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Mercoledì 3 ottobre verrà presentato presso la Libreria Odradek (Roma, Via dei Banchi Vecchi 57, h.18) l’ultimo libro di Geraldina Colotti, Dopo Chávez. Come nascono le bandiere, di cui proponiamo qui sotto un breve commento.

Latrano, ancora, gli sciacalli del Venezuela. Latrano a Caracas, nei quartieri residenziali, nelle stanterie delle lobby filoamericane, nelle ambasciate che producono intrighi e golpe, nelle redazioni dei numerosissimi network televisivi privati – tutti legati alle oligarchie e “resilienti” alla Rivoluzione – nelle armi e nelle maschere antigas dei giovani (appartenenti alle classi privilegiati, pagati da queste ultime oppure semplicemente confusi) che ancora cercano di replicare una Piazza Maidan a queste latitudini, gli stessi che Valerio Evangelisti quasi nobilita quando li definisce, un bell’articolo di un anno fa (ri-postato da questo blog) “termidoriani”, mentre sono semplicemente i protagonisti di un movimento contro-rivoluzionario che conferma come in Latino America la lotta di classe non soffra di infingimenti né di compromessi: il popolo venezuelano era con Chávez, adesso è con Maduro, è comunque con il Psuv perché si riconosce in una coalizione che ha assicurato diritti, cittadinanza politica e dignità. L’oligarchia, la classe imprenditoriale, i lacchè delle multinazionali, quindi gli affamatori dei poveri e dei subalterni, sono per il cambio di regime: a chi attribuisce, con sufficienza, la loro attuale pervicace insistenza al minor carisma che Maduro avrebbe, rispetto a Chávez, ci basta ricordare come i suddetti escuálidos arrivarono a organizzare un violento colpo di Stato, nel 2002, in pieno periodo chavista. Già all’epoca le anime belle della sinistra riformista e i soliti giornalisti prezzolati si affrettarono a leggere gli eventi esattamente al contrario, attribuendo al Presidente in carica la responsabilità della sommossa. Solo una inoppugnabile contro-informazione reindirizzò il corso della verità, ma non risolse definitivamente la malevola sorte a cui la sinistra occidentale sembra destinare il bolivarismo venezuelano e tutte quelle correnti politiche che non rispecchiano totalmente i suoi parametri e, soprattutto, che hanno l’ardire di vincere.

Ammettiamo che sia difficile, in fondo, parlare del Venezuela, prima di Chávez, poi di Maduro: è fuori, di fatto, dagli itinerari degli zapaturisti, è un Paese complesso, che non ha mai fatto mistero delle sue contraddizioni, ma ha cercato di usarle – negli ultimi venti anni – come piedistallo per una rivoluzione che cambiasse le sorti di milioni di diseredati che nessuna elezione liberal-democratica avrebbe mai riscattato. Anche perché non avevano accesso alle urne, tra l’altro. Neanche per il militante di sinistra è automatico andare in Venezuela: non lo era quando il bolivarismo era in espansione, contagiava l’intero sub-continente e pareva fornire un modello di socialismo esportabile a ogni latitudine, lo è ancora meno adesso, quando i media mainstream dipingono un Paese stremato economicamente, socialmente e soprattutto politicamente. Per dire, persino un Renzi qualsiasi – quindi un vero “impresentabile” della politica attuale – commenta l’inutile manifestazione del PD del 30 settembre come necessaria a evitare la “deriva venezuelana” del Paese. Eppure Renzi di derive dovrebbe essere esperto, avendo portato il PD sull’orlo della sparizione, come il dodo (e di questo lo ringraziamo). In mezzo a tanta melma, a volte esplicita, altre volte mascherata nell’ambiguità delle formule “Chávez sì, però…” un intervento diretto e continuato in Venezuela è prezioso, tanto per le sorti bolivariane, quanto per quelle della sinistra di classe italiana che vive un momento – è sempre bene ricordarlo – rispetto al quale il Presidente Maduro potrebbe dormire tra quattro guanciali.

Eppure c’è chi ci riesce a intervenire politicamente, chi lo fa: solo la combinazione tra la disciplina rivoluzionaria e la curiosità scientifica possono produrre un lavoro come Dopo Chávez. Come nascono le bandiere, con cui Geraldina Colotti aggiunge un altro tassello ai suoi lavori sulla Rivoluzione bolivariana. Un “processo”, si dice a proposito di quest’ultima, utilizzando un termine che, negli ultimi anni, viene associato invariabilmente a una pluralità di progetti politici, ovviamente assai più vacui di quello chavista: in Italia si preferisce usare, spesso in maniera inopportuna, termini che evocano liquidità, precarietà, mutamento, essenzialmente perché si teme la solidità del potere, la determinazione del dominio di classe, l’essenzialità della produzione. In Venezuela, invece, il termine “processo” è corretto perché “contiene il senso di un cammino orientato verso una direzione precisa” (p.10) e ben si adegua a un rivolgimento sociale che non ha potuto travolgere completamente le facoltà e le indennità dei nemici di classe, scegliendo di smussare “gli angoli più acuti e gli spigoli più taglienti”. Non sta a noi dire se tale scelta sia la causa delle attuali difficoltà oppure la chiave per la riuscita di una ferita, che dopo venti anni continua comunque a durare, inferta a una delle periferie produttive del polo imperialista statunitense (e non solo). In Venezuela il termine “processo” è tecnicamente esatto perché corrisponde all’eterogeneità della sinistra venezuelana – al netto della parte che ha tradito – e alla sua capacità di unire teorie e pratiche diverse trovando un punto di equilibrio nella figura e nella biografia dello stesso Chávez, che prese il potere dopo le elezioni del 1998, ma solo perché – come ricorda l’Autrice – poteva vantare il credito sociale e politico dell’insurrezione armata di sei anni prima. Come nel caso di Fidel. Per questo motivo l’utilizzo del termine “processo”, in Venezuela, è razionale e opportuno, contrariamente agli abusi lessicali della sinistra occidentale, in cerca di scorciatoie e di disimpegno. “Quando perciò i venezuelani si sentono rimproverare dalle sinistre europee l’uso moderatissimo della forza nel contenimento delle violenze di strada organizzate sfacciatamente dalla borghesia, quando si vedono ingiungere le dimissioni anticipate di Maduro per soddisfare il temporaneo cambiamento di proporzioni rappresentative intervenuto nelle elezioni parlamentari del 2015, non riescono a reprimere un moto di autentica e persino ingenua costernazione. Questo ci consigliano gli eredi di Gramsci e di Rosa Luxemburg? Questo è il modo di aiutare un esperimento di trasformazione sociale che cerca di mettere a tema la democrazia integrale e la partecipazione politica delle masse? Come si fa a storcere il naso davanti al progetto della nuova Assemblea Nazionale Costituente? Come sono possibili gli altri mondi possibili con cui un po’ tutti si sono bagnati la bocca dopo la sconfitta delle rivoluzioni del XX secolo?” (p.217).

Il termine “processo”, inoltre, si addice anche al libro di Geraldina Colotti, che narra la resistenza di una rivoluzione attraverso un diario quotidiano scritto da una testimone diretta degli eventi, anzi da una rivoluzionaria che agisce un’altra rivoluzione. Come un John Reed, spostato però ai tempi della guerra civile e del “comunismo di guerra”, quando scrivere, scavare e procedere dal particolare al generale è ancora più difficile. È un “processo”, infine, la storicità della stessa Geraldina nelle rivoluzioni del XX e del XXI secolo, quelle tentate, quelle fallite, quelle riuscite, quelle difese. Lo aveva scritto la stessa Autrice, per altre pagine: “La lotta di classe non si processa/ non si friggono polpette nel greto del fiume/ dice il matto che parla agli stormi/ e beve l’acqua da una finta sorgente/ state attenti, compagni,/ grida il matto che parla agli stormi/ triangolo scaleno! Ipotenusa!/ non portate alle ascisse le ordinate”.

Dopo Chàvez/Geraldina Colotti/Jacabook/22 euro

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