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16 January :
1943: IL GOBBO DEL QUARTICCIOLO

1999 - Il governo D'Alema "convince" Abdullah Ocalan,il leader del PKK (Partito dei Lavoratori Curdo), ad abbandonare l'Italia, dove si era rifugiato il 12 dicembre del 1998. Dopo neanche un mese Ocalan verrà catturato in Kenya dagli agenti dei Servizi segreti turchi del Millî İstihbarat Teşkilatı e portato in Turchia, dove fu subito recluso in un carcere di massima sicurezza ad İmralı, un'isola del Mar di Marmara

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L’inquinamento come risultato del comportamento amorale del singolo individuo

 

La polemica sui sacchetti biodegradabili a pagamento, che tanto ha indignato il “popolo del web”, appare come l’ennesimo tassello volto all’individualizzazione dei problemi sociali prodotti dal capitalismo. Un sistema incapace di risolvere le sue contraddizioni, in questo caso quella fra capitale e ambiente, ma formidabile nell’escogitare vie di fuga ideologiche. Nel caso dell’inquinamento, uno dei temi centrali nel dibattito massmediatico di questi decenni, la progressiva devastazione del sistema ambientale appare causata dalla somma dei comportamenti individuali delle singole persone. Si inquina perché non si ricicla abbastanza, perché non si vogliono pagare costi aggiuntivi, così come si consuma  troppa acqua potabile perché si lascia il rubinetto aperto mentre ci si lava i denti, e così via. Il dibattito di questi giorni è davvero, come suol dirsi, paradigmatico. Il confronto sembra essere chiuso entro due sole scelte possibili: chi vuole pagare il costo dei sacchetti per “sensibilità ambientale”, e chi non vorrebbe pagarlo per menefreghismo. Splendida la chiusura, ieri, di un articolo del Corriere: «Siamo 7,4 miliardi e presto arriveranno un miliardo di africani e uno di asiatici. Cambierà tutto, e se andrà meglio o peggio dipenderà da noi ma meglio saperlo subito: un nuovo mondo è possibile, si certo, ma costa». Volete l’ambientalismo? E allora pagate. Il problema è che l’inquinamento non è il prodotto dei singoli comportamenti individuali. Non inquiniamo perché “siamo troppi”, e neanche perché “ci comportiamo male” (certo siamo troppi e ci comportiamo male, ma ambedue le cose non spiegano l’inquinamento nel mondo). Il mondo è inquinato perchè così è organizzato il modello produttivo. Un interessante report di Carbon disclosure projest ha evidenziato come il 71% delle emissioni totali di Co2 nel mondo è prodotto da sole 100 aziende private. E questo non da oggi, ma dal 1988. Altrove, nel  rapporto del Climate Accountability Institute, si dice più o meno la stessa cosa: dal 1751 (nientemeno) al 2010 il 63% delle emissioni totali di Co2 è stato prodotto da 90 aziende private. La metà di queste emissioni totali sono state, peraltro, prodotte solo in questi ultimi venticinque anni. Tutte le aziende private protagoniste del degrado ambientale producono petrolio, gas o carbone. Ma non è tutto. Riguardo alla famigerata plastica, «l’imballaggio si conferma il principale consumatore di materie plastiche con il 39,5% del totale, seguito dalle costruzioni (20,1%) e – a distanza – automobile (8,6%)» (qui). E’, dunque, la moltiplicazione esponenziale degli imballaggi la causa primaria dell’inquinamento da plastica nel mondo. Questo è per l’appunto un problema generato dal modello produttivo, che impone il consumo di imballaggi anche quando non servono (soprattutto quando non servono). Arriviamo dunque al costo del sacchetto biodegradabile. Tale costo, che dovrebbe essere pagato dalle aziende che materialmente inquinano (le imprese della plastica) o, in alternativa, dalle aziende che grazie a quegli imballaggi ci guadagnano (i supermercati), viene caricato totalmente sui singoli individui, responsabilizzandoli per un problema non generato da loro e che non avrà mai soluzione se affrontato a valle e non a monte. La tassa dovrebbe colpire l’azienda, questa la sposta sul consumatore, e il tutto viene presentato come «norma avanzatissima che una volta tanto ci ha visto leader in Europa», secondo le parole di Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente. Conviene anche ricordare che la tassa è una trovata tutta italiana. La direttiva Ue indica solamente l’obiettivo di ridurre l’utilizzo delle buste di plastica, direttiva che, per come formulata, riguarda i produttori di plastica e non i consumatori finali, che sono di fatto impossibilitati a scegliere se usare o meno l’imballaggio attraverso cui viene venduto il prodotto. Tutto ciò non fa che confermare la pacchia della “green economy”, che mette a profitto le istanze ambientaliste moralizzando addirittura la scelta dei consumi finali. Un circolo vizioso che nulla ha a che vedere con la soluzione al disastro ambientale in corso, molto invece con quelle vie di fuga che il capitalismo, magistralmente, ha la capacità di produrre continuamente.

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3 comments to L’inquinamento come risultato del comportamento amorale del singolo individuo

  • emanuele

    concordo in generale con l’articolo, ma allo stesso tempo ritengo giusto che non bisogna deresponsabilizzare il consumatore riguardo agli aspetti del ciclo produttivo. Insomma, se di buste di plastica ce ne sono troppe in giro e nei posti sbagliati tale da risultare inquinanti, è perchè ne vengono prodotte e quindi usate/vendute troppe. Ricordo l’esperienza della fabrico occupata dell’esplana sud nel napoletano (confezionamento verdure per coop), dove un operaio occupante mi raccontò che al riavvio della produzione la nuova gestione operaia avrebbe escluso le classiche buste di insalata già pronta perchè prodotto inquinante. Poi tutta la vicenda dell’occupazione purtroppo non ebbe sbocco ma l’idea era ottima!E credo che quei lavoratori col cavolo che acquistavano verdura tagliata in porzioni monouso con imballaggi inquinanti! La mossa governativa di fare pagare le buste biodegradabili, se fatta per ingrassare le aziende amiche, credo si rivelerà un pò un boomerang poichè in molti si organizzeranno con buste proprie. E questo, dal punto di vista ambientale non è un male, anzi. Il fatto comunque è che parte delle responsabilità dei disastri ambientali li hanno i consumatori dei paesi imperialisti, categoria interclassista, vero, ma tale è,che comprende borghesi e proletariato con sfumature varie, ma che se li si osserva dall’esterno rispetto alle masse popolari di tutto il globo essi coincidono con la borghesia mondiale, sopratutto per quanto riguarda i rapporti di produzione e i conseguenti vantaggi materiali e energetici. Insomma non sottovalutiamo l’iportanza del consumo critico e più sostenibile possibile, monade solitaria da green economy se assunto come prioritario,parte integrante dell’uomo nuovo se assunto all’interno della lotta per il socialismo.

  • Fred

    Grazie Militant per l’articolo e sopratutto per i collegamenti offerti a sostegno dello stesso. Condivido la tua analisi, da qualche parte ho letto che questa dei sacchetti somiglia alla nota storia del cetriolo…
    Mi piacerebbe leggere una ulteriore analisi della questione catalana con riferimento alle ultime votazioni.
    Saluti

    • Militant

      Sulla questione catalana vediamo il suo evolversi, al momento non sono emersi dati diversi da quelli commentati nei precedenti articoli.

      Scrivevamo, due mesi fa, che le possibilità di rottura, per un movimento popolare, si giocano sul filo del tempo e dell’occasione, al culmine del suo processo di accumulazione di forze, che è sempre un processo velocissimo tanto in ascesa quanto, soprattutto, nella sua discesa. Quel culmine di energia è stato toccato tra il 20 settembre e il 3 ottobre scorso. Dopo si è aperto uno scenario nuovo o, per meglio dire, la gestione della vicenda è tornata nelle mani della borghesia tanto spagnola quanto catalana, cosa questa che impedisce qualsiasi soluzione radicale e dirompente dell’intera questione. E questo perchè la borghesia catalana ha usato l’indipendentismo per rafforzare il proprio federalismo, ma è stata scavalcata da un movimento popolare che ha imposto la questione indipendentista come unica soluzione alla frattura politica creatasi. Senza mobilitazione nessuna indipendenza, ma una contrattazione federalista più o meno vantaggiosa fiscalmente.

      Oltretutto, scrivevamo che il rapporto di forza non si arresta per un tempo indefinito su un livello alto dello scontro. Passato il pericolo, il potere politico tende sempre a riprendersi tutto ciò che aveva perso in precedenza. E’ esattamente quello che sta avvenendo oggi in Catalogna. Lo stallo è solo apparente, in realtà la partita è saldamente nelle mani di Madrid. Vedremo comunque gli sviluppi, niente è scritto finché non sarà sancita la sconfitta dell’indipendentismo che, in ogni caso, si è affermato come maggioranza anche alle ultime elezioni, con buona pace della Spagna e dei commentatori europei.

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