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Immigrati, sfruttati, periferie: per un antirazzismo non ideologico

 

Negli ultimi tempi uno dei temi al centro del dibattito politico, nazionale ed internazionale, è quello legato alla questione migranti. Il razzismo, la richiesta di più sicurezza, l’opposizione alle ondate migratorie, sono diventati veri e propri assi portanti non solo della costruzione di consenso di alcuni dei maggiori partiti politici, ma anche della narrazione della realtà proposta quotidianamente dai media. Quello che ci interessa fare, qui, è una rapida disamina di come tale quesitone viene affrontata dalla sinistra. Tagliando con l’accetta, ci sembra che l’opzione maggioritaria, sia a livello teorico che a livello di pratiche, sia quella legata ad un antirazzismo ideologico: in pratica si è antirazzisti in nome del semplice assunto che tutte le persone sono uguali a prescindere dal colore della loro pelle o della loro razza e di conseguenza devono godere degli stessi diritti, a partire da quello di migrare. Questa è una posizione semplice e corretta, una parte fondamentale del nostro modo di pensare il mondo. Eppure ci pare evidente che idee di questo tipo non riescono ad essere maggioritarie nella società nè a portarci a dei passi avanti dentro i contesti che viviamo: fatti come quelli di Macerata testimoniano come il razzismo rimanga diffuso in profondità dentro il paese, specie nella parte più povera, e la nostra posizione spesso si riduce a quella di una sacrosanta, giusta, coraggiosa, ma insufficiente resistenza. Certo si può incolpare dell’impasse il sistema mediatico, e ci sono tutti i motivi per farlo, ma pensiamo che così non si esaurisca la questione. Dal nostro punto di vista la necessità è quella di scardinare la contrapposizione fra una sinistra che spinge all’accoglienza per principio e una destra che vi si oppone per lo stesso motivo. Tale cornice è proprio quella imposta e funzionale alla narrazione dominante, che vuole slegare il dibattito sui migranti dalla realtà dei fatti, in modo da farne strumento di distrazione e contenimento del conflitto. Comunque ne parlino politici e tuttologi vari a reti unificate, la verità è che in Italia, nelle periferie, nei quartieri, esiste un razzismo non ideologico, slegato da posizioni legate alla supremazia della razza, ma radicato in una situazione di disagio costante che non trova altre valvole di sfogo. Non diciamo nulla di nuovo, è ovvio, ma nell’inconsistenza della lotta di classe, nell’incapacità di farsi sentire per qualunque bisogno abbia, l’abitante medio di una periferia sa che il suo sbraitare razzista troverà invece consenso e ascolto nei media, nelle istituzioni, nella politica. Il razzismo, cioè, è stato imposto come valvola di sfogo unificata del disagio sociale. Va da sé che allora l’antirazzismo per come il più delle volte viene declinato non risolve, ma replica, il problema. Per quanto ci riguarda crediamo, invece, che il centro della “questione migrante” (se di “questione” si può parlare, senza rincorrere la vulgata reazionaria) rimane saldamente legato a due parole che conosciamo bene: sfruttamento e imperialismo. Questi termini continuano a spiegare le migrazioni, non come fenomeno ideale, ma per come le vivono nella realtà materiale sia italiani che stranieri, e ci aiutano a ricordarci di un fatto fondamentale: non c’è opposizione al razzismo che possa essere credibile senza affrontare di petto la questione dello sfruttamento dei lavoratori. Non si tratta di pura teoria: si parla di mettere al centro della pratica politica la lotta contro la schiavitù, sia quando si parla di braccianti nelle campagne sia che si tratti di piccoli spacciatori nelle città o impiegati in un call center. Tutto questo alla luce di un programma minimo tanto semplice quanto condivisibile da tutti, a prescindere dalla propria etnia, e forse per questo totalmente assente dal dibattito politico: un salario minimo orario dignitoso per vivere. Affiancare il sacrosanto antirazzismo ideologico, utile a far breccia nelle università e nei centri cittadini, ad un antirazzismo materialista, che sappia politicizzare i migranti, stare nelle periferie, parlare e anche lottare insieme al razzista sfruttato, difendersi, e anche far paura al politico o allo sfruttatore razzista. Crediamo che sia questa la linea per costruire accumulazione di forze, ben consapevoli che se non saremo capaci di riattivare a partire dal lavoro le lotte di classe, nessuna posizione politica corretta ci darà la forza che ci serve per cambiare il mondo in cui viviamo. Oltretutto, l’antirazzismo ideologico rischia di celare quelle differenze di classe che persistono anche dentro le comunità migranti, non solo fra queste e l’autoctono bianco europeo. E’ bene ricordarcelo, onde evitare improbabili tentativi di organizzare i migranti attraverso “culture condivise” che sono solo proiezioni della nostra idea di migrante, non comprovate però dalle fratture che attraversano clamorosamente le diverse comunità.

 

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1 comment to Immigrati, sfruttati, periferie: per un antirazzismo non ideologico

  • (a)

    La Bossi-Fini è una legge che riguarda il mercato del lavoro. Il razzismo è un dispositivo maledettamente materiale, basta affacciarsi in un magazzino della logistica per intendere questo fondamentale assunto. Per me si tratta di questo quando si parla di antirazzismo materialista.

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