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24 August :
1917: L'INSURREZIONE DI TORINO

1944 - Nella Valle del Lucido, sulle Alpi Apuane, i nazifasciti massacrano 174 civili. 26 di loro erano bambini ed uno aveva appena 2 giorni.

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Gilet gialli, rossi e Negri

 

Dopo un mese di mobilitazione, è ormai luogo comune entusiasmarsi per le vicende francesi. Se invece del sostegno politico ci spostassimo sulla riflessione cosciente, la cosa meno improbabile è stata scritta da Toni Negri (L’insurrezione francese). Dal punto di vista politico, però, occorre sgomberare il terreno dalle parodie deliro-marxistiche che, come quasi sempre, corrono in soccorso del potere costituito: “non è una rivolta di classe”, ammoniscono solerti difensori di ogni status quo. Come se nelle rivolte di classe fosse mai apparsa, in qualche angolo della storia, quella purezza alla quale tali pensatori rimandano: «si comincia, poi si vede», diceva Lenin riprendendo Napoleone. Ed è dentro questo spirito che tutte le forze rivoluzionarie si sono sempre mosse: nell’occasione, che non è né predeterminata né socialmente definita. Fatta dunque la premessa che in una rivolta politico-sociale ci si sta fino a che la finestra di possibilità rimane aperta, anche fosse un solo spiraglio, se al contrario volessimo tentarne un’analisi occorrerebbe frenare i facili entusiasmi che circolano ormai in tutte le gradazioni della politica, da Forza Italia all’estrema sinistra (esclusa, come detto, la parodia gendarme celata dietro prose marxiste).

E qui Toni Negri coglie nel segno. Negri non ha l’entusiasmo del neofita, che si impressiona di ogni simulacro di rivolta sociale. Riconosce che lo spazio «dell’insurrezione», come lui la definisce, va lasciato aperto, va allargato e organizzato, più che richiuderlo attraverso scomuniche libresche. Eppure ci sono fattori particolari alla base di una rivolta simile che vanno tenuti in considerazione. Questa è una rivolta che ha ragioni generali, legate al processo di straordinario impoverimento determinato dalla fase neoliberale, ma ha anche ragioni specifiche, «francesi», che la rendono difficilmente replicabile altrove. Partiamo dalle ragioni generali.

La rivolta, «l’insurrezione», ha preso in Francia dimensioni che eccedono la normale gestione dei rapporti politici, ma è tutto fuorché singolare. E’ l’ennesimo episodio di un rifiuto popolare che è emerso carsicamente e contraddittoriamente in molti altri punti dell’Occidente capitalistico. E’ lo stesso fenomeno che ha portato alla Brexit e alla vittoria elettorale di Trump, al braccio di ferro tra Syriza e la Ue così come all’affermazione politico-elettorale del governo giallo-blu in Italia. E’ alla radice della consistenza elettorale di Podemos in Spagna e di Alternative fur Deutschland in Germania, e dei mille altri rivoli politico-sociali di cui si compone questo rifiuto delle politiche neoliberali in Occidente. Tutti questi episodi, diversi e al tempo stesso collegati da una radice comune, esprimono la forza dell’attuale populismo quale incrocio di interessi tra una vasta porzione di proletariato urbano e un’altrettanta vasta porzione di borghesia legata al proprio mercato domestico, alla domanda interna di paesi che da un decennio vedono contrarsi il proprio mercato nazionale. Una piccola borghesia che non ha la forza produttiva di concorrere sui mercati internazionali, che non riesce a reggere i ritmi competitivi che l’export impone, e che dunque vede progressivamente restringersi i propri margini di profitto, vista la staticità del mercato interno di tutti i paesi Ue (anche della Germania, anzi: soprattutto della Germania, dove la domanda interna è stagnante da più di un decennio).

Non sono dunque «rivolte di classe», sono in tutto e per tutto rivolte popolari, che uniscono materialmente gli interessi di due classi diverse, il proletariato che vede ridursi il peso della propria busta paga e quella borghesia che non sa più a chi vendere i propri prodotti, e per questo perde costanti quote di potere economico. Di qui il (terribile termine) «sovranismo», idea-forza attorno a cui si struttura un discorso molto semplice, composto di due punti essenziali: basta globalizzazione e ricette economiche liberiste votate all’export; rafforzamento dei mercati nazionali attraverso una “riconquista” di potere economico tanto dei lavoratori quanto dei padroni. E’ uno schema che regge sul piano economicistico, perché i due settori condividono uno stesso problema. Resiste meno sul piano politico, perché le proposte («meno tasse» e «più protezione sociale») possono essere malamente sommate ma non sintetizzate. Di qui la natura ibrida che vediamo in Italia col contratto di governo che cerca di tenere insieme le due tendenze, ma che si ripresenta similare negli altri contesti. Questa dinamica riesce però a tenersi confusamente unita anche sul piano dei rapporti politici per via dell’Unione europea. Questo è l’altro elemento generale che contraddistingue le “rivolte populiste” di cui sopra.

In altri tempi le difficoltà attuali sarebbero state governate allargando i cordoni della borsa. Attraverso la leva del debito, dell’inflazione e della svalutazione competitiva, si sarebbe proceduto a quella redistribuzione economico-clientelare che avrebbe tenuto sotto controllo le ansie quantomeno della piccola borghesia, ma tutto sommato anche del proletariato, almeno di quello poco cosciente posto fuori dai normali circuiti politico-organizzativi controllati nel rapporto Pci-Cgil (per quanto anche questi due soggetti avrebbero provveduto a “normalizzare” la situazione, impedendo «l’insurrezione» ma portando a casa concreti risultati economici per la propria base sociale). Oggi questa traiettoria è impossibile per la presenza dell’Unione europea, cioè di un insieme di meccanismi fiscali caratterizzati dal forte orientamento liberista (più precisamente «ordoliberale»). Se, inoltre, ci mettiamo che il controllo di tali regole spetta a una tecnocrazia non eletta e insondabile (l’ubriacone Junker, il gaffeur Oettinger, eccetera), arriviamo alla costituzione del nemico perfetto, un nemico che però non è solo immaginario e ideologico, ma reale: l’Unione europea racchiude il senso storico di questo impoverimento collettivo. Non fanno eccezione i rappresentanti locali di questa, i vari Macron e Renzi. In altri tempi Macron avrebbe agevolmente controllato questo malessere con gli strumenti di cui sopra. Oggi che questo è impossibile, come dice giustamente Negri la situazione è «chiusa», sia nel senso di «disperata» che immediatamente confliggente. E’ una rivolta delle «prigioni», valorosa e senza sbocchi. Complice anche il processo storico di rimozione dei corpi intermedi della società, a scontrarsi è immediatamente una parte del popolo e il vertice del potere costituito. Questo scontro è presente ovunque in Europa, ma in Francia assume il carattere para-insurrezionale che vediamo in questi giorni: e qui arriviamo alla cornice specifica e non replicabile del caso transalpino.

I contorni popolari della rivolta francese dei gilet gialli hanno una fortissima trazione borghese. E’ inutile raccontarci ciò che non è, cioè una presenza decisiva del proletariato, o addirittura del proletariato migrante, nel determinare il valore politico di questa eccedenza popolare. Sebbene non decisiva, la presenza di forti quote proletarie dovrebbe chiarire il senso complessivamente positivo e “contendibile” delle mobilitazioni. Ma questo lo abbiamo già detto come premessa. Quello che invece non viene compreso è che la borghesia francese ha prodotto nel corso di due secoli una fortissima auto-coscienza fondata su una rivendicata autonomia politico-culturale come non esiste né in Italia né in Germania. La borghesia francese è reazionaria e colonialista, ma al tempo stesso (o proprio per questo) gelosa della propria tradizione politica, disposta a difendere i propri margini di manovra senza il timore reverenziale di concedere alleanze di popolo. E’ attorno ai valori della Republique che può essere compresa la presenza politica di Melenchon e della sua France insoumise. Quale altra forza dell’estrema sinistra potrebbe agglutinare consensi trasversali ma a trazione proletaria attorno ai valori della “repubblica” in Italia o in Germania? In questi due paesi (e negli altri contesti europei, tranne che in Russia, non per caso ma per precise determinazioni storiche secolari) le forze dell’estrema sinistra (parliamo qui di un’estrema sinistra intesa seriamente, non le buffonate à la Fassina) sarebbero immediatamente contro lo Stato e i suoi valori costitutivi, e per fortuna. In Italia e in Germania l’estrema sinistra sarebbe immediatamente anti-colonialista, laddove in Francia per decenni si è vissuto l’equivoco di una sinistra comunista antimperialista ma tacitamente soddisfatta del proprio ruolo coloniale. Non per caso in Italia una protesta apparentemente similare ha preso la strada dei cosiddetti «forconi», cioè una parodia in sedicesimi di ciò che in Francia si esprime con la forza a cui assistiamo in questi giorni. Perché in Italia non può esserci, o quantomeno non potrebbe mai durare, un’alleanza fondata sull’azione politica illegale di una borghesia culturalmente minorata e un proletariato per fortuna vaccinato alle retoriche colonialiste, tanto verso l’esterno quanto verso l’interno (certo è un patrimonio in via di dispersione, ma in assenza di redistribuzione colonialista interna, cioè di collegamento tra imperialismo e propria busta paga, quest’alleanza non s’ha da fare di qui a breve). La borghesia italiana (e, nonostante il diverso peso, quella tedesca) è una classe dipendente dai voleri dell’imperialismo anglosassone, laddove quella francese conserva quote di indipendenza. Sempre meno? Può essere. Ma ad oggi è così, e questo determina la differenza fondamentale tra Italia e Francia, dunque le speranze di replicare da noi ciò che si muove in Francia e che riattiva motivi secolari che da noi non possono esserci.  

Da noi un vero populismo di sinistra, inteso à la Melenchon, non potrebbe mai darsi, perché la quota borghese (perché in ogni populismo c’è una quota borghese, altrimenti sarebbe un’autonomia di classe) sarebbe immediatamente controllata e disincentivata dai referenti internazionali: “tornate al vostro posto” direbbero subito i vari BlackRock e JPMorgan per bocca di Monti e Draghi a loro volta mediati dai vari Renzi e Berlusconi. Questo non significa né smentisce che una nuova sinistra popolare deve farsi carico dei problemi che oggi agita il populismo, invece di ignorarli o schifarli in nome dell’ortodossia, come avviene puntualmente quando anche da noi si verificano contraddizioni di questo tipo. E questo non significa banalizzare la questione nazionale che l’Unione europea ha messo al centro del discorso politico, anzi. Occorre oggi più che mai un nuovo discorso sulla nazione, né astrattamente internazionalista (quindi cosmopolitico), né a ricasco delle suggestioni scioviniste e “sovraniste” egemonizzate dalle destre reazionarie. Attorno a questo nuovo discorso sulla nazione potrà nascere quella sinistra popolare nazionale e al tempo stesso internazionalista. Non avremo mai una «insurrezione», in Italia, che al tempo stesso da fuoco alle macchine e sventola la bandiera italiana o, se ci sarà un caso simile, sarà un fatto immediatamente di destra, e ci sarà da avere paura. In Francia è un’altra cosa, e non è detto che sia per forza di cose “meglio”. Di certo a cospetto della triste italietta di oggi tutto desta in noi la maraviglia. Per non meravigliarsi occorre l’esperienza delle lotte di classe. Quella che ha un anziano minchione come Negri.

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11 comments to Gilet gialli, rossi e Negri

  • quetzal

    interessante osservare come ricorriate a categorie marxiste del tutto condivisibili :” in ogni populismo c’è una quota borghese, altrimenti sarebbe un’autonomia di classe”;” Non sono dunque «rivolte di classe», sono in tutto e per tutto rivolte popolari”…salvo poi dare del “gendarme” a chi , proprio per questi motivi, diffida dei gilet gialli…

  • Militant

    @ quetzal

    Perchè noi non “diffidiamo” dei gilet gialli, siamo convintamente dalla parte della protesta e assolutamente contro il governo Macron e la Ue. Semmai mettiamo in rilievo alcuni limiti strutturali dell’ipotesi di replicare altrove, ad esempio in Italia, una mobilitazione che ha, insieme a delle basi generali, dei caratteri affatto peculiari. Tutto qui. Se fossimo stati in Francia avremmo soprasseduto su tutti i rilievi critici. Visto che, come tutti, assistiamo a 2mila chilometri di distanza, possiamo permetterci interpretazioni più libere dall’immediato contesto politico. Chi è dalla parte della polizia è sempre un gendarme.

  • Hirondelle

    Noooooo!!!!! La “svalutazione competitiva… economico-clientelare… debito der barbudo de’ Repubblica” noooooo!!!! Non si puo’ più sentire, su ebbasta!!!! Vi prrregooo!!!
    E Macron non “avrebbe potuto controllare” alcunché. E’ stato messo li’ per distruggere meccanismi e effetti di redistribuzione del reddito, non per placare il conflitto sociale con l’état providence, ma per annientarlo, consentendo anche, grazie a questo, il mantenimento del cambio fisso. Altrimenti avrebbe continuato a fare il banchiere d’affari. Non è un politico. E si vede dal pressappochismo sopra le righe con cui si comporta. Ricorda qualcuno? Quanto all’UE essa è (non “racchiude”) l’istituzione cui è stato affidato dal capitale il compito di impoverire il continente, o meglio i suoi ceti bassi, smontando quel deplorevole meccanismo di rassicurazione di piccola borghesia e proletariato messo su tra ‘45 e ‘75 grosso modo… è il blindato di guerra con la corona di stelle sul fianco che rimuove le barricate dai boulevard.
    Concordo sui valori della République, qualcosa che da non viene mai detto. Funzionano da cerniera tra borghesia e proletariato perché effettivamente in Francia una società più ampiamente egualitaria è realmente esistita, perché quelle parole liberté ecc. erano più inclusive, con tutti i loro limiti, di quanto non si sia fatto altrove in termini di stato sociale e di costruzione culturale e ideologica popolare non proprio aberrante e laica, quindi svincolata da antiche soggezioni. Se si ribellano è perché non vogliono perdere qualcosa di cui gli era stata coltivata la coscienza e che garantiva una vita decente a più persone, con la consapevolezza che fosse un DIRITTO di tutti e non una drittata individuale. Per questo forse un sindacato di polizia francese (Vigi) puo’ presentare un preavviso di sciopero illimitato per dare una copertura a quegli eventuali kamikaze che nei servizi tecnici o logistici volessero rifiutarsi di andare contro i jaunes.

    Comunque tra i jaunes c’è di tutto, a partire da una gran confusione. LA causa della partecipazione è senza dubbio nel malessere sociale. A me resta il dubbio già espresso che sia veramente cosi’ spontanea come sembra. Se voi, io e tutti i lettori di Militant ci mettessimo domani a fare blocchi stradali, per poi non so bloccare via dei Fori, finiremmo in guardina e senza nessuna eco se non avessimo fatto danni e a processo se avessimo sfiorato una fioriera. Questi si organizzano da mesi senza struttura apparente, i giornali gli vanno appresso e reggono scontri per giornate intere in mezza metropoli, riuscendo a passare con armamentari vari là dove sequestrano pure gli occhialetti da piscina e controllano tutte le borse (lo fanno). Mah. Che i Francesi abbiano una straordinaria capacità di agire collettivo, siano determinati, granitici e persino temerari, d’accordo. Che ormai ci sia un effetto valanga cui si mescolano e contribuiscono gruppi più strutturati di estrazione molto differente ma allenati si puo’ capire, dopo il 25 e l’1.
    Come ci siano arrivati a me è molto meno chiaro.
    Poi sullo starci in mezzo concordo, eh. Ma la domandina sta sempre li’.

    L’effetto più evidente che forse hanno ottenuto è di avere reso quasi impossibile, si spera, a Macron di presentarsi come il leader UE vincente dell’europeismo dal volto umano liberalprogressista. Era rimasto solo lui, dopo il crollo di Italia e Germania, e il traballante governo spagnolo, malgrado qualche tentativo di rianimare l’innominabile Tsipras. Queste settimane hanno distrutto la sua credibilità di leader, di presidente, di politico, di essere umano, sia a livello di classi dirigenti che di classi basse. Almeno si spera. E forse resterà il risultato più tangibile… Molto dipenderà da come reagiranno i jaunes al discorso di stasera: le concessioni sono infime rispetto alle necessità reali e alle richieste, del resto finché resta nell’euro la Francia non puo’ fare altro che distruggere la propria capacità di consumare quindi di importare, 3% o meno. La promessa è stata soprattutto più repressione, ma se reprime troppo Macron finisce di sputtanarsi come leader dell’« Europa che contro le minacce del nazionalismo porta la pace tra i popoli », cambiare politica economica anche se volesse non puo’ per via del piccolo problemino delle importazioni… probabile quindi che tiri a campare senza gettarsi né di qua né di là. Se glielo permetteranno, se riuscirà a dividerli e rassicurarli abbastanza. Se.

  • dziga vertov

    OT mi piacerebbe chiedere all’”anziano minchione”anche cosa ne pensa, da un punto di vista di classe, della serie netflix diretta dalla figlia OT

  • Roma

    i nemici del mio nemico sono miei amici! UE-austerità-banche-elites-neocolonialismo.
    Le richieste dei gilet gialli sono note? a me sembrano un tantinello di sinistra! certo se poi la stella polare è toni negri o zoro e compagnia, beh è come parlare al vento…ecco spiegato lo zero virgola!

  • Francesco

    @ Militant

    Mah, forse il mio commento è fuori luogo però non mi convince la vostra frase “Se fossimo stati in Francia avremmo soprasseduto su tutti i rilievi critici”. Partecipare convintamente va bene, ma non vedo come mantenere un’attenta analisi critica della situazione sia incompatibile con la partecipazione. Anzi, dovrebbe servire perlomeno a capire le dinamiche di quello che accade se non anche le modalità di partecipazione. Chiarisco che non è la partecipazione in sè che non mi convince, solo l’inutilità attibuita alla critica nel frattempo. E sì che non è facile farle analisi in corso d’opera, ma non penso si possa fare a meno di tentare.

    A latere, è molto interessante quello che dite sulla borghesia francese e il suo legame storico con le rivolte “popolari” e la composizione di classe di queste. Credo che la trilogia di Hobsbawm, tra le altre opere che affrontano l’argomento, presenti un’ottima analisi sulla questione.

  • Militant

    @ Francesco

    Vorremmo evitare l’effetto tifoseria, tanto “pro” quanto “contro” un determinato movimento sociale, soprattutto se questo è lontano fisicamente. Per questo qui ci limitiamo ad analizzare la portata di un movimento, non nascondendo la nostra “simpatia”, per così dire, ma senza farci trascinare nello sterilissimo dibattito tra chi si entusiasma e chi vede nei gilet gialli il fascismo che avanza.
    Detto questo, invece, se ci fossimo trovati in Francia e quindi a diretto contatto con le mobilitazioni, ovviamente l’unico metodo dignitoso per dei comunisti sarebbe stato quello di stare dentro le proteste, provando ad organizzarle, legittimarle politicamente invece di abiurarle come i marxisti satanici che affollano le piazze virtuali in Italia. Ovviamente senza negare i problemi politici e sociali che un movimento del genere porta con sè, ma “da dentro”, e non “da fuori”. Ad ogni modo, ormai siamo di fronte ad altro: la “resa” di Macron e il contestuale via libera dell’Unione europea ci dice una volta di più chi comanda in Europa, e quali sono i rapporti di forza politici che determinano le ricadute economiche. La Francia da un decennio abbondante ha un deficit superiore a quello italiano. Nonostante ciò, Macron decide di sforare ulteriormente il già “elevato” (per la Ue) deficit, portandolo al 3,4%. Nessuno nella Ue si permette di alzare anche solo un sopracciglio. Chiarendo una volta per tutte (ma non ci sarà mai la “volta per tutte” per gli euro-entusiasti) che il problema è politico, e non economico, e che il contrasto tra Ue e Italia, al momento, non riguarda il 2,4% o il 2,04%, ma la direzione politica che si vuole dare al governo dell’economia. Lo spread francese, ovviamente, tace. Perchè lo spread non è determinato dai famigerati “mercati”, e questi non sono la “somma delle volontà economiche dei singoli risparmiatori”, ma è in tutto e per tutto una leva di *politica economica* e non di economia politica. Ma anche questa lezione passerà invano.

    • Hirondelle

      Esempio di « marxista satanico »?

    • Ingmar

      E’ vero guardare le rivendicazioni, analizzare la varietà di esse e quelle valide e se anche tra quelle valide c’è quella inconsapevolezza che le rende vulnerabili alle pseudo risposte fasciste, bisogna inserirsi, spiegare in termini chiari e “materialisti” perchè tali risposte siano sbagliate e contradditori e dare un contributo in termini di proposte politiche, cercare di intercettare.
      Per rivendicazioni “meno valide” ovviamente, di primo acchitto si penserebbe alla protesta contro l’ecotassa, ma anche questa è possibile ricondurla in un quadro, quando una tassa grava più sui meno abbienti che su chi ha di più è solitamente iniqua.
      A presto

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