutato restituendo uno spazio nazionale alle varie borghesie, cioè ad affermarsi nazionalmente, se e sempre se ” i comunisti hanno il dovere anzitutto di distruggere le strutture di comando politico del capitale”. L’uscita dalla UE è una parola d’ordine per smuovere i subalterni, ma con finalità non nazionali (secondo me).
    Ecco il pezzo:

    Il linguaggio che parla di sovranità è corrotto, è il linguaggio della destra. Sarebbe invece meglio parlare di democrazia. L’essere membri di organizzazioni come la UE o il WTO non indebolisce la “sovranità” dello Stato nazionale. Funziona diversamente: è grazie a queste organizzazioni che gli Stati nazionali si sono rafforzati ed hanno eroso libertà e diritti.
    Secondo la destra l’UE è un superstato liberal e sinistrorso nonché cosmopolita, ovvero una burocrazia innaturale che rimpiazza lo Stato nazionale. Molta sinistra accetta questa fantasia mettendoci del suo: diritti umani, sostenibilità, bla bla bla…! Sia la destra che la sinistra fanno loro il discorso del ridimensionamento della sovranità dello Stato nazionale.
    Tutto sembra intuitivo e logico. Dopotutto la legge dell’UE è superiore a quella nazionale, la Commissione Europea ha priorità sui politici eletti. Anche la Corte di Giustizia europea ha supremazia giudiziaria nell’interpretazione della legge. Tutto sembra erodere la sovranità.
    Ma da questo punto di vista è difficile spiegare perché tutti questi Stati nazionali abbiano ceduto volontariamente la loro sovranità e perché ad esempio il Regno Unito si starebbe battendo per mantenere questa “cessione di sovranità”, tornando nell’UE. La destra sputa continuamente nuove teorie cospirative in cui figurano Soros, il tradimento nazionale, la “cultura marxista”. È la versione 21° secolo del complotto giudaico-bolscevico.
    L’argomento – invece – risiede nella competizione. Alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, l’economia dell’Europa occidentale soffriva di bassi profitti, della concorrenza giapponese e del movimento operaio ancora troppo forte.
    Il mercato unico, con un’unica moneta, fu allora la risposta: dare al capitale la possibilità di muoversi liberamente ricercando i luoghi migliori per ottenere i migliori profitti. Stiamo parlando di economie di scala e disciplinamento del mercato del lavoro (attraverso la concorrenza tra i lavoratori). Una moneta stabile e basse spese nelle transazioni finanziarie, insieme ad una diminuzione del costo delle merci (progresso tecnico) avrebbero assicurato la sopravvivenza del capitale in un contesto post accordi di Bretton Woods.
    Si affermarono, quindi, l’agenda Thatcher e Kohl dell’”austerità espansiva”. Eccezione la Francia di Mitterand (1981) con un’agenda keynesiana.
    In seguito, il Single European Act, il trattato di Maastricht e quello di Amsterdam riflettevano il bisogno di disciplinare il mercato.
    Il Patto di Stabilità e Crescita impegnano gli Stati ad una più restrittiva politica fiscale e monetaria. Tutto ciò sembra una perdita di sovranità, ma non solo tutto ciò è stato sostenuto dai singoli Stati nazionali, ma la stessa natura antidemocratica dell’Europa riflette ciò che funziona negli Stati nazionali: il rafforzamento del potere esecutivo, l’indebolimento della politica, la devoluzione politica a corpi sociali privati, semi-privati o non eletti, per non parlare di tutte le liberalizzazioni e deregolamentazioni portate avanti dalle istituzioni nazionali ben prima dell’avvento della UE e dell’euro. Questo perché il neoliberismo non è fondamentalismo del libero mercato, ma è richiesta di sostegno e protezione da parte dell’attività espansiva dello Stato (lo Stato in quanto capitalista collettivo). Inoltre, il neoliberismo vede un ostacolo nella competizione politica.
    In questo modo i beneficiari sono le élites nazionali, ma anche le più potenti fazioni capitaliste che hanno poi dei collegamenti regionali importanti, ecc..
    Ciò che vogliono i poteri capitalistici è una riforma del potere sovrano di cui anche la sovranità nazionale è parte pur non esaurendone le esigenze: vedi il caso britannico.
    In un contesto di crisi epocale del capitalismo, il piccolo e medio capitale vogliono ricontrattare la loro posizione, poiché l’UE non può essere un superstato federale, in mancanza degli strumenti politici e competitivi degli USA (storia, rapporti di classe, presenza di materie prime….).
    L’alternativa di sinistra, dunque, non può essere nel sovranismo di sinistra, ma nella democrazia, una democrazia delle masse.
    Reclamare strumenti politici da parte di uno Stato nazionale è poco utile se tutto ciò che può produrre è il rafforzamento dell’insfidabile e supremo potere del sovrano. Noi dobbiamo indebolire la sovranità, contro Trump e i suoi apologeti, contro Juncker ed i suoi. Non ci può essere potere che non possa essere sfidato, alcuna decisione che non possa essere emendata democraticamente.
    Abbasso la sovranità, viva la democrazia!

  • Militant

    La rottura della Ue non è nè può essere “un fine in sè”. Chi lo pensa è di destra, nel senso che punta ad un fantomatico ritorno alle nazioni nella loro forma cristallizzata del, poniamo, 1950 (o potrebbe essere il 1910 o il 1970, tanto la storia, letta in questo modo, è solo un inutile orpello propagandistico-legittimante).
    Detto questo, rispetto a quello che tu dici sulla devoluzione/trasformazione dei poteri, l’attuale fase ordoliberale (che non è sinonimo del liberismo classico nè del neoliberismo) prevede un rafforzamento giuridico e regolativo dello Stato, ma un contestuale ridimensionamento della “nazione” – intesa appunto come insieme di caratteri non economici ma “valoriali”, politico-culturali. Non è lo “Stato-nazione” a scomparire, ma la riformulazione del rapporto tra Stato e nazione. Con l’accortezza di capire che quei “valori” erano valori orientati dalla borghesia, bisogna anche riconoscere che erano un “terreno di gioco” contendibile dal proletariato. E che infatti li contese fino a quando ebbe la forza. Oggi hanno fatto venire meno tutto il contesto entro cui esercitare questa contesa (è venuto meno perchè non c’è più “necessità” di preservarlo, venute meno le lotte di classe dal basso). C’è solo lotta primordiale, economica, tra i fattori della produzione. E’ una lotta tornata al suo esclusivo momento economico-sindacale, come alle origini. Solo che, a differenza delle origini, ci manca il fiato della lunga corsa. Dunque, possiamo – come proletariato – vendere meglio o peggio la nostra forza lavoro. Non più altro.

  • Militant: “Con l’accortezza di capire che quei “valori” erano valori orientati dalla borghesia, bisogna anche riconoscere che erano un “terreno di gioco” contendibile dal proletariato.”

    Mentre oggi i “valori” europeistici, anch’essi orientati da una borghesia, quella imperialista europea, non sono più un terreno di gioco. Affermazione apodittica e disfattista. Che andrebbe rivista un pochino, credo.

    Militant: “Oggi hanno fatto venire meno tutto il contesto entro cui esercitare questa contesa (è venuto meno perchè non c’è più “necessità” di preservarlo, venute meno le lotte di classe dal basso).”

    Beh, magari c’è stata la sconfitta storica del movimento operaio e comunista (almeno di quei movimenti storici, non in assoluto). Magari la “bonaccia” (traduci fancazzismo politico) di cui parlava Calvino negli anni ’50 riferendosi al PCI (certo orientato da Mosca) avrà pure influito qualcosa. E tante altre cose e ragioni: il cosiddetto benessere oggi in crisi (ma non da farci tornare a 100 anni fa comunque).
    Forse una volta caduto l’involucro rassicurante dell’ideologia (ideologia, non teoria politica) si fa una gran fatica a riprendere un discorso, anche perché si è scambiato il marxismo per un prodotto, in ambito politico, della deregolamentazione/liberalizzazione occorsa nella società. Ovvero: imprenditoria politica fai da te, senza grandi approfondimenti. Questo in generale, poi ci sono delle ottime eccezioni, ad esempio voi.
    Auguriamoci che la parola d’ordine della rottura dell’UE ci porti qualcosa di positivo.

  • Militant

    Sulla prima parte, rimane il fatto che se “prima” esisteva una relazione più o meno bilanciata tra politica ed economia – dettata dal fantasma della Seconda guerra mondiale, dalla coesistenza atomica, dalla presenza sovietica, dalle necessità della ricostruzione – oggi questo bilanciamento non c’è più: la Ue è un fatto governato direttamente dall’economia, senza più mediazione politica, che invece sopraggiunge molto dopo e solo in qualità di fattore (scarsamente) legittimante. Insomma, troppo facile cavarsela con “prima c’era lo Stato nazionale, adesso c’è la Ue, ma la sostanza è la stessa”. Non è la stessa, sono venute meno una serie di coordinate politico-culturali non inglobate e trasformate nella Ue, ma direttamente espunte (certo è un’espulsione “dialettica”, nel senso che è il portato della fine di un ciclo di lotte, che fa venire meno alcune esigenze di controllo mediato da parte della borghesia, e questo venire meno rende a sua volta più difficile una ripresa delle lotte).

    Sulla seconda parte del discorso, concordiamo.

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