APPUNTAMENTI

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

NOI SAREMO TUTTO


Rete Nazionale

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Festival Antifascista

Caracas Chiama


Rete di solidarietà al Socialismo del XXI secolo

Comitato per il Donbass Antinazista


Coordinamento Operaio Ama


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

22 July :
1944 I nazifascisti uccidono a San miniato (Pisa) 54 civili

STATS

Democrazia senza potere

 

L’eroica difesa della propria terra da parte dei curdi merita rispetto. Purtroppo, nella sinistra occidentale, questa esperienza travalica l’episodio concreto per divenire modello politico. Molti anni fa, ingenui, credevamo nell’errore di prospettiva, ad esempio quando si tentava di replicare modelli assai peculiari, vedasi la resistenza Maya in Chiapas, nella metropoli capitalista. Da qualche tempo – ancora una volta: colpa nostra – abbiamo capito che non c’è errore, quanto una coerente visione d’insieme che mette in relazione le lotte di talune resistenze locali con una prospettiva politica generale. Il confederalismo curdo serve a rafforzare la teoria municipalista in Europa. E’ la pezza d’appoggio concreta (“lo vedete? funziona!”) a una serie di posizioni ideologiche che da molti anni combattono l’economia privata sottraendosi all’abbraccio (mortale?) dello statalismo. Fin qui, il tutto rientra nella normale dialettica politica, e sbaglierebbe chi, polemicamente, si trincerasse nella difesa ad oltranza dello Stato quale alternativa al “privato”: in primo luogo, perché finirebbe inevitabilmente per mitizzare epoche che in realtà erano già oggetto di decostruzione rivoluzionaria. Quale Stato mitizzare? Quello degli anni Sessanta-Settanta? Ma era proprio contro quello Stato che muoveva la sinistra comunista, inconsapevole, a cogliere certi ragionamenti, del bengodi contro il quale si stava scagliando. In secondo luogo, perché perderebbe di vista uno dei caratteri fondamentali dell’ordoliberalismo, che in questi anni ha comportato il rafforzamento progressivo dello Stato e non il suo svuotamento. Anche se, è bene specificarlo, questo rafforzamento complessivo è avvenuto a detrimento del proprio ruolo economico-redistributivo, fattore questo non proprio secondario e ininfluente.

L’antistatalismo municipalista sembra però entrare puntualmente in crisi di fronte ai rapporti di forza materiali che una linea politica credibile dovrebbe sempre tenere in considerazione. L’ultimo esempio utile in questo senso è l’incontro internazionale tra Russia, Turchia e Iran sul destino della Siria, avvenuto lo scorso 4 aprile. Dubitiamo che i leader politici dei tre paesi avessero a cuore il destino del confederalismo curdo. Oltretutto al tavolo mancavano gli Usa, principale alleato militare dei curdi nella regione (oltre che Assad, ma questo non può essere scritto).

I curdi, insomma, si sono trovati – come sempre – oggetto di discussioni altrui e non soggetto di cui tenere conto. Peraltro, se non fosse stato per l’importante appoggio americano, non tanto l’Isis quanto la Turchia avrebbe da tempo liquidato l’affaire curdo a suon di bombardamenti, arresti, uccisioni mirate e tutto l’armamentario storicamente messo in campo contro quella popolazione. E’ proprio in virtù di questa tenaglia che i curdi hanno sagacemente stretto accordi militari con gli Usa che hanno reso possibile la difesa di quell’esperienza. E, sempre in questo senso, va interpretato l’incontro tra Ypg e Macron lo scorso 30 marzo: i curdi vedono la tenaglia che gli si sta stringendo attorno (con la Russia pericolosamente riavvicinata alla Turchia e il progressivo isolazionismo trumpiano), e cercano sponde altrove. Il problema è che anche gli Usa si servono dei curdi, per loro esclusivi interessi geopolitici, come fonte, cioè, di indebolimento di Assad da una parte e di Erdogan dall’altra. Così come la Francia, a parole solidale con la causa curda, si serve temporaneamente di quella causa per interessi più complessi, che prescindono dai curdi stessi. L’interesse americano e francese è insomma, ovviamente, condizionato: oggi c’è, domani potrebbe non esserci più.

Tutto questo per dire che l’esperienza confederale (r)esiste finchè rimane funzionale agli interessi di qualcun altro, oggi gli Usa, ieri la Russia, domani magari la Francia. Al netto del suo eroismo, della sua capacità di lotta, della sua sapienza tattica di appoggiarsi ora agli Usa ora ad Assad, il non essere e non volersi costituire in entità statuale costringe quel tipo di esperienza a dipendere da Stati terzi. A prescindere dal caso curdo, che, ripetiamo, vive di una sua specificità di cui tenere conto, la domanda è invece un’altra: come può fondarsi una prospettiva politica universale sulla dipendenza da attori terzi, più prosaicamente, sull’appoggio di altri Stati? E’ possibile una democrazia reale, cioè partecipata e solidale, senza porsi il problema del potere e dunque della forza?

Se a garantire per questa democrazia fosse una qualche altra entità statuale capitalistica, non si starebbe solamente aggirando un problema d’altronde annoso nella storia del movimento comunista? Mutato quel che c’è da mutare, è lo stesso ragionamento posto alla base del militarismo sovietico: garantirsi l’indipendenza militare, presupposto di ogni concreta indipendenza politica. E, anche qui fatte le debite proporzioni, è lo stesso ragionamento che soggiace alla strategia nordcoreana di dotarsi della bomba atomica: che fine hanno fatto gli “stati canaglia” privi del deterrente atomico, dai Balcani all’America Latina, dall’Asia al Medioriente? Al netto della simpatia che può suscitare Kim Jong-Un, come non riconoscere che il problema è reale e non immaginario, e questo problema non può mettere sullo stesso piano della bilancia lo storico aggressore (gli Usa in questo caso) con gli aggrediti (i paesi poveri e militarmente sprovvisti di deterrenza).

I curdi hanno risposto sul campo attraverso una mobilitazione di massa in un contesto di guerra permanente. Come detto all’inizio, la loro resistenza è motivo d’onore per quel popolo di cui non si può prescindere nella valutazione complessiva degli eventi. Ma teorizzarne una replica generalizzabile nel resto della società, e soprattutto in Occidente, è credibile? Teorizzare l’inutilità di uno Stato sovrano, entro cui esercitare la propria democrazia avanzata, solidale, partecipativa, insomma la propria democrazia socialista, non significherebbe aggirare il problema, delegando ad altri, altri Stati, altri interessi geo-politici, la presenza stessa di questa democrazia? Insomma, il socialismo può fare a meno di ragionare sul potere e sull’organizzazione della forza, o ne va della sua concreta indipendenza?

7992 letture totali 2 letture oggi

11 comments to Democrazia senza potere

  • staffolani giancarlo

    la questione non è la democrazia ma il potere della politica sull’economia e la proprietà di beni e servizi daparte delle multinazionali. Il municipalismo di De Magstris e di Ada Colau è funzionale allo stato centralistico succube dl potere e del comando delle Multinazionali su economia e proprietà di beni e servizi. La celta della Colau di scherarsi di fatto con lo stato €urocentralista contro la pur contraddittoria Repubblica di Catalogna è la prova del fallimento e dell’ambiguo velleitarismo municipalista europeo

  • Il socialismo senza forza organizzata è la socialdemocrazia più inetta. Inutile quindi per le classi subalterne che intendono liberarsi dalla dittatura liberista e finanziaria. Essere ottimi combattenti e votati all’eroismo non sarà sufficiente ai Curdi per strappare e gestire un metro quadrato di terra propria. Nel migliore dei casi faranno la fine di Allende, strangolati dalle stesse mani che hanno accettato in aiuto.

  • uitko

    Ho seguito con passione la causa dei curdi siriani, andando anche a sentire conferenze di compagni che sono andati sul posto. Per combattere o meno.
    Ad essere sincero non ho mai sentito nessuno parlare del confederalismo democratico come di una esperienza da mutuare/replicare qui da noi.
    Poi è sicuramente vero che molti compagni di area “libertaria” si sono innamorati di questa causa anche perchè presenta alcune caratteristiche che erano proprie anche dello zapatismo.

    Io personalmente trovo significativa la loro esperienza per via del contesto in cui si sviluppa. Di fatto è uno dei pochi movimenti progressisti rimasti in medio oriente, l’unico tra quelli combattenti di un certo spessore. E questo non è poco per una regione del globo divisa tra regimi teocratici (Iran, Sauditi), nazionalismi su base etnica (Assad, curdi iracheni, Turchia), nazionalismi su base religiosa (Israele, Egitto) o plurireligiosa (Libano), monarchie più o meno repressive (staterelli petroliferi arabi vari, Marocco, Giordania), puttanai totali (Libia, Palestina).
    Se poi questa esperienza abbia la forza di rivoluzionare il medio oriente io non lo so. Non credo, visto che come fate notare voi sta in piedi grazie a forze terze. Ma di sicuro le parole di Ocalan risuonano luminose in un’area del mondo in cui i movimenti di protesta sono sistematicamente islamisti e dove le forze socialiste non hanno più voce in capitolo dalla fine dell’URSS (e sicuramente non è un caso…).

  • mrwolf

    Difficile scindere lotte territoriali/etniche/riformiste/etc con lotte rivoluzionarie. Facile confonderle. Nel recente passato il Chiapas è stato segnante. Il No TAV pure. Ma anche le lotte operaiste. Riformismo o ribellismo contro rivoluzione. Che dire dell’indipendentismo borghese della ricca Catalonia? Tutti dalla loro parte. Quello più ostico dei corsi non se lo caga nessuno. Eppure, con tutti i loro limiti, non ho mai visto un popolo così antiborghese. Mettere la maglietta alla ribellione è ormai facile ai partiti populisti. Capisco che per arrivare alla fase pre-rivoluzionaria si venderebbe un rene, ma alla rivoluzione non servono i curdi. Probabilmente ai curdi serve la rivoluzione. E non solo a loro. Ma a chi interessa? Mi sembra sempre un discorso “intorno” al potere, non a come annientarlo. Diciamocelo: ai curdi, come ai palestinesi, non frega un cazzo del comunismo. Sono da difendere come fratelli resistenti, non da imitare. Ci vuole un salto. Ad analizzare troppo la realtà ci si adegua. Scusate la spocchia, ma non è spocchia, è passione. E’ sogno. Abbassare il tiro è suicidio!

  • Militant

    “ai curdi, come ai palestinesi, non frega un cazzo del comunismo”.

    Non ci sembra poi tanto vera questa affermazione. Nel Rojava è in corso un esperimento politico-sociale, sottoposto a durissimo attacco internazionale, che ha una sua valenza. Non è possibile liquidarlo con una frase. Il problema, semmai, è un altro: che valenza generale assume un esperimento che ha abbandonato la lotta per l’indipendenza nazionale in favore di autogestione confederativa di una regione entro un’altra entità statuale? Come collegare questa lotta a quella palestinese, al contrario da sessant’anni in lotta proprio per l’indipendenza nazionale contro lo Stato coloniale israeliano?

    La lotta palestinese, poi, assume tutt’altri contorni. Per anni la formazione più importante e “dura” della resistenza palestinese è stata il FPLP, marxista e leninista. Il riflusso di questi anni è determinato da più fattori: la scomparsa dell’Urss – quindi di una sponda internazionale importante per l’FPLP; la fine del cd “socialismo arabo”; le lotte intestine in Cisgiordania e Gaza; la politica israeliana di appoggio a Hamas contro Fatah e FPLP; il rafforzamento del radicalismo religioso e, di converso, la ridotta autonomia delle forze laiche o atee. Per questi e altri fattori il socialismo, in Palestina, è uscito dai radar dell’attualità, ma in primo piano è rimasta la lotta contro l’invasore, che di quel socialismo è presupposto importate: senza Liberazione, nessun socialismo.

    • mrwolf

      Hai ragione, sono stato troppo tranchant. Conosco l’esperimento in Rojava, ma non so quanto frutto dei gruppi armati, piuttosto che della volontà popolare. Rimane uno “stato” militarizzato. Per necessità, ma non cambia la situazione. Come dici giustamente nessun socialismo, senza liberazione. Ricordiamoci quanto il PKK non fosse tenero con gli stessi curdi non allineati. Sarò io miope, ma vedo un certa continuità nel YPG. Poi non ho esperienze dirette quindi potrei sbagliarmi. So quello che leggo e non leggo tutto. Non intendo fare dietrologie gratuite. Però quello che più vedo è una lotta fortemente territoriale, diversa da quella palestinese, ma con obiettivi simili. Mi sembra plausibile. Anche il FPLP fu strumento di rivendicazione e lotta di un territorio, finchè ci si è creduto come strumento armato in quella lotta. Non invertirei le motivazioni, ossia che la ricerca da parte di un popolo di un territorio proprio sia ricerca di un luogo necessario ad esperimenti socialisti. Non mi spiego altrimenti lo sfumare di un vero radicamento ideologico socialista di fronte ad altre alternative antitetiche, come in primis l’integralismo religioso. Ma capisco che la questione non sia intepretabile con un’unica tesi.

  • Alessandro Tosolini

    La rivoluzione del Rojava è pura fantasia. I curdi sono utile strumento nelle mani di Usraele dalla conversione di Ocalan all’anarco-trozkismo.

  • Uitko

    Figa, si sono aperte le gabbie

  • dziga vertov

    il socialismo si verifica nel marxismo, il marxismo si verifica nel leninismo. il resto e’ ideologia.

  • Hirondelle

    A margine: non direi che il punto sia credere al bengodi o meno. Ovvio che non lo fosse: si moriva di lavoro, di malattie professionali, di miseria, di sfruttamento, di solitudine ecc. La questione è riconoscere che per un concorso di circostanze, internazionali (URSS e lotta al nazifascismo), europee (il FP in Francia, o il laburismo di Attlee in UK ad esempio) e interne (forte sviluppo di lotte e partiti di sinistra, Resistenza armata – poi disarmata dai precedenti, fine della monarchia, presenza di una cattodemocrazia sociale che valeva quel che valeva ma vabbe’, c’era), in Costituente la destra e il padrone si trovarono costretti a mollare un pochino. Ne risultò la composizione degli interessi più favorevole allo svilupparsi di migliori condizioni di vita per gli sfruttati rispetto a tutta la storia della penisola geograficamente intesa (quindi escludendo dimensioni locali relativamente piccole).

    Non si trattava solo di diritti e doveri esplicitamente enunciati (Costituzione economica, occupazione-salario-ferie-pensioni, limiti alla iniziativa privata, intervento dello stato nell’economia, sciopero, sindacati ecc.) ma della necessità di eliminare gli impedimenti alla scelta delle politiche di governo compiuta da parte di tutti i cittadini. Si può pensare che fosse ipocrita, insufficiente, male o non applicata – di lì a poco gli equilibri parlamentari sarebbero cambiati di molto – si può pensare ai fascisti, al governo Tambroni, a De Gasperi ecc., ma di fatto era uno strumento che ha consentito di combattere meglio e a più livelli, che ha permesso una mobilità sociale inedita, che ha reso possibile a classe operaia e gruppi studenteschi di essere quelle forze di pressione che hanno portato allo Statuto dei lavoratori, al SSN, all’indicizzazione dei salari, alla scolarizzazione di massa e ad altro, anche se ciò non faceva direttamente parte delle loro richieste.

    Era uno strumento nato dalle lotte anche se non era stato direttamente elaborato in assemblea dagli operai o poi dagli studenti, ma se non ci fossero state quelle condizioni esterne di mobilitazione, con buona pace del revisionismo storico vicino e lontano, quei diritti e risultati non sarebbero mai stati garantiti, certo non al livello più alto dell’ordinamento giuridico.

    Lo sfasamento sta a mio parere nel ritenere che questo strumento e le conquiste che esso aveva garantito e avrebbe potuto garantire, fossero non solo insufficienti e insufficientemente attuate (ok), ma proprio da combattere perché facevano “parte dello stato”, e sia, ma pure da combattere quando, in condizioni di sconfitta di lungo periodo del movimento operaio, cioè nel contesto dagli anni’80 in poi, venivano attaccate esse stesse (tramite un’istituzione sovranazionale ma questo ormai si comincia a poterlo dire, dopo che il danno è fatto) in nome di un’altra e molto più sfavorevole e oppressiva, per gli sfruttati, concezione di stato e politica economica. In un contesto in cui avrebbero potuto costituire una difesa.

    Perché a quel punto la forza di imporre un mondo diverso non c’era, l’accordo su quale men che meno, i tentativi furono stroncati; si fuggì nell’azzurro sull’arcobaleno, quello di cui parlavate qualche post fa. Quanto tale fuga fosse proposta da alcuni in modo strumentale per allontanare le coscienze dalla distruzione del lavoro e da qualsiasi questione strutturale su ciò che stava avvenendo nella UE e attraverso quali mezzi sarebbe cosa da approfondire un giorno. Ma già oggi si vede bene come l’incapacità di parlare alle masse della sinistra, per quanto apparentemente così “personalizzata” nel suo arcobaleno, prendesse proporzioni sempre maggiori quanto più essa abbandonava quelle questioni e quei diritti! quanto più si incartava, al massimo, sulla “precarietà”, anzi da un certo momento in poi addirittura sulla sua “narrazione” (!!! diobono! narrazione!!!), senza denunciare le cause: che non era sopravvenuta un’inondazione, ma che la precarietà fa parte di un piano complessivo messo nero su bianco dai documenti UE a partire almeno dagli anni’90 per giungere all’abbassamento dei salari, al controllo dell’inflazione, all’economia competitiva e così via… cioè quando si è smesso di comprendere e parlare di economia.

    Proprio – e forse non per caso – nel momento della peggiore restaurazione capitalista di sempre!

    Io non so quanto gli operai della prima epoca marxista sapessero di economia del tempo loro, ma l’impressione è che gli arcobaleni non ne volessero sapere proprio, malgrado un’istruzione e una disponibilità di informazioni infinitamente superiori.
    Fino a oggi…

    Ora ci sono sempre meno mezzi mentali, culturali, economici (nel senso che disoccupazione e bassi salari ammazzano le forze e le relazioni per lottare e per istruirsi, non il contrario), giuridici anche (quante volte voi avete ricordato che è presa altrove la decisione sulle politiche economiche, una decisione, va precisato, subordinata a principi economici che la Costituzione respinge) per opporsi e meno facile è conquistarsi la fiducia degli sfruttati.
    Il cosiddetto bengodi è forse una delle ultime forme di memoria almeno parzialmente condivisibile a livello di massa per parlare appunto di diritti e di rivolta…

  • Joseph

    Scusate, compagni, ma non capisco sinceramente come si possa dire che una milizia che conta circa centomila effettivi non si ponga il problema del potere e dell’esercizio effettivo della forza. Un conto è dire che il confederalismo democratico non può essere riportato da noi, un altro è dire che senza stato non c’è potere. Non c’è potere statuale, ma potenza dal basso sì, eccome. Il problema è la dismisura tra questo potere e gli altri poteri, ma non è che se lo chiamavano stato, eleggevano un parlamento e fischiettavano un inno nazionale avrebbero risolto il problema. Se nello scenario internazionale non si crea l’assetto favorevole ad un processo rivoluzionario non sono le formulette e le categorie che lo creano.

Lascia un Commento

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>