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Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale la “questione demografica”, e in particolare la relazione tra lo sviluppo economico, la disponibilità delle risorse ambientali ed energetiche e la rapida crescita della popolazione mondiale, rappresentò uno dei nodi più controversi del dibattito internazionale. Il tema suscitava preoccupazioni condivise tanto nel mondo accademico quanto in quello politico e, parallelamente, alimentava i sospetti sulle ingerenze imperialistiche da parte dei paesi ricchi nei confronti di quei paesi poveri a cui veniva chiesto di controllare i propri tassi di natalità.

D’altronde fino al 1800 il ritmo di crescita della popolazione mondiale era stato pressoché impercettibile, per raggiungere il primo miliardo di persone sul pianeta c’erano voluti più di 10.000 anni di storia. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento però, con la rivoluzione agricola prima e con quella industriale poi, le cose erano rapidamente cambiate. Tra il 1800 e il 1927 la popolazione mondiale passa da 1 a 2 miliardi, fu sufficiente solo un altro trentennio per aggiungere un altro miliardo e appena altri 20 anni per arrivare, nel 1974, a 4 miliardi. Attualmente un ulteriore raddoppio è previsto per il 2023, quando le persone sul pianeta raggiungeranno la cifra di 8 miliardi. In buona sostanza, l’85% della crescita demografica registrata sul nostro pianeta è avvenuta in un arco di tempo che rappresenta a malapena lo 0,02% della storia dell’umanità.

Nonostante questa impressionante progressione il declino demografico mondiale, però, è già cominciato. In molte aree del mondo si è ormai completata la transizione demografica e il tasso d’incremento medio globale si è dimezzato ed è passato dal 2% degli anni Settanta all’attuale 1,1%. Un rapporto della Nazione Unite, pubblicato nel 2015 e proiettato sulla fine del secolo, disegna addirittura un mondo a crescita zero, con una popolazione oscillante intorno agli 11 miliardi di persone.

In conseguenza di questa tendenza alla stabilizzazione nel corso degli anni l’allarme rosso per la detonazione della “bomba demografica”, che pure aveva tenuto banco per almeno un trentennio, è stato così progressivamente derubricato a questione di ordinaria amministrazione, fino a quasi scomparire dall’agenda internazionale. La vaticinata “fine della demografia” che questa “stabilizzazione” comporterebbe ha finito così per alimentare una serie di illusioni ottiche e di storture prospettiche con cui dovremo prima o poi fare i conti.

Ed è proprio questo il tema intorno a cui ruota “Fuga in Europa”, l’interessante testo di Stephen Smith uscito in questi giorni in libreria per i tipi della Einaudi. Un libro relativamente agile e che, però, ha il merito di far comprendere meglio tutta l’astratezza del confronto/scontro tra l’ideologia “border” e quella “no border”. Soprattutto quando questo finisce inevitabilmente per privilegiare un approccio morale alla questione, ignorando il ruolo che la “molla” demografica, insieme a quella economica, svolgono e svolgeranno nella definizione dei movimenti migratori internazionali.

Il trompe-l’œil da cui muove Smith nella sua analisi è determinato dal fatto che, come ci insegna Trilussa coi suoi polli, la statistica è spesso una scienza estremamente ingannevole. La transizione demografica, come noto, descrive il graduale declino della mortalità seguito, con ritardo variabile, da un graduale declino della natalità. Durante questa transizione si assiste quindi al passaggio da un equilibrio approssimativo tra natalità e mortalità assestate su alti livelli ad un nuovo regime demografico stabilizzato su bassi livelli. La durata di questo processo è dell’ordine di molti decenni: il declino della mortalità precede quello della natalità ed è in questa fase che si determina l’accelerazione della crescita (Livi Bacci 2015). Si tratta, ovviamente, di un processo complesso, determinato dal livello di sviluppo economico e dalla sicurezza sociale di cui gode una popolazione, e che si è prodotto con un gradiente geografico e temporale molto diverso. Tanto che oggi convivono nel mondo gruppi umani mossi da dinamiche demografiche diversissime: alcuni statici, altri in declino e altri che procedono al massimo della velocità possibile. Ed è proprio questo “disordine geodemografico”, ammonisce Smith, che in troppi oggi sembrerebbero ignorare.

Nel mondo attuale, l’Africa è infatti un’eccezione demografica. La sua parte subsahariana sarà l’unica zona del mondo la cui popolazione continuerà a crescere tra il 2,5 e il 3% sino al 2050, ossia più rapidamente della popolaziouggne mondiale quando era la massimo della sua espansione. Il numero degli africani è passato da 150 milioni nel 1930 a 300 milioni nel 1960, “l’anno dell’Africa” che vide ben 17 paesi accedere all’indipendenza. Ulteriore raddoppio per raggiungere i 600 milioni di abitanti alla fine della guerra fredda nel 1989. Il capo del miliardo lo ha doppiato nel 2010, e la sua popolazione sarà ulteriormente raddoppiata nel 2050 quando, su un totale di circa 10 miliardi di abitanti, gli africani saranno il 25%. Nel 2100, infine, questa percentuale sarà nuovamente raddoppiata: su un totale mondiale di poco più di 11 miliardi di abitanti il 40 % saranno africani, e giovani.

Il “giovanismo” dell’Africa subsahariana è infatti l’altro aspetto saliente della questione. La piramide anagrafica dell’intero continente ha infatti una base amplissima, oltre il 40% degli africani ha meno di 15 anni, l’80% meno di 30 anni. A fronte di continenti come l’Europa che vedono la propria popolazione ingrigire, oltre che diminuire. C’è poi un altro aspetto su cui l’Autore invita a riflettere.

Su scala mondiale, l’Onu distingue quattro tipi di flussi migratori: tra due paesi del Nord, tra due paesi del Sud, da un paese del Sud verso uno del Nord e viceversa. Il numero dei migranti a livello mondiale, ossia lo “stock” delle persone insediate in un paese diverso da quello di nascita, è passato da 92 milioni nel 1960 a 244 nel 2015. Nonostante sia aumentata  del 41% dal 2000, quando nel mondo i migranti erano 165 milioni, questa cifra indica una percentuale piuttosto modesta della popolazione mondiale: 3% nel 1960 e 3,3% nel 2015. Nel frattempo, però, la ponderazione tra i diversi spostamenti è mutata in favore dei flussi Sud-Nord. Nel 1960, si erano stabiliti al Nord circa 20 milioni di persone provenienti dal Sud; nel 2000, 60 milioni, nel 2015, 140 milioni. (…) Tra il 2000 e il 2015 si è registrata una media annua di 4,1 milioni di persone provenienti dal Sud che si sono insediate in paesi membri dell’Ocse.

Nell’accelerazione dei flussi tra Sud e Nord registrata nella seconda metà del Novecento l’Africa, fatta eccezione per il Maghreb, non ha avuto un ruolo importante. Era ancora troppo povera e troppo remota. Ora, però, in questo oceano di miseria e povertà sta emergendo quella che potremmo definire quasi una classe media. Circa 150 milioni di consumatori africani dispongono attualmente di un reddito quotidiano tra i 5 e i 20 dollari, incalzati da oltre 200 milioni di altri, il cui reddito giornaliero oscilla tra i 2 e i 5 dollari. Insomma un numero in rapida crescita di africani dispone dei mezzi necessari per andare a cercare all’estero l’opportunità che invece gli vengono negate nel proprio paese di “vivere la vita dei bianchi”.

Una situazione – scrive Smith- che rimanda a quella del Messico intorno alla metà del secolo scorso. In precedenza i messicani erano troppo poveri per poter migrare e non più di un milione aveva attraversato il Rio Grande per stabilirsi negli Stati uniti. Grazie, però, ad un avvio di prosperità nel paese, un numero crescente di messicani ha compiuto il passo. Tra il 1975 e il 2010, 10 milioni di messicani sono migrati negli Stati uniti in maniera più o meno legale.

Quanti africani partiranno per l’Europa entro il 2050? E’ difficile fare stime, anche approssimative, tenendo conto solo degli esempi storici come quello messicano. Non fosse solo per il fatto che il Mediterraneo rappresenta un ostacolo più ostico e pericoloso del Rio Grande. L’unica certezza è che si sta preparando un “incontro migratorio” su ampia scala tra Africa ed Europa con cui saremo chiamati sempre di più a fare i contie di cui il 2015 è stato solo un’avvisaglia.

Secondo la stessa Onu il 10% della popolazione mondiale possiede la metà della ricchezza globale, mentre la metà più povera ne possiede solo il 10%. A fronte di questo fossato di diseguaglianza sociale è utopico anche solo pensare che la diga tenga, e che i damnés de la Terre se ne stiano buoni ad aspettare il loro turno che sanno bene non arriverà mai. Con una pressione demografica e sociale di queste dimensioni (e con una linea costiera di oltre 9000 km, più lunga della linea dell’equatore) l’idea di un’Europa fortezza è indifendibile sul piano pratico, prima ancora che su quello etico e politico. In questa propsettiva anche l’idea di pagare perchè altri facciano il lavoro sporco, istituendo campi di concentramento e nuovi limes la dove l’occhio dell’opinione pubblica non può arrivare, sembra più un rimedio temporaneo piuttosto che una soluzione definitiva. Per contro anche l’irenismo umanitario di chi vagheggia la costruzionedi un’Eurafrica (così la definisce Smith) evidenzia tutti i suoi limiti quando dimostra di non volere tener conto degli effetti oggettivi che una proposta di questo tipocomporterebbe, soprattutto sulla vita delle classi subalterne.

Come se ne esce? L’Europa quando si trovò allo zenith della sua crescita allentò la pressione demografica al suo interno utilizzando proprio le migrazioni come valvola di sfogo. Oltre 60 milioni di lavoratori europei partirono alla volta degli Stati Uniti, dell’America latina o dell’Australia. E’ immaginabile che l’Africa faccia altrettanto? L’Autore non da risposte, né indica orizzonti possibili. Non è il suo scopo e, pur volendo, nemmeno potrebbe. Perchè nella sua analisi si limita a fotografare lo squilibrio globale, indicandolo giustamente come la matrice dei movimenti migratori, senza però indagarne le cause strutturali.

Fuga in Europa/ Stephen Smith/Einaudi/20 euro

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