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Appunti postelettorali. Un tentativo di analisi gramsciana

 

Pubblichiamo un articolo di Angelo D’Orsi sulla disfatta elettorale delle sinistre, uscito ieri su Micromega. Proprio perchè D’Orsi non può dirsi vicino alle nostre posizioni, la riflessione proposta è ancora più importante, capace di centrare tutte le questioni determinanti della sconfitta elettorale delle “sinistre radicali”, che rimanda a un fallimento politico che viene da lontano e di cui non si vede soluzione. L’unico appunto: certe cose è giusto dirle ex post, vista anche la miseria del dibattito nella sinistra. Dirle ex ante, però, avrebbe avuto decisamente più valore. Ma D’Orsi è un intellettuale, figura che da molto tempo segue, e non anticipa, il senso della realtà.   

di Angelo D’Orsi

Confesso: ho votato “Potere al Popolo”. Di malavoglia, lo ammetto; non già “turandomi il naso” perché condividevo (e condivido) ideali e sogni di quel popolo di sinistra che si è raggrumato sotto questa etichetta. Non potevo non votarlo, oltre tutto, avendo firmato un appello di intellettuali, sottopostomi dall’amico Citto Maselli, al quale appunto risposi: “Come faccio a dirti di no?”. E poi, se non avessi votato per PaP, per quale lista avrei potuto votare? Se “Liberi e Uguali” fosse nato un anno prima (almeno!), se non avesse riciclato personaggi ingombranti, politici sconfitti, tromboni in cerca di una collocazione, se non avesse rivelato una continuità e contiguità con l’epoca renziana, sarebbe stata quella la scelta giusta, se non altro per recare danno al PD di Matteo Renzi: alla luce dei risultati, del resto, Renzi il danno se lo è arrecato da solo, anche se l’ultimo capitolo della sua vergognosa sceneggiata di dimissioni a rilascio ritardato, è il grottesco “Mi dimetto ma non mollo”. Una promessa che suona come una minaccia. Certo, la tentazione di rinuncia al voto – o meglio di scheda annullata con una scritta del genere: “No alla nuova legge truffa!” – è stata enorme, in me come in tanti altri: votare significa comunque accettare le regole del gioco, e con il “Rosatellum”, come con la precedente legge elettorale, si trattava di un gioco truccato. Forse milioni di schede bianche avrebbero avuto un effetto non irrilevante, mentre con il voto tutti noi abbiamo finito per avallare il sistema, e le sue leggi ingiuste, a cominciare da una legge elettorale a dir poco assurda, con forti elementi di dubbia costituzionalità, che capi dello Stato distratti o disinvolti, o peggio, hanno lasciato passare.

La sconfitta di LeU, la disfatta di PaP, le briciole raccolte da raggruppamenti che si richiamano al comunismo, segnalano con drammatica evidenza che di sinistra in Italia non ce n’è più, o quasi: tanto di sinistra moderata, ma seriamente riformista, che sia pronta a battersi per una politica sociale autentica; quanto di sinistra “vera”, quella non disposta a gettare alle ortiche una storia che pur comprendente errori e orrori, non può essere liquidata sotto il segno del gulag. La nascita di PaP – per la quale con enfasi ma in fondo non sbagliando si è parlato di “miracolo”, nato dai meravigliosi ragazzi e ragazze del Centro napoletano, “Ex Opg, Je so’ pazzo”, fu presentata come la grande novità non solo sul piano elettorale, ma politico: nella campagna si è insistito proprio su questo punto: non un cartello elettorale, ma un progetto politico. Una campagna, aggiungo, in cui si è caduti nel mainstream: ossia propaganda. Gramsci ci avrebbe invitato a opporre alla propaganda avversaria (e comunque dei contendenti) non una propaganda contraria, bensì, piuttosto, analisi, analisi seria, dopo aver studiato approfonditamente le questioni. E, aggiungo, una campagna che si è giocata su toni estremistici che un poco evocavano la trista teoria del socialfascismo di fine anni Venti. L’ostentata in distinzione tra LeU e la destra ha assunto toni spesso inaccettabili, nella campagna di PaP. Spesse volte pareva che il nemico principale fosse quel raggruppamento politico.

Si opporrà che non c’era tempo per analisi approfondite: e allora, come ho avuto modo di dire a chi ho incontrato nei mesi scorsi nelle mie peregrinazioni per la Penisola, meglio sarebbe stato “saltare un giro”, aspettando di prepararsi seriamente a una prossima competizione. Il precedente del Brancaccio, col suo fallimento, non avrebbe dovuto mettere in guardia? E comunque, soprattutto, sarebbe stato indispensabile una seria analisi dei “rapporti di forza” (concetto centrale nella elaborazione gramsciana). Senza quel tipo di analisi, non ci si butta allo sbaraglio, rischiando di trascinare con sé quel che della sinistra “vera” rimaneva nel Paese. Se quell’analisi fosse stata compiuta si sarebbe compreso che non era possibile riuscire, e, ora, a urne chiuse e voti contati, seggi assegnati, ossia a sconfitta incassata, suona un po’ patetico mormorare, da parte di chi ha voluto andare alla conta, che l’impresa era impossibile.

Il progetto, com’è ormai noto, nacque a novembre 2017; dunque ha avuto solo tre mesi per concretizzarsi. Perché invece di puntare al 4 marzo 2018 non si è puntato a far rivivere “lo spirito del Brancaccio”, precisandolo, allargandolo, sostanziandolo, e diluendolo sul medio periodo? Ossia puntare a costruire, al di là (o se si vuole, al di qua) delle elezioni, un progetto di un nuovo movimento popolare, inclusivo, schierato contro le logiche del neoliberismo internazionale e dei suoi sostenitori italiani. Un movimento, e tendenzialmente forse un partito, che ripudiasse politicismi e tatticismi, che rivendicasse una politica eticamente fondata, a partire dal grande tema della verità (ecco Gramsci che ritorna!), che non mettesse barriere all’ingresso – test d’accesso, insomma… – di chi era interessato (dunque non si rivolgesse specificamente al “popolo di sinistra”, per esempio),che usasse un linguaggio davvero “popolare” (anche su questo piano il messaggio di PaP non è stato felice), che si rivolgesse a un vero “popolo” al di fuori dunque dei ristretti recinti della sinistra. Gramsci era per un partito di massa, a differenza di Bordiga, che era per un partito-setta: questo era il cuore del dissidio tra i due leader del Partito comunista, dopo la fondazione, nei primi anni Venti.

PaP a dispetto di dichiarazioni di principio è rimasto confinato nel ghetto, anzi, si è autoconfinato, per larga parte; aiutato, certo, dallo scarsissimo spazio concesso alla lista dai media. Era più che prevedibile, ed è ridicolo ora prendersela col sistema: se si è una forza anti-sistema, bisogna aspettarselo, come minimo. Anche per tale ragione si sarebbe dovuto portare avanti, gramscianamente, un “lento lavorio di penetrazione culturale e ideologica”, prima di scendere in campo: che cosa del resto fecero i Soviet nella Russia zarista, a partire dal 1905? Che è in parte ciò che tentarono di fare i Consigli di fabbrica, a Torino, nella loro breve esperienza, estendendo il loro raggio d’azione dalle officine alle campagne, agli uffici, e coprendo via via tutto il territorio, con un primato del “fattore C”: ai proletari non è concesso il lusso dell’ignoranza, che è invece privilegio dei borghesi. Un partito, e neppure una semplice cartello elettorale, tanto più se ambisce ad essere qualcosa di più, non può liquidare il punto della formazione, passaggio fondamentale per ogni soggetto specie collettivo, che miri al potere, ossia a fare politica. Che, non dimentichiamo, è anche e soprattutto da intendersi come la scienza del potere. E del resto, non si mirava a (ri)dare il potere al popolo? Ammesso si sapesse che cosa fosse il popolo, veramente.

Insomma, occorreva analisi, studio, riflessione. E io personalmente di analisi serie non ne ho lette né udite. Tanto LeU quanto PaP hanno rinunciato, sostituendo l’analisi con la ricerca della mediaticità, specie nella forma più elementare e diffusa nell’epoca del postmoderno, sub specie “civiltà dell’immagine”: appunto, l’immagine. Ma per una eterogenesi dei fini l’immagine può rappresentare un boomerang. Il faccione di Pietro Grasso, stile nonno (o zio, scegliete voi), che avrebbe dovuto rappresentare la forza tranquilla, la calma sicura e rassicurante, che avrebbe dovuto ispirare fiducia, ha finito per esprimere una insopportabile noia. E i messaggi erano correlati, ossia altrettanto inerti, e privi di appeal. Il volto non particolarmente espressivo di Viola Carofalo rientrava nel medesimo quadro, di difficile comunicazione al potenziale popolo degli elettori: si dirà che l’inespressività era però temperata dalla vivacità dell’eloquio, e certo, rispetto a Grasso, non v’è dubbio, tuttavia si trattava di espressività priva di contenuti. Troppo spesso si aveva l’impressione della ripetizione di slogan: ecco che cosa capita quando si pretende di “buttarla in pubblicità”. Propaganda contro propaganda, messaggio assolutamente antigramsciano. I volti dovrebbero emergere fra altri volti, perché più belli, più rassicuranti, più convincenti… Slogan che combattono altri slogan.

Da questo punto di vista il primo dei tre precetti gramsciani (sulla testata de L’Ordine Nuovo, 1919-1920). “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, sembra essere stato fortemente sottovalutato. Immagini, slogan, motti, non sostituiscono lo studio: ma ancora una volta mi si replicherà: studiare? Ma non c’era tempo… In effetti, non ce n’era se si comincia a studiare tre mesi prima delle elezioni. E comunque il tempo era oggettivamente scarso per raggiungere un risultato. In compenso, il secondo motto gramsciano “Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo” è stato pienamente centrato, da PaP: anzi, direi che si è puntato soltanto su di esso. Basta? A giudicare dai risultati elettorali, si direbbe proprio di no. Dal seno di PaP sento già chi mi dice che il risultato elettorale è un conto, quello politico un altro: e che il 4 marzo è stato solo “l’inizio di un percorso”: e ho letto in Rete riproposto il celebre slogan del maggio francese: “ce n’est qu’un début, continuons le combat”. Beato chi ci crede. Io no, anche se sarei felice di sbagliarmi. Come non ho creduto alla differenza tra Potere al Popolo, e i suoi poco felici, anzi infelicissimi antecedenti: Rivoluzione Civile, Federazione della Sinistra, Sinistra Arcobaleno. Qui la voce che risuona è ancora, direttamente, quella di Gramsci: “La storia è maestra, ma gli uomini sono cattivi allievi”. Non abbiamo imparato nulla da quelle sconfitte, anzi, via via, abbiamo peggiorato il risultato, abbiamo ottenuto esiti sempre meno esaltanti, fino a risultare francamente deprimenti. Eppure, l’entusiasmo, ove non temperato da razionalità, realismo, rigore, fa prendere delle cantonate micidiali: abbiamo visto, e avrei personalmente preferito non vedere, lo stolido festeggiamento postelettorale, in diretta tv, in Rete, sui social. Come se l’obiettivo perseguito dalla lista fosse stato non il 3% ma l’1! E mi ha provocato imbarazzo e fastidio leggere commenti che esaltavano quell’ubriacatura postelettorale, quasi riprova che l’obiettivo era centrato e che la carovana era ormai partita, diretta verso il Sol dell’Avvenire. Un’altra “gioiosa macchina da guerra”?

Puntare tutto o quasi sull’entusiasmo (le liste di PaP erano farcite di nomi presi “dalle lotte”, senza altri titoli qualificativi, perlopiù), da un canto, sulla propaganda dall’altro, ha fatto scomparire la necessità dell’istruzione, intendendo col termine ovviamente molto di più del leggere, scrivere e far di conto… È stato insomma trascurato un fattore essenziale, per Gramsci: il “fattore C”, come Cultura. Ma è stato anche negletto quel tratto che Palmiro Togliatti per primo aveva sottolineato in Gramsci, come frutto dell’incontro, potrei dire, tra un dato interiore, del giovane Antonio, nel suo periodo torinese, e un dato ambientale: quel disdegno, quella “repugnanza persino morale verso ogni forma di dilettantismo e di sciatteria”. Le poche assemblee di PaP a cui ho assistito, perlopiù davanti allo schermo del mio pc, sono stati altrettanti esempi di pressapochismo, e quasi sempre di caos; certo l’entusiasmo era debordante, e ha contagiato tanti che pure inizialmente erano tiepidi. E il popolo di Facebook si è persuaso che fosse “la volta buona”. La mia impressione è che si sia gettato a mare, oltre al primo precetto gramsciano, anche il terzo: “Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”. Dov’era l’organizzazione? Se non desolantemente assente, certo pesantemente sottovalutata.

La colpa più grave, però, o se preferite l’errore irredimibile, è di avere scambiato Facebook per la piazza del mercato, per un piazzale davanti alle officine, per un autogrill sull’autostrada, per una parrocchia di periferia, per un autobus affollato in ora di punta in una metropoli, per un vagone di pendolari dondolante nel treno in ritardo verso casa alle sei del pomeriggio. Su Facebook essendo la rete suddivisa in piccole communities, è stato non soltanto facile ma inevitabile incontrarsi coi propri simili: tutti a ripetere i medesimi slogan, spandendo certezza, francamente fuori luogo (un po’ di prudenza, no?!), sottolineando (contro ogni sondaggio scientifico, con tutti i loro limiti), la crescita settimana dopo settimana delle aspettative, che a un mese dal voto erano diventate certezze: della vittoria “a portata di mano”. Come ha scritto più d’un osservatore, sarebbe stato preferibile (diciamo indispensabile) che una lista che vuole donare il potere al popolo, lo avesse un minimo frequentato e conosciuto, quel popolo. Gramsci voleva conoscere gli operai “in carne ed ossa”: voleva vivere la loro vita, rendersi conto dei loro problemi, da vicino: voleva addirittura “andare a scuola” da loro. La sinistra radicale di PaP ha preferito battere su parole d’ordine generalissime e genericissime, evitando di entrare nel merito di ciò che il “popolo” sente, teme, spera. Il tema migrazioni è stato il cuore della campagna elettorale. PaP lo ha snobbato, riducendolo a parole d’ordine kantiane (diritto all’universale ospitalità…) o cattoliche (solidarietà, accoglienza, fratellanza…). Si è fatto un ricorso abnorme, comunque raramente giustificato (non foss’altro perché non argomentato), a termini come “razzismo”, “xenofobia”, “fascismo”, e ad espressioni stucchevoli quali “paura del diverso” e via seguitando, nei luoghi comuni di chi parla a se stesso e a quegli happy few che sono a lui simili, che hanno alle spalle ottime letture, viaggi intercontinentali, amicizie cosmopolitiche… Questo sarebbe il “popolo ribelle” che figura come insegna nel Programma di Pap? Non è mai sorto il dubbio che esistesse un “altro popolo”, con il quale forse sarebbero occorsi altri ragionamenti, altro lessico, altro tipo di presenza? Insomma, l’impressione è che neppure si sia tentato di interloquire con il “popolo”, quello vero. E che era più agevole, e più gratificante, senz’altro, “parlarci tra di noi”, in sintesi.

Argomenti astratti contrapposti a paure concrete. Colpisce nel Programma l’alternanza di proposte concrete (abolizione dell’ergastolo o del 41 bis: peraltro due punti assolutamente non prioritari, oltre che assai discutibili) e di petizioni di principio (“ripudiare la guerra”, che appartengono agli ideali, ma non costituiscono punti programmatici). L’assemblearismo non sempre aiuta, anche se è stato sottolineato nella comunicazione di PaP, come un punto decisivo, dirimente, e qualificante: PaP ha insistito soprattutto, prima e più che sui contenuti e sull’obiettivo elettorale, sulla metodologia con cui la lista è nata e con la quale si sono individuate le candidature e scritto il Programma. Che, in generale, è apparso soprattutto un libro dei sogni: non sarebbe stato meglio farne uno più conciso, indicando punti concretamente realizzabili nell’arco di una legislatura? L’etichetta “capo” con l’aggiunta dell’attributo “politico” è purtroppo prevista dall’assurdo dispositivo del “Rosatellum”, una legge elettorale con evidenti sospetti di incostituzionalità quanto meno parziale. Ad ogni modo,oggetto di una nomination proveniente direttamente dal collettivo che ha lanciato la sfida, il napoletano Je so’pazzo, la fino a poche settimane prima del tutto sconosciuta (a parte gli studiosi di Franz Fanon, di cui è apprezzabile cultrice), Viola Carofalo. Una designazione che ha lasciato perplessi, francamente: troppo estemporanea, troppo legata al gruppo partenopeo, troppo condizionata, ritengo, da elementi estrinseci. Donna, giovane, precaria, che avrebbe dovuto sfidare un universo maschile, strutturato, garantito. Bastava questo? Al di là delle ragioni che l’hanno portata al ruolo di “capo politico”, Carofalo non è parsa andare oltre il ben noto formulario della estrema sinistra. Ha mostrato di sapersela cavare nei talk show, per quei pochi secondi che le venivano concessi, ma la limitatezza delle sue analisi era evidente, specchio di una inadeguatezza generale. Ora, scrive Gramsci, anche il movimento proletario ha bisogno di “capi”, ma come si diventa tali? Lo si diventa con lo studio e con la lotta, lo si diventa attraverso un lungo processo di selezione, dal basso, in cui si definiscono collettivamente le istanze di cui il “capo” sarà poi espressione, guida, e garante. Lenin, a cui si riferisce l’analisi gramsciana (del 1924), è certo un modello inimitabile; ma Viola Carofalo aveva i numeri per essere “capo”? Certo, ancora una volta i tempi stretti aiutano a spiegare; ma, appunto, lo si sapeva. Anche su questo piano, il processo di selezione avrebbe dovuto essere assai più attento, e rigoroso; e francamente, più corale.

Infine, in relazione al progetto politico di PaP. Non un cartello elettorale, si è ripetuto fino alla noia, prima del voto, a mo’ di incoraggiamento agli elettori, e di differenziazione dalle penose esperienze del passato; la tesi è stata ribadita da quasi tutti i personaggi rappresentativi di PaP, per digerire e far digerire la sconfitta. Curioso, che nessuno di loro abbia appunto fatto ricorso a questa parola, “sconfitta” o suo sinonimo, dimostrando di essere pienamente dentro il “politicismo partitocratico” così aborrito. Se Potere al Popolo intendeva essere un progetto politico, non si sarebbero dovuti accettare le forze organizzate nel suo seno. Il progetto nasce se si costruisce una unità, non una coalizione provvisoria, non una sommatoria di partitini, non un cartello di sigle. A dispetto delle dichiarazioni contrarie si è dato vita solo a questo. Ancora una volta Gramsci ci è utile, con la sua preoccupazione unitaria, che, tuttavia, prevede anche il momento della distinzione. Pap come LeU hanno fallito anche su questo piano, mentre la destra,pure con la furbizia di ciascun leader che cercava di fregare gli altri, ha realizzato una unione provvisoria, per vincere le elezioni. Tutto qui. E ha funzionato. Inutile, insomma, millantare “progetti politici” che non si è in grado di mantenere, e abbastanza sconcertante il non ammettere la sconfitta. Che è specchio di un fallimento epocale di ciò che rimaneva della sinistra in questo nostro paese sfortunato. Una sinistra che ha rinunciato ad essere se stessa, né ha saputo essere altro, ridefinirsi, rilanciarsi, magari rinunciando persino all’etichetta, sbiadita, di “sinistra”. E se si vuole usare una diversa insegna, ancor più impegnativo, quale “popolo”, allora occorre farsi popolo. Lo hanno fatto M5S e Lega Nord; noi “di sinistra” abbiamo addirittura rinunciato a tentare di farlo. Siamo rimasti chiusi nei nostri spazi (le assemblee quanto erano rappresentative dei milioni di “subalterni”: categoria inventata da Gramsci per indicare una platea assai più ampia e comprensiva, e vicina al nostro tempo, che classe operaia o proletariato industriale. Abbiamo guardato con interesse scientifico i subaltern studies, ma non siamo stati capaci di intercettare e far venire alle urne, e votare “l’unica lista di sinistra”, come ripeteva, stentorea, Viola Carofalo, quei milioni di proletari, sottoproletari, pensionati al minimo, casalinghe a 400 euro di sussidio, disoccupati e inoccupati, precari, lavoratori al nero, sottopagati e super sfruttati, che manco hanno il tempo né la forza di interrogarsi sul proprio presente, figurarsi sul proprio futuro nell’eden dell’eguaglianza assoluta, della società delle masse che si autogovernano… Condivido le parole di Gaetano Azzariti (sempre sul Manifesto, 12 marzo) che ha spiegato che la sinistra ha perso “perché s’è chiusa in sé stessa. Non riesce più a prospettare un cambiamento reale della vita delle persone, le quali si sentono sempre più abbandonate dalle forze politiche di sinistra”. E ha aggiunto: “infatti i ‘dimenticati’ guardano altrove, spesso alla destra populista. Per provare a sopravvivere la sinistra deve smetterla di pensare alle proprie piccole cose, che troppo spesso coincidono con la difesa di rendite di posizione personale e la voglia di regolare i conti solo all’interno delle proprie organizzazioni politiche ormai esangui”. PaP è un esempio paradigmatico di questo comportamento. E oggi, nel “day after”, non possiamo che constatare, se siamo onesti, dietro la disfatta di Potere al Popolo, la scomparsa di una identità, quella della sinistra, la sua fuoruscita dal mercato politico, la sua fine come attore in grado di muovere masse, anche minoritarie, ma pur sempre masse. Ha scritto Marco Revelli (il Manifesto, 9 marzo) “in questa nuova Italia bicolore la sinistra non c’è più. Non ha più spazio come presenza popolare, come corpo sociale culturalmente connotato, neppure come linguaggio e modo di sentire comune e collettivo. Persino come parola”. Tristemente vero.

E ritorno al mio Gramsci. La mancata distinzione tra fenomeni organici e fenomeni di congiuntura, spiega Gramsci (nel famoso Quaderno 13), è gravida di pesanti implicazioni. “L’errore in cui si cade spesso nelle analisi storico-politiche consiste nel non saper trovare il giusto rapporto tra ciò che è organico e ciò che è occasionale”. Non aggiungo altro. Mi pare, in conclusione, che abbia ragione chi ha scritto (Gianpasquale Santomassimo, sul Manifesto, 10 marzo): “Senza ripensare tutto sarà impossibile ripartire”. Altro che tranquillamente e con finta convinzione ripetere: questo uno per cento, o poco più, è solo l’inizio; altro che dire che c’è ragione di gioire; altro che ripetere che “il progetto va avanti”. Se si vuole dare un senso alla sconfitta di oggi, occorre ripartire dallo studio, serio, che va affiancato certamente dalle lotte, ma è insostituibile. In tal senso rimane sempre valido l’ammonimento stavolta non di Antonio (Gramsci), ma di Rosa (Luxemburg): “La morale è questa: c’è tanto da fare, ma soprattutto tanto da studiare”.

(14 marzo 2018)

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16 comments to Appunti postelettorali. Un tentativo di analisi gramsciana

  • Hirondelle

    Alla fine di un’analisi simile delle dinamiche interne a uno schieramento viene il dubbio che la vittoria di quello schieramento o di altri analoghi sia stata quella di sottrarre voti a qualcun altro, o di distogliere da qualsiasi discorso realmente strutturale. Mero affare di famiglia.
    Certo, l’unica cosa realmente utile sarebbe stata dirlo prima, discutere prima, ma la riflessione finale di Militant spiega perché non l’abbia fatto. E quanto è rivoltantemente banale la riflessione, anzi la predica ormai esangue e peraltro stantìa di Azzariti, ché l’hanno elargita veramente tutti dall’evo precedente, scusate, da parte di chi dovrebbe sapere bene cosa ha portato chiudere l’interesse e la conoscenza alla dimensione economica del diritto in questi decenni, in termini di “cambiamento della vita delle persone”.
    Quanto tutto ciò finisce per puzzare di ipocrisia.
    Il “popolo populista” forse non ha tante cose, ma il naso alla fine ancora sì.
    Quanto a studiare, se non si passa per gli argomenti del libro presentato due post fa, non si va lontani, oggi. Anche lì molto meglio sarebbe stato se fosse uscito prima della campagna elettorale.
    Una parte di PaP dovrebbe saperlo bene, però ha preferito metterlo in sordina. Mal gliene incolse, a meno che non sia un altro risultato cui brindare.
    Dura, studiare fuori dagli slogan.
    In conclusione: veramente inutile e prudente, questo ennesimo lamento, se non per un (limitato) lavoro tutto interno, autoreferenziale.

  • Vorrei far notare che questa analisi gramsciana ha anche abbastanza scocciato. E’ un’analisi fondata sulla banalità, oltre che su aspetti di Gramsci, che, benchè mainstream, non rappresentano l’originalità del suo pensiero. Sembra il punto di vista di mio nonno: “studia che poi te ne penti”.

    Ma non è questo che mi perplime maggiormente. E’ l’incoerenza di fondo tra il lamento e l’esperienza specifica di PaP.

    Cultura: Viola e molti altri compagni, almeno a Napoli, hanno una cultura robustissima. Al massimo avevano problemi a riconoscere i nomi dei burattini politicanti di turno che si trovavano davanti negli studi televisivi. Raramente una classe d’avanguardia ha potuto vantare tali competenze intellettuali. E sì, Fanon è una lente cardine, soprattutto in un momento in cui si costruiscono nuove identità dal nulla per soggiogare le masse.

    Estraneità ai processi di classe: sottolineare che Viola è l’esempio tipico del proletariato metropolitano è riduttivo. Nonostante in quest’articolo si parla di candidature espressioni di lotta, si manca di notare che ciò significa anche internità alla classe. Mi sembra che ci sia un grande scarto fra l’aristocrazia comunista di Rifondazione e Pap da questo punto di vista. Je so pazzo, ad esempio, è esattamente un pezzo di classe. Quartiere popolare di città proletaria, pieno di poveri e sfruttati che non rinunciano ad incidere.

    Linguaggio stantio: degli sforzi sono stati compiuti anche su questo fronte. A partire dal nome della lista, non mi è sembrato si usasse un linguaggio da brigatisti leninisti. Questa è la maggior contraddizione del post. Si dovrebbe eliminare qualsiasi parola ideologica, persino “sinistra”; ci si deve acculturare e poi parlare come al bar.

    E poi tutto il resto, trito e ritrito. Saltare un giro (quanti giri hanno saltato già quelli che lo sostengono?). Ricominciare daccapo (scordammoce o passat). Non è che in parte è proprio il voler azzerare tutto ogni volta che porta le masse a storcere il naso?

    PS: non sono in PaP. Anzi non ho nemmeno votato.

  • Pierpaolo

    Un saluto a tutti, è la prima volta che intervengo, ma vi seguo da molto. Sono un “cane sciolto” se volete, non faccio militanza attiva da un bel po, ma continuo a partecipare a cortei ed iniziative di movimento da singolo o con compagni che come me non militano più in niente.
    Sono d’accordo con Hirondelle, sia sul suo commento al post sul libro di Domenico Moro, sia quando dice che tutti questi articoli che fioccano in questi giorni sul Manifesto, Micromega e così via, siano del tutto inutili, ipocriti e fuori tempo massimo. Il pezzo del Manifesto si sarebbe dovuto intitolare “Scusate Compagni” e fare una pesante autocritica sulla linea del giornale degli ultimi 20anni, e non fare la solita filippica contro Repubblica e il Pd (ancora stanno ad elemosinare qualcosa al Pd…), ma che s’aspettano ancora da loro!. O chiudere tristemente il pezzo dando addosso a Pap perché lontano dal Popolo che vorrebbero rappresentare…. detto dal Manifesto fa abbastanza ridere ormai.
    Secondo me bisogna ripartire dal vostro pezzo del 4.12.2017 (non per niente scritto prima e non DOPO le elezioni, visto che voi la vivete la realtà sulla vostra pelle ogni giorno) e dalle sue ultime righe:
    “Nonostante queste remore, ribadiamo ancora: non esistono schemi precostituiti. Crediamo allora che ogni tentativo possa essere fatto, pur nel pessimismo della logica politica. Ci auguriamo sinceramente che il tentativo possa riuscire, liberandosi delle zavorre che ancora risiedono in esso. Ma questo potrà avvenire, realisticamente, un minuto dopo le elezioni, non prima. Sarà un minuto dopo il risultato elettorale che si potrà capire la natura genuina di tale processo, le sue effettive potenzialità, le speranze che saprà suscitare, ma soprattutto le lotte reali in cui saprà nuotare o che saprà organizzare e, perché no, rappresentare. Liberandosi di chi è un limite a tale processo, e costruendo quel terreno politico su cui basare una relazione che possa andare al di là delle elezioni. Per quanto ci riguarda, allora, ben venga ogni confronto e ogni lavoro collettivo in tal senso. Ma la traversata del deserto è appena iniziata, e non verrà aggirata dalla solita scorciatoia elettorale.”
    Grazie per il lavoro che fate tutti i giorni.
    Pierpaolo

  • Gino

    Ma sì, che ce frega, pontifichiamo e facciamola finita.
    In questo pistolotto, tra l’altro illegibile, leggo la sintesi logorroica di chi incolpa ipocritamente gli altri di chiudersi in sé stesso.
    Pap era ed è inclusivo, ma inclusivo a sinistra, proprio in virtù del ritorno sulla scena di quei famosi tromboni e che andavano fermati, puerile negarlo, ma una buona parte di quella sinistra che ha preferito foraggiare Lega e m5s (bella monnezza fascioreazionaria) e poi ce li si ritrova in prima pagina dappertutto a pontificare “l’avevamo detto”.
    Il problema è che erano cresciute troppo le aspettative, dovunque mi girassi non vedevo altro che compagni, e non ero il solo, che avevano perso la fiducia ed erano entusiasti di un’occasione per poter riaprire una breccia per mezzo del vituperato voto… fuori discussione che in mmaggioranza nell’urna hanno fatto un’altra scelta o se ne sono stati a vedere la partita, una faccia di culo spettacolare, visto che continuano a mentire!
    Tra dirsi comunisti e fare i comunisti c’è un abisso, senza scomodare Gramsci.

  • Märkla

    Ciao compagni.
    Premetto che sono attivo all’interno di Potere al Popolo, ciononostante ho avuto la possibilitá di osservare il suo evolversi politico anche un pó dall’esterno, facendo parte di un gruppo territoriale che si trova al di fuori dei confini nazionali.
    Volevo dire che che mi trovo prevelentemente d’accordo con le analisi su PaP fatte da Militant nei post precedenti, cosí come condivido in buona parte le critiche mosse dall’autore dell’articolo qui sopra riportato.

    Riguardo la (per ora) breve discussione instauratasi nei commenti precedenti mi sembra che ci si stia totalmente discostando da quelli che sono gli argomenti centrali della critica fatta dal D’Orsi. In particolare mi pare di intravedere che la tendenza prevalente sia quella di evitare di fare una riflessione critica sugli argomenti messi in campo dall’autore, usando fra l‘altro argomenti del tipo “non accettiamo lezioni da soggetti compromessi che scrivono sul Manifesto” o del tipo “ecco il tipico pippone dell’intellettuale sempre buono a criticare”.

    L’argomento del post peró non é se capire se il Manifesto sia un buon giornale o meno, bensí capire i motivi che hanno portato a quella che oggettivamente é stata una disfatta elettorale per PaP. E l‘autore in questo senso nel suo pezzo offre alcuni spunti interessanti: prevalenza di un entusiasmo esclusivamente interno al movimento per la nascita di un nuovo progetto politico piuttosto che una concreta riflessione politica sulla necessitá di presentarsi alle elezioni considerati i rapporti di forza svantaggiosi esistenti oggi sul territorio; „confinamento nel ghetto“ dovuto prevalentemente all‘utilizzo di un linguaggio di propaganda buono a convincere solo chi in quei determinati principi giá ci credeva; opportunitá di presentare un solo personaggio come leader del partito; vaghezza del programma elettorale e poca attenzione ai temi cruciali del dibattito politico attuale; scarsa comprensione delle particolari dinamiche politiche esistenti nel paese „l‘aver scambiato Facebook per la piazza del mercato, per un piazzale davanti alle officine ecc.“

    Ecco, io credo che se davvero si crede e si vuole che PaP continui anche dopo le elezioni un percorso politico concreto, volto a sviluppare dinamiche di classe e ad ottenere maggiore consenso, questo tipo di riflessioni e di analisi critiche sia il primo passo necessario da fare. Infatti é solo attraverso una seria analisi critica di questi aspetti che sará possibile migliorarsi e non ripetere gli errori fatti fino ad adesso. Autocelebrarsi, accusare i compagni che muovono critiche del mancato successo ottenuto o continuare imperterriti sulla linea avuta fino ad oggi porterá al contrario alla scomparsa in breve tempo anche di questa a mio avviso interessante esperienza politica collettiva.

  • Militant

    L’assenza di critica (e di autocritica) è l’aspetto più deleterio di tutta questa vicenda. In perfetta coerenza con una “storia” più che ventennale, si procede attraverso il completo rigetto della critica più banale o più ovvia. Si procede come se il risultato raggiunto, non solo quello elettorale, fosse di per sé un successo. Le risposte piccate (“voi allora che fate?”) rimandano all’antico vizio elettoralista: fuori dalle elezioni non c’è politica, quindi “voi parlate e basta” perchè “non potete/volete candidarvi”, e via di questo passo. Spiace che questo atteggiamento, tipico della sinistra dei partitini comunisti, sia stato fatto proprio da altri settori della sinistra fuori dai suddetti partitini e addirittura avversa a certo “movimentismo” di maniera.
    Non è che abbiamo ragione noi e torto gli altri, attenzione. E’ che è scomparsa la sinistra, fagocitata dal populismo, e tutto questo *durante* la peggiore crisi economica e sociale da ottant’anni a questa parte. Ecco, dentro una fase del genere sentiamo, leggiamo, vediamo processi di esaltazione collettiva davvero fuori luogo, come se la disfatta politica della sinistra non ci riguardasse, non riguardasse noi, Pap, e fuori da Pap. Questo ignorare la realtà, costruirsene una in proprio dove si è al sicuro delle proprie narrazioni, tutto questo non farà altro che alimentare le ragioni della sconfitta storica.

  • Andrea

    Partiamo da qui:”E’ che è scomparsa la sinistra, fagocitata dal populismo, e tutto questo *durante* la peggiore crisi economica e sociale da ottant’anni a questa parte. Ecco, dentro una fase del genere sentiamo, leggiamo, vediamo processi di esaltazione collettiva davvero fuori luogo, come se la disfatta politica della sinistra non ci riguardasse, non riguardasse noi, Pap, e fuori da Pap. Questo ignorare la realtà, costruirsene una in proprio dove si è al sicuro delle proprie narrazioni, tutto questo non farà altro che alimentare le ragioni della sconfitta storica.” Sono d’accordo con questo assunto. Praticamente è una faccenda che ha dei risvolti patologici, come dire che lo schizofrenico non rinuncia a dirsi sano.
    La domanda è: chi è riuscito ad inserirsi tra le pieghe più basse delle classi in questa crisi economica di rilevanza storica? Come ha agito, che linguaggio ha adoperato?
    I tempi sono questi, l’operaio non si riconosce più nel linguaggio ortodosso comunista e non si rifugia nemmeno nel micromovimentismo antagonista. Perché?
    Sono domande che continuo a pormi e che pongo a Militant, nella speranza che si riesca a dare un senso a cicliche e inesorabili disfatte.

  • Francesco

    Ciao, questa è la seconda volta che commento su internet in generale, quindi spero di non dire cose inutili. Sono daccordo con Märkla, anche se non condivido la speranza per PaP. Per quanto riguarda i commenti di Gino e Barabba, quello che ha scocciato, almeno me, è questo atteggiamento impermeabile alle critiche. Il fatto che questa analisi sia giunta dopo il voto la rende meno preziosa ma non meno valida; e poi nell’ubriacatura d’entusiasmo sarebbe stata ascoltata? Come Pierpaolo non faccio militanza attiva da un paio d’anni, anche se spero di ricominciare; ma la mia militanza l’ho fatta a Napoli e, anche se può darsi che il paragone sia sbagliato, le dinamiche di Potere al Popolo mi ricordano situazioni che ho visto all’epoca dell’Onda. Gruppi precostituiti che coortano le assemblee senza capacità di organizzare un movimento ma solo di spaccarlo, entusiasmi ingiustificati che fanno sembrare che il mondo sta cambiando quando due strade più in là tutto (ovviamente) procede invariato, slogan, approfondmenti e parole d’ordine astratte: per capirci si organizzarono incontri sulla Palestina, tema importante, certo, ma forse un movimento universitario avrebbe dovuto preoccuparsi, che so, di dare la priorità ai problemi del soggetto in lotta, gli studenti, e magari mirare a qualche vittoria concreta. Ecco, io in Potere al Popolo ho visto l’evoluzione, negativa, di queste dinamiche in una situazione politica di assenza di sinistra in cui movimenti di cambiamento sociale non possono permettersi di insistere su queste dinamiche.
    Infine, Fanon è una “lente cardine”, come lo è Gramsci (e scomodiamolo, che serve); ma lo sono proprio perchè non hanno eletto le analisi di pochi autori “cardine” ad assoluto con pretesa di farli entrare a forza a martellate nella propria lettura del reale. Quindi ben venga riprendere a studiare, integrando analisi come quella di Domenico Moro, ma, secondo me, confrontandosi, anche duramente, anche con pensieri prodotti fuori della propria area di comfort. Grazie a Militant per l’analisi e scusate la lungaggine.

    • Hirondelle

      Studiare è abbastanza uscire dalla propria area di conforto o di precomprensione, se vogliamo chiamarla così.
      Quanto al perché, l’abbandono di ogni analisi se non generica e decontestualizzata delle dinamiche economiche e del ruolo della Ue come guida e mezzo della restaurazione liberista, quindi profondamente di destra reazionaria, illustra più che a sufficienza l’incapacità della sinistra, quella elettorale ma ahimé non solo, di spiegare i meccanismi, immediati e remoti, della crisi e dell’impoverimento del “popolo”, quindi di parlarci, altro che dargli potere o presentarsi come quelli che gliene darebbero. E che magari nel 1997 stavano con chi ha reso legge il pacchetto Treu, eh.
      Erano cose in buona parte note da tempo, Cremaschi, mi sembra, descriveva già nel 2007 i passi venturi di demolizione EUropea dei salari e dei diritti. Spiace vedere una figura così oggi dove sta, ma ne ha il diritto, fatti suoi.
      In aggiunta, ovviam. a tutto quello che scrive mil. sulla formazione del cartello elettorale e la presenza sul territorio.

      Ora si dice integriamo pure Moro: ma per un lustro abbondante una sola delle cose che spiega Moro in quel libro era sufficiente a prendersi del fascista, del razzista, del leghista o peggio. Porta sbattuta in faccia, damnatio memoriae, stop. Non facciamo finta di non saperlo, o che ioalloranonc’ero per favore.
      Siccome è un teatrino perché ormai lo sappiamo tutti, inutile ammantarsi e avvitarsi su problemi di linguaggio, di leaderismo in sedicesimo, di sovrastruttura: stiamo solo perdendo tempo e forze per discutere. Tutto questo viene invocato perché non si vuole più mostrare né parlare di come viene fatta la lotta di classe oggi nel continente in cui viviamo e dove votiamo e da dove potremmo, se il contesto fosse diverso, forse agire sul mondo. A partire dal motivo per cui è necessario hic et nunc creare e aumentare la precarietà del lavoro, qualificato e non. Ecco perché “il popolo” non vi segue. Chissene del biografismo puntuale se la capa di turno è precaria o strutturata, a ‘sto punto. Claro?
      E non ci va più.
      Ri-claro?

      Militant, con cui litigo furiosamente (a senso unico, perché ormai hanno imparato a non rispondermi) sulla concezione della lotta di classe da parte dei militanti islamici, è però sempre stato molto più aperto e attento, cioè laico e razionale, su questo, di tutta la sinistra tetrapilectomizzata che mi è capitato di costeggiare. Per questo è rimasto leggibile, oltre che per ricostruzioni molto interessanti del passato, e a sua volta capace di analizzare in modo interessante la realtà concreta dei nostri giorni. Incluso il “populismo” e le tipologie delle destre.
      Insomma va molto al di là delle frasi vuote di significato e ritrite nella forma che puntualmente arrivano nei commenti quando si discute di schieramenti elettorali. Chiunque le faccia, eh. C’è un’impressionante continuità delle parole da questo punto di vista.
      Visto che stiamo parlando di voti, concludo con una frase letta qui sopra scritta da qualcuno di cui non ricordo altro: non ho votato PaP, avrei votato Eurostop.

      Perdetevi in mare aperto, ma tenetevelo per detto: non ci servite più.

      • Francesco

        Aspetta, dato che visualizzo il tuo commento come risposta al mio vedo bene che non sono abituato a commentare su internet, visto che sono sostanzialmente d’accordo con quello che hai detto e non mi pare di avere parlato in sostegno di Potere al Popolo. Se non parlavi con me, come non detto.

      • Hirondelle

        @Francesco: ho commentato sotto al tuo commento perché ti dichiaravi d’accordo con Markla sui motivi della disfatta elettorale. Era un po’ come rispondere a entrambi.
        Se ho capito male, come non detto.

  • Hirondelle

    “Quella socialdemocrazia dal basso che vorrebbe correggere le storture del sistema senza indicare priorità comprensibili è stato spazzato via, espunto dalla logica politica, relegato tra gli anacronismi intellettuali.”

    Questa frase tratta dal post successivo che militant presenta molto modestamente come autocritica, ma che non è certo difficile estendere a critica ben più diffusa, è la migliore riflessione cui si possa invitare.

    Aggiungerei che tale assenza di gerarchia è fatale, nel momento in cui ci si fa complici dello strumento istituzionale di oppressione delle masse rappresentato, appunto, dall’UE. Fatale perché funzionale.

    • Francesco

      Ah ecco, mi sono spiegato male, ero d’accordo con Märkla solo riguardo all’insensatezza dell’atteggiamento che definisce “evitare di fare una riflessione critica sugli argomenti messi in campo dall’autore”(Ti rispondo qui perchè non appare l’opzione per rispondere sotto l’altro commento).

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